venerdì 12 luglio 2019

Due articoli di "Famiglia Cristiana" a confronto

MONSIGNOR VINCENZO PAGLIA: «VINCENT LAMBERT, NEL DRAMMA IL CONFLITTO NON AIUTA»
10/07/2019
 Il caso Lambert e gli altri, vicende complesse dai molti e delicati risvolti

Venerdì 28 giugno la Corte di Cassazione francese si è pronunciata contro il divieto di sospendere alimentazione e idratazione artificiali a Vincent Lambert. Un divieto deliberato dalla Corte d’Appello in seguito alla richiesta del Comitato internazionale dei diritti delle persone portatrici di handicap (Cidph) dell’Onu, interpellato dagli avvocati dei genitori del paziente. L’affannoso rincorrersi di ripetuti ordini e contrordini da parte autorevoli assise giuridiche indica con chiarezza la difficoltà della situazione. Il dramma di Vincent Lambert ha assunto una risonanza mediatica e una portata simbolica che supera la singolarità della sua situazione. Si intrecciano molteplici piani: familiare, medico, giuridico, politico, comunicativo. Tutto ciò rende molto delicata l’elaborazione di un giudizio etico, anche perché le informazioni cliniche sono assai complesse e non direttamente accessibili in tutti i loro dettagli.

I VESCOVI FRANCESI
Dal canto suo, la Conferenza episcopale francese ha sottolineato di non avere la competenza per esprimersi sul caso specifico, evitando di sostituirsi alla coscienza di coloro cui spetta la decisione, ma fornendo piuttosto il proprio contributo per istruire il cammino che conduce al giudizio. Si è pertanto limitata ad alcune considerazioni generali, senza la pretesa di entrare nella valutazione del caso concreto, anche per l’impossibilità di disporre di tutta l’informazione necessaria. Il doloroso conflitto familiare circa l’ipotesi di sospendere alimentazione e idratazione artificiali, essendo precluso l’accesso alla volontà del paziente – elemento indispensabile per la valutazione della proporzionalità delle cure –, ha condotto a una situazione di stallo che dura ormai da anni. La questione etica si intreccia poi con la sfera giuridica. Il ricorso alle vie legali ha irrigidito ed esasperato il conflitto. Senza entrare nei tecnicismi della sentenza, possiamo dire che la Cassazione ha ritenuto la scelta della sospensione, a cui in medici erano giunti dopo una accurata valutazione collegiale, compatibile con la legge vigente in Francia. Ma in questa lunga e logorante polemica, la contrapposizione ha invaso la sfera pubblica, con ampie risonanze mediatiche, prendendo la fisionomia di una battaglia tra chi è favorevole e chi è contrario all’eutanasia. I vescovi hanno anzitutto riaffermato con chiarezza la negatività di questa pratica. Inoltre hanno richiamato l’importanza dell’attenzione al più debole per la costruzione della convivenza sociale. E hanno messo in luce la ricaduta che la scelta di interrompere il trattamento può avere su coloro che si trovano in analoghe situazioni (circa 1.700 persone in Francia), per le loro famiglie e per il personale sanitario. Una osservazione particolarmente pertinente.

TRA MEDICINA, DIRITTO E CULTURA
 
Del resto, anche altre recenti vicende, come quella di Alfie Evans in Inghilterra e di Noa Pathoven in Olanda, hanno profondamente turbato e diviso l’opinione pubblica oltre i confini dei rispettivi Paesi. Va sottolineato che si tratta di situazioni molto diverse e non comparabili, per motivi sia clinici sia esistenziali. Ma esse condividono alcuni tratti comuni. Da una parte, il fatto che sono in gioco decisioni che riguardano la vita e la morte, rendendo conflittuale la definizione di chi ha titolo per operare tali scelte: la persona malata, i familiari, i medici, i giudici. Dall’altra, i mezzi sempre più potenti di cui dispone la medicina, che sollevano con frequenza crescente l’interrogativo sulla limitazione dei trattamenti. Queste vicende ci richiedono quindi di precisare e di approfondire il ruolo e il senso delle cure mediche e dei criteri che presiedono al loro impiego. Papa Francesco ci ha peraltro ricordato che occorre evitare un indiscriminato prolungamento delle funzioni biologiche, perdendo di vista il bene integrale della persona (Discorso al Convegno sul suicidio assistito della Associazione medica mondiale, 16 novembre 2017Ž). Davanti a queste drammatiche lacerazioni, si tratta di assumere anzitutto un atteggiamento di raccoglimento e di preghiera vicendevole, perché si possano trovare vie di comunicazione che favoriscano la riconciliazione più che la controversia, sul piano familiare e sociale. Dovremmo inoltre evitare di affidare la soluzione solo a un gesto tecnico o giuridico per cercare insieme un accordo più ampio possibile. È un cammino che richiede impegno non solo personale, ma anche collettivo, per elaborare quel senso della vita che la sofferenza mette in questione e per far fronte al limite radicale che la morte rappresenta. Si tratta di risvegliare le forze che la cultura ha sempre mobilitato nella storia dell’umanità, in tutte le sue espressioni simboliche, da quelle artistiche a quelle religiose, offrendo ragioni per vivere. Solo una più diffusa e profonda formazione delle coscienze potrà prepararci a decisioni così drammatiche e complesse. Nella consapevolezza che mai nessuno deve essere abbandonato. Sempre, invece, deve essere accompagnato dall’amore. Che sconfigge anche la morte.
MONSIGNOR VINCENZO PAGLIA: «GESU’ DI NAZARETH, NEL DRAMMA IL CONFLITTO NON AIUTA»
15 nisan, 33
 Il caso del Nazareno e gli altri, vicende complesse dai molti e delicati risvolti

Venerdì 14 nisan la Corte di Cassazione romana si è pronunciata contro il divieto al Sinedrio di comminare pene di morte per crocifissione a coloro che il sommo sacerdote considera eretici e bestemmiatori. Un divieto deliberato dal Senato stesso in seguito alla richiesta di diversi prefetti delle colonie relativi al trattamento delle questioni religiose interne, interpellato dagli avvocati della famiglia e dei discepoli dell’accusato. L’affannoso rincorrersi di ripetuti ordini e contrordini da parte autorevoli assise giuridiche (Caifa, Erode,  Pilato) indica con chiarezza la difficoltà della situazione. Il dramma di Gesù Nazareno ha assunto una risonanza mediatica e una portata simbolica che supera la singolarità della sua situazione. Si intrecciano molteplici piani: familiare, religioso, giuridico, politico, comunicativo. Tutto ciò rende molto delicata l’elaborazione di un giudizio etico, anche perché le informazioni sull’accaduto sono assai complesse e non direttamente accessibili in tutti i loro dettagli.

I VESCOVI PALESTINESI
Dal canto suo, la Conferenza episcopale palestinese ha sottolineato di non avere la competenza per esprimersi sul caso specifico, evitando di sostituirsi alla coscienza di coloro cui spetta la decisione, ma fornendo piuttosto il proprio contributo per istruire il cammino che conduce al giudizio. Si è pertanto limitata ad alcune considerazioni generali, senza la pretesa di entrare nella valutazione del caso concreto, anche per l’impossibilità di disporre di tutta l’informazione necessaria. Il doloroso conflitto nella comunità giudaica circa l’ipotesi di torturare e crocifiggere Gesù, essendo precluso l’accesso alla volontà del Padre (alla quale comunque il reo si è consegnato) – elemento indispensabile per la valutazione della proporzionalità della pena –, ha condotto a una situazione di stallo che dura ormai da anni. La questione etica si intreccia poi con la sfera giuridica. Il ricorso alle vie legali ha irrigidito ed esasperato il conflitto. Senza entrare nei tecnicismi della sentenza, possiamo dire che Roma ha ritenuto la scelta della crocifissione, a cui i giudei erano giunti dopo una accurata valutazione collegiale, compatibile con la legge vigente in Israele. Ma in questa lunga e logorante polemica, la contrapposizione ha invaso la sfera pubblica, con ampie risonanze mediatiche, prendendo la fisionomia di una battaglia tra chi è favorevole e chi è contrario alla croce. I vescovi hanno anzitutto riaffermato con chiarezza la negatività di questa pratica. Inoltre hanno richiamato l’importanza dell’attenzione al più debole per la costruzione della convivenza sociale. E hanno messo in luce la ricaduta che la scelta di elevare l’eretico può avere su coloro che si trovano in analoghe situazioni (circa 1.700 zeloti solo in Giudea), per le loro famiglie e per il personale di guardia romano. Una osservazione particolarmente pertinente.

TRA TEOLOGIA, DIRITTO E CULTURA
 
Del resto, anche altre recenti vicende, come quella di Giuda il Galileo sempre in Palestina, e, sebbene un po’ più datata, di Spartaco a Roma, hanno profondamente turbato e diviso l’opinione pubblica oltre i confini dei rispettivi Paesi. Va sottolineato che si tratta di situazioni molto diverse e non comparabili, per motivi sia religiosi, sia esistenziali. Ma esse condividono alcuni tratti comuni. Da una parte, il fatto che sono in gioco decisioni che riguardano la vita e la morte, rendendo conflittuale la definizione di chi ha, lo jus gladii, cioè il titolo per operare tali scelte: il prefetto, i consoli, i giudici, i sacerdoti, le autorità locali della comunità di appartenenza. Dall’altra, i mezzi sempre più potenti di cui dispone la burocrazia imperiale, che sollevano con frequenza crescente l’interrogativo sulla limitazione delle sue prerogative. Queste vicende ci richiedono quindi di precisare e di approfondire il ruolo e il senso delle valutazioni teologiche e giuridiche e dei criteri che presiedono alla loro esecutività. Papa Francesco ci ha peraltro ricordato che occorre evitare un indiscriminato prolungamento delle predicazioni itineranti, perdendo di vista il bene integrale della comunità giudaica (Discorso al Convegno sulla crocifissione assistita dell’Associazione mondiale “Il Cireneo”, Pesah 32). Davanti a queste drammatiche lacerazioni, si tratta di assumere anzitutto un atteggiamento di raccoglimento e di preghiera vicendevole, perché si possano trovare vie di comunicazione che favoriscano la riconciliazione più che la controversia, sul piano religioso e comunitario. Dovremmo inoltre evitare di affidare la soluzione solo a un gesto tecnico o giuridico per cercare insieme un accordo più ampio possibile. È un cammino che richiede impegno non solo personale, ma anche collettivo, per elaborare quel senso della vita che la sofferenza mette in questione e per far fronte al limite radicale che la morte in croce rappresenta. Si tratta di risvegliare le forze che la cultura ha sempre mobilitato nella storia dell’umanità, in tutte le sue espressioni simboliche, da quelle artistiche a quelle religiose, offrendo ragioni per vivere. Solo una più diffusa e profonda formazione delle coscienze potrà prepararci a decisioni così drammatiche e complesse. Nella consapevolezza che mai nessuno deve essere abbandonato. Sempre, invece, deve essere accompagnato dall’amore. Che sconfigge anche la morte.

Assassini di tutto il mondo unitevi!



Quando ho sentito della morte di Vincent Lambert, dopo una terribile agonia che si  è “meritato” per il suo essere disabile, avevo intenzione di scrivere un pezzo intitolandolo “Francia assassina”… Sarebbe stato significativo, e in certa misura giusto, sottolineare che Lambert è stato condannato dalle istituzioni mediche e politico-giudiziarie francesi, quelle stesse che avrebbero dovuto difendere strenuamente il suo diritto a vivere, nonostante il grave handicap e le condizioni minime di coscienza. Quelle stesse istituzioni avrebbero dovuto impedire in ogni modo che un qualsiasi aguzzino avesse potuto sfogare il suo sadismo, infliggendogli l’orribile tortura di una morte per sete e per fame. Ma non è stato così. Il ruolo del “qualsiasi aguzzino” è stato ricoperto proprio dalle leggi e dagli uomini che avevano il dovere di proteggerlo. Quindi mai come in questo caso si sarebbe potuto parlare di un “Francia assassina”. Poi mi è venuto in mente che, purtroppo, casi come quelli di Lambert non sono nuovi in occidente e forse nel mondo, si pensi solo alla povera Eluana Englaro. Vale a dire che, a pensarci bene, esiste un peculiare internazionalismo della morte, che in modo ideologico e ipocrita si ammanta di motivi umanitari – “evitare che si viva una vita non degna di essere vissuta” (ma chi decide quando una vita è degna?) – e che si sta via via capillarmente realizzando. La forza degli internazionalismi è  nella loro astrattezza. Il loro odio per il particolare, il concreto, lo specifico, la loro lotta contro le appartenenze che sono la condizione reale dell’umanità, che non si dà mai come genere puro, ma come qualcosa di incarnato qui ed ora: tutto ciò ha un fascino. Si tratta della possibilità di semplificare, di costruire discorsi economici con poche proposizioni che valgono per tutti; si tratta di annegare le differenze nel mare dell’indistinto,  di confondere i propri difetti nella melassa dolciastra dove tutti siamo uguali; si tratta di quello sguardo superficiale e facile che nella notte acquisisce la certezza granitica che tutte le vacche sono nere. Questo fascino dell’indistinto è anche ciò che permette di classificare le esistenze, misurandole sulla base di parametri generali: la coscienza, le reazioni agli stimoli, i livelli di autosufficienza biologica, i criteri di interazioni sociale, Non c’è il minimo tentativo di entrare in empatia profonda con il fatto abissale che “quello lì” è una storia irripetibile di valore infinito, una storia che nessuno ha il diritto di interrompere. Non c’è alcun pudore di fronte al mistero di un’esistenza che, nella felicità come nel dolore, non può mai essere qualcosa di disponibile e manipolabile. Fermarsi alle soglie di quest’alterità particolare, insondabile, irriproducibile, e perciò infinitamente preziosa, è operazione che comporta una grandissima perdita di tempo e di energie, direi quasi uno spreco. Non è cosa che la società accelerata dell’efficienza produttiva e del godimento istantaneo può permettersi. Smettiamo di dire la verità consolatoria e confessionale che la vita appartiene a Dio. Tale verità certissima in questi casi va taciuta. Perché dà l’impressione che solo una minoranza nella società può difendere la vita, che la lotta per la vita è cosa di una fazione, che peraltro fa appello a una presa di posizione apodittica sulla realtà, come quella della fede. L’approccio che fu di Cristo alla verità interna della persona umana deve invece essere di tutti ed è la sola cosa razionale,  la sola cosa universalmente esigibile. All’universalismo astratto della morte, al suo internazionalismo che globalizza la crudeltà indifferente e superficiale, e che perciò è veramente apodittico, bisogna opporre  l’universalismo della differenza personale, dell’appartenenza di ciascuno al proprio insondabile mistero, alla propria insondabile storia che si intreccia con la storia del prossimo, il quale a sua volta è chiamato a sentirla sua e ad averne il rispetto che deve a se stesso e al suo proprio mistero. I crimini della Francia sono dunque i nostri, ogniqualvolta lasciamo spazio ai suoi mortali princìpi e non sappiamo rivolgerci alla ragione … l’omicidio di Stato che si è consumato contro Vincent Lambert è un omicidio-mondo …

martedì 25 giugno 2019

Ricardo Moreno Castillo contro la scuola "inclusiva"


Presento qui la traduzione dell'interessantissima conferenza del professor Ricardo Moreno Castillo (già docente di Matematica nei licei e di Storia della matematica all'Università Complutense di Madrid) intitolata: En contra de una escuela inclusiva (Contro una scuola inclusiva),  tenutasi il 25 novembre 2017 a Barcellona in occasione della VI giornata della Secondaria, organizzata dal sindacato della scuola ASPEC-SPS (l'intervento è reperibile in lingua originale sul web, chiedo scusa preventivamente per eventuali imprecisioni nella resa in lingua italiana). Credo che le idee di Ricardo Moreno Castillo vadano nella giusta direzione critica rispetto alle mode pedagogiche dominanti e ne sottolineino le enormi debolezze. Per questo rappresentano una provocazione da accogliere anche per noi italiani: anzi il fatto che un discorso che prende a oggetto la situazione spagnola si attagli così bene alla realtà del nostro Paese dimostra come la globalizzazione delle follie del pedagogicamente corretto sia un processo in fase di preoccupante avanzamento. Ciò rende ancor più urgente lo sforzo del pensiero per contrapporre la sincera ricerca della verità dell' insegnamento ai costruttivismi e alle ingegnerie didattiche che distruggono la scuola dalle fondamenta. La prossima pubblicazione di una serie di saggi (che andrà a far parte della collana Controcorrente, saggi contro la deriva antropologica), in collaborazione con il collega filosofo Alessandro Benigni e con una piccola squadra di valenti studiosi, apporterà nuovi contributi a nuovo materiali per riflettere e approfondire la questione dell'educazione. Dunque si tratta qui di un'anticipazione, diremmo di un antipasto - e, direi, particolarmente appetitoso -  in attesa del confezionamento di un sostanzioso pranzo. Buona lettura!

Il titolo della conferenza può sembrare reazionario e politicamente scorretto. E in effetti sarebbe reazionario se fosse l'espressione di un desiderio, ma non è così. È la verifica di ciò che a mio avviso è un’impossibilità. Non vi è dubbio che l'istruzione obbligatoria sarebbe auspicabile fino all'età di diciotto anni, dalla quale sarebbe bello che tutti si congedassero con una solida formazione scientifica e umanistica, dominando il latino e un paio di lingue moderne. Sarebbe bello, ma sappiamo che non è possibile. Non tutti hanno l'intelligenza e la capacità di lavorare per questo. E se ci sforziamo di raggiungere l'impossibile, spendiamo  tempo, risorse ed energie che sarebbero meglio spesi nel realizzare ciò che è possibile. Sarebbe come dirottare parte delle risorse dedicate alla ricerca medica per creare una pozione che garantisca l'immortalità. Non solo non si otterrebbe l'immortalità, ma il comparto della sanità regredirebbe se lasciato con meno risorse. Quindi vorrei che, prima di squalificare questo discorso come reazionario e retrogrado, riflettessimo attentamente sugli argomenti che seguiranno. Posso sbagliarmi, naturalmente, e l'immortalità potrebbe essere possibile, ma finché non mi si convince di tale possibilità, è assurdo chiamare reazionario me e chi pensa che la morte sia inevitabile.
 Inoltre, l'argomento di cui ci occuperemo è più ampio di quello che indica il titolo, poiché l'alternativa tra scuola inclusiva ed esclusiva non è più che una manifestazione di altri dilemmi che a loro volta non sono  che la naturale conseguenza della stessa finitudine del mondo e della condizione umana. E questa finitezza genera tre limitazioni estremamente dolorose la cui negazione in nome del politicamente corretto porta solo a utopie e a deliri irrealizzabili. Le tre limitazioni sono le seguenti:
1. Tutte le possibilità sono un limite.
2. L'uguaglianza di opportunità genera disuguaglianze.
3. La libertà e l'uguaglianza sono quasi sempre ciascuna il limite dell'altra.
La prima limitazione è molto antica, e si spiega assai bene alla luce della parabola usata da Kant per illustrare in che modo il linguaggio, che ci permette di pensare, costituisca per noi anche un limite. Al di là di esso non possiamo pensare. Un piccione volò con difficoltà perché era controvento e pensò: "Se non ci fosse aria, potrei volare più liberamente". No, se non ci fosse aria non potrebbe volare in nessun modo. La stessa aria che rende possibile il volo, lo rende anche difficile. Chesterton spiega la stessa cosa con un'altra similitudine molto geniale: "Mi piacciono tanto le finestre che riempiono il muro di finestre. Ma se apro molte finestre, ho finito i muri, e poi ho finito le finestre". Lo stesso muro in cui è possibile aprire le finestre ci impedisce di aprirne troppe. Pensa a una locomotiva o a una macchina. L'attrito ostacola il movimento delle ruote e degli ingranaggi, e per questo motivo lo attenuiamo lubrificando i secondi e facendo circolare i primi su rotaie. Ora, se otteniamo un attrito pari a zero, la locomotiva non si muoverà: le sue ruote slitterebbero e anche l'avanzamento sarebbe nullo. L'attrito rende possibile il movimento ma lo limita. Ricordiamo quei problemi che abbiamo risolto da bambini: "Se dieci operai fanno una casa in un anno, quanto tempo ci metteranno trenta operai?" La casa sarebbe finita in circa quattro mesi. Più lavoratori, meno tempo. Ora, seguendo lo stesso modello matematico, arriveremmo a mille operai che farebbero la casa in meno di quattro giorni. E sappiamo che non è così, un migliaio di operai non finirebbero la casa né tra quattro giorni né tra cento anni, perché si ostacolerebbero l'uno con l'altro.  Per faciltare e  abbreviare il lavoro si può aumentare il numero dei lavoratori, ma solo in una certa misura, oltre la quale lo si rende impossibile.
 Un mio conoscente, fervente sostenitore dell'uguaglianza, ha incontrato questo problema. Volevo costruire una casa e tra i disoccupati c’erano migliaia di lavoratori disponibili. Calcolò che se avesse assunto i trenta più competenti, la casa sarebbe stata pronta in quattro mesi. Ma, a pensarci bene, si accorse  che avrebbe discriminato gli altri novecentosettantatrè e che, inoltre, assumere i migliori avrebbe significato perseguire l'eccellenza,  cadere in una forma di elitarismo e promuovere la competitività tra i lavoratori edili. Quindi decise di assumere tutti e mille i lavoratori. Dopo alcune settimane i soldi finirono, la casa non era stata avviata e i mille lavoratori tornarono alla disoccupazione. Né il tempo comunque impiegato al lavoro li aveva aiutati a migliorare la loro esperienza professionale, poiché aver collaborato alla costruzione di una casa che non è mai stata costruita non sembra migliorare il curriculum di nessuno. Ho fatto notare al mio amico che era stato lasciato senza casa e senza un soldo, e se aveva fatto ciò per mantenere la propria immagine di persona progredita, nemica di ogni elitarismo e discriminazione, il prezzo era stato molto alto. "Ma  costruire la casa", mi ha detto "non era l'obiettivo principale, l'importante era che nessuno si sentisse discriminato". "Sì, certo," ho risposto, "ma ti è costato un sacco di soldi". "Beh, in realtà la casa non era per me, sarebbe stata la sede di un’associazione, quindi il denaro non era il mio, era venuto da una sovvenzione". "Ora capisco molto meglio: hai speso un sacco di soldi per mantenere il grande concetto di te stesso come di un individuo meraviglioso e progressista". "Non è quello", ha risposto, "è che i soldi di tutti non possono essere usati per discriminare". Il mio amico era un nemico acerrimo dell’esclusione e un deciso avversario dell’elitarismo e dell’ eccellenza, non v’è dubbio, ma essere coerente con le sue idee lo ha portato a  trasformare una sovvenzione per costruire una casa  in qualcosa che è giunta al risultato che la casa non è stata mai costruita. E, naturalmente, non gli è venuto in mente che aveva discriminato quelli che avrebbero dovuto essere i beneficiari della sede associativa, che ne erano stati privati. Il risultato nemmeno gli ha fatto mettere in discussione le sue idee, piuttosto al contrario, lo ha indotto a gonfiarsi e a vantarsi della sua coerenza e radicalità e, naturalmente, a dare la colpa agli altri: il problema era che la sovvenzione era scarsa e si sarebbe dovuto investire di più in questo tipo di locali di uso comune. Che il fallimento avrebbe potuto essere dovuto alla sua stupidità e alla sua cattiva gestione del denaro ricevuto non gli è nemmeno passato per l’anticamera del cervello.
 Uno dei guru della pedagogia di oggi, il professor Santos Guerra, ha confermato la stupidità che sto denunciando in un articolo pubblicato nella rivista “Trabajadores de la enseñanza” , nel quale, tra le altre assurdità, si può leggere la seguente: "Gli studenti e le studentesse hanno diritto all'istruzione. E hanno anche il diritto al successo nell'istruzione ". Circa il primo punto sono d'accordo, ma per quanto riguarda il secondo? Se non ottengo successo perché non frequento le lezioni, non faccio i compiti, non studio, darò la colpa a qualcuno? Un buon insegnamento, logicamente, esclude coloro che non vogliono approfittarne, così come una buona salute pubblica esclude coloro che non obbediscono ai medici. Se ho una malattia e sto peggiorando perché rifiuto di obbedire ai medici, criticherò l'assistenza sanitaria dicendo che mi “esclude”? Un po 'di buonsenso, per favore. Nessuno è guarito senza metterci del suo, perché a nessuno piace essere privato del piacere del tabacco o delle bevande alcoliche, né piace che un chirurgo  apra la pancia, o che un infermiere faccia iniezioni dolorose. Subire tutto ciò richiede uno sforzo da parte del paziente che nessuno può fare al suo posto. Ovviamente parlare dello sforzo del paziente per raggiungere il successo nella salute potrebbe condurre, secondo l'opinione di alcune anime candide, ad una sanità punitiva e repressiva, sarebbe come tornare a Franco. Non è uno scherzo: in qualche altro blog si può leggere che la pedagogia dello sforzo significa  tornare a Franco. E questo accade in tutte i campi della vita, e con questo vado a introdurre il senso del secondo limite: l'uguaglianza di opportunità. Essa, malgrado sia una gran cosa, inciampa a sua volta in un limite: la libertà di tutti noi di approfittare o meno delle opportunità, una libertà che inevitabilmente genera disuguaglianze. Se sopprimiamo i conservatòri e proibiamo l'educazione musicale otterremo l'uguaglianza: saremo tutti ugualmente ignoranti di musica, e nessuno avrà motivi per invidiare qualcuno perché suona molto bene uno strumento. Naturalmente, ciò avrebbe il costo di limitare la libertà di coloro che vorrebbero dedicarsi alla musica, che non potrebbero farlo. Se concedessimo tale libertà e aprissimo conservatòri in cui chiunque potesse iscriversi, otterremmo già una disuguaglianza di risultati: alcuni avrebbero più competenze di altri, e tra quelli che le possiedono, non tutti avrebbero la determinazione e la forza di volontà di fare pratica ogni giorno . A meno che, naturalmente, per recuperare l'uguaglianza sia richiesto dalla legge a tutti di iscriversi in un conservatorio, ma poi coloro che ne hanno la gestione, utilizzando la forza, non lasceranno che chi ha possibilità e voglia impari nella misura di tali qualità. Inoltre, a coloro che lo richiedono, bisognerà insegnare molto poco, perché non capiti di cadere nell'elitarismo di privilegiare i figli dei musicisti, che già arrivano con qualche vantaggio. E torniamo all'uguaglianza iniziale: nessuno impara la musica, come se non ci fossero conservatori. Solo che quell'ignoranza musicale che avrebbe potuto essere raggiunta senza spendere nulla nei conservatòri, è costata un sacco di soldi, come la casa che non è mai stata costruita. Non sembra un modo molto sano per gestire le risorse pubbliche. E questo rimanda al terzo limite prima citato: libertà e uguaglianza sono ciascuna la frontiera dell’altra. Quasi tutti i progressi di una di loro sono a scapito dell'altra. E questo accade anche con la libertà di espressione. Quando una dittatura comprime la libertà di espressione, tutti i cittadini sono uguali. L'intelligente e il pazzo non si distinguono l'uno dall'altro. Le idee circolano clandestinamente, sensate e assurde, a misura del fascino del proibito. Al contrario una volta conseguita la libertà di espressione, la differenza tra idee ragionevoli e deliranti si fa evidente ed è chiaro che lottare per il diritto di esprimere liberamente le proprie idee, ancorché sia qualcosa di eroico e lodevole, è intellettualmente più facile e meno impegnativo che avere idee.  E si fa anche evidente la differenza tra coloro che sono rimasti in silenzio a causa della censura e quelli che sono rimasti in silenzio perché non avevano nulla da dire. È l’ineguaglianza, in breve, tra l'intelligente e lo sciocco. Quest’ultimo può mascherare la propria condizione molto più facilmente in assenza di libertà di espressione. Tale alternativa, terribile ed esclusiva ma inevitabile, è ben spiegata dal filosofo Karl Popper nella sua Ricerca senza fine (una sorta di autobiografia intellettuale):
 "Se potesse esistere qualcosa come il socialismo combinato con la libertà individuale, sarebbe comunque socialista. Perché non può esserci niente di meglio che vivere una vita libera, modesta e semplice in una società egualitaria. Mi c'è voluto del tempo per riconoscere che questo non è altro che un bel sogno: che la libertà è più importante l'uguaglianza; che il tentativo di realizzare l'uguaglianza mette in pericolo la libertà; e che se la libertà è perduta, nemmeno vi potrà essere uguaglianza tra coloro che non sono liberi".
E cosa c'entra questo con l'educazione? Ha a che fare con il fatto che l'educazione inclusiva ed egualitaria di cui soffriamo vive a spese di una legittima libertà: la libertà di coloro che vorrebbero e potrebbero accedere a un lungo e rigoroso percorso di scuola superiore, la libertà di coloro che vorrebbero andare a scuola per imparare le cose e non per “essere felici” o “controllare le emozioni”, la libertà di coloro che vogliono davvero imparare e non “imparare ad imparare”. Il nostro sistema educativo limita, schiaccia e rimuove questa libertà, e le vittime più vulnerabili di questa soppressione sono gli studenti delle famiglie più svantaggiate che se non imparano a scuola, non imparano da nessuna parte.Ora andrò ad analizzare un'obiezione che mi è stata rivolta molte volte: il concetto di pari opportunità è in realtà fuorviante. Infatti una formazione solida esclude coloro che hanno meno risorse perché la mancanza di un ambiente favorevole e di aiuto a casa rende difficile per loro seguire le lezioni con lo stesso beneficio di coloro che hanno tali aiuti, il cui punto di partenza è già più avanzato. Questo è vero solo in parte e dirò il perché: abbassare il livello di conoscenza non diminuisce le differenze, al contrario, le amplia. Pensiamo a un corso professionale in cui vengono formati futuri elettricisti. Si presume che gli studenti debbano essere condotti a lavorare affinché diventino buoni artigiani dell'elettricità. Questo sembra un assunto di buon senso. Ma c'è un'obiezione: ciò sarebbe vantaggioso per colui che è il figlio di un elettricista, che ha visto lavorare suo padre, che già conosce qualcosa del mestiere e parte con vantaggio sui suoi compagni. Dunque se qualcuno approfitta delle possibilità date dalla famiglia per imparare un mestiere, sarà meglio per lui. Tuttavia se nell'interesse dell’uguaglianza si abbassano  il livello del lavoro e le richieste del corso, si ottiene solo che tutti perderanno tempo e che il titolo ottenuto alla fine non sia altro che carta straccia. Perché uno non possa godere di un vantaggio, ognuno viene danneggiato senza beneficiare nessuno. E quel che è peggio, le disuguaglianze che si volevano eliminare vengono accentuate. Perché al figlio dell'elettricista sarà mostrato da suo padre ciò che non è stato insegnato nel corso, mentre gli altri avranno definitivamente perso la possibilità di diventare buoni professionisti dell'elettricità. Sì, non hanno dovuto lottare per imparare nel corso quello non potevano imparare fuori, perché il fatto di sforzarsi è qualcosa di molto traumatico. Così la piccola differenza iniziale è diventata un abisso incolmabile. Voler equiparare, abbassando le richieste, coloro che provengono da genitori con studi a coloro che tali genitori non hanno, danneggia più questi ultimi che non i primi. Se coloro che non dispongono di sostegno a casa non lo trovano nemmeno al liceo, perché non li si fa studiare né si inculca loro l’abitudine allo sforzo, questi si perdono per sempre, e per quanto sia intelligente un figlio di genitori analfabeti, e per quanto sia sciocco e ozioso il figlio di una famiglia più acculturata,  il primo starà sempre sotto il secondo. Quello che il povero non impara alle superiori non può essere imparato da nessuna parte, e solo in un sistema di insegnamento in cui il lavoro e l'intelligenza sono valorizzati entrambi possono competere in condizioni di parità. Chi parte con uno svantaggio è possibile che debba sforzarsi di più, ma non si tratta di uno sforzo sovrumano: chiunque lo può fare e se, con il fine di dissimulare le diseguaglianze, lo si solleva da tale sforzo, lo svantaggio iniziale diventa cronico. Questo è stato spiegato molto bene dal presidente Barack Obama in un discorso tenuto alla Wakefield High School di Arlington, in cui ha insistito sulla fallacia di richiamare il pretesto delle circostanze sociali avverse per giustificare il fatto di essere un cattivo studente:
 “Ho tenuto molti discorsi sull'educazione. E ho parlato molto della responsabilità. Ho parlato della responsabilità dei vostri insegnanti di ispirarvi e di farvi studiare, sulla responsabilità dei vostri genitori affinché voi rimaniate in pista, facciate i compiti, e non passiate tutto il tempo davanti alla televisione. Ho parlato molto della responsabilità del governo di aumentare i livelli, sostenendo gli insegnanti e migliorando quelle scuole in cui gli studenti non hanno le opportunità che meritano.
Ma possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori che maggiormente vi sostengono e le migliori scuole del mondo, e tutto questo sarà inutile se non adempirete alle vostre responsabilità, frequenterete quelle scuole, presterete attenzione a quegli insegnanti, ascolterete i vostri genitori e lavorerete tanto quanto basta per avere successo […]. Forse non vi sono adulti nella vostra vita che vi danno il supporto di cui avete bisogno. Forse qualcuno nella vostra famiglia ha perso il lavoro, e non ci sono abbastanza soldi. Forse vivete in ​​un quartiere in cui non vi sentite al sicuro o avete amici che vi spingono a deviare dalla buona strada. Ma, alla fine, le circostanze della vostra vita non sono una scusa per trascurare i vostri compiti o avere un atteggiamento negativo. Non esiste una scusa per essere scortesi con i vostri insegnanti, per marinare o abbandonare la scuola. Non esiste una scusa per non provarci”.
 Questo argomento,  di abbassare il livello per compensare chi proviene da ambienti più svantaggiati, se valido, deve essere esteso all'università. In primo luogo, perché se hai impedito agli studenti di raggiungere una solida conoscenza, non puoi richiedere tale conoscenza per entrare nell'università, quindi quest’ultima deve sviluppare il proprio percorso partendo da un livello più basso. In secondo luogo, perché dare un insegnamento di livello alto in una facoltà di giurisprudenza, medicina o ingegneria significa dare vantaggi a coloro che provengono da una famiglia di avvocati, medici e ingegneri, quindi bisogna insegnare ed esigere poco perché non si noti la differenza. In questo modo, l'intero sistema educativo diventa un macchinario ingombrante la cui funzione fondamentale non è insegnare, ma impedire a chiunque di emergere, per non cadere nell'elitarismo.
 Ma succede che abbiamo bisogno di buoni avvocati, buoni medici e bravi ingegneri, e questi possono venire solo da buone università. E un'università, per quanto buona possa essere, può fare poco con uno studente che arriva immaturo, chiedendo di essere motivato, con poca abitudine a studiare e senza essere capace di scrivere. Non c'è altra via d'uscita: o hai un diploma di maturità conseguito in una scuola esigente, dove agli studenti viene insegnata l'abitudine al lavoro e allo sforzo, oppure avvocati, medici e ingegneri verranno da qualche istituto privato. E per non finire nell'elitarismo dell'intelligenza e della forza di volontà, si cade in quello economico.
È vero, abbiamo detto un attimo fa, che gli studenti con genitori che hanno studiato iniziano con un vantaggio, ma ho anche sottolineato che è solo parzialmente vero. Una ragione l'ho anche detta: lo sforzo che deve essere compiuto da qualcuno che inizia con un certo svantaggio non è sovrumano o insormontabile. Quando ho iniziato la mia carriera professionale, ero nel liceo di una città costiera in Galizia. È vero che allora quella che potremmo chiamare la borghesia illuminata era solita portare i loro figli alla scuola pubblica, a differenza di adesso. Ma i figli di insegnanti, dottori o farmacisti erano una minoranza e la maggior parte dei miei alunni proveniva da famiglie intellettualmente modeste. E tra loro ho avuto molti studenti molto brillanti che sono andati avanti con uno sforzo ragionevole che, ben gestito, ha anche lasciato loro il tempo di stare con gli amici o dedicarsi ai loro hobby. E le condizioni materiali erano piuttosto difficili. Il liceo non disponeva di riscaldamento e alcuni studenti erano a un'ora d’autobus che doveva viaggiare attraverso alcuni famigerati "corredoiras" (sentieri sterrati delimitati da muretti, n.d.t.). Tuttavia, hanno goduto di un vantaggio che gli studenti di oggi non hanno: era per loro chiaro che al liceo si andava per imparare, così, direttamente (non per imparare a imparare, per coltivare l'autostima o per controllare le emozioni), e che nessuno può imparare senza sforzarsi. In breve, non sono stati ingannati.
Succede inoltre che il livello di studi dei genitori non sia l'unica variabile o la più decisiva. Non chiedo ai genitori di aiutare i bambini nei loro compiti, basta preoccuparsi che li facciano e a tal fine tengano la televisione spenta e la casa in silenzio. E per convincersi che bisogna fare così, non è necessario aver letto un gran numero di libri, solamente essere intelligente e generoso, virtù che non hanno nulla a che fare con l'essere o non essere istruito. I genitori che non hanno studiato ma sono calmi e sereni possono offrire più vantaggi a un bambino che non  quelli istruiti ma rumorosi e polemici.
 Può darsi che un ragazzo non abbia silenzio in casa, ma va avanti perché è svelto come uno scoiattolo. Un altro non è così abile, ma compensa con una forte volontà, un altro ancora non ha capacità di concentrazione, ma sa come fare amicizia, cosa che pure è molto positiva per migliorare il rendimento scolastico, perché i buoni amici sempre si aiutano a vicenda. Se vi è necessità di abbassare il livello pensando a coloro i cui genitori non hanno studiato, si dovrà abbassarlo pure a misura di coloro che vivono in un ambiente familiare critico o la cui casa è situata in una strada rumorosa, e per coloro che soffrono entrambe le circostanze si dovrà predisporre un doppio abbassamento di livello. E se inoltre quelle persone avranno tendenza alla distrazione o un QI non molto alto, si dovrà procedere a una tripla riduzione. E questo sarebbe già, o meglio, è già cosa da pazzi. Nessuno può godere di tutti i venti a favore e nessuno li ha tutti a sfavore, e la cosa più educativa che si può fare è far vedere i ragazzi che l'unico modo sensato di comportarsi, non solo negli studi ma anche nella vita, è sfruttare i primi per vincere i secondi senza cercare sconti, abbuoni o adattamenti curriculari che nella vita professionale nessuno farà, e che portano solo a generare individui irresponsabili. E quello che dico non è una caricatura: oggi nelle valutazioni, si passa più tempo a parlare delle vite private degli studenti e dei loro limiti, piuttosto che della qualità delle loro conoscenze e se esse siano sufficienti a passare l’esame. Inoltre, lo studente brutto e privo di fascino riceverà più “due di picche” dalle  sue compagne rispetto a chi è attraente e aggraziato, e ogni volta che si prenderà un due di picche, entrerà in una fase depressiva che si rifletterà molto negativamente sugli studi. Si dovrà  valutare i brutti con speciale indulgenza per consentire loro di superare la loro depressione? O meglio educare le ragazze a mettere in atto discriminazioni positive nei riguardi dei loro partner brutti, noiosi e antipatici? Non si rida, per favore, poiché preferire far coppia con persone attraenti e allegre, e respingere quelle che non lo sono, non smette di essere un elitismo imperdonabile che attenta contro l'uguaglianza. Inoltre, ricevere “due di picche” è qualcosa che peggiora notevolmente l'autostima. Il risultato della presunta inclusione totale è in vista: cercando di ridurre l'attrito a zero, il treno non avanza più. Volendo assumere in condizioni di uguaglianza mille lavoratori, la casa non si costruisce. E dopo dieci anni di scuola dell'obbligo, nessuno degli studenti diplomati avrebbe superato l'esame di ammissione che superava a dieci anni la gente della mia generazione. E chi può si salva attraverso la scuola privata. La borghesia colta che un tempo portava i propri figli alla scuola pubblica, oggigiorno fugge verso il privato. E tra coloro che fuggono a più alta velocità sono, come potrebbe essere altrimenti?, molti dei sostenitori del nostro sistema educativo: essi ritengono che l'uguaglianza e l'insegnamento inclusivo siano per i bambini degli altri, non per i propri. Per i loro figli è da ricercarsi un insegnamento esigente che promuove la qualità e celebra l'eccellenza, per quanto elitario possa essere. Come l'appaltatore della sede associativa: assume mille lavoratori per fare la figura del progressista, spendendo però il denaro degli altri. Questa è, semplicemente, malafede. Come esempio di una simile malafede vi leggo un testo della giornalista Susana Pérez de Pablos, estratto da un'intervista ad Alvaro Marchesi, uno dei padri del disastro dell’istruzione spagnola, pubblicata su El País il 15 maggio 2008:
Marchesi è attento a tutto. Ha un figlio, che vive in Brasile con sua madre. Va a vederlo ogni due mesi, ma lo chiama al telefono per provargli la lezione tre volte a settimana. Nella sua casa a Boadilla del Monte ha una copia in portoghese di ciascuno dei libri di testo che studia il bambino. "Papà, sei un uomo pesante", dice spesso, come spesso ripete il padre senza nascondere il suo orgoglio”.
Quando si tratta del proprio figlio, tutti ridiventano più pragmatici e meno fantasiosi. E se, per costringerlo a studiare, bisogna interrogarlo (procedura tradizionale e vecchia ove ci sia), bene, lo si interroghi. E se il bambino trova che è una pesantezza da parte di suo padre (vale a dire, in gergo pedagogico, "se non è motivato"), che si rassegni, e gli si prova ugualmente la lezione. Alvaro Marchesi è un padre esemplare e tutti i genitori dovrebbero fare come lui: il bambino va interrogato per costringerlo a studiare, che egli sia motivato o meno. E ora pongo una domanda per lasciarla nell’aria: Álvaro Marchesi agisce in buona o cattiva fede quando difende la sua riforma?
Voglio insistere un po’ di più sulla questione dell’ incoerenza tra l'azione pubblica e la vita privata perché sono stato tacciato così spesso di esclusivismo e di atteggiamento elitario che è bene ricordare che tutti noi siamo esclisivisti o elitari, quando si tratta dei nostri interessi. Supponiamo che debba operarmi e possa scegliere tra due chirurghi. Del primo so che la maggior parte dei suoi interventi ha successo, con pochi effetti collaterali e una breve convalescenza post-operatoria. Del secondo so che incontra più fallimenti, con maggiori complicanze e convalescenze postoperatorie lunghe. Senza dubbio, mi metto nelle mani del primo. Si chiama forse questo elitarismo: cercare l'eccellenza ed escludere professionalmente il chirurgo più incapace? Beh sì, lo è, ma non è affatto criticabile. Tuttavia succede che il secondo chirurgo, vedendo che perde i pazienti a favore del primo, vedrà abbassarsi considerevolmente la sua autostima. Beh, mi dispiace molto, ma la peggiorerà ancor più se esco dalla camera operatoria in condizioni peggiori di come ci sono entrato. Forse non è un buon chirurgo non perché si impegni meno dell'altro, ma perché ha minori opportunità di migliorare e di andare all'estero. Ciò mi dà ancor più dolore, e io sono disposto a lottare perché tutti gli aspiranti chirurghi abbiano le stesse opportunità, ma non penso di riparare l’ingiustizia facendomi operare da lui. Che cosa succede, poi, se il chirurgo fallito è una donna, qualcuno potrebbe fare una discriminazione positiva? Anche la femminista più radicale non lo farebbe.
 L'esempio del chirurgo è un po 'estremo perché è in gioco la vita, ma succede che ogni volta che ho bisogno di un professionista, idraulico o avvocato, cerco il più competente tra quelli alla mia portata. Se un avvocato non si prende cura del mio caso perché ha un cattivo ambiente familiare, gravi difficoltà nella sua vita privata e gravi problemi psicologici, né io né nessun altro gli affideremo la difesa dei nostri interessi, anche se non è responsabile per nessuno dei suoi limiti. Inoltre, mettersi nelle mani di un buon avvocato e rifiutare il cattivo significa promuovere la competitività, cosa che costituisce un grave peccato, come tutti sanno. Allora cerchiamo di non essere ipocriti. Se nella nostra vita privata siamo tutti elitisti, puntiamo all’eccellenza e non ci rivolgiamo a professionisti incapaci, benché ciò incoraggi la competitività e l'esclusione, perché andare in giro facendo di tutto per sembrare egualitari e nemici dell’elitarismo? È vero che se un chirurgo inetto commette un crimine, deve essere processato con le stesse garanzie procedurali che si applicherebbero a un chirurgo esperto, perché di fronte alla legge, sì, siamo tutti uguali. Ma come come la mettiamo con i professionisti? Semplicemente non lo siamo. Ci sono scrittori buoni e cattivi, leggiamo i primi e gli altri affondano in un triste e frustrante oblio. Ci sono giocatori buoni e cattivi, i primi ricevono applausi e guadagnano denaro, i secondi è meglio che lascino il gioco e si dedichino a qualcos'altro. Ci sono buoni dottori che diagnosticano bene e curano e cattivi dottori che non sanno come fare né l'uno né l'altro. E, sfortunatamente, ci sono anche studenti buoni e cattivi. Negare questa triste realtà o dire, come molti pedagoghi dicono, che "non ci sono studenti cattivi, ci sono studenti con difficoltà di apprendimento", è come negare che ci siano medici cattivi che affermano di avere "solo difficoltà a raggiungere diagnosi corrette". Penso che valga la pena di ricordare l'articolo 6 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, proclamato dall'Assemblea nazionale francese nell'anno 1789:
 "Dal momento che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ognuno può aspirare a tutte le dignità, posizioni e uffici pubblici, secondo le proprie capacità, e senza alcuna distinzione diversa da quella delle loro virtù e del loro talento."
Ho prima solo accennato alla competitività. I nemici della scuola di qualità sostengono che una scuola che infonde l'abitudine al lavoro e allo sforzo è una scuola "competitiva". E con ciò il lavoro e lo sforzo sono già squalificati. Come se far vedere ai pazienti che devono sforzarsi di seguire le istruzioni dei medici implicasse la promozione di una sanità competitiva. Ma la competitività non è male di per sé, bensì è tipica delle società libere ed egualitarie. In una società di classe, per quanto capace e laboriosa sia una persona comune e sciocco e pigro un nobile, il secondo starà sempre davanti  alla prima. Perché? Perché non possono mai competere (sì: competere) a parità di condizioni. La competitività è l'essenza della democrazia: Franco ha posto fine alla competitività fucilando i suoi concorrenti e non ha dovuto competere con nessuno per rimanere al potere per quarant'anni. Puoi competere con mezzi buoni o cattivi, ma la competizione è inevitabile. I partiti che aspirano al potere possono competere attraverso elezioni libere o guerre civili. Coloro che competono per conseguire una posizione dirigente possono farlo attraverso un'opposizione libera, aperta a tutti, con regole chiare ed esplicite, o attraverso spintarelle e raccomandazioni. Quelli che aspirano all'amore della stessa ragazza possono competere moltiplicando le loro attenzioni a lei, o parlando male dell'altro pretendente. Ma in ogni caso si deve competere. Succede nondimeno che studiare e apprendere sono le attività meno competitive che esistano, perché ciò che uno impara può anche essere imparato da un altro. I contenuti della conoscenza non sono come il cibo in tempi di scarsità: ciò che uno mangia non può essere mangiato dall'altro. Se così fosse, sarebbe necessario mettere le persone molto istruite in prigione come accaparratori. No, la conoscenza è una materia prima inesauribile perché chiunque può apprendere e studiare senza danneggiare le possibilità di apprendimento e di studio degli altri. Se un ragazzo studia e fa i compiti, impedisce agli altri di fare lo stesso? Se frequenta le lezioni e sta in classe come si deve, rende difficile l'apprendimento dei suoi compagni di classe? Piuttosto lo facilita, contribuendo a una buona atmosfera in classe.
 È vero che chi studia e impara sarà più preparato ad affrontare la vita rispetto a chi non lo fa, ma dire per questa ragione che l'insegnamento è competitivo è come dire che la sanità è competitiva perché chi obbedisce ai dottori sta meglio in salute rispetto a quelli che non obbediscono.
Ora voglio toccare un argomento più delicato, ma deve essere affrontato senza timore di essere politicamente scorretti e, soprattutto, senza cercare di diluire le differenze cambiando le parole. È l'argomento di coloro che hanno una disabilità diagnosticata. Non parlo di paralisi o limitazioni che non alterano la nostra capacità di conoscenza. Per questi è sufficiente facilitare gli accessi. Sto parlando di persone, ad esempio, con la sindrome di Down o di persone cieche. E voglio chiarire prima di continuare a usare deliberatamente la parola "cieco", anche se a volte ho ricevuto dei rimproveri per tale uso, apparentemente politicamente scorretto. Meglio dire "non-vedente". Tuttavia la parola non-vedente è brutta, inizia con una particella negativa. "Cieco" è una parola molto più bella e anche belle risonanze letterarie: si parla di "storie d'amore cieco" e sarete d'accordo che sarebbe banale dire "storie d'amore non vedente". E un'altra cosa, pure molto delicata, che però non si può ignorare se vogliamo affrontare in modo efficace l'educazione delle persone con disabilità: essere ciechi o portatori della sindrome di Down è una limitazione, non è una caratteristica qualsiasi come essere rosso o scuro. Dico questo perché ci sono quelli che credono che l'uguaglianza tra i disabili e coloro che non lo sono viene raggiunta, non aiutando i primi ad andare il più lontano possibile nonostante la loro disabilità, ma semplicemente negando la disabilità. Sono le persone che ho menzionato prima, che credono che cambiando il nome a una barriera, la barriera venga rimossa. Ma non è così: è meglio non avere la sindrome di Down che averla ed è meglio non essere ciechi che ciechi. Così come è meglio essere belli che brutti, intelligenti che sciocchi e ricchi che poveri. Mi sarebbe piaciuto avere l'intelligenza di Aristotele, il fisico George Clooney e il patrimonio dei duchi di Alba, ma succede che sono nato brutto, povero e stupido, e con queste limitazioni devo imparare a convivere. Certamente potrei mascherare questa realtà dicendo che sono più ricco degli Alba perché ho un cuore d'oro, che non sono più brutto di George Clooney, ma ho una bellezza esotica, e che anche Aristotele non era più intelligente di me perché in realtà le nostre intelligenze sono diverse. Ma quella sarebbe la consolazione degli sciocchi e allora diventerei ancora più stupido.
Quindi si tratta di aiutare le persone con disabilità affinché le loro disabilità le limitino il meno possibile ed esse possano integrarsi nella società quasi altrettanto bene di coloro che non le hanno. E per questo, mi dispiace sembrare un uomo delle caverne, penso che si debba dare loro un'educazione speciale. E questo non è segregare, al contrario, è dare loro gli strumenti in modo che alla fine della loro educazione non siano segregati.
Ho avuto occasione in un corso di avere una ragazza con sindrome di Down. Dal momento che era impensabile che avrebbe seguito la spiegazione come gli altri, la assistevo negli intervalli di tempo in cui i suoi colleghi erano impegnati a risolvere i problemi che avevo appositamente dato loro. Ho ottenuto qualcosa, ma quella ragazza non era ben assistita. E non è che mi disturbava lavorare con lei, al contrario, lei mi era molto grata e mostrava grande entusiasmo nell’apprendimento, ma succede che né un insegnante né nessun altro può fare due cose in una volta, almeno se desidera fare tutto bene. Durante il corso ho pensato ai buoni risultati che potrei conseguire in una classe con una dozzina di bambini con sindrome di Down, perché lavorando con questa studentessa ho trovato alcune idee che potrebbero funzionare. Una di queste è il calcolo con le mani che si adoperava nel Medioevo, quando molti analfabeti dovevano far di conto. È vero che essere analfabeti non è lo stesso che avere la sindrome di Down, ma entrambe le cose richiedono di fare molta pratica di memoria. Il primo perché non sa come appuntarsi le cose, il secondo perché è molto fragile, e imparare certe regole mnemoniche usando le sue mani è molto utile. Inoltre, avere insieme i bambini Down, separati dagli altri, facilita il compito perché l'insegnante può dedicare tutte le sue energie a insegnare senza sprecare forze nel mantenere l'ordine, perché questi ragazzi non sono per nulla indisciplinati, anzi  sono molto "guiadiños" (cioè si lasciano guidare facilmente e senza protestare, n.d.t.), come diciamo in Galizia.
Un'esperienza simile ho avuto con i ciechi. In più di un'occasione ho avuto ciechi, e anche la stessa frustrazione di vedere quanto meglio avrebbero potuto imparare e quanto meglio avrei potuto loro insegnare loro se avessi avuto una classe solo con loro. Ad esempio, noi impariamo la matematica in gran parte a vista, per questo iniziamo con la geometria piana, che sembra migliore, e poi continuiamo con la geometria dello spazio. Ma per i ciechi, uno strumento fondamentale è il tatto. Non si potrebbe elaborare un programma speciale, a partire dalla geometria dello spazio?
 Al tatto puoi avere un'idea molto chiara del cilindro, e da esso arrivare a farti un’idea della circonferenza, perché le circonferenze sono le basi del cilindro. E con un sistema di gettoni si potrebbe andare molto lontano nella teoria dei numeri, senza
contare la quantità di trucchi che esistono, molti dei quali anche di origine medievale, per il calcolo mentale. Insisto su questa origine medievale perché, contro l'ossessione dei pedagoghi all’avanguardia e innovatori nel rigettare il passato come obsoleto e superato, dobbiamo sapere come guardare indietro. Il mondo è molto antico, la razza umana abita il nostro pianeta da molto prima che nascessimo, e su molte cose si è pensato e si è discusso molto. Non sono sicuro che tutte queste strategie siano originali, forse gli insegnanti che si specializzano nell'insegnare ai ciechi già le usano. Non sono nemmeno sicuro che siano efficaci, perché non potrei metterli in pratica con i miei studenti ciechi, per il semplice motivo che non posso spiegare due programmi diversi allo stesso tempo. Ma sono sicuro che se mi avessero permesso di lavorare in una classe solo per ciechi, dodici o quindici al massimo, avrebbero imparato molto di più. Tuttavia insisto ancora una volta: nell’apprendere di più sarebbero andati molto lontano, nonostante la loro cecità, ma sarebbero rimasti ciechi e quindi alcune professioni sarebbero loro rimaste inevitabilmente precluse. Ad esempio, nessuno si farebbe operare da un chirurgo cieco. Questo è molto frustrante, non c'è dubbio, ed è una frustrazione che non solo capisco molto bene, ma che mi coinvolge. Io tanto meno posso essere un chirurgo, perché sono lento nei riflessi e, quel che è peggio, il sangue mi impressiona. Ora ho due possibilità davanti a me: negare che io abbia questi limiti, ritenere di essere vittima di un'ingiusta discriminazione e  vivere da amareggiato, oppure provare a vivere felicemente nei miei limiti che sicuramente sono molti. Di alcuni di questi parlerò di seguito.
Ho iniziato la mia carriera in matematica, come tanti altri giovani, con l'illusione di essere un Einstein. Sono rimasto al livello di un modesto insegnante di scuola superiore. E ho cercato di essere il più felice possibile nel mio lavoro, ma non sono Einstein. E Einstein, che mi piaccia o no, è un essere chiaramente superiore a me. Egli figura giustamente nella storia della scienza, e io, con la stessa giustizia, non vi compaio. Siamo uguali io e  Einstein? Beh, no, che ci possiamo fare?, e negare l’evidenza non getta alcuna luce sulla realtà. Non c’è nemmeno bisogno di esempi così estremi: alcuni miei colleghi di lavoro, più intelligenti di me, fanno ricerche all'avanguardia e pubblicano su prestigiose riviste internazionali. Per contro le poche idee che mi vengono in mente sono modeste e appaiono in modeste riviste create da un gruppo di amici che sono quasi gli unici lettori. È un'ingiustizia che le riviste internazionali discriminino i matematici mediocri? No, perbacco, non lo è, non importa quanto possa essere frustrante per noi, persone mediocri e volgari che, purtroppo ma ovviamente, siamo in stragrande maggioranza. L'élite è una minoranza, ma se l'élite viene eliminata a causa dell'uguaglianza, noi mediocri non avremmo qualcuno da cui imparare e saremmo ancora più mediocri. Nessuno vincerebbe, tranne gli invidiosi. Mi sono anche iscritto al conservatorio e, nel secondo solfeggio, mi hanno mostrato la porta: "Guarda ragazzo", mi hanno detto, "il Signore, nei suoi imperscrutabili disegni, non ti ha chiamato su questa strada". Peccato, mi sarebbe piaciuto essere Arthur Rubinstein e sono rimasto a Ricardo Moreno, che è qualcosa di molto più ordinario e molto più prosaico. Sono un essere comune, insignificante, ordinario e superfluo. Posso considerarlo un'ingiustizia che è stata commessa nei miei confronti? Sarà tutto ciò “segregazione”?  Magari lo sarà, ma qualsiasi amante della musica, disposto a pagare per ascoltare Rubinstein, sarebbe anche più che disposto a pagare per non ascoltarmi. Cosa ci possiamo fare?... il pianoforte non sarà mai per me più di un semplice hobby privato. Naturalmente, questo hobby ha avuto l'indubbio vantaggio di emancipare subito i miei figli. No, non posso essere Einstein perché mi manca la sua intelligenza, non posso essere un musicista perché mi manca l'udito e non posso essere un vescovo perché mi manca la fede. E mi sarebbe piaciuto moltissimo diventare vescovo, ma accade che i seminari siano così elitari ed esclusivi da discriminare gli atei. E come potrebbe essere altrimenti? Per quanto scarse siano le vocazioni, non credo che dovrebbero abbassare il livello al punto di ordinare gli atei. Sarebbe una cosa molto poco seria che nemmeno il teologo più all'avanguardia approverebbe.
 Anche a scapito di apparire noioso, insisto sul fatto che non siamo uguali, ci sono buoni e cattivi professionisti, buoni e cattivi artisti, buoni e cattivi studenti,  buone e cattive persone. E negare la realtà, per quanto sordida la realtà possa essere, è inutile e financo esiziale, soprattutto se si tratta di migliorare la realtà. La realtà non viene migliorata ignorando i suoi limiti, ma facendovi fronte traendo da loro il maggior vantaggio possibile. Non so se avete visto in vetrina il libro di un certo Fernando Alberca intitolato Tutti i bambini possono essere Einstein. Ce n'è un altro con un titolo non meno suggestivo, Liberate l'Einstein che avete dentro di voi, di Ken Gibson, Kim Hanson e Tanya Mitchell. Non li ho letti, ma già il titolo è un errore. È vero che lavorando sodo puoi scoprire possibilità insospettate in te stesso. È anche vero che, anche essendo Einstein, dobbiamo comunque sforzarci di far emergere il genio. Ma per favore, non dobbiamo nemmeno dire sciocchezze o creare illusioni che poi portano a frustrazioni. Ed è molto importante sottolineare questi errori, perché è una teoria pedagogica in voga considerare che chi non può fare qualcosa, non può perché è vittima di un’ingiustizia: tutti possiamo imparare qualsiasi cosa, essere grandi, creativi, geniali ... e chi sostiene il contrario è elitario ed esclusivo. Inoltre, è un errore che è molto lontano dall'essere originale, sebbene i suoi mentori non l'abbiano notato. Questo accade spesso alle persone che sono molto ansiose di sembrare speciali e innovative. Siccome sono così impegnate a dire cose originali, non hanno il tempo di studiare la storia, e quindi non scoprono che le loro originalità sono molto poco originali. Gli autori di questi libri sarebbe stato molto utile leggere Voltaire, che in una lettera datata 22-XII-1760 e indirizzata a D'Aquin de Château-Lyon dice:
“Mi citate M. de Chamberlain, a cui (come dici tu) ho scritto sostenendo che tutti gli uomini nascono con una identica porzione di intelligenza. Dio mi guardi dallo scrivere una simile falsità. Dall'età di dodici anni ho pensato l’esatto contrario. Già allora avevo intuito l'enorme quantità di cose per le quali non avevo talento. Mi sono reso conto che le mie capacità non mi avrebbero portato troppo lontano in matematica. Ho verificato che non aveva alcuna disposizione per la musica. Dio ha detto a ogni uomo: puoi andare lì, ma non oltre. Se avevo una certa predisposizione per le lingue europee, non ne avevo nessuna per quelle orientali: non omnia possumus omnes. Dio ha dato il canto agli usignoli e l'olfatto al cane. E con tutto ciò, ci sono cani che non ne l'hanno. Che stravaganza pensare che ogni uomo avrebbe potuto essere Newton! Oh, Signore! Dato che eri una volta tra i miei amici, non attribuirmi simili assurdità”.
E con questo testo bello e lucido concludo il mio intervento. Grazie mille!

Ricardo Moreno Castillo
(tr. it. di Massimo Maraviglia)

giovedì 20 giugno 2019

Platone politico: obbedienza e ribellione



“…Infatti il vero uomo non si deve preoccupare della durata più o meno lunga della sua vita e non deve essere troppo attaccato ad essa: egli deve lasciare che sia la divinità a preoccuparsi di queste cose, credere che, come dicono le donne, nessuno può sfuggire alla propria sorte, e poi preoccuparsi di come riuscire a vivere nel modo migliore il tempo che ha da vivere, domandandosi se gli è necessario per questo adattarsi alla forma di costituzione vigente nella città in cui abita, nel qual caso, infatti, bisogna che tu diventi il più possibile simile al Demo di Atene, se vuoi essergli amico e avere grande potere nella città. Guarda se questo tipo di comportamento convenga a te e a me in modo che, mio caro, non abbiamo a subire la stessa infelice sorte che dicono capiti alle maghe tessale, quando “fanno cadere giù la luna” con i loro incantesimi: infatti anche noi in questa nostra scelta a favore della potenza politica ci giochiamo quanto abbiamo di più caro.” (Platone, Gorgia, 513 a, tr. it. di P. Scaglietti). Fai attenzione, dice Platone, a non uniformati a tutti i costi alla città, diremmo alla voce dei più e alla sua organizzazione politica. Di fronte a ogni organizzazione politica è attiva una “riserva etica” che riguarda “ciò che abbiamo di più caro”. Qui Platone fonda razionalmente una specie di diritto di resistenza al potere. Esso va tuttavia posto accanto alla sua ineludibile necessità, tanto ineludibile quanto lo è per l’uomo il compito di “diventare migliori”, un compito che non si conduce a termine se non in società, se non attraverso la pratica comunitaria della dialettica e la relazione didattica maestro-allievo. Queste sono e rimangono pratiche sbilanciate e non egualitarie, in grado di fondare una precisa gerarchia e uno specifico dovere di obbedienza. Dunque si viene a generare la seguente relazione tra individuo e Stato:  l’individuo ha il massimo potere di resistere di fronte ad uno Stato illegittimo che gli chiede di sacrificare “quanto ha di più caro”;  lo Stato, dal canto suo, ha il massimo potere di obbligare l’individuo alla giustizia, essendo esso stesso giusto (una sintesi, questa, dovuta ad una felice e profonda intuizione di Laura Brambilla, che ringrazio!). Dentro questi due "massimi" si gioca la relazione tra l'uomo e la città... ogni loro sistematica moderazione, ne pregiudica l'autenticità e la verità umana.

giovedì 13 giugno 2019

L'A-B-C di una vita nuova: Evola artista d'avanguardia


“La grande Milano tradizionale e dadaista”, bisognerebbe intitolare così quell’assaggio di avanguardia che oggi si è potuto gustare nella libreria Mondadori, affacciati a piazza del Duomo, all’ombra rassicurante e straniante della Madonnina e delle nostre altezze gotiche. Si presentava un libro di quelli importanti: il pensiero e la pratica artistica di Julius Evola. Una bella raccolta di tutto l’Evola artistico, l’affascinante silloge di un pensiero allo statu nascenti, in cui ancora si agitano dinamicamente le forze che la disciplina della maturità vorrà ordinate in precise scale gerarchiche. Ancora senza una filosofia della storia, ancora senza padri in Francia, ma forte del suo voracissimo sovrumanismo, Evola si butta nell’esperienza artistica del futurismo e poi del dadaismo rivivendo nell’avanguardia il senso profondo della modernità, la sua istanza più radicale: la libertà. La sua “filosofia si dilata freneticamente” sulle tele, nei colori, nelle atmosfere rarefatte, nei “paesaggi interiori”, in una metafisica ora metallica e sobria, ora proteiforme, curvilinea e caotica: “l’io scende al fondo in grandi spirali”, incontrando la poesia, il teatro le arti figurative, altrettanti modi di dire il suo anelito all’oltreumano dinamico, irrequieto, perennemente insoddisfatto. Che gran bagno di suggestioni, ispirazioni, curiosità, agitazioni per giungere alla suprema indifferenza, quale senso ultimo della liberazione estetica! Solo così per Evola si poteva riprendere il senso della libertà assoluta dell’Io come potenza, che è fare e non fare, che è agire senza agire, che agendo mantiene l’idea che ogni agire è capricciosamente indifferente a se stesso. Questa è l’istanza più feconda dell’Evola artista e filosofo, che scoprirà la tradizione quale semplice rovesciamento dialettico del suo radicalismo ultramoderno, quando l’arte astratta si trasformerà in rivolta contro il mondo moderno…Così lui che aveva usato sublimemente la mano sinistra in ioco atque vino, si troverà sulla riva destra, a criticare il fascismo e a rimanere in piedi in un mondo di rovine. Sacerdote dell’ordine, delle società castali, dell’aristocrazia, della tradizione perenne e della normalità come rispetto di un’ancestrale Legge originaria, contrapporrà in modo manicheo ciò che dentro di lui era profondamente compenetrato: “Vi è un ordine fisico e uno metafisico. Vi è la natura mortale e la natura degli immortali. Vi è la regione superiore dell’ ‘essere’ e quella infera del  ‘divenire’. Più in generale vi è un visibile e un tangibile e, prima e di là da esso, vi è un invisibile e un non tangibile, quale sovramondo, principio e vita vera”. Ma tutto ciò non è che un simpatico divertissement: dietro sta lo spirito dello kshatriya, del guerriero, dell’anarca e del ribelle, cioè di quell’individuo assoluto che è, ancora e malgrado ogni travestimento esoterico-tradizionale, il parossismo della soggettività moderna, ben oltre la volontà di potenza nietzschiana. Ecco allora che l’istanza di ordine della Destra viene innervata profondamente dalla spinta libertaria e modernissima che supera ogni possibilità di chiudere gli orizzonti dell’umanità nella sterile apologia dell’istituzione. Che arte ci può essere nelle ammuffite stanze del potere che vuole durare? Che libertà nel conformismo delle masse irreggimentate? Quali possibilità senza la fantasia rivoluzionaria dell’individuo assoluto e delle sue affermazioni assolutamente e sublimemente irresponsabili? No, Evola non è il tradizionalista invecchiato e oramai approdato alla rassicurante professione del pompiere dopo lunga e onorata militanza tra gli incendiari…Evola è indubbiamente fascista, è uno di cui qualche gerarca avrebbe potuto lamentare un pericoloso anarchismo…ricevendo da un suo superiore la medesima risposta che ricevette Pavolini quando lamentò le origini anarchiche di Berto Ricci: caro camerata, anarchici lo siamo stati tutti! Perché il fascismo si trova alla confluenza dell’ordine e dell’anarchia, dentro un crogiuolo estetico che non sopporta la staticità oppressiva del regime senza la dinamicità vivificante del movimento, e non concepisce nessuna libertà che veda castrata la propria potenza creativa nell’impedimento a diventare cosmo di un modo nuovo. In questo reciproco fecondarsi delle opposizioni polari di rivoluzione e Stato, di dinamismo e assolutezza, di metodo e sistema, sta la Stimmung fascista di cui Evola è, volente o nolente, il volto incarnato. Qui la teoria dell’avanguardia ha potuto diventare pratica, l’arte vita, la vita modello e seme di altre esistenze. Bisogna dunque ringraziare Carlo Fabrizio Carli e gli altri curatori del prezioso volume (Andrea Scarabelli, Guido Pautasso  e Francesco Tedeschi), per averci restituito questo Evola affascinante, la cui giovanile irruenza ci mantiene giovani anche quando il rischio della laudatio temporis acti e del più sterile passatismo si affaccia ai nostri cinquant’anni…ricordandoci quello scantinato di via Mancini dove imparammo a leggere Evola dando un senso diverso alla nostra gioventù in nome di un futuro che ancora incessantemente non smettiamo di agognare.

martedì 11 giugno 2019

Che cosa è una dittatura? La risposta di Carl Schmitt




PREMESSA

Il testo sulla dittatura non ripercorre solo il significato del termine in un contesto disciplinare posto al confine tra storia, politica e dottrina generale dello Stato, con il fine di far luce nell’arbitrarietà degli usi del vocabolo e nella confusione, eliminando ciò che è slogan e tenendo in tali usi ciò che resiste ad un’analisi scientifica, non è solo tutto questo, bensì è anche un testo sistematico, cioè di dottrina e con un fine eminentemente concettuale. Nella letteratura borghese fino al 1917 il termine può indicare un potere personale unito al consenso democratico e alla centralizzazione il cui prototipo è Napoleone. Per Bodley la dittatura è un regime autoritario cui si possono associare i termini cesarismo, bonapartismo e anche boulangismo.
 L’etimologia non viene troppo in aiuto per una definizione visto che ha una grande estensione concettuale: dittatura è il regime di “colui che detta”. Bauer e Ostrogoski hanno sottolineato che il dittatore è nel sec. XX capo di un partito centralizzato: il fenomeno della centralizzazione diventa elemento fondamentale. Oggi in generale per dittatura si intende la sospensione della democrazia su basi democratiche, oppure una  “dittatura del proletariato” che consiste nella negazione della democrazia parlamentare e del suo fondamento formale.A tal proposito Kautsky ha notato che il concetto marxiano di una dittatura collettiva è una contraddizione, in questo allontanandosi dal suo maestro poiché Marx sostiene che è sempre una classe la protagonista di un evento politico reale.
Qual è il contenuto dell’agire dittatoriale? Può implicare la soppressione delle forme democratiche ma non il dominio di una minoranza su una maggioranza, oppure no: si tratta sempre della strategia migliore da scegliere di volta in volta. Questo nella dottrina marxiana. In essa ciò che conta nella dittatura è sempre l’occupazione proletaria della macchina centralizzata dello Stato con lo scopo di avviare una transizione al comunismo. Quindi anche per i marxisti la dittatura è un’eccezione rispetto a…
a) lo Stato di diritto, cioè quello Stato che limita al massimo gli interventi pubblici e garantisce i diritti civili e il rispetto della libertà personale attraverso una costituzione;
b) le procedure democratiche per definire il consenso dei cittadini;
c) i diritti inalienabili.
Così la dittatura può significare un’eccezione rispetto ai principi democratici e liberali, non necessariamente rispetto a entrambi. Lo stato d’assedio viene chiamato dittatura proprio perché comporta la sospensione di prescrizioni positive della costituzione; in un’ottica rivoluzionaria invece il termine dittatura può essere applicato all’ordine esistente nel suo complesso, inteso come oppressivo politicamente, oppure al potere politico che si vuole edificare, come accade nella pubblicistica comunista. Quest’ultima propone una prassi politica dittatoriale legittimata non da una norma di diritto, ma da una filosofia della storia che dice che il naturale sviluppo della storia procede verso il comunismo, secondo uno sviluppo organico che la borghesia meccanicamente vorrebbe interrompere. È tale interruzione a richiedere l’intervento meccanico del movimento rivoluzionario. Ecco allora la dittatura del proletariato come una eccezione a cui si è costretti, data l’interruzione borghese dello sviluppo organico della storia.
Quindi la dittatura è eccezione rispetto alla norma ma non rispetto a qualsivoglia norma. A volte l’eccezione si configura propriamente rispetto alla norma che si vuole attuare, per esempio quando si è costretti a trasgredire i principi di una costituzione in un caso d’emergenza, proprio per creare le condizioni di ordine dove la costituzione possa nuovamente essere resa vigente. Ciò richiama possibile contraddizione tra norme del diritto e norme di attuazione del diritto nel senso che ciò che uno deve fare per attuare il diritto e rendere possibile la vigenza di una costituzione rende necessario trasgredire provvisoriamente le norme della stessa costituzione. Viceversa se la dittatura volesse negare ogni norma e non puntasse a rendersi superflua, sarebbe solo dispotismo arbitrario. Alla luce di ciò si capisce come, nella  dittatura, per raggiungere un dato obiettivo, i mezzi sono valutati solo in relazione alla loro adeguatezza allo scopo. Quando il diritto non riesce più a mantenere in piedi la società, interviene il potere per operare ciò che è necessario (Jehrinc). Nondimeno sotto il profilo strettamente giuridico un fine buono non può legittimare comunque la violazione del diritto. Formalmente dunque non funziona la sola idea che la dittatura ignori il diritto ma solo al fine di attuarlo. Bisogna che ciò sia legittimato da una autorità suprema, che fa questo in relazione a certe circostanze. Da ciò proviene nella dittatura l’identità
1) tra incarico e facoltà: il dittatore ha ogni facoltà, ma per incarico;
2) tra discrezionalità e autorizzazione: il dittatore agisce in modo discrezionale, ma perché è stato autorizzato;
3) tra commissione e autorità: il dittatore ha una autorità, ma la detiene in quanto l’ha ricevuta per commissione.
Da quest’ultimo elemento si evince che il dittatore è un commissario. Ma tale sua identità si articola in modo diverso: è pienamente tale nella dittatura di riforma antica; è commissario del potere costituente del popolo nella dittatura rivoluzionaria. In quest’ultimo caso esercita un potere sul popolo, senza smettere di dipenderne quanto a legittimazione.

CAPITOLO PRIMO
LA DITTATURA COMMISSARIA E LA DOTTRINA DELLO STATO

a) Teoria tecnica e teoria giuridica dello Stato
La dittatura negli scrittori umanisti del Rinascimento
La dittatura è considerata nel Rinascimento un nobile istituto della repubblica romana che si articola in due tipologie: rei regendae e seditionis sedandae, la prima con lo scopo di condurre guerre, la seconda di reprimere la sedizione delle plebi. Non c’è in questo periodo alcun interesse per il passaggio dalla dittatura classica al cesarismo, inteso come dittatura sovrana.
La dittatura negli scrittori tedeschi del secolo 16º
Qui c’è un interesse squisitamente storico che esclude la dittatura con il concetto di dottrina dello Stato.
Machiavelli
Con lo scrittore italiano inizia dei parallelismi con il proprio tempo. Machiavelli nota che le procedure amministrative della repubblica sono di ostacolo in periodi di emergenza, così, sulla base di Livio ma con lo sguardo a Venezia, egli delinea i caratteri della dittatura. È un potere su mandato che delibera per sé senza consulta. Non può modificare le leggi e durante la sua degenza i poteri ordinari mantengono una funzione di controllo. Machiavelli non distingue ancora tra dittatura commissaria e dittatura sovrana. Per quanto riguarda la figura del principe, egli non era un dittatore. La differenza tra il testo sul Principe e i Discorsi è nelle differenti tecniche del potere efficace in diverse forme statuali, cioè monarchia e repubblica. Il pessimismo antropologico del Principe porta alla giustificazione del potere assoluto; l’ottimismo della virtù nei Discorsi porta alla concezione collegiale del potere. Dall’idea tecnica del potere che Machiavelli avanza nel Principe deriva che chi costruisce lo Stato è un artista che plasma il popolo come la razionalità plasma l’irrazionale (si veda il concetto di dictamen rationis). Così la dittatura è convinto che certi in certe situazioni di emergenza. Il dittatore comunista in azione la cui azione adeguatezza allo scopo. Tale concezione tecnica non contempla il diritto come valore autonomo ma guarda a procedure snelle in vista dello scopo in cui ha il primato il potere esecutivo e la sua efficacia. Lo Stato moderno, in quanto sottolinea i temi del razionalismo-tecnicità-esecutività del potere ha un orientamento alla dittatura. Lo si vede anche dal ruolo fondamentale che hanno i funzionari come soggetti che realizzano la volontà del re contro le consuetudini e le resistenze dei ceti.
Scioppius distingue i principia della morale come imperativi categorici, dai praecepta politici quali imperativi ipotetici.
Nell’ambito dell’epoca moderna il tema della de poche emerge in quello degli arcana poiltica (tecnica segreta per ottenere uno scopo).
Importante su questo tema è la riflessione di Arnold Clapmar, De arcanis rerumpublicarum libri VI, Bremen, 1605. Qui egli parla degli arcana reipublicae che non coincidono con istituzioni appariscenti, ma rappresentano le forze motrici interne allo stato, forze che lavorano per la sua salute, tenendo conto che bene del principe sempre bene pubblico. Essi variano nelle diverse situazioni e possono essere distinti in
 - arcana imperii: i metodi per tenere in pace il popolo in tempi normali (libertà-partecipazione senza reale influenza-indulgenza per la vanità umana eccetera);
 - arcana dominationis: i metodi di protezione e difesa del ceto dominante in caso di emergenza di sedizione. La dittatura è qui arcanum dominationis dell’aristocrazia.
A questi due elementi possono essere aggiunti a mo’ di corollario i flagitia dominationis, cioè i metodi tirannici e di abusi di potere e i consilia machiavellistica cioè la prassi derivante da una cattiva ragion di Stato.
 - iura imperii: i diritti connessi all’esercizio della sovranità, uguali in ogni stato, come per esempio lo sono quelli relativi alla legiferazione;
 - iura dominationis: il diritto di creare un’eccezione quando si verifichi un’emergenza. Ossia il diritto d’eccezione che deve solo rispettare lo ius divinum e tutto il resto può scavalcare. Qui si ha la pienezza del potere che supera i poteri costituiti e si avvale di metodi che lo avvicinano alla dittatura che fa riferimento al moderno potere costituente del popolo. La decisione sul verificarsi dell’emergenza spetta al sovrano (Carlo V, Ferdinando II) e riguarda la facoltà illimitata di compiere tutto ciò che è necessario allo scopo. La sovranità emerge qui i suoi caratteri più puri. Qui il criterio è la salus publica, non né l’aequitas né la justitia.
Contro tale concezione si scagliano i monarcomachi: secondo loro il popolo è dominus e il re l’esecutore della sua volontà; scopo dell’azione del re è l’utilitas populi che è uguale all’utilitas rei publicae data come evidente.
Questo è anche un tema caro a Grozio e al “giusnaturalismo della giustizia” secondo il quale esiste un diritto naturale pre-statuale e secondo il quale quest’ultimo coincide con la giustizia.
Diversamente da Grozio, secondo Hobbes non c’è un diritto naturale pre-statuale ma il diritto proviene da una decisione del potere. Nello Stato la legge è un imperium cioè un comando. Scopo del sovrano è evitare la guerra civile e la sua decisione nasce da un nulla normativo. D’accordo con Hobbes è Puferndorf che ritiene che sovrano ha la prerogativa di decidere senza essere sottoposto a istanze di controllo. Per Locke, invece, sovranità risiede nei ceti, che rappresentano l’ultima istanza decisionale (mediante le loro istituzioni collegiali e nel rispetto dei diritti di vita libertà proprietà, n.d.r.) . Per Rousseau il potere, ogni potere legittimo, è semplice commissario del popolo.

B) La definizione di dittatura commissaria in Bodin
Bodin affronta il problema di chi ha supremo diritto e suprema potestà. Tale problema conduce al tema della dittatura e della sovranità. La sovranità è da lui definita come il potere assoluto e perpetuo di uno Stato. I latini lo chiamavano majestas. Il dittatore, in tale contesto, è colui che riceve dal sovrano un compito da eseguire senza possedere assolutezza e durevolezza del potere. Il sovrano infatti non riconosce altro che Dio al di sopra di sé. Il potere del sovrano, dunque,  non è derivato, quello del dittatore sì. Contro Bodin, Grozio sostiene che, una volta che il popolo abbia definitivamente trasmesso la sovranità al principe, questo non si distingue da un dittatore: entrambi hanno ricevuto la sovranità, ma ciò non è rilevante, l’importante è esercitarla. Anche la dittatura, come la sovranità, è summum imperium in cui il tema della durata limitata della dittatura non è rilevante. Infatti il dittatore, nel tempo del suo mandato, sembra possedere un diritto all’ufficio, cioè sembra che il suo status non sia revocabile. Per Hobbes il popolo trasmette la sua sovranità al sovrano ma lo fa in modo irrevocabile e totale, altrimenti si manterrebbero occasioni di guerra civile. Nel filosofo inglese il dittatore semplicemente un monarca temporaneo (come lo fu Cromwell) e non ereditario. In tempi eccezionali anche in democrazia per Hobbes è necessaria una dittatura simile alla monarchia. Per Puferndorf il dittatore non è un sovrano ma semplicemente un magistrato: la dittatura è un esercizio commissario di funzioni statuali. Bodin, dal canto suo, ritiene che il dittatore sia un commissario, ma il suo ragionamento è più complesso. Gli ufficiali di un regno possono essere
 - ordinari o
 - commissari:
entrambi hanno funzioni pubbliche, e ad essi rispettivamente corrispondono due forme di esercizio del potere statuale:
 - la forma ufficiale è fondata sulla legge, è durevole, è in grado di dare diritto all’ufficio, il contenuto della sua attività è previsto dalla legge;
 - la forma commissaria è fondata su un’ordinanza (la volontà di fatto del principe), non è durevole, non è in grado di dare diritto all’ufficio ed è dipendente dal mandante, il suo contenuto è vincolato all’istruzione ricevuta, la sua discrezionalità è solo nella misura data dal mandante.
Nella visione di Bodin, in una monarchia assoluta permane lo Stato di diritto che distingue tra legge universale, razionale e giusta, da un lato, e ordinanza come volontà puntuale e particolare del principe (dipendente dalle circostanze), dall’altro. L’attività ordinaria ha un contenuto definito per legge, quella commissaria no. Ciò però non significa che l’ufficiale ordinario sia meno libero, anzi avviene l’opposto perché egli si riferisce a una legge che il sovrano non può cambiare quando vuole e che egli pure interpreta.
 Il concetto di commissario prevede ulteriori distinzioni:
- il commissario di servizio: non ha particolari poteri; la sua attività è definibile mediante disposizioni generali poiché egli svolge servizi regolari;
- il commissario d’affari: sbriga affari speciali dipendenti, caso per caso, dalla volontà del mandante: per esempio l’ambasciatore;
- il commissario d’azione: può svolgere il suo mandato rimuovendo gli ostacoli legali e può fare eccezione alle leggi. La sua è una dittatura che, essendo caratterizzata da un’eccezione alla legge, non può fondarsi su una legge, né può essere perpetua (se no diviene una sovranità). I commissari d’azione hanno un ruolo importante nelle opere di riforma e rifondazione dello Stato.
John Locke non ammette alcun potere dettato dalle circostanze e dei fatti. Il re per lui è semplicemente commissario del popolo con poteri limitati. Anche quando dà una commissione non può valicare la legge. Tuttavia il potere federativo, il nome con cui Locke indica quel potere che si esercita in politica estera (in cui particolarmente importante è il concetto di prudenza o moderazione o epikeia), non può, nel suo esercizio, essere fondato su leggi e quindi deve ammettere la sua dipendenza da circostanze di fatto.

CAPITOLO SECONDO:
LA PRASSI DEI COMMISSARI DEI PRINCIPI FINO AL 18º SECOLO

La plenitudo potestatis papale
La plenitudo potestatis papale è un punto di svolta nel passaggio dal medioevo all’età moderna. Si tratta di una trasformazione spettacolare dell’apparato di potere senza riguardo ai diritti acquisiti. È una sorta di rivoluzione legittima. Da Innocenzo III in poi il Papa è un sovrano, i vescovi non sono vassalli, come potrebbe pensare un uomo legato all’ordinamento medievale, ma ufficiali. Ciò significa che viene eliminata dentro la Chiesa una gerarchia fissa di uffici che si ponevano come diritto inalienabile del loro titolare, anche di fronte all’istanza più alta. Contro tale plenitudo potestatis si scaglia Marsilio da Padova secondo cui ciò prelude a una tirannia del Papa. Allo stesso modo Gersone, pur impegnato nel tener fede all’idea monarchica di Chiesa. Da questa contestazione deriva la distinzione tra sostanza e l’esercizio del potere che sarà proprio del 19º secolo: il papa ha la plenitudo potestatis ma la esercita sotto il controllo del concilio, oppure mediante le gerarchie intermedie. In tal modo il capo non dovrebbe sopraffare le membra, a meno che non vi sia un caso di evidente necessità. In alternativa a tale prospettiva si colloca la rivoluzione di Innocenzo III. Egli invia plenipotenziari con poteri straordinari, di fronte ai quali scompare ogni altro ufficio perché si considera compiuto dal Papa tutto ciò che fa il legato (il quale comprende il potere di coercitio). Il delegato ha sì un potere giurisdizionale, cioè è un giudice delegato, tuttavia tale potere è sopravanzato dalla commissione papale, secondo la quale egli assume prove ma anche giudica e attua il diritto “vagliando le circostanze”, con una discrezione che gli è data dalla necessità di produrre uno stato di cose concreto. Anche nell’attività ordinaria ci sono cambiamenti quando c’è un ampio mandato e una commissione senza limiti. Quando per esempio il commissario ha il potere di nominare altri commissari che nelle loro funzioni possono interferire con l’attività dei vescovi. Oppure come accade con i francescani che ottengono dal Papa potere di ispezione. Oppure ancora quando a un legato è affidata un’intera provincia per ristabilire la quiete pubblica. In tutti questi casi i poteri non sono solo giurisdizionali, ma anche amministrativi e organizzativi. Ciò è possibile mediante l’idea di una rappresentanza personale, per cui il commissario rappresenta il Papa, così come lo stesso Papa rappresenta Cristo ed è suo “commissario”. Insomma le cose cambiano quando l’inviato del papa non è solo giudice ma può compiere azioni che sono rese necessarie per il conseguimento di un obiettivo concreto oltre il suo stretto mandato giuridico.
I principi temporali e i loro inviati-missi
Ciò accade anche, in modo significativo, con i principi temporali che inviano messi con facoltà e compiti speciali per eseguire incarichi particolari, come l’eliminazione di illegalità o abusi di ufficio. La diffusione della figura del giudice commissario e del commissario anche per altri incarichi statali si colloca in questa direzione. Si pensi al commissario di inchiesta di Luigi il santo del 1247, finalizzata a raccogliere le rimostranze dei poveri sudditi contro i poteri locali, e avente anche poteri ispettivi, oltreché giudiziari e penali. Quando i messi itineranti si stabilizzano si ha la trasformazione della commissione in un ufficio stabile. Il commissario, pur essendo talora strumento dei ceti per mantenere i propri diritti, è principalmente usato dal sovrano contro i diritti dei ceti. Questo grazie alla idea che le decisioni del commissario hanno lo stesso valore di quelle del principe e non sono inoppugnabili.

Negli Stati italiani e nello Stato della Chiesa
In alcuni Stati italiani fin da 14º secolo compaiono commissari non solo come missi del principe ma anche come ufficiali incaricati di controllare l’attività dell’esercito e dei suoi comandanti. I loro compiti si estendevano fino al punto di assumere il comando delle armate e di divenire quindi dei commissari d’azione. Esempi di commissione sono quelli che il governo papale di Bonifacio IX prende per affrontare lo scisma avignonese. Egli preoccupato delle finanze papali nel 1391 conferisce due commissari il potere di vendere, impegnare o comunque utilizzare il proprio arbitrio fino ad una certa somma per vendere castro non appartenente ad un monastero, anche senza il consenso della parte. Nel 1397 a Johannes Holand viene affidato il potere di fare tutto ciò che ritiene necessario per difendere pace, tranquillità pubblica, gloria della Chiesa contro i ribelli. Nel 1398 Malatesta de’ Malatesti riceve, sempre da Bonifacio IX, il compito di ristabilire l’unità della fede, dell’ubbidienza, della pace nella città di Roma. Tale mandato si conclude con una autorizzazione generale prendere tutte le misure di fatto che appaiono necessarie ai fini della riforma e del ristabilimento della quiete pubblica. Questa commissione dà al soggetto incaricato poteri giudiziari e amministrativi cui si aggiungono facoltà di prendere misure puramente fattuali.
Commissari, comandanti militari e commissari presso l’esercito
Questi sono poteri che esulano dalla via facti, cioè dal potere di prendere provvedimenti extra giuridici che un militare ha nell’esercizio delle sue funzioni belliche. Il commissario non è il condottiero che presta obbedienza al re per cui combatte, ma uno che ha un incarico di controllo anche nell’esercito. Ciò, nonostante che a volte lo stesso capo dell’esercito possa avere poteri commissariali. Le due funzioni, questo è importante comprendere, rimangono diverse. Papa Eugenio III, dal canto suo, nomina il vescovo di Spoleto come commissario presso l’esercito con piena facoltà, arbitrio e potere. L’elenco delle sue facoltà si conclude con la clausola generale di fare tutto ciò che è necessario per la gloria della Chiesa e il bene dei sudditi, e che tutte le altre autorità e sudditi gli devono obbedienza. Qui accanto al commissario civile si presenta un commissario dell’esercito. Egli ha un compito relativamente speciale e delimitato, differente da quelli precedenti. Ciò che importa nelle commissioni precedenti è il fatto che per indicare il potere commissario si dice che a lui si deve obbedienza come al papa. In generale il commissario “deve fare tutto ciò che è necessario per…”. A tal fine vi vengono conferite facoltà ordinarie e financo straordinarie.

Diversi tipi di commissari e loro distinzione dal legato diplomatico
Si presenta qui la distinzione tra commissario di servizio, che sbriga affari che ricadono nelle competenze ordinarie; il commissario d’affari deputato a svolgere incarichi speciali e infine il commissario d’azione il cui obiettivo da conseguire giustifica ogni tipo di azione. A volte date le circostanze un commissario di servizio può diventare di affari e anche d’azione. Il commissario va distinto tuttavia dal legato diplomatico che non è commissario ma procuratore. Quest’ultimo ha come il commissario un mandato più ampio dell’attività giudiziaria ma non ha alcuna iurisdictio e alcuna facoltà autoritativa. In ogni caso nel passaggio dallo stato cetuale allo Stato assolutistico è decisivo il commissario d’azione. Tale commissario si sviluppa a partire da elementi giuridici diversi: anzitutto vi è un commissario di servizio che esegue compiti, poi un commissario di riforma e un commissario militare. Queste figure sono importanti per capire come si viene a costituire e quali prerogative via via assume il commissario d’azione. Quindi andiamo ad analizzare queste figure  concentrandoci sulla storia tedesca.

Le possibilità insite nell’esecuzione di una sentenza giudiziaria
Malgrado la limitatezza del compito di far eseguire una sentenza giudiziaria avente valore legale, vi sono forme giuridiche – come per esempio la dichiarazione di “nemico” – volte a eliminare gli ostacoli più grossi all’azione intesa a ristabilire l’ordine legale. L’esecuzione, se deve essere efficace, non deve dipendere dalle eventuali circostanze avverse e tantomeno dalle resistenze dell’exequndus. Per essere efficace, dunque, l’esecuzione può travalicare il fondamento legale della sentenza, se le circostanze lo richiedono. In particolare l’esecutore gode di piena libertà d’azione in caso di violazione della pace interna. In tal caso l’esecuzione può divenire intervento militare. Nell’epoca moderna l’esecuzione di una sentenza può diventare il mezzo attraverso cui il principe per mezzo di un commissario esecutivo, elimina l’ostacolo dei ceti  così da potersi affermare come sovrano assoluto.

La prassi dei commissari imperiali e i suoi vincoli
Nel XVII secolo il potere dei commissari imperiali in vista della imperii utilitas et tanquillitas era superiore a quello dei magistrati ordinari, perché princeps vices fungitur eiusque persona representat. Ciò accadeva in particolare nel caso della proscrizione con qualche ceto a causa appunto della violazione della pace interna. Tuttavia l’attività dei commissari era anche nel caso della proscrizione piuttosto lenta. Il compito del commissario imperiale consisteva principalmente nell’intraprendere trattative, soprattutto se erano coinvolte questioni importanti o partiti influenti. La cosa si protraeva fino a quando ad un commissario d’affari non fosse subentrato un commissario d’azione. Esempio importante dell’attività dei commissari è la lite tra la città di  Braunschweig e il duca Julius Heinrich di Braunschweig. Essa ha inizio nel 1604. Nel 1609 i commissari invitano le parti a deporre le armi. Nonostante un accordo scritto per la deposizione delle armi da parte della città, essa nuovamente fa attaccare i possessi del duca dai suoi mercenari. A ciò segue un nuovo invito con un ultimatum e la dichiarazione di interdetto. In generale i commissari imperiali erano strettamente vincolati al mandato ricevuto e dovevano subire le opposizioni dei ceti. Essi rimangono commissari d’affari che non possono dar luogo ad un intervento militare, la cui prerogativa spetta a eventuali principi incaricati. In ogni caso l’esecuzione anche da parte dei principi contiene garanzie per i ceti, secondo l’ordinamento esecutivo del 1555 che regola tali questioni, perché in linea logica l’esecuzione, se intesa in modo radicale,  avrebbe potuto divenire strumento dell’assolutismo. Né un commissario imperiale avrebbe potuto saltare il principe esecutore nella direzione dell’esercito che porta a terine di fatto l’azione esecutiva.

Wallenstein e il tentativo sventato di una trasformazione assolutistica
Con Walllenstein, invece,  che l’imperatore, avendo un esercito al suo servizio può gettare le basi di una sovranità diretta dell’imperatore sull’impero, sul fondamento formale di una esecuzione delle proscrizione imperiale. I ceti avvertirono il pericolo e seppero anche sventarlo, come dimostra la vicenda del condottiero, mentre al contrario, in Boemia e in Austria  l’imposizione del potere imperiale avviene per mezzo del principe elettore di Sassonia e il duca di Baviera, nominati commissari esecutivi imperiali durante la ribellione boema all’inizio della guerra dei Trent’anni. Quindi la repressione dei ceti, avviene per mezzo dei due principi, cioè per mezzo dei ceti stessi. Il fondamento giuridico è anche qui la proscrizione, giacché il principe del Palatinato ha messo a rischio la pace interna. Di qui la commissione imperiale per ricondurre i ribelli all’obbedienza, il rifiuto della sottomissione e il passaggio all’azione. I principi, una volta conquistata Praga, si avvalgono di sub commissari per ottenere obbedienza e procedere contro i ribelli. Il potere del principe – duca di Baviera in questo caso -  non era quello di un funzionario indipendente, ma di uno che si riservava di avere mano libera in tutte le faccende militari (con un potere simil-dittatoriale che si distacca dalla definizione di commissario data da Bodin). Tuttavia il duca ha amplissima libertà di azione, ma solo via facti, in quanto comandante militare che deve ottenere il risultato militare. Egli è commissario d’affari solo quando riceve l’omaggio a nome dell’imperatore da parte delle città sottomesse, ma ribadisce che come comandante militare, egli non esercita alcuna supremazia o autorità sugli altri ceti e nemmeno nuovi diritti. Il comandante militare in quanto tale non è dunque un commissario, anche se l’intervento militare rappresenta un tipico caso di commissione d’azione.

Comandanti militari e commissari (dell’esercito)
La distinzione tra commissario e comandante militare si afferma tuttavia solo nel corso del sec. XVII. Nel 1508 sotto l’imperatore Massimiliano I si invitano i soldati a giurare obbedienza al loro principe e comandante a nome dell’imperatore, cioè in quanto commissario dell’imperatore. Ancora nel 1628 Wallenstein  come comandante dell’esercito è anche commissario. Successivamente vi sarà distinzione tra il comando militare e i commissari amministrativi dell’esercito, i quali sono organi governativi di controllo, provvisti di compiti politici, istituiti per trasmettere istruzioni ai capi militari, trattare col nemico, provvedere al vettovagliamento e agli approvvigionamenti etc., oppure assolvono compiti connessi all’amministrazione dell’esercito in senso stretto I commissari dei principi sono all’origine dei commissari d’affari, che poi diventano di servizio con l’evolversi dell’amministrazione militare. In particolare durante la guerra dei Trent’anni si stabilizza un apparato di commissari, spesso alle dipendenze dei comandanti, e a volte con una certa autonomia.

I commissari territoriali o di guerra
Dai commissari presso l’esercito si devono distinguere i commissari territoriali, cioè i commissari del principe o dei ceti del territorio che deve  sopportare il passaggio dell’esercito. Essi svolgono compiti di mantenimento della disciplina, di ispezione e di amministrazione delle paghe: per tale motivo essi sono a contatto con il potere e l’amministrazione del principe o dei ceti. Può accadere che il comandante dell’esercito si sottometta alle indicazione dei commissari o li usi come strumento per le sue operazioni di guerra. La raccolta dei fondi per la guerra era ugualmente svolta da commissari di guerra che possono essere istituiti anche dal sovrano territoriale e che in tal caso hanno più potere del commissario imperiale, benché nelle operazioni di guerra la loro autorità sia sopravanzata dalle esigenze della soldatesca che quando deve essere pagata o approvvigionarsi può passare alle vie di fatto a prescindere dalle diposizioni dei commissari. In generale vale nell’Impero per gli acquartieramenti e il passaggio dell’esercito nei diversi territori la gestione concorsuale di comandante di truppa, commissari di guerra, autorità territoriali.

I commissari d’affari non sono mai dittatori
Nonostante con il passare del tempo i commissari d’affari siano inquadrati in una struttura permanente diventando commissari di servizio, l’incarico di commissario mantiene un certo carattere di immediatezza cioè non agisce usando una norma giuridica. Ciò non significa che egli può essere chiamato dittatore. Tutt’al più potrebbe chiamarsi dittatura l’intero sistema per la rilevanza centrale che assume in esso una finalità di carattere tecnico-pratico.
Commissario di guerra in Prussia
La Prssia è esempio della rilevanza simil-dittatoriale della finalità tecnico-pratica. Diversamente che nell’impero, il commissario di guerra era preso più sul serio, con un’estensione dei suoi poteri dalla sfera militare a quella civile. Anche qui il commissario è strumento di un sistema dominato da una finalità tecnico-pratica. Ciò poi si consolida in un apparato di funzionari stabili a sostegno e incremento del potere assoluto del sovrano: insieme alla sovranità si incrementa anche la burocrazia del principe. In Prussia il commissario dell’esercito non è solo mezzo per raggiungere un risultato organizzativo o strategico, ma per realizzare la graduale estensione di un organismo amministrativo.

Il commissario di riforma (103)
Il commissario di riforma è esempio di una commissione d’azione. Egli è istituito dal principe per far valere l’autorità centrale dello Stato sospendendo l’amministrazione locale autonoma quando essa frappone ostacoli. Esempi di commissari di riforma sono quelli istituiti per reprimere focolai di protestantesimo in Austria, avvalendosi anche di un’adeguata scorta armata mercenaria. L’ordine era quello di reprimere l’ostinata resistenza delle comunità luterane e culminava nella formula: “operare tutto quanto le necessità impongono”. Esempio di tale commissione è quella data a commissari di riforma a Leoben mandati ad attuare in tutto quel territorio una “riforma” antiprotestante. Essi si devono adeguare alle circostanze e quando la riforma non poteva essere attuata con le buone passavano all’esecuzione a mano armata.

Excursus: la dittatura di  Wallenstein
Wallenstein fu considerato un dittatore perché non teneva in conto i diritti dei ceti e aveva autonomia rispetto al suo mandante, cioè l’imperatore. Il problema è fino a che punto i poteri di W. giustificano l’appellativo di dittatore (con un uso del termine che si va avvicinando al concetto di dittatura sovrana)? La definizione di dittatura dap arte dei suoi contemporanei, che ha giustificato la sua attribuzione a W. è la seguente:  un comando militare supremo e indipendente al riparo dalle interferenze degli altri organi. (con tale definizione anche Maurizio d’Orange e Cromwell vengono indicati come dittatori). Nel suo primo generalato (1625-1630) W. viene nominato  dall’aprile 1625 “capo” nel senso che a lui viene affidata la direzione generale delle truppe in , ma non di tutte le armate dell’Impero, bensì solo dei “rinforzi destinati al Sacro romano impero”, mentre non dipendevano da lui le truppe operanti negli Stati ereditari. Nel luglio 1625 egli è nominato comandante in campo cioè generalissimo dell’intero esercito imperiale nell’Impero, in Ungheria e negli stati ereditari. L’esercito della Lega cattolica non era ai suoi ordini, ma nelle consultazioni con questo non gli si potevano frapporre ostacoli. Nella nomina del 1628 emerge il carattere commissario delle funzioni di W. e un’estrema ampiezza di poteri: unico limite sono i “comandi generali” per i quali necessità di un’autorizzazione imperiale. Qui W. deve provvedere a tutto ciò che è necessario e i suoi atti valgono come se compiuti dall’imperatore. Egli è dunque un vero generale supremo, ottenendo potestà, autorità e autorizzazione piene. Nondimeno la sua autorità non è assoluta e tale da compromettere la posizione dell’imperatore come comandante supremo. Il suo mandato contemplava anche dei limiti, come per esempio il dovere di ricorrere agli ordini imperiali, l’impossibilità di liberare prigionieri di alto rango se non su ordine imperiale, , doveva raccogliere i contributi per il mantenimento dell’esercito in osservanza delle norme vigenti nei territori etc., era affiancato inoltre da un commissario imperiale addetto all’amministrazione dell’esercito, da un commissario politico e da un deputato dell’imperatore come organizzatore del servizio segreto di informazioni. W. pertanto non era indipendente anche se la sua influenza politica andò crescendo. Ciò era implicito nel fatto che nella istruzione con cui gli era stato dato il comando militare era ammessa una certa flessibilità data dalla necessità che il comandante si adeguasse alle circostanze. Dato tutto ciò ci si può ancora domandare fino a che punto W. aveva pieni poteri. Nel primo generalato egli è solo comandante generale e appare come un dittatore solo perché lo scopo militare sovrasta in determinati momenti tutto il resto, apparendo egli allora un commissario d’azione con pieni poteri limitati solo dall’obbiettivo da conseguire. Tuttavia giuridicamente egli non era un dittatore perché egli non riceve dall’imperatore una piena discrezionalità, per esempio non poteva intervenire sui diritti di terzi o dei ceti. Se l’imperatore avesse autorizzato W. a prendere sempre tutte le misure del caso senza riguardo a eventuali diritti, W. sarebbe diventato un dittatore, ma l’imperatore non fece ciò. Grazie alle vittorie di W. l’imperatore arriva a pensare di fare dell’impero uno Stato con un sovrano assoluto. In questa direzione va  la volontà imperiale di trasferire tutti gli eserciti sotto un unico comando. Ma i principi cattolici erano ben lontani da accettare che la potestà imperiale in tempo di guerra si tramutasse in una sovranità elettiva. Essi dunque si oppongono a W. e anzi sostengono che semmai il comandante dell’esercito deve essere il principe di Baviera. La controversia finisce con il prevalere dei principi sulla volontà imperiale: W. è licenziato e la carica di comandante è data a Tilly, mentre una parte dell’esercito viene sciolta.
Per il secondo generalato (1631-1634) abbiamo un documenti non autentico ma comunque significativo sulle istruzioni date a W. Si tratta  di un capitolato delle condizioni alle quali W. assunse il suo compito. Sono 10 punti in cui si parla del tipo di comando che gli viene dato e della contropartita in denaro ma anche in dignità elettorale e in titoli che viene pattuita. In tale documento  non c’è alcu elemento che possa far pensare a una dittatura. Si tratta appunto di un contratto per un comando militare che non implica facoltà politiche. L’impero non si priva mai dell’”arbitrium belli et pacis” che fa parte del suo jus maiestatis. Straordinaria nel secondo generalato di W. è l’autonomia del comando militare e il tipo di ricompense, non la dittatura che vi sarebbe stata solo se quanto attribuito a W. avesse significato uno stato di eccezione. Ciò anche se i poteri militari in casi di emergenza possano apparire dittatoriali, in particolare quando si estende il criterio di “opportunità”, cosa che appare normale a W., che fece di tale criterio l’elemento per esprimere in libertà le sue eccezionali doti di organizzatore. Tuttavia, malgrado W. avesse nel suo temperamento tendenze a fare delle sue facoltà di confisca uno strumento dittatoriale, l’imperatore stesso, non si sentiva autorizzato ad agire esclusivamente secondo criteri tecnico-pratici, non osando approfittare dello stato di guerra, forse per timore della stessa enorme influenza di W. Faceva parte di arcana imperii il consiglio di evitare di rendere un sottoposto troppo potente (ciò vale anche nei confronti di Massimiliano di Baviera). L’imperatore si appella all’idea del “rispetto del diritto vigente”. Se egli non si avvale di diritti eccezionali, tantomeno questi vengono trasferiti a W. Ciò ha conseguenze anche sul successore Ferdinando III che sarà obbligato a consultare i principi anche in caso di necessità, soprattutto per i provvedimenti di proscrizione,, in modo tale che egli, come osserva Limnaeus, pur vedendo riconosciuto il diritto di agire in stato di necessità, non può fare un uso arbitrario di tale dispositivo giuridico per estendere i suoi poteri.

CAPITOLO TERZO
IL PASSAGGIO ALLA DITTATURA SOVRANA DELLA DOTTRINA DELLO STATO DEL 18º SECOLO

In Francia il sovrano assoluto governa per mezzo di commissari - i cosiddetti intendenti - come per esempio lo era il responsabile dell’amministrazione di una generalità, di una provincia o di un dipartimento. La nomina dei commissari veniva fatta dal controllore generale delle finanze e, per le province di frontiera, su consiglio del ministro della guerra. Vi erano diverse facoltà a seconda della commissione ma in generale il commissario aveva il compito di sorvegliare tutto quanto riguardava l’amministrazione della giustizia, la polizia, le finanze, l’ordine pubblico e tutto ciò che concerneva il bene dello Stato. Doveva anche inviare resoconti al re o al consiglio e poteva istruire indagini e perizie ma non processi (poteva solo vigilare sul loro andamento). Con il suo subdelegato mediava con gli insorti o con i lavoratori in sciopero, facendosi dare poteri straordinari e intervenendo con la forza solo in casi estremi. Quest’ultima attività veniva a volte chiamata “una specie di dittatura”. L’appello contro l’intendente non sospendeva le sue misure, i suoi subdelegati erano dominati e in ogni momento revocabili. Fatale diveniva l’attrito tra l’intendente e le corporazioni locali che mal sopportavano la centralizzazione del potere. Gli attacchi contro gli intendenti, come ricorda il marchese di Saint Simon, insistevano sul fatto che essi erano come dei Trenta tiranni. Inoltre la burocrazia creava una barriera tra le istanze locali e il re. I tributi imposti dal re senza l’approvazione dei ceti offrivano anche margine all’arbitrio della distribuzione della riscossione. Contro il commissario del re continuamente erano levate rimostranze da parte delle istanze intermedie.
Anche il conciliarismo nella Chiesa rappresentava un analogo delle rimostranze dei ceti contro l’imperatore: era una sorta di rimostranza dei vescovi contro la plenitudo potestatis papale.
Similmente ma con diverso risultato i ceti dell’impero germanico avevano sostenuto che la sovranità non era dell’imperatore, ma dell’impero di cui l’imperatore non era che una parte; ora anche i parlamenti francesi sostenevano che il re non è fuori dello Stato ma una parte del regno. In generale si può dire che in Francia l’importanza dei ceti sotto i re assoluti è molto più grande che sotto l’assolutismo di Napoleone. Per Bonald la monarchia e i corpi intermedi sono la stessa cosa. Montesquieu su questi temi entra in conflitto con l’illuminismo difendendo i poteri intermedi.

Montesquieu
Per Montesquieu i poteri intermedi sono essenziali in un governo monarchico che osserva le leggi fondamentali. Essi sono l’istanza mediatrice attraverso la quale il potere statuale fluisce in modo da impedire manifestazioni arbitrarie della volontà dello Stato. Egli ritiene che la nobiltà, la giurisdizione signorile, il clero, le corti giudiziarie indipendenti, cioè i parlamenti francesi, rappresentino ostacoli intermedi allo strapotere dello Stato. Contro tali ostacoli si colloca il consiglio del principe che invece segue solo la volontà del sovrano. La visione di Montesquieu si oppone alla teologia politica illuminista che vede lo Stato come un meccanismo perfetto governato da un legislatore razionale (che dunque non ha bisogno di nessun ostacolo alla realizzazione dei suoi fini, n.d.r.). Di contro Montesquieu usa l’immagine concreta della bilancia come fondamento del suo liberalismo. L’idea è quella di congegnare un sistema di controlli, freni e legami scambievoli: il potere frena il potere (sesto capitolo dell’11º libro dello Spirito delle leggi). Dalla bilancia viene anche la possibilità di un’opposizione al re, o di un conflitto re-parlamento, che può risolversi anche con una dittatura. Ma la bilancia è fondata sull’idea di una unità dello Stato per via di equilibrio, contro ogni turbamento dittatoriale. Per questo ogni strapotere politico sproporzionato rappresenta il nemico (quello stesso strapotere invocato da Cromwell contro il Parlamento lungo, o da Bolingbroke – uomo politico tory vissuto 1768-1751 e diveniuto fautore di un regime che eliminasse i partiti -  contro il predominio wigh nel Parlamento). In Montesquieu la bilancia e i corpi intermedi contro lo strapotere del re sono coerenti con la tradizione dello Stato organizzato per ceti. Ciò implica anche il rifiuto della democrazia diretta perché in essa il popolo detiene una potenza immediata. Il dispotismo consiste nella soppressione della bilancia in cui lo Stato esercita un potere non mediato da un organo apposito che non si può saltare. Ciò implica il venir meno della protezione della libertà del cittadino dal potere dello Stato. Tale protezione non è garantita dalla legge bensì dalla separazione e dal reciproco controllo tra i poteri e dall’impossibilità di modificare la legge una volta che è emanata. Anche per il filosofo francese astrattamente la sovranità è un tutto, tuttavia concretamente a ogni organo deve spettare una facoltà circoscritta. L’esistenza di una istanza ultima cioè di una competenza sulla competenza, sarebbe la fine di ogni competenza effettiva e l’inizio del dispotismo. Trattando della dittatura Montesquieu ripete le tradizionali dottrine sulla dittatura commissaria a Roma e insiste sul suo essere strumento dell’aristocrazia che vede minacciato il proprio potere e decide di affidare ad un singolo cittadino facoltà illimitate. Anche nella monarchia vi è un potere esorbitante e in via di diritto illimitato del re, tuttavia di fatto esso è limitato dai corpi intermedi. La dittatura può essere consigliabile in determinati contesti per lo Stato aristocratico.Però in condizioni ideali non si dà dittatura se non per breve tempo e solo relativamente all’arresto di cittadini sospetti. Per quanto riguarda  Roma, Montesquieu capisce con il suo acume storico il ruolo dei commissari nel passaggio dalla Repubblica al cesarismo, per esempio nelle commissioni straordinarie ottenuto da Pompeo e Silla che implicano un potere illimitato per ristabilire l’ordine. Ma appunto con tale pretesto si trasforma il potere in dispotismo. È vero che alcune volte bisogna “mascherare la libertà”, ma tale detto riguarda l’ammissibilità di una attainder bill, cioè di un atto legislativo che dichiara una persona o un gruppo colpevole di un crimine e li punisce senza processo. Tale atto implica la rinuncia all’aspetto fondamentale di generalità che deve avere una legge, aspetto di cui Montesquieu è assolutamente consapevole. Tuttavia benché la legge sia generale e questo, insieme al fatto che deve essere antecedente ai fatti, è importante per la certezza del diritto, la garanzia della libertà è conservata perché essa non sta nella generalità della legge o in qualche sua altra caratteristica bensì nella presenza di poteri intermedi. Su questo tema vi è la famosa riflessione sul potere giudiziario come qualcosa di invisibile e nullo, in quanto sottoposto alla volontà generale che ha determinato la legge: ciò non significa che i magistrati siano degli automi di sussunzione bensì semplicemente ha come riferimento il modello dei giurati inglesi è quello di un corpo non permanente e quindi meno visibile degli altri poteri.

Voltaire, gli economisti e altri illuministi assolutisti
Nemmeno Voltaire porta fino in fondo la dottrina illuministica della dittatura della ragione illuminata. Egli è d’accordo con lo Stato centrale come macchina razionale avversa ai poteri intermedi ma non è un assolutista al 100%. D’altro canto sa riconoscere troppo bene i lati positivi di una democrazia ed è diffidente verso la psicologia assolutistica della naturale malvagità dell’uomo. Presso il gruppo dei filosofi economisti e fisiocrati - Quesnay, Dupont de Nemours, Baudeau, Senac de Meilhan - predomina un’idea di fondo che è il risultato della comune avversione per i poteri intermedi storici e della fede comune nel potere di una burocrazia illuminata: il pensiero naturale e razionale può sviluppare una giustizia e un ordine politico universalmente validi che spetta allo Stato mettere in atto. La monarchia è necessaria per giungere alla libertà contro i poteri intermedi. Ma data la sottomissione alle leggi dello sviluppo economico, non sono necessari limiti al potere statale. È indispensabile il dominio di una autorità illuminata fino al compimento dell’educazione del popolo all’uso della ragione. La ragione sarà in grado di controllare il governo meglio di qualsiasi istanza costituita. Allo stesso modo Turgot ritiene dannosi corpi intermedi quando è in gioco l’utilità pubblica. Le Mercier de La Riviere (L’ordine naturale e l’essenziale delle società politiche, 1767) ritiene che ci sia un dispotismo legale, cioè un dispotismo della retta ragione contro colui che non la possiede e contro le passioni. In questo senso la separazione di legislativo ed esecutivo indebolisce la forza della ragione che invece deve essere dotata di un potere irresistibile per consentire la transizione ad uno stato di cose in cui le leggi naturali si imporranno da sé la cui giustificazione stia nell’evidenza razionale stessa. Questa dittatura della ragione ha il suo fondamento in una distinzione tra il filosofo illuminato e il popolo da illuminare e ciò impedisce di dedurre i poteri dello Stato dalla volontà popolare, cosa che altresì fonderebbe una dittatura legittimata dal basso. Anche presso i fautori di una radicale eguaglianza, come il Cerutti collaboratore del giovane Mirabeau, è contemplata la forza di un potere centrale in grado di imporla contro i poteri intermedi. Morelly (Il codice della natura, 1755) dal canto suo ritiene che la bontà originaria dell’uomo è stata corrotta dalla società organizzata per ceti. Contro la sua ingiustizia è necessario il dispotismo, mezzo fondamentale per realizzare l’uguaglianza. Lo Stato appare qui come un pedagogo onnipotente.

La posizione complessa di Mably
 In Mably troviamo invece una teoria dei contrappesi. Certo solo una forte monarchia può eliminare il dominio di una classe o di un partito e promuovere l’uguaglianza generale, ma va rifiutato al contempo il dispotismo della ragione. Infatti l’evidenza della ragione non è mai del tutto evidente per colpa delle passioni che sono presenti per natura anche nei governanti. Nei loro confronti quindi sono necessarie garanzie. Si tratta di un ribaltamento liberale della dottrina assolutistica della naturale malvagità umana. Da questa dottrina segue che il governo è Stato sono mali inevitabili e che quindi bisogna contenerli entro il minimo indispensabile. Per Thomas Paine la società nasce per soddisfare bisogni e per sviluppare la convivenza razionale degli uomini, lo Stato invece è il prodotto dei nostri vizi. Mably non arriva a tanto ma sullo Stato nutre le medesime preoccupazioni degli americani. Secondo lui esiste sempre il pericolo che il detentore del potere, cioè l’esecutivo, sia spinto dalla brama di potenza a sopraffare gli altri organi. Quindi, se è vero che i poteri intermedi sono negativi egli ritiene che non si possa raggiungere alcuna unità politica senza condizioni di vita che siano in generale di uguaglianza. In tali condizioni i cittadini partecipano al legislativo che è diviso dall’esecutivo per evitare che nasca un magistrato universale cioè un despota. Commissioni speciali del legislativo controlleranno la persistenza dell’equilibrio, senza che però l’autore si accorga del fatto che queste commissioni possono trasformarsi in esecutivo e quindi una nuova forma di potere dispotico. L’avversione per l’esecutivo è passata da Mably alla Rivoluzione francese. È tuttavia nella convenzione nazionale che le istanze di controllo si trasformano in un potere autonomo, cioè nella dittatura della convenzione nazionale. In Mably la dittatura sospende le funzioni degli altri organi: essa è il potere assoluto di fronte a cui scompare ogni altra competenza esistente. Egli la ritiene necessaria perché le leggi con il tempo si corrompono e loro la corruzione diventa troppo grande. Il dittatore gli appare chiaramente una sorta di commissario di riforma, provvisto di poteri limitati da esercitare nei confronti dell’organizzazione statuale nel suo complesso. Se la dittatura viene esercitata dei rappresentanti del popolo a suo nome ciò vuol dire che è, come quella della Convenzione nazionale, una dittatura sovrana.

Rousseau
La sua idea di dittatura contenuta nel “Contratto sociale” è indizio di una novità per ragioni diverse. Nel libro IV capitolo 6, egli sulla dittatura ripete cose apparentemente superficiali, inserendovi però importanti, quantunque poco apparenti, novità. Il libro in questione, irto di contraddizioni, è sintomo della crisi in cui si dibatteva l’individualismo europeo nel punto in cui esso si ribaltava in assolutismo e il suo postulato della libertà in terrore. Per Gierke il punto di partenza del “Contratto sociale” è la libertà individuale, incondizionata, naturale e inalienabile. L’obiettivo dello Stato è quello di essere un luogo dove nessuno non sia libero e l’individuo non sacrifichi la benché minima parte della sua libertà. Come attuare questo sistema? Bisogna unirsi ad altri in società per proprio libero consenso in modo che ciascuno non faccia che obbedire a se stesso, rimanendo libero come prima. Ma libertà è diverso da assenza di legami. Il legame nello Stato di Rousseau è contrattuale. Il contratto stipulato all’unanimità decide la nascita della società, dove poi la maggioranza vince sulla minoranza. La maggioranza è quella che costituisce la ratio cognoscendi (n.d.r.) della libera volontà generale. Nella società, di fronte all’individuo, c’è solo la volontà generale. Tra lo Stato e l’individuo non c’è nessuna rappresentanza. Il contratto di nascita dello Stato in Rousseau implica sono unione, così come quello di Hobbes implica solo sottomissione. Il risultato di entrambi i casi è che l’individuo lo Stato si trovano direttamente di fronte senza mediazioni. Ma in Rousseau c’è un’altra conseguenza di questa visione circa i rapporti individuo-stato. All’interno del giusnaturalismo abbiamo due versioni:
1) l’individuo è una realtà concretamente esistente a prescindere da qualsiasi organizzazione e forma sociale e si pone come ciò che è per principio illimitato di fronte ad uno stato per principio illimitato. Questo è il caso del giusnaturalismo della giustizia e di Locke.
2) i rapporti del punto uno sono completamente capovolti. Questo è il caso di Hobbes.
In Rousseau ognuno mette in comune la persona e le facoltà proprie sotto la direzione sovrana della volontà generale. In cambio egli viene accolto nella comunità come membro indivisibile del Tutto. Come si configura questo Tutto che nasce dall’unione degli individui? Esso è un Io collettivo dotato di vita e volontà propria, che ha ricevuto dall’individuo tutto ciò che possiede per restituirglielo in modo che ora lo possegga a pieno titolo. Egli dunque ha potere su tutti gli individui. L’uomo deve essere privato di tutto: esistenza, vita e forza, perché gli sia restituito dallo Stato. Tutto quanto appare come esigenza della unità sociale è perciò stesso giustificato, toccasse pure le convinzioni religiose. Ogni indipendenza che non si risolva in quella dello Stato è qualcosa di sottratto a esso. La volontà generale è la volontà del sovrano e costituisce lo Stato comunità. È altresì ciò che per il solo fatto di esistere è ciò che deve essere: essa è sempre retta, non può errare, coincide con la ragione stessa; è imperitura, immutabile, pura. Per contro la volontà individuale o particolare in quanto tale è pari a zero. “Particolare” per Rousseau, come “privato” in Hobbes, suona quasi un’offesa. Diventa quindi illegittimo il solo fatto di porsi il problema dei diritti inalienabili dell’individuo e di una sfera di libertà sottratta alla presa della volontà generale sovrana. Il problema è semplicemente eliminato dall’alternativa: o l’individuale è in armonia con il generale e quindi ha un valore, oppure non è in armonia e allora è pari a zero, cattivo, corrotto non rappresenta una volontà degna di rispetto né moralmente né giuridicamente. Pertanto non ha senso la divisione dei poteri di fronte alla volontà generale. La volontà generale è la volontà razionale che tutti devono possedere. Il governo si limita a eseguire la volontà generale. Il governo ha il compito di eseguire le leggi. È la potenza che traduce in pratica la volontà della legge: è il braccio della legge, la forza applicata alla legge. Monarchia, aristocrazia, democrazia sono forme dell’esecutivo, mentre al legislativo appartiene alla volontà generale del popolo, è cosa del popolo. Quest’ultima è generale quanto al soggetto, cioè procede da tutti ed è da tutti posseduta in quanto cittadini. È generale quanto al fine cioè l’utilità pubblica. È generale quanto alla fattispecie perché non contempla casi singoli eccezionali e si rifà ad un concetto astratto di legge. Nella generalità c’è la sua giuridicità e normatività. Non vi possono essere istituti che rappresentino la volontà generale. La volontà generale possiede determinate qualità di valore che ci sono o non ci sono: non esiste via di mezzo. La logica conseguenza di questo principio può essere la soppressione pura e semplice della democrazia: occorre infatti tener presente che secondo il contratto sociale la volontà generale è indipendente dalla forma di governo. Gli individui possono ingannarsi sul contenuto della loro volontà, quando il loro volere sia soggiogato dalle passioni e quindi privo di libertà (cfr. lo stoicismo). È pertanto vero che essa può invece essere posseduta da una minoranza o da uno solo (solo in Corsica ci sono le condizioni storiche e sociali per una democrazia diretta). Infatti in Rousseau volontà, interesse, popolo sono entità morali e non fattuali. In un popolo di schiavi l’unanimità non dimostra di per sé che esista una volontà generale. Tutto in Rousseau è sovrastato dal pathos della virtù. Solo chi è naturalmente buono è anche libero e ha  diritto di definirsi come popolo e identificarsi con esso. L’avversario politico è un essere moralmente corrotto, uno schiavo che va reso inoffensivo. Se la maggioranza è preda della corruzione, è lecito usare mezzi coercitivi per ricondurla alla virtù. Ecco allora la dittatura e il dispotismo della libertà. Il pathos più radicale della libertà può saldarsi con la più spregiudicata oppressione di fatto dell’avversario: ma è appunto una oppressione di fatto e non morale. L’opposizione fra diritto e potestà, che finora era stata l’insegna del diritto conculcato contro la potestà dominante, serve adesso alla minoranza vittoriosa per opporre diritto e maggioranza. Ciò fino a quando in uno Stato in cui tutti sono liberi, tutti i non liberi sono stati eliminati. In modo diretto la trattazione della dittatura in Rousseau è nella linea della tradizione. C’è una dittatura tipica nella quale le leggi “dormono”, che da Rousseau è contemplata sebbene sia difficile pensare come le leggi che rispondono al criterio della volontà generale possono essere sospese e con quale autorità. Però accanto a questo tipo di dittatura c’è una dittatura per concentrazione di competenze a diritto vigente. Questo tipo di dittatura è come uno stato d’assedio in cui tutte le competenze passano all’esecutivo e quindi può accelerare nell’applicazione della legge. In ogni caso la dittatura è definita da Rousseau come una commissione. Il commissario verso lo Stato ha appunto solo doveri e la commissione non implica mai diritti acquisiti. Lo stesso esercizio del potere statale è una commissione. In democrazia tutti gli uffici non sono per diritto ma per un compito affidato dalla volontà generale. Il governo stesso media la volontà generale e non ha alcuna autonomia nei suoi confronti. Il governo dunque è una commissione, mai può essere considerato effetto di un contratto. Il contratto fa nascere diritti da entrambe le parti, mentre in Rousseau non c’è alcun diritto di fronte al popolo sovrano. Il concetto di commissario, che è un prodotto dell’assolutismo e contraddice tanto le concezioni giuridiche medievali quanto il giusnaturalismo della giustizia, viene applicato da Rousseau al rapporto tra principe e popolo, con questa peculiarità che ora è il principe a figurare come commissario. Quello che il popolo fa e vuole è soggetto unicamente al suo arbitrio e colui che ha il compito di conseguire gli scopi rispondenti alla volontà del popolo non può essere se non commissario. Nulla rivela l’assolutismo statale di Rousseau come la riduzione della attività dello Stato ha un complesso di funzioni commissario. Il dittatore vero e proprio detta legge dall’esterno, però, essendo commissario, è a sua volta soggetto all’interno a qualcuno che gli detta le leggi. A questo punto il “contratto sociale” che presenta un’altra figura interessante, il Legislatore. Egli è una persona saggia e di nobili sentimenti che si colloca fuori e prima della costituzione (mentre il dittatore sospende solo il diritto vigente costituzione). Suo compito è progettare una legge che poi verrà sanzionata dalla volontà generale per mezzo di una sorta di referendum. Tuttavia gli uomini sono in genere egoisti e propensi unicamente a loro vantaggio particolare; d’altro canto, però, per correggerli non c’è che quella legge che deve essere sottoposta alla loro approvazione. Ne deriva che deve esistere un’autorità di natura completamente diversa cui il legislatore possa fare appello, in poche parole una missione di ordine divino. Il legislatore è una grande anima in senso filosofico. Il genio, l’uomo eccezionale che promuove la legge sotto l’impulso di un’ispirazione. Il problema è se questo può da solo a garantire un risultato positivo nella votazione popolare. Questo è il nocciolo della questione, ma non se ne fa parola. Quindi il legislatore è qualcosa di straordinario: né magistrato, né sovrano, niente di preciso insomma, perché la sua funzione appunto quella di costruire lo Stato, dal quale soltanto nascono quei concetti. Contenuto della sua attività è diritto ma senza forza e privo di potenza. La dittatura è onnipotenza senza legge potenza senza diritto. L’opposizione tra diritto senza potenza e potenza senza diritto portata qui a tale estremo che non può non svolgersi nel suo contrario. Il legislatore sta fuori dello Stato ma dentro il diritto. Il legislatore semplicemente diritto non ancora costituito, il dittatore semplicemente potenza costituita. Se stabilissimo una connessione capace di conferire al legislatore la potenza del dittatore, di creare cioè un legislatore dittatoriale e un dittatore che detti la costituzione, avremmo allora il passaggio dalla dittatura commissaria alla dittatura sovrana. Ora questa connessione viene stabilita da un’idea, quella di potere costituente, che rientra nel suo contenuto nella logica del “contratto sociale” ma non vi ha ancora definito come un potere speciale.


CAPITOLO QUARTO:
IL CONCETTO DI DITTATURA SOVRANA

Cromwell
Nel quarto libro del Contratto sociale Rousseau concepisce ancora la dittatura come dittatura commissaria che implica l’esistenza previa di una costituzione. Nemmeno Mably con il concetto di dittatura di riforma riesce pienamente a fare luce sulla differenza tra dittatura commissaria e dittatura sovrana. Nel medioevo il problema del rapporto tra le due non si poneva perché sempre si legava la sorgente del potere a un organo costituito. Nei monarcomachi, viceversa, vi è l’idea che le autorità costituite siano sostenibili da qualcuno senza ufficio costituito, purché a Deo excitatus. Tuttavia ciò è più teorico e pratico e lo si vede in Cromwell il quale è ben lungi dall’accogliere quello che pur si diceva all’interno del mondo del puritanesimo radicale e cioè che il popolo è la sorgente di ogni potere politico. Nell’Agreement of the people del 1647, divenuto famoso come primo progetto di costituzione democratica in senso moderno, vi è un orientamento che Cromwell accolse parzialmente, per poi reprimere i loro autori, cioè il gruppo dei Levellers, considerandoli un branco di fanatici e disconoscendo il suffragio universale nonché il popolo come fonte di ogni potere. Cromwell era dittatore su commissione del Parlamento lungo, ma se ciò fosse stato vero la fine del Parlamento lungo avrebbe dovuto corrispondere alla fine del potere di Cromwell. Invece accade il contrario: nel 1653, sciolto il Parlamento lungo, Cromwell si autoqualifica Lord protettore mediante l’“Instrument of government”che offre ampia autonomia all’esecutivo. Nel 1655 scioglie anche il Parlamento convocato in base all’Instrument; promuovendo nel 1656, mediante un terzo Parlamento, una costituzione in cui egli diveniva Protettore a vita e acquisiva il diritto di nominare un successore. Ciò nondimeno egli nel 1657 rifiuta di acquisire il titolo di re d’Inghilterra e, dopo aver sciolto nel 1658 anche il terzo Parlamento, continua a governare fino al settembre di quell’anno senza Parlamento. Cromwell di fatto è un sovrano dal momento in cui viene sciolto il Parlamento lungo e l’Instrument of government può essere senza dubbio considerata una costituzione ottriata. Con lo scioglimento del Parlamento lungo ha luogo la vera e propria rivoluzione, quello che accadde dopo è un tentativo di definire la sovranità di Cromwell. Benché abbia governato dal 1655 con l’aiuto dei suoi generali non si può parlare strettamente di dittatura militare, perché i generali erano strettamente dipendenti, in quanto commissari, da Cromwell stesso e quest’ultimo ne sospese le funzioni nel 1656. Quella di Cromwell è una dittatura sovrana? La risposta può essere positiva solo se per dittatura si intende la semplice soppressione della divisione dei poteri e tuttavia in questo modo il concetto di dittatura perde ogni carattere distintivo. Se per dittatura di concepisce viceversa la soppressione delle istanze intermedie, il concetto va a sovrapporsi a quello di centralismo. Se si piglia come riferimento l’organizzazione militare, allora dittatura è ogni sistema fondato su una rigida disciplina. Se per dittatura si intende il cesarismo proveniente da un colpo di Stato che si oppone alla monarchia legittima, Cromwell e Napoleone sarebbero dittatori già solo per il fatto di essere generali.
(Se Cromwell va considerato un dittatore sovrano bisogna tener conto dei fattori che costituiscono la dittatura sovrana, in particolare si può anticipare che manca a Cromwell l’accettazione del riferimento giuridico al potere costituente del popolo, cui si sostituisce la excitatio a Deo, n.d.r.)


La dittatura
In realtà per capire il concetto di dittatura bisogna tener presente in essa il potere a un carattere di “azione per produrre un determinato stato di cose” in virtù della quale si sopprimono i limiti legali. Per questa ragione non è dittatura uno stato militare o di polizia. Alla dittatura è invece connessa l’idea di un avversario concreto la cui eliminazione diventa lo scopo specifico dell’azione. Il nemico è una presenza immediata e oggetto immediato dell’azione della dittatura. Potrebbe giuridicamente essere istituito un legame tra dittatura e legittima difesa: entrambe affrontano abbattono un pericolo attuale con un atto che è sia di azione sia di reazione. Tuttavia questi chiarimenti non ci forniscono ancora un criterio per distinguere dittatura commissaria e dittatura sovrana.

Dittatura commissaria e sovrana
Allora bisogna dire che la dittatura commissaria sospende una costituzione per difenderla. Il dittatore deve creare uno stato di cose che consenta l’applicazione del diritto. La costituzione quindi può essere sospesa senza cessare di rimanere in vigore perché la sospensione significa unicamente un’eccezione concreta. La dittatura sovrana invece vede in tutto l’ordinamento esistente uno stato di cose da rimuovere completamente con la propria azione. Essa non sospende una costituzione vigente facendo leva su di un diritto da essa contemplato, e perciò costituzionale, bensì mira a creare uno stato di cose il quale sia possibile imporre una costituzione ritenuta quella autentica. In altre parole la dittatura sovrana si richiama non a una costituzione già in vigore ma ad una ancora da attuare. Essendo quest’ultima non esistente, si tratterebbe allora di una questione di forza pura e semplice assenza di diritto? No perché ogni costituzione ha un nesso inscindibile e giuridicamente rilevante con il potere costituente. Il dittatore può rimanere sovrano pur ammettendo la sua dipendenza da quella fonte di ogni potere costituito che è il potere costituente. Infatti il potere costituente, pur essendo fonte di ogni potere costituito e di ogni esercizio del potere, non può costituirsi. Esso può solo rendere qualcun altro sovrano. Questo altro sarà sovrano in dipendenza dal potere costituente, rappresentando per così dire la sua voce, che altrimenti non può farsi sentire. Il sovrano può rimanere tale proprio perché non c’è un altro potere costituito che minacci la sua sovranità, bensì solo il potere costituente che è muto e inattivo finché non prende vita in un potere costituito. Quindi anche la dittatura sovrana si riferisce ad un contesto giuridico cioè alla legittimazione in un potere costituente, che tuttavia non si identifica con un riferimento fisso. Infatti il soggetto rispetto a cui il dittatore sovrano è commissario è il popolo, la cui volontà non si può precisare se non attraverso il suo rappresentante.

Il potere costituente secondo Sieyès
 L’idea di un potere costituente viene da Sieyès e dal suo scritto sul “Terzo stato”. Per lui fondamento dei poteri esistenti è la costituzione: non c’è potere costituito che può dirsi al di sopra della costituzione. Ma fondamento della costituzione è il potere costituente: tutti i poteri ne dipendono. Esso è per principio illimitato e non soggetto alla costituzione che è la sua fonte. Non è pensabile alcuna coercizione nei confronti del potere costituente: gli stessi diritti inalienabili dell’uomo sono privi di oggetto là dove regna la “volontà generale” (Rousseau, qui sembrerebbe che il potere costituente sia una potenza assoluta). Il popolo, come titolare del potere costituente, non ha vincoli e può darsi la costituzione che gli pare più conveniente. La costituzione è inviolabile non perché il popolo non la possa modificare o scegliere, ma perché gli organi costituiti e le legislazioni ordinarie debbono obbligatoriamente farvi riferimento.

Jellinek e il circolo vizioso tra Stato e organi dello Stato
Se se si accettano le teorie - come quella di Jellinek - secondo le quali lo Stato esiste solo nei diversi organi che esprimono una qualche competenza legislativa, esecutiva, giudiziaria, e non esiste una volontà dello Stato al di là dei suoi diversi organi, anche il potere costituente sarà costretto entro i limiti delle competenze dei diversi organi e quindi dovrà avere per sua natura una potenza limitata. Questo, nonostante le teorie in oggetto cadano in un circolo per cui lo Stato che si esprime solo nei vari organi ed è considerato solo il sostegno dei vari organi, in realtà è sostenuto dai suoi organi e non esiste se non nei suoi organi. Così “l’assoluta mediazione attraverso i vari organi viene a identificarsi con l’assoluta immediatezza della volontà che si manifesta nell’organo statuale: dietro gli organi non sta alcuna persona sono essi lo Stato che esprime la sua volontà” (pag.178).

Sieyès e l’illimitatezza produttiva del potere costituente
Ciò è molto differente dalla dottrina del potere costituente dalla quale origina la volontà dello Stato che si esprime attraverso la costituzione, la quale affida competenze ai diversi organi,  ma che emerge, quale suo fondamento, dal potere costituente del popolo, evitando così il circolo vizioso tra Stato e organo dello Stato.  Contro lo Zweig che fa della dottrina del potere costituente il tentativo di formalizzare giuridicamente e razionalmente la costruzione dello Stato, che altrimenti sarebbe un puro dato di fatto (ciò è considerato da lui il culmine del razionalismo illuminista, mentre in realtà tale culmine sta nel tentativo di Condorcet di razionalizzare il diritto di resistenza mediante una regolamentazione giuridica); contro di lui bisogna dire che la teoria di Sieyès è la ricerca di un principio organizzatore non organizzabile della convivenza civile e politica. Il suo rapporto con il potere costituito è analogo al rapporto in Spinoza tra natura naturans e natura naturata. Tale dottrina considera il popolo il soggetto di un potere illimitato infinitamente produttivo che non si costituisce mai da solo ma costituisce sempre l’altro da sé, e che coincide con la nazione la quale, come tale, rimane sempre nello stato di natura. La nazione nello stato di natura a solo diritti e niente doveri, mentre i poteri costituiti hanno solo doveri e niente diritti.

Il potere costituente può essere rappresentato a mandato libero
A questo però Sieyès congiunge l’ammissione di una rappresentanza. I rappresentanti, come i deputati dell’assemblea del 1789, non fungono semplicemente da legati o trasmettitori di una volontà già determinata poiché anzi sono essi stessi a darle forma. E tuttavia pur essendo la volontà del popolo priva di contenuti, il rappresentante nei dipende assolutamente. Questa dottrina, opposta alla razionalismo, prelude alla filosofia del 19º secolo in cui Dio è posto al centro del mondo come qualcosa di oggettivamente oscuro, così come potere costituente informe eppure produttore di forme sempre nuove è al centro della vita dello Stato. Ogni organo statale è commissario rispetto al potere costituente del popolo, che può intervenire in ogni momento in tutta la sua pienezza. La dipendenza del commissario dal mandante implicherebbe un mandato imperativo, ma ciò è escluso perché la volontà del popolo non ha mai un contenuto preciso. I rappresentanti sono dunque dipendenti ma il loro mandato non può essere specificato in una serie di contenuti precisi. Unico contenuto è la concretizzazione generale e fondamentale che è il progetto di costituzione. I rappresentanti cioè devono fare la costituzione. Si distinguono quelli ordinari, cioè quelli previsti dalla costituzione e che sono tali in virtù di una legge, da quelli straordinari che esercitano immediatamente il potere costituente e possono avere qualsiasi potestà.
Può esserci un impedimento all’esercizio del potere costituente del popolo. Esso, può secondo Bourgeaud, consistere nel disordine stesso che esige un potere rivoluzionario che emani una carta provvisoria, la quale garantisce le condizioni minime perché possa essere ristabilito l’ordine costituito un governo; oppure lo stesso ordine vigente può essere considerato come un impedimento all’esercizio del potere costituente e questo diventa un motivo di sempre nuove rivoluzioni. In tutti i casi abbiamo una commissione d’azione come per la dittatura commissaria e una dipendenza funzionale dalla costituzione giusta che però è ancora da realizzare. Tale costituzione rimane sospesa durante la dittatura rivoluzionaria che ha il compito di realizzarla. Ma mentre la dittatura commissaria riceve l’autorizzazione da un organo costituito e possiede un titolo nel quadro della costituzione vigente, la dittatura sovrana deriva dall’informe potere costituente soltanto quoad exercitium e immediatamente. Essa fa appello al popolo sempre presente che può entrare in azione in ogni momento e quindi avere un peso immediato anche sotto l’aspetto giuridico. Il potere del dittatore sovrano è tale in via transitoria ma non in virtù di una commissione d’azione di un potere costituito bensì di una commissione d’azione di un potere costituente.

La dittatura della Convenzione nazionale e non del Comitato di salute pubblica
La dittatura della convenzione nazionale finisce nel giugno 1793 con l’approvazione della costituzione a suffragio universale. A causa dello stato di guerra e della controrivoluzione che minacciava la costituzione stessa, la Convenzione nazionale decise il 10 ottobre 1793 che il governo provvisorio della Francia fosse rivoluzionario fino a che non fosse giunta la pace. Assolto il suo mandato di fare la costituzione la Convenzione cessava di essere un organo costituito, e non esisteva alcun organo che potesse dichiarare la sospensione della costituzione stessa. La Convenzione agì perciò facendo appello al potere costituente del popolo supponendo che esso fosse impedito dall’esercizio per via della guerra e della controrivoluzione. Il suo governo essa lo chiamò rivoluzionario. La soppressione della divisione dei poteri che, pur non menzionata tra i principi della costituzione del 1793, il governo rivoluzionario implicava non è sufficiente a definire il governo rivoluzionario come una dittatura. Ciò non lo distinguerebbe da un assolutismo, un dispotismo, o una tirannia. Al contrario ciò che lo definisce una dittatura è l’eccezione rispetto uno stato di cose ritenuto giusto, nello specifico rispetto alla democrazia o ai diritti di libertà o alla divisione dei poteri sanciti dalla costituzione.

Condorcet e Barère sulla dittatura
Una definizione più soddisfacente che non la pura negazione della divisione dei poteri la troviamo in un articolo di Condorcet intitolato Sul  significato della parola rivoluzionario in cui sostiene che il sussistere del contratto statuale, quando esso sia messo a rischio da qualche circostanza, deve prevalere sui diritti dell’uomo. Il termine rivoluzionario si addice a uno stato di cose deviante dei principi di giustizia, caratterizzato da misure di fatto determinate unicamente dalle circostanze straordinarie. Tra l’altro, arriva anche a definire la legge rivoluzionaria come una legge di circostanza. Quando Barère propone l’istituzione di un Comitato di salute pubblica egli chiarisce che tale comitato non deve ricevere alcuna facoltà legislativa bensì deve restare sempre responsabile di fronte alla Convenzione. Esso non esercita una dittatura e non elimina la divisione dei poteri. Al contrario secondo Barère è la Convenzione nazionale che esercita una dittatura che è necessaria e legittima perché è in realtà il popolo ad esercitarla su se stesso ed è approvabile da uomini liberi e illuminati.

Comitato di salute pubblica e Convenzione
Cionondimeno il Comitato di salute pubblica che agisce per conto della Convenzione finisce per prevalere su di essa e governare effettivamente, e infine finisce per esprimere il predominio di un individuo. Tuttavia bisogna tenere conto che lo stesso Comitato è posto accanto ad altri comitati come quello “sulla sicurezza generale”. Inoltre il Comitato di salute pubblica restò sempre finanziariamente dipendente dalla Convenzione. Infine, nei tempi lunghi, l’istanza decisoria rimane, come dimostra quello che accade nel Termidoro, appannaggio della Convenzione. Era la convenzione la sorgente unica dei poteri del commissario del popolo e alla sua onnipotenza i commissari stessi facevano riferimento quando in provincia qualcuno proponeva la risibile obiezione della separazione dei poteri. L’intera loro attività consisteva nel far rispettare il potere della Convenzione e all’autorità di questa si richiamavano quando in situazioni critiche procedevano senza mandato e a proprio rischio e pericolo come nel caso del tradimento di Dumoriez. Ogni autorità statale sviluppatasi in Francia dal 1792 al 1795 con questi caratteri di immediatezza e illimitatezza aveva la sua fonte della Convenzione nazionale: emanava, come si diceva allora, da essa le cui facoltà non erano loro volta se non emanazione immediata di un potere costituente, il potere costituente del popolo che essa stessa riconosceva.



CAPITOLO QUINTO:
LA PRASSI DEI COMMISSARI DEL POPOLO DURANTE LA RIVOLUZIONE FRANCESE

La dittatura ha il suo vero sviluppo nell’attività dei commissari, di servizio[1] (polizia, finanze, imposte), d’affari[2] (inviati dai ministeri) che poi divengono commissari d’azione[3].

Assemblea nazionale legislativa 1989 (costituente)
…commissari del re nelle colonie, commissario per reperire luogo di trasferimento dell’assemblea a Parigi. Dopo Varennes (giugno 1791), l’attività legislativa dell’assemblea è autonoma; istituzione della  Guardia nazionale (proposta di Mirabeau nel 1789, ufficializzazione ottobre 1791): commissari per chiudere le frontiere, commissari per sicurezza del re nel suo ritorno a Parigi; decreto (con carattere commissario) per cui ministri possono sollevare  funzionari militari sospetti; commissari giudiziari a Parigi sui fatti del 20-21/6/1791 (fuga del re a Varennes).
Assemblea legislativa 1791-20/9/1792
… commissari con ampi poteri nelle colonie e nelle città francesi, che possono utilizzare la forza pubblica; nell’agosto 1792 una resistenza a Sedan nei confronti dei commissari provoca l’arresto delle autorità locali. Chi non ottempera alle richieste dei commissari è dichiarato infame e traditore della patria; il decreto del 17/8/1792 getta le basi per il futuro esercizio del potere dello Stato mediante commissari: in particolare ci si concentra sull’esercito. Qui i commissari dell’assemblea legislativa si distinguono da quelli del potere esecutivo per l’eccezionalità dei loro poteri.

La Convenzione Nazionale dal 20/9/1792
… mette in atto un vero sistema di governo e di amministrazione commissaria che aveva come mandante la Convenzione stessa e i cui organi ne erano membri. Si tratta di commissari per la coscrizione nei diversi dipartimenti che diventano commissari d’azione. Fino alla morte di Robespierre vi saranno commissari che rimarranno c/o l’esercito e commissari nei dipartimenti. Dall’aprile 1793 assumono il titolo di “Représentants de la Nation deputés par la Convention nationale à…”. Essi vengono quasi subito posti alle dipendenze del Comitato di salute pubblica (dopo 6 aprile 1793). I compiti erano di ispezione e di controllo sia per quelli dell’esercito sia per quelli dei dipartimenti (pp. 198-199); nei dipartimenti a ciò si aggiungevano compiti di epurazione dei controrivoluzionari dai posti d’autorità e di organizzazione di un nuovo sistema amministrativo con la suddivisione dei dipartimenti in distretti; compiti di mantenimento dell’ordine pubblico, di approvvigionamento contro l’aggiottaggio e di assistenza alle fasce più disagiate della popolazione. Verso le autorità locali i loro poteri vanno vieppiù estendendosi fino ad arrivare al potere di sospensione e di sostituzione. I mezzi da loro usati variavano e arrivavano all’avocazione a sé della forza dell’esercito. I loro poteri si basano su un effettivo trasferimento a loro del potere esecutivo detenuto dalla Convenzione e, pur dovendo all’inizio rispettare formalmente i diritti dei singoli e la proprietà, la loro prassi arriva a scavalcarli, dato che la formula della loro autorizzazione delegava a loro i pieni poteri di adottare tutte le misure necessarie per tutelare la sicurezza, la quiete e l’ordine pubblico: insomma di fatto un potere illimitato, solo vincolato alle disponibilità finanziarie da richiedere alla Convenzione.

Il Comitato di Salute pubblica dal  6 aprile 1793
… è protagonista di una rigida centralizzazione in cui si combina un’indefinita estensione dei poteri dei commissari verso l’esterno e una loro sempre più stretta dipendenza dal Comitato stesso all’interno. Concretamente l’agire del commissario dipendeva da rapporti di fatto come per esempio l’appoggio che trovava presso le organizzazioni locali del partito o delle società popolari di matrice giacobina. Nell’istruzione del 7/5/1793 vi sono specificati compiti e poteri, che comprendono quelli del periodo precedente con in più l’autorizzazione, in casi urgenti, a fare tutto quanto le circostanze rendono necessario per estendere l’influenza della rappresentanza nazionale e fare della Francia un paese unito con un centro di governo e d’amministrazione. Essi potevano avvalersi non di subdelegati, ma di una “commissione centrale”, cioè di un gruppo di persone alle loro dipendenze del quale  si servivano per realizzare i loro scopi, ma senza poteri autonomi. Tutti gli organi costituiti sparivano di fronte al rappresentante, compresi i commissari delle leghe di comuni, costituitisi durante le guerre e le ribellioni. I commissari avevano un carattere d’azione, lottavano contro il dissenso e non potevano essere sospesi dall’autorità locale. Il rispetto dei diritti dell’avversario politico non poteva essere d’impedimento. In sostanza i rappresentanti del CSP rappresentano una dittatura commissaria (i cui commissari hanno mandato imperativo) all’interno di una dittatura sovrana, che il CSP esercita assieme al Tribunale rivoluzionario. Ciò costituiva un apparato di governo in cui nessuna autorità intermedia doveva frenare l’impulso proveniente dal centro.
Una volta creato un apparato amministrativo funzionale, il rappresentante del CSP torna nell’ombra – a differenza dei rappresentanti della Convenzione Nazionale che con la sua opera contribuisce alla formazione di una burocrazia amministrativa integrata.

Costituzione provvisoria del dicembre 1793
… i compiti di controllo affidati ai commissari della Convenzione, vengono affidati ad “agenti nazionali”, mentre al posto del commissario d’azione subentra il commissario di vigilanza che ha funzioni di servizio e che ha competenze stabili ma delimitate. Nondimeno tale costituzione sopprime tutte le autorità locali con una centralizzazione del potere che sopravvivrà allo stesso Robespierre.

La costituzione del 1795
… mantiene dei commissari del Direttorio e via via estende le loro facoltà. Napoleone revocherà anche il limite per cui i commissari in una certa regione dovevano provenire da quella regione.
Era così creata una burocrazia locale: dall’intendente, ancora relativamente autonomo, passando per il commissario rivoluzionario della Convenzione nazionale, onnipotente verso l’esterno e totalmente dipendente all’interno, si arriva finalmente al prefetto della moderna amministrazione, perfettamente integrato nel sistema burocratico. A questo punto l’apparato governativo è diventato una macchina che si lascia docilmente guidare dal potere centrale.

Il 18 brumaio
… Napoleone è capo di questo apparato che in tempi normali funziona con competenze regolari, mentre quando la situazione si fa eccezionale, lascia spazio nuovamente all’intervento dei commissari (cfr. 1814 in occasione dell’invasione della Francia).

Il ritorno dei Borboni
… v’è una riorganizzazione della macchina  dello Stato, facendo ricorso a commissari straordinari capeggiati da un “commissario regio straordinario”.

I 100 giorni
… ancora Napoleone si avvale di commissari, così come durante la definitiva restaurazione, in cui essi servono nel periodo di insediamento e stabilizzazione del nuovo governo, per poi essere sostituiti da funzionari stabili e regolari come i prefetti.

CAPITOLO SESTO:
LA DITTATURA NELL’ATTUALE ORDINAMENTO DELLO STATO DI DIRITTO: LO STATO D’ASSEDIO

I disordini e la Legge marziale
Vi sono strumenti giuridici per far scomparire l’organizzazione dello Stato preesistente, come lo erano i commissari nella Convenzione nazionale, ma anche per impedire il rovesciamento dell’ordine costituito.
La giurisdizione prevostale di epoca pre-rivoluzionaria lotta contro i disordini per mezzo di giudici provvisti di facoltà straordinarie. Questi diventano commissari autorizzati dal re. Ciò non è possibile però in Inghilterra dove il re non può oltrepassare i limiti delle leggi mediante commissari. Infatti i commissari ancora presenti sotto Carlo I e sotto il Parlamento lungo, vengono aboliti con Bill of rights. In Inghilterra, sotto la regina Anna e sotto re Giorgio I, il re ha la possibilità di decretare la Legge marziale, limitata tuttavia al tempo di guerra e ai territori esterni alla Gran Bretagna. Il problema è giustificare l’intervento militare sulla persona fisica e sulla proprietà dei ribelli durante i disordini interni. La soluzione del 1780, durante una sedizione a Londra, è stata data dicendo che i ribelli è come se fossero soggette al diritto di guerra (rimane irrisolta la questione degli innocenti eventualmente coinvolti nelle repressioni). Per questo ambito di interventi militari di fatto, come appunto  Londra 1780, c’è la Legge marziale che, piuttosto che una legge, è un procedimento guidato essenzialmente dalla necessità di conseguire un determinato scopo. La regolazione giuridica si limita qui, infatti,  a delineare le condizioni che presiedono alla sua entrata in vigore. Una volta entrata in vigore si procede al di là della legge. Ciò deve avvenire quando i poteri dello Stato non funzionano e dunque l’unica soluzione per mantenere l’ordine è l’esercito. Esso agisce anche come sostitutivo dei tribunali e presuppone una sorta di justitium, cioè una dichiarazione di stato d’emergenza così come si ha nel diritto romano (cfr. la legge americana del 1795). Per la concezione dello Stato di diritto la Legge marziale significa la pura e semplice soppressione della divisione dei poteri e la sua sostituzione con il mero comando dell’autorità militare. Negli Stati Uniti il presidente ha spesso usato questo espediente legale. La corte suprema l’ha confermata attribuendo all’esercito la funzione di sostituto dell’autorità civile quando vi sia guerra, oppure per salvaguardare la sicurezza delle forze armate della società. La Legge marziale dunque crea uno spazio libero da impedimenti legali per interventi commisurati solo alle circostanze.

La Legge marziale è fatto e non diritto
La differenza con la giurisdizione prevostale è che la Legge marziale prescinde da tribunali e da qualsiasi elemento di diritto, e trova nella fattualità la sua intima sostanza, tale che essa non può accedere alla forma del diritto, benché talvolta se ne voglia assumere la valenza. Ciò accade per esempio quando i provvedimenti di Legge marziale vengono considerati sotto il concetto di esecutività immediata; oppure quando si prevedono consultazioni e trattative per accertare l’identità di chi è sottoposto ai provvedimenti, benché ciò non implichi ancora nessuna procedura di diritto. La misura puramente fattuale rimane inaccessibile a ogni considerazione di diritto né la si può spiegare ricorrendo all’interessante concetto di “atto d’ufficio composito” con cui un provvedimento di fatto viene corredato di una disposizione legale quale garanzia al cittadino e possibilità di impugnazione. Ciò avviene in Prussia, ma anche in Francia con i provvedimenti di messa al bando, per i quali automaticamente una certa azione rende passibili di un provvedimento militare in cui sentenza ed esecuzione sono considerati la stessa cosa. Ciò diventa strumento sia nelle mani di un governo conservatore sia in quelle di un governo rivoluzionario (per esempio quando i rivoluzionari considerano hors la loi  - fuori dalla legge - i ribelli controrivoluzionari e li reprimono via facti). In ogni caso tutti questi procedimenti di fatto ignorano che l’essenziale del diritto è la forma, cioè la possibilità di far rientrare le azioni in categorie universali tali da poter misurarne con oggettività le responsabilità e le conseguenze civili e penali.

Condizioni e non contenuti: Legge marziale, stato di necessità e legittima difesa
Se è vero che ci sono prescrizioni formali nella Legge marziale tuttavia esse non riguardano dei contenuti, cioè non regolano le azioni che un soggetto può compiere, ma le condizioni che fanno scattare la legge stessa e dunque la libertà di azione da parte di quel potere che essa mette in azione. Talora nella legge possono essere contenute delle garanzie o anche divisioni di competenze, tuttavia tali garanzie e divisioni di competenze vengono meno nel caso di necessità (Notfall). Esempio tipico è la legittima difesa in cui è lecito compiere tutto quello che è necessario per respingere un’aggressione illegale e in cui la norma non dice che cosa sia lecito compiere ma si limita in sostanza dire che si può compiere ciò che è richiesto per la difesa. In questi casi l’azione coincide anche con il giudizio sulle sue condizioni, non essendo possibile creare un’istanza che esanimi in sede giudiziaria, prima dell’esercizio di quel diritto se effettivamente esistano le condizioni della legittima difesa. Allo stesso modo il “quando” si verifica un caso di necessità e risulta imprescindibile  compiere un intervento, non può essere distinto dal  “chi” giudica se si tratta effettivamente di uno stato di necessità.

La Loi martiale durante la rivoluzione francese
Nei primi anni della Rivoluzione francese ci si trova di fronte al tentativo di allontanare l’esercito da qualsiasi funzione di deliberazione e giudizio benché tale orientamento sia impossibile durante una guerra esterna. Sieyès afferma che in nessuna circostanza l’esercito deve essere impiegato contro i cittadini del proprio Stato. Poteri straordinari potevano essere concessi dalle autorità comunali che avevano il diritto di richiedere la forza militare per ristabilire l’ordine pubblico. Così prescrive la loi martiale del 1789, che descrive le condizioni per l’intervento dell’esercito la cui azione è poi libera e nondimeno affida all’autorità civile la decisione sull’intervento militare.
Con la legge del febbraio 1790 promulgata dall’assemblea nazionale costituente e con il decreto del 2 giugno 1790 le autorità comunali possono dichiarare la legge marziale quando l’ordine è in pericolo. I militari devono solo eseguire. Ma a ciò aggiungiamo anche la possibilità di istituire tribunali speciali ai quali è dato mandato in via commissaria di giudicare il reato di sedizione e altri simili. A tali leggi si aggiunge la legge del 26 luglio 1791 contro gli assembramenti che afferma che in certi casi di particolare urgenza la forza armata può intervenire anche senza la previa rochiesta da parte dell’autorità civile, specialmente quando si trattava di rapine e saccheggi. Le azioni delle forze armate in questo caso non sono responsabili.

Lo stato d’assedio durante la Rivoluzione francese
Sullo stato d’assedio la legge dell’8 luglio 1791 lo considera una materia tecnico militare che regola le condizioni in cui si può trovare una piazzaforte militare, cioè in
a) stato di pace: l’autorità militare competente esclusivamente per le truppe e per gli ambiti militari;
b) stato di guerra: il governo militare può pretendere l’esecuzione di misure di sicurezza, pur conservando le autorità civili i compiti di polizia; in casi urgenti in militari possono adottare, su delibera del consiglio di guerra, tutte le misure necessarie per garantire la difesa.
c) stato d’assedio: vige un governo esclusivamente militare in materia di sicurezza e ordine pubblico. Questo stato è un reale stato di grave emergenza che subentra in condizioni di fatto ben precise cioè quando a piazza fortificata si trova tagliata fuori da tutte le comunicazioni verso l’esterno. Lo stato di guerra viene invece dichiarato su deliberazione dell’assemblea legislativa. Qui la disciplina legislativa si limita a convalidare situazioni di fatto di natura tecnico militare: lo stato d’assedio non rappresenta ancora un punto di aggancio per una finzione da utilizzare in chiave di ordine interno e sul piano del diritto.
I giacobini in generale sono contrari alla Legge marziale perché poteva contenere l’opposizione politica criminalizzandola e reprimendo il movimento rivoluzionario parigino tant’è vero che tale legge viene abolita il 23 giugno 1793. Per liquidare gli avversari salvando le forme giudiziarie la convenzione disponeva dei suoi commissari, della legislazione e dei tribunali rivoluzionari. Qui lo stato d’assedio vige un campo esclusivamente militare.

Dopo la rivoluzione: lo sviluppo
Direttorio
Esso tuttavia negli anni successivi evolverà verso una finzione giuridica. Ciò è evidente nella differenza tra le due leggi che precedono e seguono il colpo di stato attuato dai membri radicali del direttorio il 18 fruttidoro V, cioè il 4 settembre 1797. Nella legge dell’agosto 1797 lo stato d’assedio ancora una condizione di fatto; dopo il concetto acquista un significato politico perché il procedimento tecnico militare viene posto al servizio della politica interna. Ad esso si aggiungerà anche il concetto di stato di agitazione civile con una legge del 12 luglio 1799 che consentiva particolari misure contro le sedizioni.

Napoleone
La costituzione successiva al colpo di Stato napoleonico del 13 settembre 1799 introdusse il concetto di sospensione della costituzione in caso di minaccia per la sicurezza dello Stato, dichiararle dal Senato. Ciò era considerato ancora diverso dallo stato d’assedio da cui facoltà era attribuita invece al governo. La sospensione della costituzione è stata dichiarata in Vandea.
Napoleone non fa un uso politico dello stato d’assedio ma estende la possibilità di utilizzazione politica della sospensione della costituzione contro un nemico interno con la legge del 24 dicembre 1811. In questa legge vi sono articoli sullo stato di guerra e sullo stato d’assedio che prevede il passaggio ai militari di tutti i poteri giudiziari e l’attribuzione allo stesso comando militare delle competenze di tutte le autorità civili nel loro complesso.
 La legge del 1811 è preceduta dall’articolo 92 della costituzione dell’anno ottavo in cui è prevista una sospensione della costituzione motivata dallo stato d’assedio. Essa aboliva in un determinato territorio le garanzie costituzionali per lasciare mano libera al commissario d’azione nell’adottare tutte le misure necessarie per il conseguimento del proprio obiettivo. Qui si procede senza nessun riguardo, come nella legge marziale.
Oltre a ciò vi è il decreto dell’ 28 dicembre 1799 che dichiara “fuori dalla costituzione” e nemici del popolo francese i comuni ribelli, seguita dalla legge del 13 gennaio 1800 con cui i territori in rivolta sono considerati in stato di guerra e il comandante può comminare pene di morte e istituire tribunali arbitrari.
Queste sospensioni della costituzione in chiave interna sono ancora differenti dallo stato d’assedio che vige solo in rapporto con nemici esterni.

Lo stato d’assedio dal 1815 alla Restaurazione
Lo stato d’assedio trova menzione nella costituzione del 1815. Esso non è stato usato da Napoleone come mezzo di lotta politica interna, come invece appare adesso, giacché il diritto di dichiarare lo stato d’assedio è affermato in caso di disordini interni, benché venga riservato ad una legge, tolto all’arbitrio dell’imperatore e affidato alla rappresentanza popolare. Con Napoleone erano in vigore le sospensioni delle costituzioni il cui problema erano i tribunali militari che invadevano la competenza ordinaria dei giudici naturali e ciò era sentito come incostituzionale. Dopo Waterloo il 28 giugno 1815 Parigi viene dichiarata in stato d’assedio. In esso le autorità civili rimangono in funzione e quelle militari devono limitarsi rigorosamente alle operazioni militari in senso stretto.
Durante la Restaurazione il governo aveva fatto dello stato d’assedio mezzo tecnico amministrativo nel senso di uno stato di eccezione che consentiva ad ogni autorità di fare quello che sembrava dettato dalle circostanze. Questo provocò la lotta per le garanzie costituzionali in particolare per la libertà personale e di stampa. Esse diventano un problema di sovranità. Da tutte le parti viene senz’altro ammesso che l’esercizio della sovranità è legato competenze regolate per legge. Tuttavia bisogna distinguere tra esercizio regolato per legge della sovranità, e la sostanza della plenipotenza dello Stato che sussiste quando il governo regio si esprime la propria sovranità. La terminologia politica del tempo ha chiamato tutto questo “dittatura”. In realtà si tratta semplicemente della pretesa della sovranità come il potere statuale illimitato per principio che si autolimita con la legislazione soltanto per quel tempo che esso considera come condizione normale. Quindi il re non ha bisogno di autorizzazioni, perché in sé possiede facoltà sovrane ordinarie, interne ad una costituzione, e straordinarie. In ciò consiste la pienezza del potere statuale, in cui la disciplina giuridica non regola che il contenuto prevedibile dell’esercizio della sovranità, senza minimamente esaurire la pienezza sostanziale del potere stesso che si decide nel caso non regolato dal diritto, il quale diventa il problema stesso della sovranità. A tale sovranità spetta il diritto di compiere ciò che le circostanze fanno ritenere necessario per la sicurezza dello Stato. Il potere regio, dunque, rivendica per sé un potere costituente senza considerarsi mandatario di esso. Pertanto non c’è qui un caso di dittatura sovrana. Il re è direttamente il potere costituente, non come il dittatore che si ritiene il rappresentante legittimo del potere costituente e sua espressione commissaria.

Lo stato d’assedio nella monarchia di luglio
 Alla fine della monarchia di Carlo X, nel luglio 1830 la città di Parigi viene posta in stato d’assedio. Anche qui esso ha un carattere militare.
Nella costituzione del 1830 c’è un chiaro riferimento al modello inglese: il re non può né sospendere le leggi né dispensare dalla loro esecuzione. In questa costituzione non si fa parola dello stato d’assedio. Tuttavia esso viene dichiarato due anni dopo contro i realisti della Vandea, da un lato, e i moti proletari a Parigi, dall’altro. Con due ordinanze dell’1 giugno del 3 giugno 1832 si dichiara lo stato di assedio in Vandea, eseguito dal ministro degli interni e dal ministro della guerra. In una terza ordinanza si dichiara lo stato d’assedio a Parigi. Qui il ministro della guerra trasmette un’istruzione al comandante di Parigi autorizzandolo a esercitare tutte le facoltà delle autorità civili sia amministrative che giudiziarie, ma solo per i casi attinenti ai disordini. Proposito del governo è di limitare lo stato d’assedio all’insurrezione e di non recare pregiudizio ai diritti e alle libertà generali dei cittadini estranei. Qui appare evidente come la dittatura commissaria deve trasformarsi nell’istituto giuridico dello stato d’assedio, in cui le competenze del comandante militare sono limitate non solo quanto alle condizioni ma anche quanto ai contenuti. Ciò accade benché si sappia che l’esercizio commissario di un ufficio tende per sua natura a concentrare le competenze limitate per legge. Tanto che la corte costituzionale francese stabilisce che un diritto garantito dalla costituzione rappresenta un ostacolo insormontabile per l’azione militare.

Il 1848
Nel 1848 lo stato d’assedio a Parigi offre tutti i poteri esecutivi al generale Cavaignac, con amplissime facoltà, che tuttavia escludono quelle legislative, fino a che lo stesso Cavaignac viene investito del titolo di presidente del consiglio nel giugno 1848 e, con deliberazione dell’Assemblea nazionale, il 19 ottobre 1848 lo stato d’assedio è sospeso. Qui c’è la conclusione dello sviluppo verso uno stato d’assedio fittizio che si trasforma in una dittatura commissaria in cui è tuttavia importante il tentativo di definire i contenuti delle competenze del comandante militare, escludendo per esempio quelle legislative.
La legge del 9 agosto 1849 lascia in vigore la precedente disciplina dello stato d’assedio e tuttavia intende enumerare i diritti che con lo stesso stato vengono limitati e intende definirli per legge. Il comandante militare possiede poteri che vengono specificati. Anche gli interventi sulla libertà personale vengono esplicitati. Con questa legge che definitivamente conclude lo sviluppo della disciplina dello stato d’assedio, aspetto decisivo è dato dal fatto che al posto di un’autorizzazione ad agire in base alle circostanze subentra una serie di poteri circoscritti; oltre a ciò, non abbiamo più la sospensione completa della costituzione ma soltanto di un certo numero di diritti civili e costituzionali. Con ciò si perviene a quello che nel 1829 era già stato discusso come uno stato d’assedio fittizio, termine con il quale si vuole mettere in risalto che in esso non sussiste un’assoluta libertà d’azione come nelle operazioni militari, e solo alcuni diritti come quello al giudice naturale e alla libertà di stampa e personale vengono conculcati, non tenendo presente che le azioni militari continuavano tuttavia ad avere forti possibilità di ricaduta nei confronti dei cittadini considerati come nemici o avversari, fatti stesso oggetto di interventi brutali.
A fronte delle limitazioni del potere dello stato d’assedio rimane il potere illimitato dell’Assemblea costituente del 1848, in quanto depositaria del potere costituente. Esiste dunque una sede in cui può manifestarsi un potere per principio illimitato, il cui fondamento sta nel potere costituente. La dittatura di cui tanto si parlava non era pertanto la dittatura del comandante militare dello stato d’assedio bensì quella dell’assemblea costituente, di cui il comandante militare non era che il commissario.
Paradossalmente nel 19º secolo il problema dello stato d’assedio fittizio, con cui viene indicata normalmente una dittatura, diviene la soppressione della libertà di stampa e di diritti analoghi, e non il problema delle innumerevoli vittime di una guerra civile che perdono realmente la vita da ambo le parti. Questo strabismo è dovuta all’incapacità di distinguere il contenuto di una commissione d’azione da un procedimento regolato per legge, nel senso che una commissione d’azione per forza non può tener conto dei diritti e non può essere un procedimento regolato per legge, quand’anche si tenti di porre dei limiti.

L’art. 48 della costituzione di Weimar
Per chiarire questa questione si veda l’articolo 48 della costituzione tedesca dell’11 agosto 1919. Essa prevede il diritto del presidente del Reich a promuovere un intervento armato per il ripristino dell’ordine e della sicurezza. E questo intervento è una commissione d’azione non limitata dal diritto che si realizza per mezzo di commissari. È una dittatura commissaria che implica una autorizzazione a operare inconsueta negli odierni Stati di diritto. L’unico elemento da tener presente è che il presidente è autorizzato a prendere misure di fatto altrimenti lo stato di diritto sarebbe dissolto. L’articolo 48 nel suo primo comma non indica limiti: l’autorizzazione è illimitata. Ciò tuttavia implicherebbe che o il presidente della Reich, o il Reichstag che lo autorizzerebbe ad assumere i poteri, dovrebbero essere depositari di un potere costituente e la costituzione si ridurrebbe ad un elemento estremamente provvisorio e precario dell’ordine esistente. Ci vorrebbe un’Assemblea costituente a dare potere al presidente perché il Reichstag è un potere costituito e come tale non può dare commissioni illimitate, ma ciò è impensabile anche perché questo mandato si esaurirebbe una volta sciolta l’Assemblea nazionale costituente.
Contraddizione dell’articolo 48 che quella che dopo l’autorizzazione generale all’azione, l’articolo enumera i diritti garantiti costituzionalmente che il presidente del Reich può sospendere a tempo indeterminato - chiaramente senza una delega del potere legislativo ma solo con un intervento di fatto -, diritti che comprendono ambiti così vasti e tale comma può coincidere con un’estensione illimitata del potere, diritti la cui enumerazione entra comunque in contraddizione con l’autorizzazione generale del primo comma. Queste contraddizioni esistenti nella costituzione di Weimar hanno la loro radice in una combinazione di dittatura sovrana e dittatura commissaria e sono perciò perfettamente coerenti con lo sviluppo storico nel quale questa confusione è tutt’altro che risolta. Ciò è spiegato con il fatto che nella transizione dall’assolutismo monarchico allo Stato borghese di diritto si dava per scontato che si fosse definitivamente raggiunta l’unità solidale dello Stato. La sovranità assoluta, infatti, eliminando i ceti aveva messo fine al rischio di disintegrazione dello Stato e la costruzione dello Stato borghese di diritto si poteva avvalere di questo risultato già raggiunto. Condorcet afferma che senza il rischio di negativo dei ceti, non è necessario il dispotismo monarchico quindi è possibile e auspicabile una Repubblica che utilizza minori mezzi coercitivi giacché non deve ridurre una molteplicità di enti diversi all’obbedienza. In questo contesto è possibile regolare anche lo stato d’assedio politico come qualsiasi esecuzione di una sentenza penale o civile. Si possono cioè regolare i mezzi dell’esecuzione che hanno in tal modo delle garanzie per la libertà civile. In tal caso lo stato d’assedio realmente fittizio. Se manca l’unità dello Stato si formano al suo interno potente associazioni e tutto il sistema crolla e si disgrega.

La dittatura del proletariato
Tra il 1832 1848 l’ascesa dell’importanza politica del proletariato pone nuove questioni. La questione  della dittatura del proletariato in Marx ed Engels trova già una tradizione che va dal Babeuf a Blanqui che aveva già applicato una chiara idea di dittatura desunta dall’esperienza del 1793 alla situazione del 1848. Per quanto riguarda il Novecento si può dire che la dittatura del proletariato, identificato con il popolo, intesa come transizione ad un assetto economico in cui lo Stato si estingue, presuppone il medesimo concetto di dittatura sovrana che era la base della teoria e della prassi della Convenzione nazionale.


[1] Si tratta di un commissario che non ha particolari poteri, la cui attività si definisce secondo disposizioni generali e che svolge servizi regolari.
[2] Il commissario d’affari sbriga affari speciali dipendenti caso per caso dalla volontà del mandante (per esempio l’ambasciatore).
[3] È l’ulteriore evoluzione del commissario d’affari (che è evoluzione del commissario di servizio). il commissario d’azione svolge il suo mandato potendo rimuovere gli ostacoli legali e fare eccezioni a regole normalmente accolte. Essi hanno un ruolo importante nelle opere di riforma e rifondazione dello Stato.