giovedì 15 aprile 2021

Vínculos

 


Encontrarse no significa cruzarse casualmente y seguir adelante en el camino, sino establecer un vínculo. Según el diccionario, un vínculo es una relación afectiva que implica recíproca fidelidad... Yo añado satisfacción (sobre todo) espiritual. El vocabulario sigue diciendo: …o una limitación de la libertad individual. Estos son dos sentidos diferentes: podríamos observar que uno es antiguo y otro es moderno o post-moderno. No hace falta decir que prefiero mucho más el primero. En esta acepción el vínculo es también una respuesta al valor, como diría von Hildebrand; sería entonces un sentido que afecta a la persona infinitamente valiosa y a la innata capacidad de cada uno de percibir la diferencia entre algo y alguien (Spaemann).

Ahora bien, con respecto a todo esto, nos preguntamos si la técnica – que introduce medios y herramientas tan potentes en las relaciones humanas – no decrete la muerte del vínculo y, junto a eso, de todos los enlaces corpóreos, los encuentros de caras, de miradas y las cercanías empáticas. Nos surge una duda: ¿acaso el hombre, como decía Günther Anders, es obsolescente en todo lo que propiamente lo hace humano? ¿Este hombre no está reducido por la técnica a un fantasma sin carne y huesos (Lc 24,39)?

Pensemos en la historia de la película Ghost: el amante, después de su fallecimiento, sigue existiendo, pero nunca jamás podrá tocar a su amada y entonces nunca jamás se encontrará con ella. Su existencia fantasmal será trágicamente dolorosa.

Por lo general, sin su cuerpo, la vida parece hondamente empobrecida en su vocación a las relaciones cuyo médium, el cuerpo material, está alienado: ha dejado de ser un “cuerpo propio” para convertirse en un aparato exterior, un device electrónico. De esta manera el fantasma vive también solo y, en su soledad, acaba por ser más fácilmente manipulable porque está expuesto y debilitado, porque se ha vuelto cada vez más frágil e impotente. En su soledad, él se hace átomo-que-desea. El quiere y anhela cualquier cosa con tal de salir de su situación y olvidarla. Con cada cosa espera compensar sus frustraciones por medio de un consumo reiterado, continuado, compulsivo y desesperado.

Lo contrario de todo esto es vivir el vínculo: experimentar aquella querencia con la que nosotros sentimos el destino de otros como si fuera nuestro destino, y que antes que nada se aprende en la familia, y luego en el grupo de los amigos, y todavía en la comunidad local, y por fin en la Patria y la Iglesia. Practicando el vínculo en todas esas etapas con sus momentos intermedios, se sale del reinado opresivo de las micro-satisfacciones individuales, aprendiendo a pensar juntos a y para los otros. Se entra así en un mundo concreto de hondas y plenas relaciones humanas. Se vive el mundo. Viviendo, se proyecta un destino común, que se convierte en un paso adelante, unas ganas valientes de porvenir, a veces en un atrevido programa político hacia la conquista del cielo. En realidad, al proyectar, nos damos cuenta de que simplemente ofrecemos un futuro mejor a nuestro pasado: el pasado que nos han trasmitido y que es al mismo tiempo historia y mito; mito de pertenencia e historia critica, que nos permite de romper con la rutina y marcar las distancias del sistema.

Quizás sea un poco romántico, pero sigo pensando que esta es y debe ser la política en un sentido superior. Y si hay un compromiso libertador, al que podemos llamar a los jóvenes en el medio de su y nuestra crisis, eso es exactamente el compromiso para esta especie de disciplina comunitaria que desde los bajos fondos vuelve a empujar al hombre hasta el sol y al aire libre.

sabato 3 aprile 2021

La DAD e la gnosi. Una riflessione su scuola, didattica, tecnica e società


 

Qualche giorno fa su invito di Marco Gregoretti, e grazie alla mediazione della cara amica Paola Frassinetti, ho partecipato a un incontro sulla DAD (di cui è riprodotta quassù la locandina), la famosa didattica a distanza, cioè le lezioni da casa via web con le quali milioni di studenti si sono dovuti confrontare nell'ultimo anno di emergenza-covid. È stata per me un’occasione preziosa di riflessione per capire il significato di una prassi cui mi sono visto costretto e che, nel vortice degli impegni lavorativi, rischiava di passare in automatico come l’inevitabile portato degli eventi drammatici che stiamo vivendo con la pandemia. Ringrazio quindi moltissimo il promotore di un’iniziativa interessante e lodevole, perché ha deciso di coinvolgermi e perché in questo modo mi ha aiutato a fermarmi, a pensare, a coinvolgere a mia volta in questa pausa i miei studenti – i bravissimi ragazzi (le ragazze, in realtà, con la preziosa presenza dell’unico maschio, simpaticamente chiamato “el hombre”) della mia quinta europeo-linguistico, ormai pluricitati in questo blog. Da una simile felice convergenza di energie intellettuali, cui hanno contribuito anche tutti i partecipanti al dibattito - e in particolare il prof. Meluzzi, con il quale il dialogo è stato specialmente fecondo – sono nate le considerazioni che seguono.

 

La domanda che mi è stata posta è la seguente: "Che cosa resta della DAD ai ragazzi?". Io, per non parlare solo a partire dalle mie personali opinioni, l'ho girata ai ragazzi stessi e ne ho tratto indicazioni assai interessanti. Vediamole.

Quasi scontata è la questione della socializzazione. Ciò che manca è la scuola come ambiente, non solo dell’apprendimento curricolare, ma anche di tutte le attività collaterali (incontri con personalità esterne, volontariato, sport, corsi pomeridiani etc.) … e poi mancano le ulteriori iniziative di contorno, così importanti sotto il profilo umano e formativo come gli stage, i viaggi di istruzione etc. Ma su ciò già si è detto molto ed esiste financo una certa letteratura.

 Più interessanti sono le osservazioni su quanto avviene (o non avviene) nella "classe" virtuale durante le lezioni. Innanzitutto, non essere nel contesto scolastico ma a casa, rende difficile la concentrazione: a casa può succedere, e a volte succede, di tutto. Ma poi, e ciò ha grande rilevanza, la lezione non è cinestetica, cioè non lega la parola al gesto e al movimento del corpo: non vi è il coinvolgimento di più sensi che favorisce il rapporto interno e fecondo tra pensiero e sensibilità. Infine, nella DAD manca la relazione biunivoca con lo sguardo dell'insegnante. Esso non scorre sugli alunni e non li incontra. Non c'è reciprocità del guardare e del sentirsi guardati, che è elemento fondamentale di ogni rapporto umano e che attraversa diverse dimensioni: quella della comunicazione non verbale e intuitiva, quella dell'emotività e infine, la più importante, quella etica che attiene al volto come espressione dell'essere-persona e del suo valore. Da un lato “volto e discorso sono legati. Il volto parla”[1]; dall’altro “l’epifania del volto è etica”[2]: “la relazione al volto è immediatamente etica”[3], perché rivela immediatamente l’interiorità, profondità, bellezza e intangibilità di chi ti sta di fronte, come dice Emmanuel Levinas … però da remoto tutti vedono il professore ma non sanno se sono guardati da lui. Dal suo canto, il prof. vede tutti sullo schermo ma non incontra nessuno. Ciò vuol dire che non c'è più quella relazione vera io-tu, quella verità totale della persona che si offre sempre nello sguardo altrui. Oltretutto, segnalano gli studenti, non c'è più nemmeno l'immediatezza dell'intervento e della domanda nella semplice reazione visivo-corporea a ciò che viene comunicato nella lezione. Insomma, nella DAD i sensi e con essi, si direbbe, la vita, sono sottoposti alle pesanti limitazioni del mezzo. In particolare, lo è la vista: rimane la lezione nella forma auditiva alla quale è stata sottratta appunto la ricchezza dei gesti, dei movimenti (cinestesia) e degli sguardi.

Questo è il resoconto dei miei ragazzi -  all'ultimo anno del liceo linguistico-europeo - di per sé interessantissimo e acuto. Le loro considerazioni sono emerse durante un'ora di lezione e gli interventi, non precedentemente preparati, risultano freschi di tutta la loro spontanea intelligenza.  Proprio per tale motivo, non ho potuto fare a meno di associare già qualche riflessione, che vorrei proseguire domandandomi come si può caratterizzare la situazione da loro descritta e come essa provochi ulteriormente il pensiero. La risposta a cui sono pervenuto è nella tesi secondo cui la DAD comunica una cultura senza corpo. Nella DAD possono anche essere trattati e felicemente recepiti contenuti importanti, Ma questi contenuti risultano disincarnati. Il loro essere senza carne ne rende difficile anzitutto la memorizzazione - perché anche la memoria è cinestetica -, poi la gestione logica - i concetti si collegano meglio quando sono chiari e sono chiari quando sono associati a emozioni e situazioni - infine una comprensione più profonda in relazione alla vita concreta - perché la vita concreta ha un senso indissolubilmente legato alla completezza della nostra corporeità. Allora è inevitabile che sorga il seguente dubbio: tutti questi fattori non rischiano di trasformare la conoscenza, oggetto e fine delle lezioni, in una gnosi?

Che cosa è una gnosi? Lo gnosticismo è un'antica eresia cristiana che ambisce a purificare il messaggio di Gesù da tutto ciò che è corpo, carne e natura. Lo gnosticismo è una eresia spiritualista che taglia l'uomo a metà: lo spirito buono da una parte, la carne cattiva dall'altra. Per gli gnostici l'uomo autentico è il suo spirito, da identificarsi in un frammento dello spirito divino, caduto in un corpo per una sorta di colpa originaria, il cui obiettivo è quello di ricongiungersi con il dio, liberando l'anima dalla prigione materiale. La gnosi è la conoscenza che, mediante un esercizio purificato e disincarnato della ragione, conduce l'uomo a realizzarsi negando l’immanenza naturale, biologica e carnale che è origine di tutti i suoi mali. Si può allora comprendere perché la gnosi è un rischio. Vi è un’antropologia inquietante e irrealistica nel considerare un’intera regione dell’essere come qualcosa che va rifiutato. Vi è un dualismo singolarmente fanatico in questo dire di no alla creazione. Vi è la perdita di tutto un universo estetico, dove rilucono armonia e splendore, in tale cupo e astratto moralismo che per esaltare il buono, umilia la densa e immediata presenza del bello.

 Ma qui non siamo solo nelle altezze della pura riflessione teologica e metafisica, perché lo gnosticismo ha un ben preciso significato e ben precise conseguenze sociali e politiche. Su ciò è stato scritto moltissimo ed è difficile operare una sintesi, seppur breve. Qui si diranno solo due parole a partire dal concetto di negazione del mondo. Che cosa significa negare il mondo in un'ottica gnostica?

-Significa anzitutto farlo esplodere con la dinamite di una ragione pura, ad esso estranea ed eversiva. L’antica setta gnostica degli Ofiti, gli adoratori del serpente, interpretarono il serpente stesso, invertendo il suo significato assiologico, come la ragione che sopra ogni altra fa esplodere il mondo. Il serpente insegnò ai primi uomini a mangiare dall'albero della conoscenza, stando appeso all'albero come "larva della dea ragione".[4] Una dea ragione che prima di essere adorata dai protagonisti del Terrore, con la piantumazione degli alberi della libertà, a sua volta, evidentemente, stava appesa a un albero per consegnarsi agli uomini nella sua funzione di eversione del creato.

- Negare il mondo vuol dire essere altresì nemici di ogni autorità civile in quanto tale. Ancora la gnosi ofita dice che chi è introdotto alla vera sapienza è abasileutos (senza re, senza un'autorità che lo governi), ossia è qualcuno - individuo o gruppo - che appartiene a una realtà superiore e che si ritiene non-dominato da alcuna delle potenze che reggono quel mondo al cui vertice sta il suo "demiurgo" (dio creatore e dominatore malvagio) con i suoi arconti (ministri e collaboratori)[5].

-La negazione del mondo implica poi essere decisi oppositori di ogni istituzione esteriore. Jacob Taubes così caratterizza il millenarismo, non privo di tinte gnostiche, di Gioacchino da Fiore: la luce interiore di una Chiesa spirituale riduce in cenere le mura delle istituzioni esteriori. Essa diviene fiamma divorante che si trasforma in fuoco sulla terra e che giustifica il diritto alla violenza dei buoni[6]. La pura ragione si associa sempre alla violenza dei buoni contro il mondo dato, ricevuto, "istituito" su cui ancora la ragione non ha esercitato la sua forza divorante.

-Negare il mondo vuol dire anche essere nemici del diritto e della giustizia legale in funzione di una falsa misericordia che abbandona gli innocenti e premia i criminali. Lo gnostico Marcione ritiene che Gesù, il sabato santo, sarebbe sceso agli inferi per liberare ribelli, impostori e assassini dell'Antico testamento[7].

-Infine negare il mondo è negare tutto ciò che vi appartiene: proprietà, famiglia, matrimonio, generazione, la stessa natura. Per i catari, gnostici medievali, la natura cosmica, creata da un dio cattivo, coincide con le tenebre, che parimenti avvolgono la natura sessuata, il diritto naturale, le differenze naturali tra uomini e popoli, tutte le abitudini naturali financo nel campo alimentare, dove essi vietano i cibi carnei perché provenienti da esseri che si sono sessualmente riprodotti. Il rifiuto del mondo in loro arriva fino all' "endura", cioè alla morte per fame[8].

Il significato politico complessivo di tali negazioni può essere individuato in quanto ha rilevato Eric Voegelin: “Il tentativo di creare un mondo nuovo è comune a tutti (i movimenti gnostici della modernità, n.d.r.). Intraprendere un tentativo del genere può avere senso soltanto se la costituzione dell'essere può effettivamente venire modificata dall'uomo. Il mondo, tuttavia, resta quale a noi è dato e non rientra nelle facoltà umane la possibilità di cambiarne la struttura. Al fine non di rendere possibile l'impresa ma di farla apparire possibile, ogni intellettuale gnostico che elabora un programma di trasformazione del mondo deve prima di tutto costruire un quadro del mondo dal quale siano stati eliminati quei caratteri essenziali della costituzione dell'essere che farebbero apparire disperato e insensato il programma stesso”[9]. Bisogna che sia pensabile produrre una “catarsi” radicale del mondo. E come è possibile? Secondo le significative parole del cattolico-marxista Harvey Cox ciò accade quando ci si rende conto che “una teologia rivoluzionaria, come una teoria rivoluzionaria, deve dare un posto alla catastrofe, nel senso tecnico di un evento che rovescia l’ordine delle cose”[10]. Si badi bene, non l’ordine sociale, ma l’ordine delle cose: una teoria rivoluzionaria distrugge l’ordine dell’essere, prima ancora che le società esistenti. Per questo motivo il mito gnostico del mondo nuovo è dottrina della rivoluzione intesa non in senso politico, ma, ancor più radicalmente in senso ontologico – perché è l’essere che non va bene - ed è sempre per tale motivo che ha affascinato tutti i rivoluzionari politici dell’epoca moderna, che sono diventati gnostici per la seduzione di aver dato alla loro sete di giustizia sociale un fondamento assoluto. Ma questa sete diviene più o meno consapevolmente cupio dissolvi, voglia di catastrofe. Come quelle ripetutamente sperimentate nel Novecento.

Il Novecento adesso è passato, ma, visti nel loro insieme, temi della negazione gnostica del mondo possono apparire ancora un ottimo spunto per un breve ritratto della società contemporanea e delle ideologie in essa dominanti.

-Si pensi per esempio all'utopia tecnologica e tecnocratica di una società di uguali, senza alcuna autorità e governata da apparati anonimi.

-Si diriga l'attenzione alla lotta contro la storia, la tradizione e il passato nei movimenti cosiddetti "cancel culture";

-si rifletta sul genderismo e la sua avversione contro la natura sessuata e l'istituzione matrimoniale e familiare che ne discende;

-si tenga presente l'ingegneria sociale che, in nome delle astrazioni della dea ragione egualitaria, punta a una società globalizzata, multirazziale e multiculturale

-si consideri infine il rapporto del lavoro, cioè il sangue e il sudore degli uomini, e della ricchezza che ne deriva, con la sua spiritualizzazione finanziaria, che genera flussi di denaro totalmente virtuali e tuttavia capaci di distruggere l'economia reale.

 Tali fattori rappresentano la realizzazione, per fortuna ancora in corso e non senza significative sacche di resistenza, di un modello neo-gnostico di società, denunciato a suo tempo non solo da Eric Voegelin, ma anche, tra gli altri, da Augusto del Noce ed Emanuele Samek Lodovici. L’unica differenza rispetto al secolo scorso è questa: pare che la rivoluzione sociale sia una possibilità troppo dispendiosa, faticosa e dai deplorevoli effetti collaterali. La distruzione dell’essere può essere condotta lasciando perfettamente intatto il guscio sociale, che deve essere morbido e flessibile, aperto ad ogni possibile modificazione ma inflessibile su tale apertura. È la società aperta dei Popper, degli Habermas, dei Soros e degli Elkann il modello migliore, perché consente l’unica vera rivoluzione ontologica, quella della tecnica che reinventa l’essere come fondo eternamente manipolabile[11]. La tecnica, nella sua nuova versione liquida, informatica, digitale, è il vero trionfo dello gnosticismo, perché dematerializza e spiritualizza il mondo, inseguendo il sogno di poter vivere senza nostro corpo, mortale e difettoso, come in Matrix, o per mezzo di un nostro avatar comandato da remoto, come nella distopia fantascientifica di J. Mostow, Il mondo dei replicanti.

 Allora, tornando alla DAD, si può capire dove stia il problema. Il problema sarebbe il seguente: qualcuno vuole fare di necessità virtù. Cioè vuole approfittare dell'emergenza, in cui la lezione via web serve per offrire una certa continuità didattica nelle condizioni eccezionali prodotte dalla pandemia, per trasformare l'eccezione in regola. Qualcuno vuole dunque produrre un'accelerazione lungo quel crinale già auspicato dai vari documenti che sostenevano una sempre più decisa digitalizzazione della scuola e dell'insegnamento. L'intuizione di fondo è che una disincarnazione della cultura prepara una società purificata, puritana e disincarnata per via tecnologica. Sarebbe l’occasione per avanzare sulla via di una società della cui cultura rimarrebbero solo gli imperativi astratti e categorici del potere: le cosiddette "regole" che "servono" a far funzionare l'apparato, omologando al meglio le sue appendici umane. Si tratterebbe di una società che diventa accogliente matrice delle sue componenti umane perfettamente intercambiabili, perché compiutamente algoritmizzate e private della loro res extensa che le aveva rese indivisibili, non sovrapponibili, incompenetrabili. Sarebbe appunto la società liquida e dematerializzata degli stregoni del post-moderno che hanno sedotto così inguaribilmente le élites politiche occidentali.

E a proposito di élites bisogna sottolineare, a scanso di equivoci complottisti, che non c'è alcun grande burattinaio, né alcun soggetto individuale a guidare i processi su accennati. La cosa è al tempo stesso meno apocalittica e più preoccupante, perché se manca il grande e onnipotente cattivo, ciò parimenti significa che gli sviluppi della società contemporanea sono policentrici, impersonali, affidati più agli automatismi dell'apparato che non alla volontà dei singoli. Nondimeno i singoli e gruppi, sotto il profilo politico, ne rappresentano il necessario carburante. La loro azione e il loro progetti non sono quindi indifferenti. In Italia come in Europa v’è una serie di soggetti politici con ben definite visioni dell'uomo e della convivenza, che lavorano sempre e indefessamente per il re di Prussia e la cui attività si riverbera in modo estremamente negativo sui più negativi tra i processi sociali.

Pertanto, facciamo attenzione! Perché la scuola è ritenuta da quegli stessi soggetti, un momento essenziale di riproduzione e conferma dell'evoluzione sociale. Ad essa è affidata la funzione imprescindibile del suo necessario consolidamento. Allora andiamo a vedere dove si elaborano i documenti della nuova scuola 2.0, nelle fondazioni, nei think tank internazionali, negli organismi europei ad hoc, nelle organizzazioni non governative. Lì stanno, lì lavorano e agiscono i nemici di una visione tradizionale, realista, nazionale della cultura, incarnata nella vita nella storia dei popoli e dunque cristiana in duplice senso: nel senso della nostra appartenenza e nel senso del valore universale dell'incarnazione. Lì, dove in nome delle astrazioni gnostiche si combatte tale cultura, precisamente in quei luoghi si trovano i nostri nemici, e per la politica, la cui passione ancora ci cattura, saper individuare il nemico, come diceva Carlo Schmitt, è il passo fondamentale.

 

 

 



[1] E. Levinas, Totalità e infinito, tr. it, Jaka Book, Milano, 1980, p. 204

[2] Ibidem.

[3] E. Levinas, Etica e infinito, tr. it., Città nuova, Roma, 1984, p.101.

[4] E. Bloch, Ateismo nel cristianesimo. Per una religione dell’Esodo e del Regno, tr. it., Feltrinelli, Milano 1990, p. 221

[5] G. Filoramo, Problemi di teologia politica nei testi gnostici, in P. Bettiolo – G. Filoramo (edd.), Il dio mortale. Teologie politiche tra antico e contemporaneo, Morcelliana, Brescia 2002, pp.193-204, qui p. 199.

[6] J. Taubes, Escatologia occidentale, tr. it., Garzanti, Milano 1997, p. 117.

[7] Sulle conseguenze contemporanee della gnosi marcionita cfr. J-L Harouel, I diritti dell’uomo contro il popolo, tr.it. LiberiLibri, Macerata 2018, pp. 49-67.

[8] Anticipazione profetica di una tragedia contemporanea che affligge molti adolescenti, nei quali l’odio per il corpo è diventato una devastante condizione esistenziale. Per un accesso diretto alle fonti dello gnosticismo cataro cfr. F. Zambon, La cena segreta. Trattati e rituali catari, Adelphi, Milano 1997.

[10] H. Cox, La città secolare, tr. it. Vallecchi, Firenze, 1968, p. 120.

[11] Cfr. M. Heidegger, La questione della tecnica, in Idem, Saggi e discorsi, tr. it, Mursia, Milano, 1991, pp. 5-27: “Il disvelamento che governa la tecnica moderna ha il carattere dello Stellen, del "richiedere" nel senso della provocazione. Questa provocazione accade nel fatto che l'energia nascosta nella natura viene messo allo scoperto, ciò che così è messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato nella sua volta ripartito e il ripartito viene diviene oggetto di nuove trasformazioni" (p.12). La natura soggetta a tale processo prende il carattere di “fondo” cioè di qualcosa a disposizione, da “impiegare” in processi di trasformazione e manipolazione infinita.

 

lunedì 29 marzo 2021

Martin Heidegger per tutti



Dovevo spiegare Heidegger ai miei ragazzi del linguistico, ma non avevo una sintesi ad hoc...ho provato a metterla giù. La stesura è stranamente avvenuta senza consultare documenti. Dunque possiamo ammettere qualche svarione della memoria (vi sono illustrissimi precedenti in ciò, ma non li cito per non apparire veramente presuntuoso). In cambio però si tratta di quello che mi è rimasto in testa ... un certo succo significativo ... oltre e al di là di ogni virtuosismo linguistico e oscurità lessicale (che spesso servono a tappare buchi concettuali) e nella forma migliore, quella che si esige quando si spiegano le cose agli altri, quella che implica la massima semplicità e chiarezza per sé. Se poi mi è scappato pure lo svarione concettuale, chiedo scusa a tutti i cultori della materia...dirò eventualmente che quello sorridente nella cornice sono io e non il nostro Martin Pastore. Buona lettura!!!

La vita e le opere principali

Martin Heidegger nasce nel 1889 a Messkirch nella Germania sud-occidentale. Frequenta l'università a Friburgo nella facoltà di Teologia e poi di Filosofia. Conclude gli studi nel 1913 e nel 1916 ottiene la libera docenza. Dal 1916, dopo che Husserl è giunto all'università di Friburgo, Heidegger inizia con lui un periodo di collaborazione in qualità di assistente. Docente in altre università, prosegue la sua ricerca nell’alveo della fenomenologia, pur con apporti originali che sì concretizzano nel 1927 nella sua opera maggiore Essere e tempo, testo fondamentale dell’esistenzialismo contemporaneo, in cui si fornisce una peculiare interpretazione dell’esistenza dell’uomo, riprendendo Kierkegaard in chiave laica e sviluppando le analisi fenomenologiche in due direzioni: la ricerca sull’essere in senso complessivo (ontologia) e la ricerca sull’uomo che è colui che si pone la domanda sull’essere e che bisogna comprendere per capire l’essere stesso. Come si vede già dai suoi temi fondamentali, questo testo, pur debitore della fenomenologia husserliana, introduce tuttavia importanti novità che determinano l'allontanamento dal maestro. Nel 1933 Heidegger è eletto rettore dell'università di Friburgo, episodio cui segue l'adesione al Partito nazionalsocialista, che è condizione per assumere effettivamente la carica. L' adesione al regime si esprime in modo compiuto nella prolusione con cui assume ufficialmente il suo ruolo di rettore: L’autoaffermazione dell'università tedesca del 27 maggio 1933. Il progetto di Heidegger sarebbe quello di portare il regime sulle proprie posizioni, ad accettare la propria visione filosofica del mondo, cosa che presto si rivela impossibile, a motivo dei diversi orientamenti dell’ideologia del III Reich. Ciò causa dissensi con le autorità del partito e dello Stato tedesco. Tali contrasti sono alla base delle sue dimissioni dal rettorato nel 1934. Fino alla fine della guerra la sua posizione sarà marginale e nel 1942 sarà pure allontanato dall’insegnamento. Nondimeno in alcune opere manifesterà ancora la fiducia in una funzione positiva del regime per il destino della Germania. Chiusa l'esperienza della guerra, viene perseguito dalle autorità alleate che lo tengono lontano dalla docenza universitaria, cui nuovamente accederà solo nel 1951. Nel contempo continua a pubblicare testi importanti come L'essenza della verità del 1943 e soprattutto la Lettera sull’umanismo del 1947. Questi sono gli scritti che meglio descrivono la svolta nel suo pensiero in direzione di una più compiuta trattazione dei temi ontologici. Importante è il suo volume sul tema del nichilismo, dedicato a Nietzsche (1961) e ulteriori successivi interventi che ne fanno il principale filosofo tedesco del dopoguerra. Dalla sua riflessione verrà un filone di ricerca estremamente fecondo che costituirà una pietra miliare del pensiero contemporaneo.

 Lo sviluppo, tramite il metodo fenomenologico, di una nuova ontologia

L’indagine di Heidegger riguarda il modo di apparire dell’essere nella sua generalità, il darsi dell’essere alla coscienza umana. Essa giunge a un guadagno essenziale per la filosofia: se la metafisica tradizionale aveva cercato di fondare tutta la realtà su un oggetto supremo, l’idea di Platone, il motore immobile di Aristotele, l’ente sommo (Dio) di Tommaso, o la sostanza di Cartesio e Spinoza,  Heidegger sostiene che l’essere non è un oggetto, non è una cosa fra le altre, nemmeno la più nobile e alta delle cose, ma è il suo stesso darsi, il suo rivelarsi nella sua verità (= alétheia dal greco a-léthe= non-nascondimento). Se noi capiamo il mondo, se noi lo comprendiamo nei suoi significati è perché l’essere ha il “pregio” di manifestarsi a noi nei suoi significati fondamentali, di farsi intendere, di uscire dall’ombra in modo tale che noi possiamo comprenderlo, se correttamente ci mettiamo in una condizione ricettiva, in ascolto attento. La filosofia è questo “ascolto attento” del rivelarsi del senso delle cose e di tutta la realtà. Quindi l’essere non è una cosa ma, possiamo dire con una metafora antica e non heideggeriana, una luce che per noi illumina le cose, mostrandole via via nel tempo in diverse forme e con diversa profondità.

 L’essere dell’Esserci

Nel suo testo Essere e tempo Heidegger cerca anzitutto di comprendere l’essere di quell’ente che si pone la domanda sull’essere, cioè dell’uomo o Esserci. L’uomo è infatti l’essere che è-nel-mondo, cioè che è aperto al mondo primariamente nel modo della comprensione, ossia ancora è colui che “ci” sta – Esser-“ci” –, sta nella/dentro realtà e ha come sua prerogativa principale quella di elaborare una sua conoscenza comprensiva, cioè cuna comprensione del suo senso. Egli è colui che, in vista di tale conoscenza, formula la domanda: “Che cosa è l’essere?”. Capire l’uomo è quindi un punto di partenza privilegiato per capire l’essere, perché è l’uomo che, facendo la domanda, ne accoglie la risposta, cioè ne può intendere il senso. Detta ricerca giunge alla conclusione che l’essere dell’Esserci è tempo. L’essenza dell’uomo è, infatti, il suo progettarsi nel futuro per diventare quello che sarà: tutti noi viviamo per diventare quello che possiamo e vogliamo. Ma ogni progetto affonda le sue radici nel fatto che chi progetta esiste e vive e, per farlo, si è trovato ad essere nel mondo, nel passato del suo nascere e venire al mondo. In origine, nel passato di ciascuno, c’è una sorta di gettatezza, un essere “gettati nel mondo”. Tutti gli esseri umani non hanno deciso di vivere, non hanno stabilito il perché e il per come del loro essere al mondo, ma a un certo punto si sono trovati a vivere, quasi come gettati nella mischia dell’esistenza e non senza qualche contraccolpo emotivo. Questo è il passato di tutti. La vita degli esseri-gettati sarà però concretamente costruita in base alla decisione su come crescere, su che cosa essere, su come conseguire il proprio scopo fondamentale, una decisione che viene presa nell’attimo presente e che viene reiterata a ogni bivio in cui vivendo ci si imbatte. Nel presente l’uomo decide. Ma la decisione è in vista del futuro. La decisione realizza appunto un progetto che stabilisce che cosa egli farà della sua vita, una vita del cui passato si sperimenta la gettatezza. Dunque, il tempo – passato, presente, futuro – rappresenta il fondamento dell’essere dell’uomo. Heidegger lo chiama anche Cura, perché pensando al futuro, decidendo nel presente, e stando nel mondo sin dal suo nascere, l’uomo entra in rapporto con il mondo, se ne prende cura, lo capisce, perché il mondo, con i suoi enti e le sue cose, diventa il mezzo per realizzare se stesso. L’uomo si prende cura di un mondo di oggetti utilizzabili per realizzare i suoi progetti – ogni oggetto non è lì e basta davanti a noi, come una semplice presenza, ma ci serve per qualcosa, in vista di qualcosa: non è un oggetto ma un utilizzabile - e invece ha cura degli altri uomini con i quali insieme collabora, dà e riceve aiuto nel vivere la sua esistenza. La condizione tragica dell’Esserci è che, però, ogni progetto si scontra con l’inevitabile nulla della morte. Egli si progetta perché nella sua vita c’è un novero amplissimo di possibilità, tra le quali egli sceglie. La sua vita è possibilità, come in Kierkegaard. Ma ogni possibilità non ha come sbocco positivo la pienezza dell’eternità in Dio, bensì la brusca interruzione della morte che è “l’impossibilità di ogni possibilità”, la fine reale di ogni possibile. L’esistenza umana è destinata a finire e i sentieri a essere interrotti. L’uomo è perciò un “essere alla morte” (zum Tode sein), sempre in rapporto con lo sfondo della sua vita che è la fine della vita stessa. Vita autentica non è, come in Kierkegaard, vita religiosa proiettata in Dio, benché sempre a rischio di fallire in tale proiezione, ma solo può essere vita consapevole del nulla cui è destinata.  Assumere questa tragica condizione distingue una vita autentica, cioè appunto cosciente di sé e della sua verità, e una vita “scaduta”, cioè presa dentro il vortice delle cose da fare tutti i giorni, presa dentro le occupazioni e le chiacchiere: lo scadimento (Verfallen) è sempre nella chiacchiera, in quello che pensano tutti, in quello che fanno tutti senza riflettere, cioè nel luogo comune, ignaro di sé e della tragica verità della vita. Questo è lo sbocco dell’esistenzialismo heideggeriano, cioè della parte della sua filosofia che pone a tema specifico l’essere-nel-mondo (esistere) dell’Esserci, le sue potenzialità, i suoi limiti, le sue contraddizioni e infine la sua finale sconfitta di fronte alla morte. Tuttavia, accanto a questo scacco finale, che non bisogna dimenticare, l’uomo possiede la grande prerogativa di comprendere, di elaborare e definire il senso delle cose e della realtà: una capacità che lo porta ben oltre al limite del suo proprio destino individuale. Questa prerogativa va messa a frutto.

 L’essere non è “cosa”

Dopo aver parlato dell’essere dell’Esserci, nell’ultima parte di Essere e tempo Heidegger doveva concentrarsi sul senso dell’essere in generale, per realizzare quella comprensione di cui poc’anzi si è detto, ma l’opera rimarrà incompiuta (dice il filosofo, per la mancanza di un linguaggio adatto). Di tale argomento si occuperà negli scritti successivi alla “svolta” (Kehre), che determinerà proprio l’abbandono dell’Esserci come ente privilegiato per l’analisi del senso dell’essere e si concentrerà direttamente su quest’ultimo. Quindi il fuoco dell’attenzione, dopo la svolta, non è più sull’uomo, ma sull’essere: l’importantissima Lettera sull’umanismo lo afferma in modo esplicito. Proviamo a vedere come si sviluppa il ragionamento heideggeriano. L’essere emerge sempre nella dimensione del tempo. La realtà si comprende sempre a partire dal concetto di tempo. La temporalità dell’essere diventa qui il modo in cui di volta in volta l’essere si dà nella realtà storico-naturale e spirituale. Che cosa è il darsi dell’essere? È quello che accade nel mondo e nella storia come qualcosa di significativo. Accade qualcosa, lì l’essere si dà. Il darsi dell’essere è l’accadere di qualcosa, ma non come qualcosa di muto e insignificante ma come qualcosa che “vuol dire”, che “ha senso”. “Darsi dell’essere” e “cose che accadono”: è come quando si dice che “ci si offre” per l’interrogazione. Che significa? Significa che chi si offre diventa colui che è interrogato e “accade” l’interrogazione. Bene quando l’essere si offre, si dà, diventa ciò-che-è, ovvero le cose del mondo, gli enti (ente = ciò che è), il cui accadere è il loro presentarsi sulla scena del mondo. La realtà si nutre dell’essere, è qualcosa perché l’essere si offre a essa facendola essere, e si offre sempre in modi diversi nei diversi tempi. La realtà tuttavia non “è” l’essere. Gli enti esistenti, tutti gli enti pensabili, l’ente supremo stesso della metafisica (Dio, le idee platoniche etc.) non “sono” l’essere. L’essere non è la cosa-che-è, cioè non è l’ente. L’essere stesso non “è” (infatti non è l’ente, è il ni-ente, mentre propriamente gli enti “sono-ciò che-sono”!) ma “si dà” (es gibt): questa è la grande scoperta di Heidegger, che egli chiama “differenza ontologica”, cioè appunto la differenza tra essere ed ente.Noi viviamo in mezzo a un mondo di cose: queste cose sono. L’essere non è le cose ma quello che le fa essere. Questo cielo, questi monti, queste case esistono, sono. Perché esistono? Perché provengono da una fonte indicibile, nascosta, oscura, che però si svela nelle cose, si illumina nelle cose. L’essere è come l’improvvisa radura (Lichtung) in un bosco oscuro, che illumina una sua porzione lasciando il resto nell’oscurità. Così l’essere nelle cose è una luce che si offre provenendo dall’ombra, interrompendo l’ombra, così che le cose nascoste nell’ombra escano dal loro nascondimento e vengano a essere, essendo come sono, in quel modo, nella loro verità e infine con un certo senso per noi. Perché l’essere delle cose è il loro senso. Il senso che si dà. Ma qual è questo senso, che cosa vogliono dire gli enti, la realtà, il mondo?

 Evento

L’essere è quell’indicibile ragione della presenza degli enti, che si dà e si offre negli enti, in modo parziale, incompleto, ma importante e illuminante. Allo stesso tempo l’essere, nel suo complesso, nella sua totalità, e quanto al suo senso originario, si nasconde. La radura è sempre un gioco di luce e ombra. La verità dell’essere (in greco a-letheia = non nascondimento) non è mai totalmente colta dagli uomini. Essi, anzi, falliscono nella misura in cui ambiscono a costruire un puro sapere degli enti - una scienza ontica (= delle cose-che-sono) che vuole conoscere per dominare l’ente e gestirlo a proprio uso e consumo come nei grandi apparati scientifici e tecnologici -  e tralasciano ciò che sta dietro l’ente, l’essere il cui senso bisogna custodire come un pastore accudisce il suo gregge, il gregge della verità che gli è stato donato perché egli lo accolga nella sua sapienza ontologica (= dell’essere che-si-dà). L’uomo in tale ottica deve diventare pastore dell’essere e non dominatore dell’ente. Ciò gli apre nuovi orizzonti. La scienza ontica vorrebbe descrivere compiutamente gli enti, pensando di aver così compreso la realtà, come avviene per esempio con le scienze naturali. Nondimeno le loro formule, le loro leggi, le loro descrizioni, la loro razionalità logico-matematica rimangono inevitabilmente alla superficie, quando non costringono con violenza e a forza la realtà nei propri schemi e nelle proprie gabbie concettuali. Al contrario per un’autentica ontologia, cioè per una disciplina che vuole andare più a fondo, l’essere non è delimitabile nella forma del linguaggio apofantico, cioè descrittivo, dichiarativo, logico, proprio delle scienze esatte, ma va colto nel suo offrirsi a partire da una sfera indicibile dalla quale l’essere proviene ed e-viene nel suo senso originario. L’essere dunque non è ciò-che-è, ma è l’evento (Ereignis) che arriva all’ente rivelandosi in esso e al tempo stesso nascondendosi. L’evento è l’episodio che nella storia, nella vita, nell’universo mostra un qualche senso a chi lo comprende e si sforza di ascoltarne il significato. Esso è storico, accade nel tempo, appartiene alla storia dell’umanità e della civiltà, ma non è un “prodotto” degli uomini. Gli uomini lo comprendono e lo capiscono ma non lo “fanno”, perché esso proviene dall’essere. È l’invio di ciò che l’essere stesso, nella sua abissale profondità, destina all’uomo perché l’uomo lo viva e lo faccia proprio. Esso determina l’uomo, dà il tono alla sua vita, ne è il vero significato, è ciò che gli è più proprio, ma non è suo prodotto, né suo possesso. Il senso della vita non ci appartiene, non ce lo costruiamo noi, lo possiamo solo ricevere, ascoltare accogliere. È quello che accade e che rivela un qualche significato perché proviene dall’essere, origine insondabile e in ombra di tutti i significati luminosi. Solo qualche illuso può pensare che l’uomo sia “fabbro della sua fortuna” e può credere nel mito del “self made man”. Carriera, lavoro, amori, successi e rovesci, per noi come per Napoleone, per un bambino del Congo come per il presidente della Cina, sono, nel loro accadere sensato, un destino/invio dell’essere, una verità che si propone a noi e ci sfida alla comprensione, più che la materia che hanno plasmato le nostre mani. Ogni progetto, per quanto ambizioso, e ogni capacità, per quanto grande, deve essere posta nella luce dell’essere. Il progetto che noi siamo (cfr.: Essere e tempo) ha limiti molto più radicali che non la sola morte, ma da questi limiti noi siamo portati oltre verso la luce di qualcosa di molto più grande di noi.

 Linguaggio e poesia

Quindi l’essere non è l’ente, si dà, è evento temporale e storico di un certo senso. Ma, di nuovo, che cosa è questo senso. Come capire il senso dell’essere? Come dirlo? Il senso dell’essere si offre a colui che nella storia si pone in ascolto del suo rivelarsi e nascondersi, cioè al pensiero. Questo è però intimamente e indissolubilmente legato al linguaggio. Il pensiero, nella storia della filosofia, ha travisato il senso dell’essere, interpretandolo come ente, cioè come cosa. Ciò è avvenuto lungo tutta la storia della filosofia metafisica occidentale, ma è stato in qualche modo un travisamento “necessario” perché il senso metafisico dell’essere è pur sempre un modo in cui nella storia è stato interpretato il senso dell’essere: che l’essere fosse la cosa-Dio, la cosa-Idea platonica, la cosa-Sostanza, la cosa-Soggetto etc. è stato un equivoco, ma pur sempre un equivoco proveniente dall’essere e quindi inevitabile. L’oblio, la dimenticanza della differenza ontologica tra essere ed ente è stato pertanto un tratto tipico di tutta la storia passata, ma oggi è possibile cogliere un nuovo e più autentico significato. Esso affiora quando il pensiero, invece che affidarsi alle scienze e alla filosofia tradizionale e metafisica, si affida a un altro tipo di fonte di significato, che parla un’altra lingua. È un linguaggio privilegiato in cui emerge l’essere come evento ricchissimo di senso e mai esauribile, è il linguaggio della poesia. Solo la poesia, con la sua profonda allusività, con le sue immagini che rimandano a un contenuto profondo senza volerlo razionalizzare logicamente e onticamente, è il luogo di manifestazione del senso dell’essere. Il linguaggio, dunque, e in particolare la poesia, è la casa dell’essere (Lettera sull’umanismo), il luogo definitivo dove noi possiamo avvicinarci all’abissale profondità ontologica da cui tutto ciò-che-è (gli enti). Abbandonandoci alla poesia noi ci mettiamo in ascolto di quell’essere dal quale noi dipendiamo e attorno al quale noi costruiamo la nostra esistenza. Ogni poesia, ogni grande poesia, esprime il senso delle cose e del mondo, tematizza l’essere in un suo aspetto, lasciandoci intravedere l’abisso delle sue profondità, ce ne rivela il senso e deve diventare una guida per colui che lo indaga. Ma attenzione! nella poesia è particolarmente visibile ciò che caratterizza il linguaggio in generale: esso non dipende da noi. Nessuna lingua è stata mai costruita da noi. Gli uomini parlano una lingua che hanno imparato, in cui sono immersi ma che non dominano. Non l’uomo parla un linguaggio, bensì un linguaggio, che l’uomo trova sempre già fatto, parla l’uomo, cioè fa l’uomo parlante e gli consente di capire la realtà. Ciò accade in special modo nella poesia: il poeta non decide, ma è portato a spasso e condotto per mano dalla logica dell’ispirazione poetica che lo porta dove vuole, e dalla sua lingua, dalla bellezza e significatività della parola, che nella poesia viene prima di tutto e conduce il gioco. Così la filosofia si rigenera nelle acque della poesia e, nella ricerca del senso dell’essere, vi si affida diventando arte ermeneutica, cioè interpretazione. Essa finisce per considerare tutto il mondo un’immensa poesia da interpretare e la poesia quella parte di realtà che meglio esibisce il senso del tutto e del cosmo, in cui si condensano i suoi significati più autentici

 Linguaggio ed ermeneutica (Heidegger e Gadamer)

Il linguaggio è la casa dell’essere. L’espressione è usata da Heidegger per alludere al fatto che bisogna rivolgersi al linguaggio – e in particolare a quello poetico – per trovare l’essere, come quando si va a casa di qualcuno per incontrarlo. Se ciò è vero, allora per capire il mondo dobbiamo cercare di interpretare il linguaggio. A partire da tale impostazione si sviluppa con Hans Georg Gadamer (1900-2002), allievo di Heidegger e autore di un’opera fondamentale come Verità e metodo, una disciplina chiamata, come si è visto, ermeneutica (ermeneusi = interpretazione). Essa si fonda sull’assunto che tutto l’essere che è comprensibile è linguaggio. Cioè che il senso di ciò-che-è, essendo racchiuso nel linguaggio, è tutto l’essere che noi possiamo capire, poiché evidentemente noi non potremmo comprendere niente che non sia in qualsiasi modo “detto”, manifestato attraverso “segni linguistici”. Per tale disciplina, la filosofia è tutta nell’interpretazione e la realtà è, lo ripetiamo, un immenso testo da interpretare.

 Il circolo ermeneutico

Nell’interpretazione di un testo ha una rilevanza imprescindibile la situazione storica in cui siamo immersi e la tradizione della quale siamo eredi. Quando noi leggiamo qualsiasi testo, lo facciamo dal particolare punto di vista dal quale ci poniamo, con la nostra cultura e i nostri pregiudizi. Il senso del testo viene trovato a partire dalle domande che noi, nella nostra peculiare situazione, gli muoviamo. Dunque, fondamentale è la nostra pre-comprensione dell’oggetto di cui parla il testo stesso. Il suo senso nascerà e si svilupperà seguendo le linee della nostra pre-comprensione. Quindi noi già sappiamo ciò che cerchiamo di apprendere da un testo? In un certo senso sì. La comprensione dopo la lettura è sempre il riflesso della pre-comprensione prima della lettura…

 L’urto del testo, la fusione di orizzonti e lo “stare nel circolo”.

 Se fosse solo così ci sarebbe una circolarità viziosa che renderebbe impossibile e inutile l’accostamento a un testo: io immagino e cerco il significato di un testo; il testo conferma il significato che ho cercato e immaginato, che era a sua volta la pre-condizione per la sua lettura. In realtà le cose non stanno così perché la nostra pre-comprensione si deve sempre misurare con il testo come con qualcosa che urta contro le nostre aspettative. Non possiamo fare a meno di avere aspettative, ma ogni testo non corrisponde mai del tutto alle nostre aspettative. Dunque, noi dobbiamo in qualche modo produrre una sintesi tra ciò che siamo e ciò che interpretiamo, fondendo il nostro orizzonte con quello del testo e dando luogo a un, parziale ma significativo, mutamento di prospettiva. Così il circolo non si chiude in modo vizioso, ma rimane aperto a un approfondimento da parte di colui che lo legge e al ritrovamento di un senso nuovo e imprevisto. Così l’ermeneutica non nega né si arrende totalmente al circolo, ma vi sta dentro in modo proficuo.

 Relativismo?

Se la precomprensione ha un ruolo così importante nell’interpretazione di un testo, quest’ultimo non sarà consegnata al destino di non avere mai un senso definitivo? Tante sono le pre-comprensioni, altrettanti saranno i sensi del testo, che differiranno quindi a seconda delle situazioni storiche, geografiche, linguistiche e culturali dei soggetti impegnati nel processo interpretativo. Questo è il problema dell’ermeneutica: un’interpretazione che si fa infinita e che non tiene conto fino in fondo dell’oggettiva valenza delle parole impiegate e della struttura del testo, oltre che dell’intenzione di chi lo ha prodotto. Contro il rischio di relativismo dell’interpretazione, il giurista e filosofo italiano Emilio Betti (1890-1968) nella sua Teoria generale dell’interpretazione in dialogo costante con Gadamer, ma in significativo contrasto con lui, ha elaborato una metodica obiettivistica dell’interpretazione che valorizza tutti i fattori anzidetti: la ricerca di un senso oggettivo, sicuro, argomentabile e stabile del testo, che non è dato immediatamente ma che è il punto a cui la fatica dell’interpretazione deve giungere e, se non sempre lo può fare, almeno deve tendere.

 Quanto è importante la lingua e il parlare

La filosofia di Heidegger si stende fra due poli: da un lato l’esistenzialismo, cioè l’analisi dell’essere dell’Esserci e la presa d’atto della sua finitezza; dall’altro l’ermeneutica cioè l’affiorare del senso dell’essere nel linguaggio e in particolare in quello poetico (ma anche quello più generalmente letterario e artistico). Gli orizzonti che sembrano chiusi dal fatto che noi “siamo alla morte” (sempre lì lì per morire perché non sappiamo quando moriremo, benché speriamo e facciamo le corna perché sia il più tardi possibile), si aprono invece nelle inaudite possibilità di senso che offre la poesia: Heidegger trovava molto interessanti e affascinanti due grandi autori come Friedrich Hölderlin (1770-1843) e Georg Trakl (1887-1914)   ma ognuno, credo, può rivolgersi a quelli che piacciono di più. La poesia apre ciò che la vita profana sembrerebbe chiudere. Tutto il mondo è ricompreso in questa lingua che l’uomo non “crea” ma che proviene dalla verità ed è il modo della verità di comunicarsi all’uomo nella storia, nei fatti che sono bruti, insulsi senza una poesia che li illumini. La poesia è il linguaggio nella sua forma migliore, è lo sbocciare del linguaggio e ne esprime tutte le potenzialità. La lezione heideggeriana è pertanto la seguente: i sentieri del linguaggio sono il cammino verso la comprensione di noi stessi e del tutto. Parlare una lingua – o meglio esserne parlati, condotti, indirizzati mediante la sua struttura sintattico grammaticale, ma poi anche mediante la sua letteratura e infine mediante il fiore della sua poesia – è una prospettiva sul mondo e un progresso in quel cammino. Aprirsi a una lingua vuol dire scoprire una nuova poesia del mondo, ripetere il gesto del pioniere e dell’esploratore, inoltrarsi in un’avventura eccezionale che ci lega profondamente agli uomini quanto profondamente può stringerci il legame dell’essere stesso.


domenica 10 gennaio 2021

Capitol Hill: apologia di una visita non guidata. Epifania della democrazia … e della reazione

 


Il popolo oltre i leader

Il comizio “Save America” è finito. “Che ne dite se sfiliamo davanti al Campidoglio (la sede del Congresso americano a Washington)? Ma sì … già che ci siamo!”, si saranno detti gli americani convenuti nella capitale per ascoltare il loro presidente. Le parole che avevano sentito sicuramente si riferivano a una vittoria elettorale rubata. In effetti lo spettacolo cui si è assistito è stata la congiura di tutti i poteri forti d’America che hanno vinto la partita persa con la Clinton: da un lato raschiare il fondo del barile elettorale democratico, dall’altro provvedere con qualche aiutino di qua e di là, per sopperire a qualche assenza, a qualche voto mancante. Poi tanto ci sono i giornali, le tv, i Gates e gli Zuckemberg che premono, che legittimano, che trasformano le denunce dei brogli in vaneggiamenti di chi non vuole abbandonare la poltrona. Troppe poche guerre ha fatto Trump, troppo poco imperiale l’America di Trump, e dentro i confini economia in crescita fino alla tragedia del covid cinese, pochi aborti, poco peso ai deliri politicamente corretti … no, così non può andare! Trump parla alla folla, ma poi, in un sussulto di viltà borghese, non la guida al Campidoglio. La sua presenza là avrebbe avuto un senso. Se avesse voluto bloccare l’incursione, l’avrebbe potuto fare lui. Se l’avesse voluta guidare, l’avrebbe potuto fare lui. Invece ha preferito assentarsi. E il popolo ha fatto da sé.

 

Democrazia: identità di governanti e governati. Da Robespierre a Tocqueville e oltre

Che cos’è la democrazia? Certo è il “potere del popolo”. Fin troppo semplice. Ma questo potere non si realizza se non nell’ “identità dei governanti e dei governati”. Le stesse persone devono essere quelle che governano e quelle che sono governate. Quello che fa il governo non è nient’altro che quello che ciascuno farebbe nei confronti di se stesso. È un ideale che presuppone la capacità di ciascuno di autogovernarsi e l’assoluta onestà intellettuale del governante nello smettere di considerarsi tale, se non nei confronti di sé stesso. È un’utopia che presuppone la virtù. Ma siccome la virtù è, essa stessa, un’ideale regolativo e non si può dire mai acquisita, allora lo sforzo che bisogna compiere è quello di conquistarla. Ma siccome, oltre ad essere difficile, ci si mettono anche i refrattari, i nemici, coloro che lavorano-contro, coloro che preferiscono il Vizio…allora bisogna imporla: “Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. Si è detto da alcuni che il terrore era la forza del governo dispotico. Il vostro terrore rassomiglia dunque al dispotismo? Sì, ma come la spada che brilla nelle mani degli eroi della libertà assomiglia a quella della quale sono armati gli sgherri della tirannia. Che il despota governi pure con il terrore i suoi sudditi abbrutiti. Egli ha ragione, come despota. Domate pure con il terrore i nemici della libertà: e anche voi avrete ragione, come fondatori della Repubblica”.

Quale eco di puritanesimo selvaggio in queste parole di Robespierre[1]! Per chi ne coglie tutta l’inaudita violenza, l’unica soluzione è quella di rinunciare a questa democrazia e accettare il popolo per quello che è. Una democrazia che non sia selvaggia vuole pazienza e sopportazione, realismo e disincanto. Poi bisogna leggere Tocqueville e capire che cosa c’è di positivo nelle consuetudini americane, con i suoi pesi e contrappesi, con il suo associazionismo e i suoi corpi intermedi – invenzione dell’Ancien Régime -, senza rinunciare alla critica. Lo Stato è res populi, questo è il grande argomento democratico; le élites devono eccellere, questo è il grande argomento antidemocratico. La politica, nella tradizione euro-occidentale, si gioca entro questi due estremi.

 

La liturgia liberal-democratica, un’ipocrita conciliazione.

Il liberalismo è l’ideologia borghese della separazione dei poteri e del primato del legislativo. Si può dire con una certa approssimazione, che esso nasce nel Seicento dall’aspirazione dei nuovi ricchi ad avere spazio libero per fare i propri comodi economici, oltre e al di là della volontà del sovrano. Questa è la libertà. Questa è la lotta dei liberali contro l’autorità: una costante di tutti i tempi. I nostri regimi, le cosiddette democrazie occidentali, nascono invece da un compromesso del liberalismo vittorioso con le istanze popolari che ne avevano permesso il trionfo. La rivoluzione contro le monarchie era stata compiuta con l’ausilio necessario del popolo…almeno quello di Parigi, almeno quello cittadino più sensibile alle parole degli oratori che l’avevano saputo infiammare contro i despoti. Liberal-democrazia significa un sistema strettamente controllato dalle élites borghesi, ma legittimato dal consenso popolare. Il popolo, come diceva Schmitt, può solo dire di sì o di no…al resto pensano gli illuminati, i possidenti, i ricchi, i furbi, gli immanicati etc. Siccome questa realtà è ben prosaica, serve una liturgia. Il potere sempre ha le sue liturgie, ma da quando la monarchia è stata smascherata come dispotismo, da quando è stato per sempre denunciato l’inganno criminale del sempiterno connubio trono-altare, ogni liturgia avrebbe dovuto essere bandita. Il diritto umano dei popoli è infatti l’esatto contrario del diritto divino dei re. Allora le liturgie democratiche diventano una contraddizione in termini. Esse appaiono insopportabili, molto di più di quanto non lo fossero i rituali di corte dei re taumaturghi. La sacralità dei luoghi, per esempio delle aule parlamentari, le cerimonie di insediamento, le parate, gli inni, gli alzabandiera, le celebrazioni, i gesti rituali e ripetitivi dei rappresentanti del potere…tutto ciò a rigore non dovrebbe essere ammesso…tutto ciò è residuo del dispotismo: decorazioni e culti per coprire una realtà tanto, troppo prosaica.

 

Il popolo contro le liturgie liberali.

Di fronte a questo sopruso dispotico, il popolo si riprende i suoi diritti e chiede il divorzio dalle élites liberali, (questo è il populismo) le quali nel frattempo si sono fatte sempre più autoreferenziali, fino addirittura ad avere elaborato un linguaggio proprio, l’odioso politicamente corretto, che dai campus universitari, loro eletto luogo di riproduzione, vorrebbero che forzatamente fosse imposto a tutta la società. Il popolo si riprende i suoi diritti, anzitutto esteticamente. Trump non ha voluto guidarlo. Ebbene il popolo ha organizzato una visita non guidata nei luoghi del potere. Qualcuno potrebbe dire che quello non era il popolo in base a un discorso puramente quantitativo. Falso, come tutti i discorsi puramente quantitativi! Il popolo si distingue per qualità: esso non è l’élite borghese, ricca, pasciuta, decadente, laida e ipocrita; esso non è la canaglia, per esempio i black lives matter, fanatica, violenta, iconoclasta, manipolata con poche e ignobili parole d’ordine, ladra e assassina. Tra questi due estremi si situano coloro-che-non-hanno-potere, che aspirano a costruirsi la propria vita senza nuocere ad altri. Possiamo guardare con altezzoso sussiego a questa categoria di persone, così refrattaria alle parole d’ordine dello Zeitgeist, così fuori dalla storia, che vive, lavora, fa figli che vivranno, lavoreranno e faranno figli, sempre a rischio di finire triturati dal potere, dalla società, dalle leggi, dai buoni di turno, dai riformatori del mondo, dai difensori della Giustizia… ma la loro è la sostanza morale della storia e della vita, una sostanza che si muove solo quando il livello di sopportazione è superato e solo quando i buoni, i giusti, i democratici, i santi hanno veramente rotto le scatole!

Allora, oltre le democrazie teorizzate, pensate, progettate e regolarmente tradite, c’è una democrazia eterna, che dal basso del popolo-così-come-è e di coloro-che-non-hanno-potere si esprime in due modi: nell’acclamazione e nella rivolta. 1) L’assemblea riunita approva e mostra la sua volontà. Guai a contraddirla, guai a toccarla. 2) La folla riunita si è stufata e agisce.

Il secondo caso è quello americano. Le prime vittime della sua azione sono le decorazioni e i paramenti sacri del potere. Ecco che cosa è successo a Washington: il popolo entra nel tempio del potere liberale e para-democratico e disincanta, decostruisce, demistifica i simboli delle liturgie liberali con cui si usa raccontare la favoletta della sovranità popolare e della legalità democratica. Ricorda che a lui stesso appartiene il potere costituente e che tale prerogativa non può essere limitata e conculcata da nessuna delle istituzioni del potere costituito. Che non c’è legalità democratica che tenga a fronte della legittimità popolare.

 

La beffa dello Sciamano, una dissacrazione esteticamente sublime.

Come si esprime la rivolta? Con gesti. Non sono le esplosioni di rabbia plebea delle manifestazioni liberal (poi le verginelle del giornalismo à la page credono di essere acute quando domandano perché al Campidoglio non c’era lo stesso schieramento del Lincoln Memorial durante la sfilata dei black lives matter… domanda retorica, stupida o in malafede, cui bisogna subito rispondere non retoricamente: perché l’esperienza dice che la violenza isterica non appartiene al popolo, ma alla canaglia, e si vede subito quando c’è il popolo e quando la canaglia). Non è, dunque, il gesto violento dell’iconoclastia puritana, ma l’espressione ingenua di chi dice di no a un furto. Semplice: non si ruba. Semplice: se uno cerca di derubarti gli dici di no. Semplice: se questo indossa divise e paramenti sacri, lo si spoglia e gli si dice: il re (ladro) è nudo.

Come si annuncia la nudità del re? Con una modalità estetica. Abbiamo qualche immagine: Jake Angeli, lo sciamano, in pelliccia, corna di bisonte, catena al collo, faccia dipinta coi colori della bandiera, la stessa che impugna con orgoglio facendosi fotografare dallo scranno di Mike Pence, presidente del Senato e vicepresidente degli Stati uniti. Abbiamo Richard Barnett, detto Bigo, che appoggia le sue pesanti scarpe sulla scrivania di Nancy Pelosi e preleva dalla postazione una busta da lettera che regolarmente paga lasciando 25 centesimi. C’è un tizio, vestito da Batman, che a un certo punto si erge tra la folla (anche se sembra che l’immagine sia un fotomontaggio); c’è un signore in posa mentre solleva un piedistallo con il bassorilievo dorato di una stella della bandiera americana; c’è quello che gira con la bandiera sudista, simbolo degli sconfitti che sempre fa paura ai benpensanti; c’è il deputato della Virginia che cammina per le stanze del palazzo, dice il giornale, “come un turista in visita”, e ammonisce “niente vandalismi, mi raccomando”.

Le categorie che mi vengono subito in mente sono il kitsch e il sublime. Il kitsch per il moralizzante Baudrillard “si definisce di preferenza come pseudo-oggetto, vale a dire come simulazione, copia, oggetto artificiale, stereotipo, come povertà di significato reale e sovrabbondanza di segni, di riferimenti allegorici, di connotazioni disparate, come esaltazione del dettaglio e saturazione per mezzo dei dettagli"[2]. Per il più spregiudicato Zevi "Il kitsch è il linguaggio del nostro tempo. In un mondo in cui è la realtà stessa a dominare, nella sua immediatezza, eccentricità e diversità, il kitsch riesce ad esprimere questa ricchezza meglio di ogni altra tendenza". In questa eccentricità, elemento proprio del kitsch è il contrasto dell’opera con il suo contesto: il kitsch è fuori posto, è un oggetto sbagliato in sé, perché riprodotto, perché maldestra imitazione, perché di scarso valore e, infine, perché dis-locato e inopportuno. Ma Zevi parla anche di immediatezza e diversità. L’oggetto kitsch colpisce subito e salta all’occhio, è un pugno in un occhio. Ebbene, Jake lo sciamano, Batman e Bigo sono esattamente fuori posto e poi, come delle opere dozzinali, sono tremendamente ordinari dentro un ambiente eccezionale, dentro il giardino delle élite, gli umili giardinieri hanno rubato la scena ai gran signori della democrazia.

Ma dal kitsch al sublime il tratto è assai breve. Il sublime è fuori-forma, eccentrico, diverso … ma perché tende all’infinito: sublime matematico, dice Kant, infinitamente grande; sublime dinamico, infinitamente potente. Quando il limite della forma viene violato, quando la forma diventa angusta fino ad essere essa stessa kitsch per l’impossibilità di un rimando a un contenuto significativo, quando un’architettura simboleggia solo l’ordinaria manipolazione della realtà e la sistematica digestione e defecazione politicamente corretta degli ideali, allora il kitsch diventa sublime, perché dimostra che un altro modo di essere è possibile. Il travestimento dozzinale ed esibizionista, immesso dentro l’affettazione decadente e finto-classica di un palazzo della menzogna le cui colonne sorreggono il nulla di un potere che vige perché vige, è uno sputo che diventa una marea purificatrice. La forma affettata, la pura esteriorità, l’armonia solo apparente di un ordine che non risplende perché è ornamento dell’oscurità, kallopìsma òrfnes, il cinismo retorico in forma figurativa: tutto ciò viene sfondato dalla sublime differenza della semplicità ordinaria del vero, del carattere umano che si manifesta nell’immediato per ciò che è, dell’istinto popolare che proviene dal fango, humus degli uomini, ma puro e senza infingimenti.

Tutto ciò ha poi il sapore della beffa. Non importa quanto intenzionale. L’opera, il gesto è in sé beffardo. L’immissione di quel vino nuovo in otri vecchi è al tempo stesso una presa in giro di quella decrepitezza laida. I rozzi fan di Trump al Congresso sorridono e fanno sorridere come Trinità e Bambino in un ristorante di lusso. L’irruzione è gioiosamente menefreghista e si impone quasi dicendo al borghese scandalizzato con la boccuccia a culo di pollo: “Ecco, sono qui, adesso ti becchi la mia puzza e i miei modi rudi che irridono la tua presunta forza”, una forza che si manifesta ora come viltà, effeminata pruderie, raffinatezza vuota da basso impero, insignificanza e miseria travestita in abiti da grandeur… Il travestito sciamano mostra che gli habitués del luogo sono i veri travestiti, perché sono il nulla che si dà arie di grandezza. E infatti il senatore-tipo, al felice irrompere della festa popolare, ha paura e si nasconde sotto le sue poltrone, chiedendo protezione, frignando tutto il suo spavento, impallidendo della propria sordida impotenza.

Così lo scherzo funziona: “Guarda che non ti facciamo niente, smettila di fartela addosso, o gran rappresentate del popolo … guarda che il popolo è qui, non temere, stai tranquillo, sorridi, ci stiamo tutti divertendo”. E il senatore si riprende, salvo poi, alla fine di tutto, denunciare, denunciare che si è salvato per un pelo, denunciare che lo volevano rapire, denunciare che volevano fargli la bua!

Tutto ciò, come detto, trascende complessivamente le intenzioni e il carattere dei singoli: è un tutto che è più delle sue parti. Bisogna vedere l’evento nella sua totalità…un grande happening, un’opera d’arte che fa impallidire quelle di Christo. Un’opera d’arte sublime, fatta della vivente scultura degli uomini, di folle danzanti, di pitture e tattoo, di architetture rimodellate nella loro destinazione, di letteratura pop, di parole, musica e poesia…l’opera d’arte totale, l’arte dell’avvenire, direbbe Wagner. La perfetta consonanza dell’arte con la vita, una vita che si riprende i suoi diritti contro la forma morta, il situazionismo di una vita esuberante che vuole far festa, seppellendo con una risata la cadaverica arroganza di sinistri demagoghi e strateghi della struttura passatista dello status quo.

 

La festa e la morte: in ricordo di Ashli Babbit

Ogni Fiume ha il suo Natale di sangue, ogni festa politica ha la sua corrispondente tragedia. Non sembri sproporzionato il paragone con il lontanissimo e glorioso episodio dannunziano. D’altronde ogni analogia possiede una maior dissimilitudo e tante sono le differenze, a partire dall’enorme disparità di caratura dei leader: da una parte un poeta coraggioso fino all’eroismo che si mette sempre in prima fila, che ha fatto la guerra in prima persona, contribuendo fattivamente alla vittoria della sua patria,  che ha cultura sterminata e sensibilità profondissima, che vive nel culto della bellezza e che infine possiede un genio smisurato e inarrivabile; dall’altra un imprenditore di successo, ma senza grande levatura umana, senza grande coraggio, senza grande cultura, benché con tratti di autenticità, capacità di cogliere le esigenze delle masse e con un progetto di ricostruzione della sua nazione fedele alla storia e allo spirito profondo di quest’ultima. Diversi i capi, diversi i protagonisti, diversi anche i comprimari…non c’è molto da aggiungere…

Ma l’analogia è che in entrambi i casi la politica diventa occasione per una festa popolare che trasgredisce i confini della presunta santità delle istituzioni. Allora si mette a nudo l’insignificanza della classe politica e, con la leggerezza di una gita fuori porta, si genera scandalo nella comunità dei Cosimo Trombetta che detengono alte cariche ammnistrative dei rispettivi Paesi: Cagoia Nitti e Cagoia Biden o Cagoia Pelosi. È la messa in crisi del mondo dei cagoia. E allora certamente il pitale avvolto in un mazzo di rape, lanciato da Guido Keller, nudista già ritratto col tridente di Nettuno nelle spiagge di Fiume, sul palazzo del parlamento italiano, fa il paio che le corna di Jake Angeli e i 25 centesimi di Bigo Barnett… diversi contesti, stessa irriverente ironia, stesso effetto straniante rispetto alla mediocrità ladresca del potere costituito.

E la morte di una combattente (e qui non conta nulla il fatto che le guerre americane siano state tutte sbagliate) come Ashli Babbit nell’Epifania 2021 è certamente analoga a quella di altri combattenti nel Natale 1920. C’è sempre un generale Caviglia che fa il lavoro sporco e costringe altri a sparare. In questo caso gli altri erano dei poliziotti impreparati che hanno ucciso per paura, senza essere minacciati. Ashli stava entrando disarmata nei corridoi che portavano all’aula del Senato ed è stata assassinata dalla mediocrità alla cui imposizione si stava ribellando. È morta “amando l’America con tutto il cuore”,  dicono i giornali. È morta perché la politica può essere festa, ma è anche sangue, e il nemico deriso non perdona. Perché la politica riguarda i legami fra gli uomini, che quanto più si legano fra loro, tanto più si contrappongono ad altri. E se non c’è un’educazione al conflitto onorevole, se manca uno jus in bello, se manca un riconoscimento del diritto alla lotta, se manca la capacità di cogliere nella lotta ciò che è opportuno e ciò che non lo è, non ci si ferma al momento giusto e può capitare di uccidere così, per niente, per semplice, inutile, piccolo amor proprio. L’uccisore che ama se stesso, l’uccisa che ama l’America, nulla di nuovo sotto il sole!

Assieme ad Ashli Babbit, bisogna per ricordare anche altri tre morti, deceduti in circostanze meno chiare, subito attribuite dalla narrazione dominante a motivi fisiologici (infarto, ictus etc.). Sarà difficile rendere loro giustizia, oltre alla giustizia inerente a priori alla loro condizione e a quello che stavano facendo. Infine, c’è anche un morto tra la polizia. Anche in tal caso non è chiaro lo svolgimento dei fatti, sembra che abbia subito dei colpi durante una colluttazione con i manifestanti e che poi sia crollato una volta finito tutto e tornato in caserma. Anche lui si è sacrificato, anche lui fa parte dei migliori. In questo caso il sacrificio definisce la qualità umana (non la causa, ma la pena cui ci si sottopone assumendo i rischi della propria condizione, definisce il tipo di uomo che si è…). Cerchiamo di stare ben distanti dai pregiudizi law&order come da quelli ACAB… sempre orientati a giudicare gli uomini in base alle categorie cui appartengono e non in base all’agire e al patire!

 

Essere americani: antiamericanismo radical chic

Amare l’America…embeh? Che male c’è? Un americano che cosa dovrebbe fare? Dovrebbe forse fare come i surrealisti francesi che odiano tutto ciò che è francese? Come i comunisti tedeschi che odiano tutto ciò che è tedesco? Come i ricchi cosmopoliti di tutte le razze e di tutte le nazionalità, pronti a diventare cittadini dei loro paradisi fiscali? O dobbiamo giudicare una forma di rozzezza spaventosa e orripilante l’amore di un americano per l’America, per poi rivendicare la legittimità del nostro patriottismo? Forse perché l’America che noi vediamo è tutta dentro il range Steven Segal-Woody Allen e non è, invece, terra, vita, lingua, paesaggi, pensiero, arte: William Faulkner, Flannery O’Connor, Jack Keruac, Walt Withman, Thomas Stearns Eliot, Thomas Merton e, udite udite Ezra Pound?

Insomma, sarebbe ora di emanciparsi da quello sterile antiamericanismo snob che rivendica Il male americano o Il nemico principale come letture aristocratiche che avrebbero illuminato ciò che nessuno avrebbe capito, che cioè  gli USA sono una potenza imperialista da combattere sempre e comunque. Il ruolo deleterio dell’imperialismo statunitense è sotto gli occhi di tutti coloro che nel corso del Ventesimo secolo lo hanno subito. Ma un conto è ciò che gli USA fanno nei riguardi dei Paesi che ritengono sottomessi e inferiori, un conto è l’orribile e violenta ipocrisia di dominio della dottrina Monroe, contro cui è lecito scagliarsi con tutte le forze, altro conto è ciò che l’America è: una nazione, ciò una forma di vita che esprime l’infinita ricchezza dell’umano e che è un crimine perdere. Perché delle due l’una: o riteniamo l’ordinamento pluralistico del mondo come una ricchezza, oppure lo consideriamo un flagello. Nell’un caso siamo nazionalisti, nell’altro imperialisti. E se da imperialisti lottiamo contro l’imperialismo americano solo in nome di un altro utopico, più giusto, più santo imperialismo siamo ipocriti e puritani mascherati. Se in più  vediamo nelle più sincere manifestazioni popolari americane dei meeting di buzzurri, preferendo loro le criminali espressioni della canaglia antirazzista e politicamente corretta, che in tutto il mondo sono sempre le stesse, hanno sempre gli stessi simboli di morte, gli stessi insulsi slogan da servizio della CNN di terz’ordine … se va a loro la nostra preferenza, allora siamo noi i veri, autentici e più sinceri mondialisti…i più sinceri sostenitori dell’uomo a una dimensione, del regime orwelliano della fratellanza imposta, i più acritici fautori dell’avvento del kali yuga egualitario  e totalitario sulla Terra.

 

Vigliacchi di tutti i paesi, unitevi!!! Epifania della reazione.

Tra le avanguardie dell’età del ferro andiamo a collocare tutte le autorità dell’Occidente europeo che hanno avuto una reazione sinergica e concomitante: la condanna senza appello di un attacco alla democrazia. Ora, solo un soggetto stordito dal potere – il potere logora anche chi ce l’ha, e ciò accade anzitutto in interiore homine – può considerare antidemocratico il popolo che si raduna nella piazza e decide. Questa, viceversa, è l’origine, diretta, pura, essenziale della democrazia, di cui l’escamotage della rappresentanza è solo un pallido simulacro. Ma Emmanuel Macron si scandalizza e così fanno Boris Johnson e Angela Merkel, mentre chiudono a doppia mandata i loro armadi stracolmi di scheletri, e via via  seguono tutte le marionette delle burocrazie europee, esperte in totalitarismi per via amministrativa, aborti, eugenetica, commercio di uomini, inverni (e non primavere) arabi e insurrezioni teleguidate.

Venendo all’Italia, non sorprendono certo le reazioni della sinistra integrata, con i suoi interessi globali e le sue locali necrosi etico-politiche. Fanno, invece, veramente ribrezzo le posizioni dello schieramento (fintamente) opposto: dal titolo del “Giornale” di Berlusconi: “Non è la nostra destra”, agl’inopinati ragionamenti di Sallusti sulla “caduta del muro di Berlino per i sovranisti” e alla retromarcia di tutti i filoamericani di Forza Italia e della Lega, che hanno difeso pubblicamente i peggiori crimini della amministrazioni di Washington (dalle guerre dei Bush, a quelle di Clinton e Obama fino all’ultimo assassinio politico di Soleimani), per poi prendere le distanze a mezzo stampa dai fatti di Capitol Hill … insomma un generale e nemmeno celato badoglismo si è impossessato di tutto lo schieramento di centro-destra, assumendo peraltro l’argomento risibile della violenza, tema di sguazzo di certa sinistra strabica che immagina sempre e immancabilmente apocalissi di destra proiettando i suoi sadismi e le sue frustrazioni sul nemico politico. Sarebbe stato facile per Giorgia Meloni prendere  la posizione giusta, ma da quel che ho capito, il segretario di FdI appoggia Trump pur condannando l’irruzione nel Congresso: esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto fare, perché Trump - che ha ragione a lamentarsi dei brogli elettorali troppo facili con il voto per posta - ha detto a tutti: “Armiamoci e partite” e in ciò è indifendibile … e se la situazione è degenerata è stata anche colpa sua … Proviamo immaginare se lui stesso, al contrario, avesse accompagnato il suo popolo nelle stanze del potere – anche le sue – e avesse detto a tutti: “Questa è roba vostra, perciò vi ascoltiamo!!!” … e a chi si fosse ribellato in nome delle istituzioni e bla bla bla, avesse replicato: “Zitto, taci perché qui parla il popolo!” ... Sì va bene, si dirà, stiamo parlando di Trump, mica del Comandante… e il poeta è andato dove c’era la vita, senza temere la morte; Trump ha temuto la vita, stando ben lontano da ogni pericolo.

Così oltre a quella di Cristo Signore, a Capitol Hill il 6 gennaio si sono avute diverse epifanie, di diverso segno: l’epifania della democrazia liberale svelata nelle sue nudità di opera buffa; l’epifania della volontà popolare capace esprimere lo stile e di dare voce all’identità dell’America più profonda e vera; l’epifania della reazione e della ferocia liberal, la vendetta dei pavidi che non tarderà ad abbattersi sui colpevoli, anche attraverso una ben collaudata macchina del fango; infine l’epifania della reazione europea e italiana, sorpresa con i suoi comprimari, assai poco coraggiosi, nell’alacre lavoro a favore di un sinistro re di Prussia, quello di cui finiranno prima o poi per lamentare soprusi e ingiustizie liberticide.  

 

Solo una jacquerie

 

In fondo però è stata solo una jacquerie e i protagonisti erano solo dei Jacques Bonhomme, pronti a farsi reprimere dai loro padroni. I padroni, corretti e benvestiti, possono anzi manifestare per loro mezzo l’  angelicata voglia della quiete acquiescente che essi chiamano pace e che più correttamente sarebbe il cimitero della critica e della lotta e l’apologia di tutti gli appassimenti. Anche i professori che rivendicavano una più autentica genuinità rivoluzionaria lo hanno detto: è l’estrema destra degli idioti. Con il suo gesto inconsulto tale idiozia ha seppellito tutti i progetti delle destre rispettabili, che tanto somigliano alle loro controparti di sinistra.

Felice idiozia, mi viene da replicare, quella che porta un lampo di luce e la voce troppo semplice dei Forrest Gump di Capitol Hill a cantare per un momento di gioia vera, che fa balenare per un momento strade divergenti, mondi possibili, aule sorde e grigie che diventano concerti di musica country.

 

 

 

 

 

 



[1]Discorso pronunciato il 18 piovoso, anno II (5 febbraio 1794). Il testo originale è in Oeuvres de Maximilien Robespierre, Société des études robespierristes, Parigi, 1961-1967, a cura, fra gli altri, di Marc Bouloiseau, Georges Lefebvre e Albert Soboul, v. X, pp. 350-366; il testo italiano è in Maximilien Robespierre, La rivoluzione giacobina, a cura di Umberto Cerroni, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 158-181.

[2] In V. Torselli, Il kitsch, “Artonweb. Punti di vista sull’arte”