lunedì 10 febbraio 2020

Memoria e negazione. Tra il 27 gennaio e il 10 febbraio


Tra gennaio e febbraio vi sono le date del ricordo: una internazionale, quella sull’Olocausto ebraico (il 27/1), e una nazionale, quella sulle Foibe (il 10/2). Non perdo mai occasione di segnalare come le i giorni della cosiddetta memoria non aiutino a costruire una comunità coesa e tendano a rinfocolare ostilità e contrapposizioni. Infatti ricordare significa anche, e per alcuni soprattutto, avviare una ricerca spasmodica e disperata di nemici assoluti da combattere e di fortezze del male da abbattere, impedendo alla pacata ricostruzione storica di comprendere appieno e metabolizzare la realtà, quand’anche lacerante e fonte di infinite afflizioni … senza tener conto del risveglio di fanatismi psicopatologici, altrimenti latenti, cui i notiziari, in modo talora scopertamente interessato, danno risalto. La sovraesposizione pubblica delle sofferenze comporta di necessità il fatto, altrettanto doloroso, che alcune minoranze invece che rispetto e comprensione, esprimano disprezzo, malevolenza e addirittura scherno blasfemo.
La mia idea è che la memoria, sempre attenta a non sostituire la storia, dovrebbe essere libera e non statalizzata, per mantenere la sua autenticità e il suo valore spirituale. La sua trasformazione in momento di coinvolgimento politico-istituzionale cala inevitabilmente le vicende, oggetto di tanta grave e angosciosa sofferenza, nella dialettica amico-nemico, nel pluralismo delle opinioni e delle interpretazioni e infine nella volgarità della chiacchiera e, quel che è peggio, della strumentalizzazione politica. Credo che sia questo il motivo che ha ispirato un figlio di sopravvissuti ad Auschwitz come Norman Finkelstein a scrivere L'industria dell'Olocausto: Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, (tr, it. Rizzoli, Milano, 2004), un libro che denuncia per l’appunto una forma insopportabile di sfruttamento mediatico-politico dello sterminio degli ebrei.
È stato quindi un errore, a mio parere, aggiungere data a data con il giorno dedicato alle Foibe, dopo quello riguardante la Shoah, non perché le Foibe e i suoi martiri non meritino di essere ricordati e gli assassini denunciati, dopo anni di colpevolissimo silenzio, ma perché ancora una volta si ha l’impressione che ci sia un ricordo di sinistra e uno di destra, uno che contrasta il  nazismo (con l’aggiunta del fascismo in quell’odiosa e falsa categoria di nazifascismo), l’altro il comunismo dei partigiani titini. E così ogni settore dell’arco politico ha il suo momento di legittimazione nel dolore degli altri. Ripeto, entrando nel cuore del tema che mi ero riproposto di affrontare: non si tratta di negare nessuna delle due tremende realtà, né di togliere a nessuno l’opportunità di riflettere seriamente sui buchi neri della nostra storia … il problema è l’esito pubblico, l’eterogenesi dei fini cui vanno incontro le celebrazioni, da un lato con lo scatenamento degli istinti in minoranze di psicopatici in cerca di sfogo per le loro frustrazioni, dall’altro con il processo di identificazione degli aguzzini e delle vittime in soggetti del presente e con il tentativo di far valere socialmente e politicamente l’enorme rendita che oggi garantisce la possibilità di essere collocati nel novero delle vittime. Tutto ciò sinceramente disgusta.
 Poi vi è anche chi nega. La prima osservazione che viene in mente è la disparità di trattamento: i negazionisti del 27 gennaio, o i sospetti, o anche i semplici accusati, rischiano il posto di lavoro, la galera e tutta una serie di gravi ritorsioni sociali; quelli del 10 febbraio vengono ospitati nelle sale di Montecitorio per dire la loro. A prescindere dall’opinione che si ha sulla celebrazione pubblica della memoria, tale disparità di trattamento parimenti disgusta, anche solo per il pensiero che soggiace a una simile contraddizione: qualche morto va rispettato e qualche altro può essere allegramente e ufficialmente insultato.
A ciò si ricollega, appunto, la questione del “negazionismo”. Chi è negazionista? Chi, interpretando la storia di determinati eventi, nega la loro gravità sia in termini quantitativi (numero delle vittime) sia in termini qualitativi (futilità e/o amoralità della motivazione, crudeltà, sistematicità, volontarietà di una prassi persecutoria).  Ci sono poi livelli diversi di negazionismo. Il più grave, ma anche il meno preoccupante dal punto di vista sociale, è quello grossolanamente politico, che è tipico di esigue minoranze realmente razziste, classiste, aggressive, risentite, violente, il cui atteggiamento va ricondotto a certe forme di paranoia che albergano negli individui marginali, soggetti a rischio che trovano in questa o quella ideologia il pretesto per alimentare e canalizzare le proprie pulsioni di morte. Tali individui vanno mantenuti sotto stretta osservazione affinché se ne prevengano i reati e vengano puniti qualora li commettano. Ovviamente uno Stato di diritto non può condannare per reati di opinione, ma solo per dirette istigazioni a delinquere e per il concreto tentativo di tradurre in azioni le ideazioni criminali. Su ciò purtroppo né l’attuale legislatore, né il mondo giudiziario sembrano avere le carte in regola sotto il profilo della chiarezza concettuale.
Vi è poi un’ulteriore forma di negazionismo che si esprime attraverso canali culturali, che attira storici, filosofi, politici con una qualche preparazione. Qui si rilevano le suddette enormi e insopportabili disparità. Per un verso siamo abbondantemente oltre i limiti del reato d’opinione: siamo arrivati alla legge dei sospetti. La negazione dell’Olocausto ha visto innanzitutto ampliare la sua sfera semantica: anche affermare gradi diversi di estensione, amoralità della motivazione, crudeltà, sistematicità e volontarietà della Shoah è diventato negare tout court la Shoah. C’è insomma una verità pubblica e ufficiale, rigidamente delimitata, che non tollera nessuna forma di revisione, di cui è richiesta la sottoscrizione in toto e sine glossa per essere ammessi nel consesso pubblico. I rigori della legge si sono abbattuti sui colpevoli con enorme severità, soprattutto in Francia e in Germania, laddove non ci si astiene dall’incarcerare vecchiette novantenni o addirittura gli avvocati degli accusati di aver pronunciato o scritto frasi o concetti negazionisti. L’isterismo della caccia al nazista o al para-nazista o al cripto-nazista colpisce inesorabilmente persone che mai potrebbero essere sospettate di simpatie razziste (si pensi all’intellettuale marxista Roger Garaudy o addirittura nella medesima occasione, all’Abbé Pierre, frate francescano, membro delle resistenza antitedesca, politicamente vicino alla sinistra e noto promotore di opere di carità) … senza tener conto dell’atteggiamento a dir poco indulgente nei confronti delle numerose aggressioni che alcuni pubblici sostenitori di teorie universalmente considerate negazioniste (per esempio Roberto Faurisson) hanno subito al di fuori da ogni legalità e giustizia. Sembra non esservi limite al dovere di eseguire il compito di difendere la memoria dell’Olocausto nel modo più meticoloso, capillare fino talvolta a sconfinare nel fanatismo.
Ma moltissimi limiti vi sono nel caso delle Foibe. Nessun diritto alla libera espressione delle opinioni sembra qui essere stato conculcato, anzi pare che in nome di tale diritto sia stato anche possibile trascendere nel vero e proprio insulto, sempre ovviamente legittimato ideologicamente dalla finalità umanitaria della parte politica dal quale l’insulto proveniva ... la “giusta” appartenenza alla sinistra, anche estrema, ma sempre benpensante e ortodossa, sembra metta al riparo dalla possibilità di essere considerati negazionisti: un concetto che a suo riguardo copre un numero infimo di fattispecie fin quasi a risultare inapplicabile.  
Detto ciò, risulta interessante, di là dalle qualità e dalla tipologia di negazionismo, la ragione per la quale è ipotizzabile si diventi negazionisti. La radice del negazionismo non può che essere l’orrore. Senza andare troppo nel tecnico si può dire che sotto il profilo psicologico la negazione sia “un’operazione mentale che avviene per lo più in modo inconsapevole, la cui funzione è di proteggere l’individuo dal provare eccessiva ansia. Secondo la teoria psicoanalitica classica, tale ansia si manifesterebbe nel caso in cui l’individuo diventasse conscio di pensieri, impulsi o desideri inaccettabili. In una moderna concezione delle difese, una funzione ulteriore è la protezione del Sé – dell’autostima e, in casi estremi, dell’integrazione del Sé” (Cramer, 1998, in http://www00.unibg.it/dati/corsi/40018/69947-Meccanismi%20di%20difesa.pdf). Nei processi di negazione accade quindi che “l’individuo affronta conflitti emotivi e le fonti di stress interne o esterne rifiutando di conoscere qualche aspetto della realtà esterna o della propria esperienza che per gli altri è evidente” (ibidem) al fine di proteggere se stessi e la propria identità. Ebbene che cosa può generare una simile reazione se non l’orrore vicino, tanto vicino da essere percepito come proprio.
È del tutto plausibile che un militante nazionalsocialista, estraneo ai fatti, all’udire la notizia dello sterminio degli ebrei e delle modalità in cui è avvenuto, ne abbia sentito dopo la guerra l’insopportabile peso. Di fronte alla chiamata morale in correo, per cui anche chi non ha mai pensato di commettere crimini orrendi si è sentito coinvolto, per aver in qualche modo apprezzato o collaborato con il regime (cioè la maggior parte dei tedeschi durante gli anni Trenta), non sorprende affatto che colui che vede la propria identità irrimediabilmente minacciata dalla colpa reagisca o cercando una nuova identità e rimuovendo in modo rapido (e talora altrettanto patologico) la precedente, o arroccandosi nella negazione. Quest’ultima appare pertanto non la testimonianza di una totale assenza di senso morale, bensì della sua attiva presenza. È la percezione dell’amoralità di un evento che ci coinvolge, tanto da apparire anche nostro, che genera la sua negazione onnipotente. Essa poi, scaturita dalle profondità della psiche, prende le forme consapevoli di un apparato culturale che arriva a forme ridicole, se non fosse per la tragicità dell’argomento, di rimasticazione storica, tali, per esempio, da attribuire al tifo la causa delle centinaia di migliaia di morti dei campi di concentramento (come se l’aver rinchiuso centinaia di migliaia di innocenti, non già per gasarli, ma per lasciarli morire di tifo fosse qualcosa di lontanamente accettabile!).
Allo stesso modo la negazione agisce sulle coscienze candide di coloro per i quali il comunismo avrebbe dovuto essere il regno della giustizia e della “futura umanità”. Come è possibile, dice il superIo partigiano che la lotta per la libertà abbia prodotto il massacro di Katyn o le Foibe? Due sono i casi: la straordinaria malvagità delle vittime (fascisti, nazisti, canaglie, assassini di civili inermi, oppressori di popoli, affamatori, schiavisti, stupratori, negrieri etc.): cioè deve essere stato un caso di necessaria autodifesa…e non è raro che questo tema si affacci alla letteratura militante; oppure il fatto non deve sussistere e in realtà tutti i massacri rossi devono essere stati fenomeni residuali ed episodici, ingigantiti ad arte dai nemici del progresso. Di qui tutta la paccottiglia pseudo storica, i convegni, i raduni dell’Anpi e tutte le porcherie che ruotano attorno a queste tesi.
Ripeto, sembrerà difficile ammetterlo, ma tutto ciò, ovunque tali fenomeni si manifestino, è effetto di un certo senso morale, di una certa persistente e non deprecabile ripulsa nei riguardi dell’orrore … naturalmente in soggetti dall’indole non pienamente integrata e non sufficientemente forte da operare alcuni distinguo e da gestire alcuni concetti. Tra questi vi è quello della personalità della responsabilità, per la quale le colpe dei padri o degli amici non possono ricadere sui figli e sugli amici; la differenza di grado tra l’opinare e il fare, per cui apprezzare Tizio, o anche militare nello stesso partito di Tizio, non significa apprezzare e dover accettare tutto quello che fa Tizio, o addirittura doverne portare la responsabilità; la consapevolezza della follia dell’affermazione right or wrong, my country! (o my party); l’idea che un’appartenenza identitaria può essere critica e che tutto o niente, in psicologia come in politica e nella vita, è un forma di isterismo; la coscienza che le appartenenze, non essendo mai assolutamente innocenti e candide, né assolutamente malvagie e diaboliche, di per sé non salvano: nessuno è mai buono perché è democratico, socialista, comunista o fascista; né di per sé condannano: nessuno è mai cattivo per le stesse ragioni.
Queste ed altre questioni, una volta messe sul tappeto aiuterebbero ad andare oltre il negazionismo, evitando di frapporre la spessa coltre dell’ideologia e dei meccanismi di difesa tra sé e il mondo di coloro che hanno subito ogni vessazione dai propri simili, compagni, camerati, cittadini che dir si voglia. Di là da esso c’è quel rispetto profondo per i morti, quella sacralità della vita che ingiunge di fronte alle loro tombe di sollevare le difese, di alzare le mani e dire: “Qui mi fermo”… perché la sacralità di quelle vite e di quelle morti solo trova degno un comportamento: silenzio e preghiera!

sabato 8 febbraio 2020

Conversazioni del Partagas

Si dice che san Francesco in punto di morte chiese a madonna Jacopa de’Settesoli uno di quei biscottini di cui andava matto: “Porta con te un panno di colore cenerino per avvolgere il mio corpo e i ceri per la sepoltura. Ti prego anche di portarmi quei dolci, che tu eri solita darmi quando mi trovavo malato a Roma”… La pia donna subito, prima che morisse, glieli portò, con gran gusto del santo. Ecco un esempio fulgido di mistica occidentale. L’uomo dell’ascesi, della povertà e della croce muore assaporando uno squisito biscottino. Il mondo e le sue piccole cose si prendono la rivincita sull’Eterno. Perché forse il senso della vita non sta nell’Eterno. L’Essere è eterno e l’eternità la lasciamo volentieri all’Essere. Per noi le piccole cose e i piaceri solo nostri. Ricordo la gioia di mio padre poco prima di morire. L’ultima sua gioia: lo aiutai a lavarsi e gli preparai da mangiare. Mangiò con gusto quattro bocconi contento di profumare di schampoo, Lo lasciai a casa con una dolcezza infinita. Io e lui conoscevamo il suo destino. Era la sua, era la mia piccola ribellione all’Eterno, la rivincita dell’insignificante quotidiano … però suo, però nostro. Poi morì senza una parola di lamento, leggendo quella sera in ospedale il suo solito libro, la sua solita rivista. Mi lasciò il segno sull’immagine di papa Benedetto ... con una bella croce al collo. Mi lasciò senza parole, dicendomi, col suo silenzio senza un lamento, come deve morire un uomo. Compiendo sino all’ultimo i suoi gesti. Solo, tra le rovine di una vita che si sgretolava fra le sue mani, ne affermò imperiosamente l’esclusiva proprietà. Così rispondeva al senso della croce: la croce distrugge l’Eterno: scendi se puoi, se sei Dio! L’incrocio è il dolore, la verità del dolore, la verità è il tuo dolore. La croce redime dal gran mare dell’Essere, dalla pace  cimiteriale del gran mare del nulla di noi, di quello che realmente siamo, della nostra irriducibile differenza. La sua esistenza si è dimostrata superiore all’essenza, come ha definitivamente gridato Cristo in croce. “Elì, Elì perché mi hai abbandonato?” Sei solo, padre: Dio ti ha abbandonato per redimere te e nessun altro, perché tu solo non sei uguale a niente,  tu perché da solo sei grande e sei grande perché non sei tutto,  perché sei solo tu. Dio abbandona il Figlio perché vuole lasciarlo alla sua storia … per non somministrargli la fregatura del dolce annegare nell’infinito, per non farlo perdere  nel Tutto. Abbandonata la matrice amniotica e l’indifferenziato, siamo gettati nella vita per non essere solo un  segmento. Mi dice l'amico Yanez, tra noi, fumando un sigaro e bevendo un bicchiere: i segmenti si disperdono nello spazio per venire riassorbiti. Semirette e punti vorrei che fossimo, proteste iperboliche, tangenziali, secanti  l’Essere ben rotondo, fiamme che esauriscono e bruciano l’infinito nell’istante. Quando sarà il mio momento, pregherò per avere un biscottino, per lo sguardo di un figlio o di un amico, per salutare qualcuno dandogli del tu, come ho sempre fatto, per gustare ancora un momento dei milioni che ho vissuto, per sentirmi solo di fronte a un altro, trovando nel suo sguardo la conferma di essere ancora io … Il mio mondo la mia città, la mia bandiera, i miei oggetti, la mia donna mi accompagnino nel viaggio … soli con le nostre solitudini bellissime potremo sostare alle rive dei fiumi dove scorreranno solo per noi latte e miele: "Sì, come i nuovi cieli e la nuova terra, che io farò, dureranno per sempre davanti a me - oracolo del Signore - così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome" (Is 66,22).

martedì 21 gennaio 2020

Il fascino del fascismo.



Una conferenza di Tarmo Kunnas,  venerdì 13 ottobre 2017, Spazio Ritter, Milano
(appunti non rivisti dall’Autore e note di Massimo Maraviglia)

Perché la scelta di questo tema? Da ventiquattro anni, cioè da quando ho iniziato gli studi sul fascismo, ricerco un tema interessante e non studiato. L’idea generale e la vulgata giornalistica di ventiquattro anni fa era che nessun uomo intelligente avesse sostenuto il fascismo, esclusi Knut Hamsun(1859-1952)[1], Ezra Pound (1885-1972)[2] e Louis-Ferdinand Céline (1864-1961)[3]. Il primo era, secondo la medesima vulgata, un vecchio demente, il secondo era completamente pazzo, il terzo era antipatico e corrotto. La scelta del mio tema per la tesi da cui era venuto il testo La tentazione fascista era nata da un’opposizione discreta tale mentalità. Allora nella mia famiglia si era tutti patrioti e anticomunisti, ma nella scelta del tema e nel suo sviluppo la curiosità intellettuale ha prevalso sulle opinioni, sui pregiudizi e le storie personali.
Il fascino del fascismo (tr. it. di Delfina Sessa, Settimo Sigillo, Roma 2017) continua tale filone di studi e costituisce una sintesi che cerca di affrontare le affinità e le complicità tra ottanta intellettuali che avevano aderito al fascismo, volendo rispettare, tuttavia, le specificità individuali. In esso voglio prendere in considerazione il contesto culturale, intellettuale, politico che, per esempio, è molto diverso in Italia, rispetto alla Germania e agli altri paesi dove il fascismo si è presentato o ha vinto. Quindi tra questi intellettuali, da una parte, c’è affinità, dall’altra, diversità. Per esempio sul piano religioso vi sono cristiani luterani, cattolici, ortodossi, pagani eccetera. D’altro canto, di là da tali differenze, nessuno è tuttavia radicalmente ateo e ciò costituisce un’affinità profonda. C’è questa affinità spiritualista di fondo nella diversità di ciascuno. Negli intellettuali, insomma, c’è diversità di orientamento, c’è una certa ambiguità, ma anche un retroterra comune. L’impegno politico era, però, per tutti paragonabile a un’infatuazione o a un innamoramento. In alcuni si trattava di un amore a distanza per i capi (Hitler, Mussolini e gli altri), che viveva un’estasi quasi religiosa senza tuttavia ambire ad alcuna ufficialità. Per altri è stato un trasporto calcolato come una sorta di matrimonio di convenienza. A volte le convenzioni e la paura impedirono agli intellettuali di troncare il rapporto, altre volte essi rimasero fedeli all’amico, al camerata, a colui che era stato compagno di strada, oppure a loro stessi. Vi furono fascisti e nazisti veri e propri che speravano nell’espansione armata e nella vittoria definitiva del fascismo, altri più tiepidi e critici nei confronti delle sue manifestazioni estreme. Alcuni all’inizio non pensavano che il fascismo e il nazismo fossero merce di esportazione. Così furono alcuni intellettuali finlandesi.  Molti intellettuali avevano delle simpatie ma non osavano aderire (si pensi all’italiano Prezzolini[4]). Altri ancora ammiravano il fascismo e nazismo come se fosse stato un’opera d’arte (Brasillach[5], D’Annunzio[6], Marinetti[7] e altri), molti ritenevano che sia il fascismo sia il nazismo fossero indispensabili per la sopravvivenza della civiltà europea (Eliade[8], Pound, Campbell[9], Lewis[10], Benn[11] e altri intellettuali nordici). Il sostegno attivo degli intellettuali europei rivela un aspetto dell’esistenza storica e concreta del fascismo. Gli intellettuali, infatti, cristallizzarono nella loro opera il sentimento della maggioranza delle persone. Le teorie degli intellettuali non erano dunque calate dall’alto, ma si innestavano su un milieu culturale preciso. Complessivamente un carattere fondamentale di tale milieu era costituito dalla percezione della decadenza europea cui si associava la paura per la fine di quello che potremmo chiamare un incanto del mondo, una magia della vita. Tutto ciò convergeva nel tipico orientamento della “lotta contro l’oro” e il materialismo del denaro. Era altresì una reazione contro l’individualismo e la ricerca di un nuovo sentimento della vita, fondato sul tragico contro la happiness liberale: “L’uomo non cerca la felicità, l’inglese cerca la felicità” (Friedrich Nietzsche[12]). La forza attrattiva del fascismo non sempre resse: a volte l’intellettuale si ritrasse con clamore, altre volte si ritirò nel silenzio, ciò avvenne particolarmente con il nazismo. In ogni caso, se si getta uno sguardo ai suoi rappresentanti culturali, il fascismo non fu qualcosa di rozzo, ma si alimentò di una forza morale e di uomini di alto livello. Per questo motivo porre l’attenzione sugli intellettuali significa andare oltre le ideologie ufficiali e programmi dei partiti. Hamsun e Céline, per esempio, erano del tutto avversi allo statalismo fascista, ma cercavano un’etica, un sentimento della vita, un’estetica più profondi. Per la cultura fascista, rilevante è prendere posizione nei riguardi dell’eredità dell’illuminismo del XVIII secolo, anche se tale eredità è ambigua: vi si ritengono collegati sia i comunisti sovietici, sia i radicali francesi, sia i liberali inglesi. Gli intellettuali di destra per questo hanno preso le distanze dall’illuminismo, pur non mancando in essi elementi di tale eredità, si veda per esempio Montherlant[13] e Drieu La Rochelle[14]. Ma vi era una battaglia filosofica in corso: in essa si era o pro o contro l’illuminismo, e i fascisti si schierarono contro.
Il fascismo aveva un’idea ampia della cultura politica. Era una visione completa della vita. La sua definizione della politica non è univoca. La politica si estende nei campi dell’arte, della scienza, della medicina, di tutte le discipline. Insomma la visione della politica si estende e si restringe come una fisarmonica. Se alla massima estensione è una visione totale del mondo delle cose, alla minima diventa un programma politico concreto con determinate istanze di carattere anche amministrativo. In ogni caso la sua affermazione e vittoria è dovuta al fatto che esso ha trovato un vuoto di fronte a sé: il vuoto di un orientamento ideologico in fase di decadenza come era il liberalismo, che nei primi del Novecento aveva perduto la sua attrattiva. Ogni cultura politica, infatti, ha una fase di iniziale entusiasmo e una fase di senescenza critica. Generalmente quest’ultima fase è caratterizzata dal fatto che la cultura politica muore nell’economia. Il fascismo e il comunismo propongono una grande idea, alternativa al liberalismo, che si trovava in una impasse in cui le idee avevano perso il loro fuoco sacro. Anche gli antifascisti intendevano infatti la politica in senso ampio ed entusiasta, arrivando a trattare e approfondire ciò che le altre tradizioni avevano tralasciato.
Esempio di tale onnicomprensività del fascismo è il futurismo che, contro la democrazia parlamentare, voleva rinnovare la politica ponendola in alternativa alle vecchie idee e ai miti defunti del liberalismo. Così il futurismo rivendica l’artista entusiasta e affida all’uomo di cultura il compito di rinnovare la politica dall’interno attraverso la sua estetizzazione, cosa che aveva esempi di tradizione antichissima: potere e bellezza sono sempre andati assieme. Si trattava, come si vede, di una concezione del politico come di una esperienza totalizzante: arte, bellezza, eroismo, atmosfera sacrale, devozione, mistica, ardore: tutto ciò doveva rinnovare profondamente la vita umana prima ancora che la politica.
Già il primo fascismo si diceva contrario alle politiche di partito, al suo piccolo cabotaggio fatto di interessi, negoziazioni quotidiane e sottopotere, volendo per sé l’arte e i grandi ideali. Se il marxismo punta alla scienza; il fascismo punta all’arte: il lirismo nel marxismo è sempre coltivato a fini utilitaristici. Scopo finale del fascismo era la rinascita della patria e il rinvigorimento delle sue energie vitali. Per Ungaretti il fascismo era un movimento che voleva introdurre in Italia i valori e ripristinare le gerarchie: “L’Italia cerca l’elevazione dell’anima” diceva il poeta considerando il fascismo la risposta più adeguata a questo tipo di ricerca. Allo stesso modo Gentile[15] vedeva nel fascismo una politica che avrebbe portato ad una rigenerazione morale dell’Italia.
 L’omologo tedesco di Giovanni Gentile, Martin Heidegger[16], riteneva che la politica fosse uno strumento di rinascita della coscienza umana che doveva riaversi dall’oblio dell’essere quale forza mistica che determina l’esistenza dell’uomo. Heidegger riteneva che l’uomo dovesse vivere in una sorta di armonia panteistica con l’essere. Riprendersi dall’oblio dell’essere significava interagire a fondo con le forze primigenie del mondo, trovando in questa armonia il senso della vita, ed entrando in relazione con il suo mistero e il suo enigma. Questa capacità di sentire il mistero era, secondo Heidegger, stata persa dall’uomo moderno. Il tedesco, per mezzo della politica, doveva riappropriarsene facendo un passo in avanti verso una nuova esperienza di autenticità dell’esistenza. Il rifiuto heideggeriano della politica moderna implicava la riflessione sul modello della pòlis greca la quale costituiva, con la sua cultura, un esempio fondamentale per rifondare il senso dell’esistenza umana nel mondo. Nella pòlis e nel mondo greco l’uomo aveva la percezione di abitare nella dimora dell’essere. La città è il luogo della storia, cioè il luogo in cui e per cui l’Esserci, cioè l’uomo, storicamente sussiste. A tale luogo appartengono i templi, i preti, le feste, i giochi, gli eserciti, le navi, le case. Tutto questo è politica ed è situato nella storia dove ciascuno veramente è.
Josè Antonio[17], dal canto suo,  ritiene che il capo e l’eroe siano al centro della politica. La politica non è un modo di pensare ma un modo di essere. Il fascismo ripristina la verità che è al centro del sistema politico. Una verità che ruota attorno al concetto cattolico di amore. Per José Antonio l’amore si oppone a qualsiasi calcolo, è poesia oltre il calcolo e l’utilità. Così amore e lirismo sono parte imprescindibile di ogni cultura politica: “Non c’è trascinatore che non sia al tempo stesso poeta, così è Mussolini che parla al suo popolo; così Hitler e suo romanticismo tedesco così è il poeta dei romeni, Codreanu[18]”.
Il filosofo Carl Schmitt[19] giustappone ne Il concetto di politico, amico e nemico. La politica è una lotta contro il nemico. In questo senso non si definiscono i confini della politica e della società. Significato politico dell’ente è legato alla società che le ha prodotte. L’estensione dei concetti della politica e il loro significato sono l’esito di una tradizione di interpretazione. Se ne può dedurre che il nazionalismo, per esempio, può essere ammesso da ideologie conservatrici o liberali, oppure rivoluzionarie. Chi identifica il nazionalismo con un’unica ideologia è vittima di un condizionamento pavloviano. Anche l’eugenetica e la sterilizzazione forzata non erano monopolio nazista, ma elementi presenti in stati governati democraticamente come gli Stati Uniti, la Norvegia, Svezia e Finlandia, prima del nazismo. Così i termini politici come fascista, comunista, reazionario e altri sono ambigui dobbiamo evitare ogni determinismo ideologico (il marxismo e il liberalismo sono campioni di questo modo di pensare deterministico).
Il dibattito sul fascismo e le cosiddette “ideologie pericolose” è stato troppo segnato dal determinismo ideologico. I concetti sono invece di molteplici significati, i tempi sono molto diversi, malgrado i numerosi tentativi di sintesi. Il cuore del fascismo è pagano, ma molti fascisti sono buoni cattolici, oppure luterani, oppure ortodossi. Tale ambiguità è dovuta al fatto che gli ideali trasmessi dalle parole sono suscettibili di numerose interpretazioni. Essi si possono intendere in maniera costruttiva e umana, oppure in modo rigido. Quello che conta sono, infatti, coloro che li interpretano. Ciò che conta sono anche le circostanze storiche. In politica le idee vengono continuamente riciclate perché le parole possono suscitare interpretazioni diverse. Decine di intellettuali si avvicinarono alle idee fasciste mossi da motivazioni personali anche se più a fondo c’è una unità di carattere ideale: la reazione alla decadenza europea, pensata nondimeno in modo diverso a seconda dei contesti (decadenti sono gli ebrei per Hitler, i bolscevichi per i finlandesi, per gli italiani decadente era il germanismo austriacante). I rappresentanti delle élites intellettuali,  che avevano identificato la loro visione del mondo col fascismo, avevano eliminato dal fascismo stesso ciò che non era loro gradito. Per loro era la rivolta contro la malattia del secolo che aveva contaminato col suo materialismo la civiltà e in tale malattia era compreso il marxismo e il liberalismo. Ad impedire i processi di decadenza sarebbero state le virtù superumane indicate da Nietzsche, l’eroismo, l’anti- individualismo, il misticismo, l’adesione ad un’etica aristocratica che non escludeva, tuttavia, l’amore per il popolo. La modernità, che considera l’uomo come un essere egoista, è spregevole perché lo allontana dalla generosità morale e dal sentimento tragico della vita. Questo era il loro pensiero, queste erano le loro aspirazioni, anche se, al posto dell’idolo della modernità, hanno finito per installare un altro vitello d’oro. Ma essi ritennero di dover correre questo rischio perché i pregi del fascismo ai loro occhi rimanevano migliori e rendevano sopportabili i suoi errori e i suoi difetti come il razzismo, il militarismo, le persecuzioni.



[1] Scrittore norvegese, premio Nobel per la letteratura nel 1920, dopo la seconda guerra mondiale fu internato in un manicomio a causa delle sue simpatie fasciste. I suoi romanzi -  pervasi da un sentimento di comunione spirituale con le forze del cosmo e della natura (Pan), e non senza sensibilità per le questioni sociali e la sperequazione che dilania le metropoli capitaliste (Fame) - contribuiscono a generare un’immagine del mondo che va al di là del materialismo novecentesco, contribuendo in modo decisivo alla formazione di quel clima culturale avverso alla “decadenza moderna” che è tipico dei movimenti fascisti.
[2] Forse il più grande poeta americano del Novecento, di cultura sterminata, amante dell’Italia e impressionato dai successi di Mussolini, si stabilì nel Bel Paese, sostenendo fino all’ultimo le sue ragioni del suo “Duce”. Esperto di economia, vide nel fascismo un sistema di pensiero capace di restituire dignità al lavoro umano contro le tendenze usuraie e materialiste del liberalismo.
[3] Medico e scrittore francese, precursore della letteratura esistenzialista, nelle sue opere egli compie una ricerca stilistica e formale di grandissima efficacia estetica e comunicativa. In esse domina un pessimismo radicale sulla condizione umana, che gli fa disprezzare i miti ottimistici del progresso, della pace e della prosperità borghese, orientandolo decisamente verso il fascismo, inteso come protesta estrema e violenta contro le idee e gli stili di vita del suo tempo.
[4] Giuseppe Prezzolini (1882-1982), giornalista e scrittore di orientamento nazionalista e poi conservatore, fonda nel 1908 il settimanale “La Voce” per mezzo del quale, assieme al suo amico Giovanni Papini e ad altri prestigiosi collaboratori imprime una svolta alla cultura italiana. Pur essendo ammiratore di Mussolini, non accetterà il fascismo come partito e ideologia.
[5] Robert Brasillach (1909-1945), poeta, drammaturgo e romanziere francese. Genio precoce della letteratura, collabora sin da giovane con alcune prestigiose riviste letterarie, divenendo responsabile delle pagine culturali della rivista dell’ Action française. Senza aver commesso alcun reato, e solo per la usa collaborazione con il maggior periodico politico-culturale della Francia di Vichy, viene arrestato e condannato a morte da De Gaulle nel 1945.
[6] Gabriele d’Annunzio (1863-1938), noto poeta e uomo politico italiano. Nella città di Fiume dà origine all’esperimento politico della Reggenza italiana del Carnaro, nel quale, ribellandosi contro la pochezza del governo italiano, incapace di difendere i diritti dei connazionali fiumani, fonda una repubblica dei combattenti e dei poeti, patriottica, libertaria, innovativamente socialista e profondamente permeata dai suoi ideali estetici. Pur sempre nel contesto di una rivalità personale con la Benito Mussolini, mai farà mancare il suo sostegno al regime, dal quale otterrà a sua volta riconoscimenti e onori.
[7] Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), poeta, letterato e uomo politico, fondatore del movimento futurista, sin dall’inizio gli sono congeniali gli ideali di grandezza nazionale, di modernizzazione, di potenza, e quel peculiare socialismo di cui si fa portatore il movimento fascista, dando voce a quella democrazia delle trincee che il poeta aveva vissuto nell’esperienza della prima guerra mondiale. Convintamente fascista, celebra nell’ultima sua opera il corpo militare della X MAS, ricostituitosi nella Repubblica Sociale Italiana, canto del cigno del fascismo mussoliniano.
[8] Mircea Eliade, forse il più grande storico delle religioni del Novecento, noto per il suo Trattato di storia delle religioni, simpatizza per la Guardia di Ferro di Corneliu Zelea Codreanu negli anni Trenta – movimento filo-fascista e cristiano/ortodosso rumeno con forti tinte antisemite che lo avvicinano sotto questo aspetto al nazionalsocialismo -  e per i regimi autoritari di Antonescu (Romania) e poi di Salazar (Portogallo).
[9] Roy Campbell (1901-1957) scrittore sudafricano “sognava una società arcaica e feudale che credeva di trovare in Spagna (la Spagna di Franco, n.d.r.) dove si trasferì con la moglie. Il suo estremismo di destra era più vicino alla Falange o al fascismo di Mussolini che al nazionalsocialismo (cui si oppone tenacemente durante la seconda guerra mondiale, n.d.r.). In Spagna si convertì, insieme alla moglie, alla religione cattolica” (T. Kunnas, Il fascino del fascismo, p. 87).
[10] Windham Lewis (1882-1957), “amico di Ezra Pound, saggista e illustre artista che fondeva nel vorticismo cubismo e futurismo, si ribellava al ‘liberalismo’ vittoriano. F.T: Marinetti soggiornò a Londra nel periodo in cui vi abitavano Pound e Lewis; nelle idee e nell’arte di entrambi è riscontrabile l’influsso futurista, benché nella patria dell’industrializzazione l’idolatria delle macchine marinettiana non avesse carica  innovativa. Nel 1930 Windham Lewis visitò la Germania e, tornato in patria, si adoperò per far conoscere Hitler e il nazionalsocialismo. Difese la spedizione italiana alla conquista dell’Abissinia e si scagliava con veemenza contro il parlamentarismo britannico, pur proclamandosi estimatore del discernimento e della leadership di sir Oswald Mosley (fondatore della “British Union of Fascists”, n.d.r.). Nel 1939 si dissociò dal sostegno di Hitler” (ivi, p. 85).
[11] Gottfried Benn, poeta tedesco (1886-1956). “Dai tetri affreschi di Morgue ai preziosi mosaici di poesia statica della produzione tarda, dalla prosa assoluta distillata nelle psichedeliche vicissitudini del più celebre dei suoi alter-ego, il sifilopatologo Werff  Rönne, fino alle iridescenti stilizzazioni delle prose mature (Romanzo del fenotipoIl tolemaico), colui che elesse Pallade a nume tutelare (e spettrale) in un mondo disertato tanto dalla ragione quanto dagli dèi, per tutta la vita seguì il fil rouge di una sola, inaggirabile, primaria intuizione: «in pace o in guerra, al fronte o nelle retrovie, da ufficiale come da medico, fra trafficanti ed eccellenze, davanti alle celle dei manicomi e a quelle delle prigioni, accanto ai letti e alle bare, nell’ora del trionfo e in quella della caduta, non mi ha mai abbandonato la trance che questa realtà non esista.» Di sé avrebbe forse detto – chiosando con un celebre passaggio di Gehirne – «vivevano tutti con il centro di gravità fisso su meridiani, tra rifrattori e barometri, lui solo gettava sguardi oltre le cose, paralizzato dalla nostalgia di un azimut, gridava invocando una chiara pulizia logica e una parola che finalmente lo afferrasse” (http://poesia.blog.rainews.it/2019/09/portrait-di-gottfried-benn-1886-1956/). Critico feroce del progresso, dell’evoluzione, di ogni determinismo storico, del macchinismo moderno, il poeta aderisce per breve tempo al nazionalsocialismo vittorioso, per poi ritirare il suo consenso pubblico e arruolarsi come ufficiale medico nell’esercito, in quell’emigrazione interna che vide protagonisti molti intellettuali i quali, pur non sostenendo il nazionalsocialismo, non intesero abbandonare la Germania.
[12] Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900), filologo e filosofo tedesco, fu grande innovatore del pensiero occidentale che aspirò ad emancipare dalla tradizione cristiana in nome dei valori terreni della vita. Quest’ultima era da lui concepita come volontà di potenza, creatrice di arte, di morale e di stili originali  in coloro che sanno farsene portatori e celebrarla consapevolmente. Di qui il suo sovrumanismo aristocratico, alla ricerca di una grandezza sganciata dalle leggi morali e da quelle religioni che, nate secondo lui da uomini mal riusciti e incapaci di vivere fino in fondo, ambivano a ricondurre tutti  ad un’uguaglianza verso il basso, nemica della libertà, della magnanimità e di ogni bellezza. Il superuomo, fedele alla terra e forte di una volontà incrollabile, diveniva così il nemico principale dei socialismi egualitari e delle democrazie livellatrici. Anche la statolatria e il nazionalismo erano però da lui ritenuti volgari, come tutto quanto tendeva a far scomparire il valore individuale nell’anonimato del gregge. Dalle sue idee  presero spunti numerosi intellettuali che nel Novecento inventarono o aderirono al fascismo, benché in senso stretto sia impossibile qualificare Nietzsche come fascista, non solo per motivi storico-anagrafici, ma anche perché la ricchezza del suo pensiero che è divenuta oggetto di riflessione e ammirazione da parte di uomini di tutti gli orientamenti politici. Avendo la sua filosofia una dimensione epocale – poiché coglie i problemi e le aspirazioni fondamentali dell’uomo moderno – la sua è una presenza costante nel XX secolo, ad ogni latitudine culturale e politica e ovunque si sia preso sul serio il compito di interpretare i problemi e il senso della civiltà contemporanea.
[13] “Il 21 settembre 1972 muore suicida lo scrittore e drammaturgo Henry de Montherlant. Nato a Parigi il 21 aprile 1896, volontario e ferito nella 1a guerra mondiale, fu proscritto come collaborazionista nel dopoguerra, si definiva ‘anarchico di destra’. Come scrittore fu particolarmente precoce: scrisse infatti il suo primo libro La vie de Scipion (mai pubblicato) quando aveva appena dieci anni e a venti anni pubblicò a sue spese La Releve du Matin, dopo il rifiuto di undici editori, un omaggio ai soldati della Grande Guerra. Nel 1923 scrisse Les Olympiques, opera nella quale celebrava i cultori dell’atletica leggera. La tauromachia, di cui fu particolarmente appassionato (a quindici anni uccise il suo primo toro), gli ispirò uno dei suoi migliori libri: Les Bestiaires (1926). I suoi primi successi furono la tetralogia Les jeunes filles (1936-1939) e Les célibataires (1934). In Les jeunes filles Monteherlant si scaglia contro l’esaltazione dei “valori femminili”, a cui addita la decadenza del mondo contemporaneo, a detrimento di quelli “virili”. Montherlant, in quest’opera, alza la sua protesta contro un’epoca in cui i grandi valori individuali vanno spegnendosi e la democrazia diffonde conformismo” (https://www.ugomariatassinari.it/suicido-henry-de-montherlant/)
[14] Pierre Eugène Drieu La Rochelle (1893-1945) scrittore, romanziere e saggista francese, influenzato dall’esperienza della Prima guerra mondiale (raccontata nella Commedia di Charleroi), per tutta la vita cercherà nella politica la risposta alle domande sul destino individuale che mai vedrà separato dall’appartenenza alla Francia. Valori estetici, etici, un senso di estraneità verso la mediocrità borghese, faranno capolino nei personaggi più riusciti di opere come Gilles, L’uomo a cavallo, Fuoco Fatuo, Diario di un delicato. A ciò si associa una peculiare visionarietà politica che gli fa immaginare un “socialismo fascista”, capace di elevare le masse europee al piano di una grandezza superomistica che poteva e doveva essere socializzata e nazionalizzata. L’Europa, che doveva unirsi  per affermare la propria civiltà e tradizione contro l’arrembaggio delle potenze asiatiche e americane, avrebbe trovato nel fascismo quel collante in grado di raccogliere il senso di appartenenza di ogni uomo del Vecchio continente, oltre le decadenti ideologie materialiste della democrazia liberale e del marxismo, Coerentemente vicino alla repubblica di Vichy, si uccide prima di essere catturato dagli antifascisti alla fine del secondo conflitto mondiale.
[15] Giovanni Gentile (1875-1944) insieme a B. Croce, il maggior filosofo italiano del Novecento. Si inserisce nella tradizione idealistica rinnovando genialmente la logica, la metafisica e l’etica hegeliane. Valorizza Marx non tanto come filosofo del comunismo e dell’insurrezione proletaria, ma come filosofo della prassi. Politicamente è convinto che il fascismo sia l’erede genuino della grande stagione del Risorgimento, che nel movimento mussoliniano trova il suo compimento con l’integrazione delle masse nella sostanza etica dello Stato nazionale. Così egli pensa che il fascismo realizzi il meglio del carattere e della storia nazionale, consentendo all’uomo contemporaneo la più profonda partecipazione alla vita dello Spirito. Sempre fedele a Mussolini, che lo ricambia affidandogli importanti incarichi di governo, tra cui l’elaborazione della riforma della scuola, e di politica culturale, come la realizzazione del progetto dell’Enciclopedia italiana, dopo aver aderito alla Repubblica Sociale, muore assassinato in un agguato terroristico messo in atto da partigiani comunisti.
[16] Martin Heidegger (1889-1976) è un grande pilastro della cultura del Novecento, le cui riflessioni hanno avuto influenza determinante, oltre i confini della filosofia  in senso stretto, in diverse discipline come la storia, la linguistica, la critica letteraria, la psichiatria, l’antropologia e la teologia. La sua maggiore opera, Essere e Tempo, viene pubblicata nel 1927. Nel 1933, all’ascesa di Hitler, collabora con le autorità del III Reich e viene nominato rettore dell’università di Friburgo, incarico che lascerà l’anno successivo, rinunciando a ulteriori ruoli di visibilità pubblica, senza mai tuttavia opporsi al regime. “Filosoficamente  il punto nodale del nazionalsocialismo heideggeriano risulta essere la nozione di “orizzonte ontologico”, inteso come trascendenza e superamento del singolo soggetto nella sua individualità. In questo senso, numerose pagine di Sein und Zeit (Essere e tempo) descrivono chiaramente un’idea di storia, di umanità e di essere che, sebbene non giustapponibile da nessun punto di vista al razzismo del Mein Kampf, mostra la fondazione di una ben precisa concezione di Nazionalsocialismo. Questo punto cruciale è accuratamente chiarificato dall’analisi di George Steiner, il quale scrive che vi sono ‘delle connessioni reali tra il linguaggio e la visione di Essere e tempo, specie nelle ultime sezioni, e quelli del Nazismo. Coloro che negano ciò sono ciechi o bugiardi […]. Sia il Nazismo sia l’antropologia ontologica di Essere e tempo sottolineano la concretezza della funzione dell’uomo nel mondo, la primordiale santità della mano e del corpo. Entrambi esaltano la mistica affinità tra il lavoratore e i suoi strumenti in una innocenza esistenziale che deve essere purificata dalle pretese dell’intelletto astratto. A questa accentuazione si accompagna una tensione sul radicamento, sul rapporto intimo fra sangue e ricordo, che un autentico sentire umano ha rispetto alle sue radici natali. La retorica heideggeriana del sentirsi-a-casa, dell’organico continuum che avvicina il vivente al morto ancestrale sepolto accanto, si adatta senza sforzo alcuno al culto nazista del sangue e della terra. Parallelamente, le accuse hitleriane ai cosmopoliti senza radici, alla plebaglia urbana e alla intelligencija senza patria che vive parassitariamente sull’elegante suolo della società, riecheggiano da vicino la critica heideggeriana del “si”, della modernità tecnologica, dell’ indaffarata irrequietezza dell’inautentico’” .
(http://www.kasparhauser.net/culture%20desk/heideggernazismo/cata-esserethule.html).
[17] José Antonio Primo de Rivera (1903-1936) è il fondatore della Falange española, un movimento fascista che dal 1933-34 insieme alle JONS (Juntas de ofensiva nacional sindacalista) contrasta l’egemonia repubblicana e comunista, collaborando con la ribellione franchista nella guerra civile. Imprigionato senza  per motivi esclusivamente politici dal governo repubblicano, viene fucilato nel 1936.
[18] Corneliu Zelea Codreanu (1899-1938) è il fondatore nel 1927 della Guardia di Ferro, movimento fascista e cristiano ortodosso dalla radicale vocazione alla giustizia sociale. Così lo descrive Julius Evola: “Ci viene incontro un giovane alto e slanciato, in vestito sportivo, con un volto aperto, il quale dà immediatamente una impressione di nobiltà, di forza e di lealtà. È  appunto Cornelio Codreanu, capo della Guardia di Ferro. Mentre i suoi occhi grigio-azzurri esprimono la durezza e la fredda volontà propria ai Capi, nell’insieme dell’espressione vi è simultaneamente una singolare nota di idealità, di interiorità, di forza, di umana comprensione. Anche il suo modo di conversare è caratteristico: prima di rispondere, egli sembra assorbirsi, allontanarsi, poi, ad un tratto, comincia a parlare, esprimendosi con precisione quasi geometrica, in frasi bene articolate ed organiche […]Vi sono da un lato coloro che conoscono solo la ‘vita’ e che quindi non cercano che la prosperità, la ricchezza, il benessere, l’opulenza; dall’altro lato vi sono coloro che aspirano a qualcosa più che la vita, alla gloria e alla vittoria in una lotta interiore quanto esteriore. Le Guardie di Ferro appartengono a questa seconda schiera. E il loro ascetismo guerriero si completa con una ultima norma: col voto di povertà a cui è tenuta l’élite dei capi del movimento, con i precetti di rinuncia al lusso, ai vuoti divertimenti, agli svaghi cosiddetti mondani, insomma con l’invito ad un vero cambiamento di vita che noi facciamo ad ogni legionario” Codreanu muore assassinato in carcere su ordine di re Carol per mano alcuni poliziotti corrotti dal suo ministro Calinescu.
[19] Carl Schmitt (1888-1985) tra i principali giuristi e filosofi del diritto del Novecento, indaga con grande acume anche la sfera della politica cercandone le regolarità e i fondamenti nella civiltà occidentale. Diventa per breve tempo presidente dei giuristi nazionalsocialisti tedeschi, per poi ritirarsi nel 1936 dalla vita pubblica a causa dell’attacco della rivista delle SS  “Das schwarze Korps”. Dopo la seconda guerra mondiale, bandito dall’insegnamento universitario, scrive il testo Il nomos della terra che rappresenta una pietra miliare degli studi di geopolitica.

martedì 14 gennaio 2020

Un dibattito con Carlo Gambescia a partire dal Filebo platonico: il ruolo sociale del bene e la possibilità di insegnarlo


Carlo Gambescia
Carlo Gambescia

Una risposta a Massimo Maraviglia
 Si può insegnare il bene? 


Massimo Maraviglia  (nella foto)  probabilmente  rimane,  tra le tante persone  che ho conosciuto in quindici anni di Web, la più interessante. Alla preparazione  filosofica di prim’ordine unisce una notevole capacità di ascolto e argomentazione, pur avendo  proprie idee filosofiche e politiche.

I  suoi  “tag” sono sempre stimolanti. Cosa che non capita di frequente sui social.  Ieri per esempio ha pubblicato un ottimo riassunto del Filebo che mi ha  spinto a riflettere sulla possibilità di insegnare il bene (*) . Di qui  un icastico scambio  di battute tra noi  che riporto:

Carlo Gambescia Si può insegnare il bene? Esiste una scienza del bene? La conoscenza è virtù? :-) Comunque sia, caro Massimo, sei un ottimo docente.

Massimo Maraviglia Grazie Carlo...sempre gentilissimo!!! ...si potrebbe anche domandare: "Si può fare a meno di una scienza del bene?" ...e: "Quale scienza in ultima istanza non è una scienza del bene?".

In effetti, la risposta di Massimo Meraviglia, seppure breve, come il mio commento del resto,  pone un problema di fondo, altrettanto importante, sulla  natura cognitiva del sapere morale.
Ora, dal  punto di vista filosofico, diciamo  “platonico-socratico” ,che è quello di Massimo (credo…),  si può concedere  che sia  più che accettabile  il momento costruttivista del pensiero.  
Come fare a meno di una scienza del bene?  Cioè,  di perseguire, dunque costruire,  attraverso un metodo,  quindi trasmissibile agli altri -  perciò “insegnabile” - il bene?  Rifuggo  dalla definizione di bene, perché porterebbe troppo lontano. Ne do per scontato  il contenuto libero. Anche perché sono interessato a  un altro aspetto, quello sociologico, che esula sotto l'aspetto  disciplinare dalle questioni  filosofiche. 
Punto di vista,  che  è il mio, umilissimo per carità.  Da  sociologo peón rifletto sul momento costruttivo del pensiero e  sulla  sua  trasmissibilità.  Due attività che implicano un  processo sociale, cioè una dinamica che rinvia all’interazione tra individui e ai prodotti sociali che ne derivano.
Ora, il concetto di individuo implica diversità di condizione, intelligenza, volontà. Quindi il bene, non sempre (diciamo per ora così...) può essere capito e accettato da tutti.  Inoltre,  il prodotto sociale, non è  che l' istituzione,  cioè la condensazione sociale  di  forme di comportamento che hanno logica propria, logica  che implica la “routinizzazione” del bene.
Cosa voglio dire?  Che la “scienza del bene” non può non  fare i conti con la riproduzione sociale del bene, l’istituzionalizzazione.  Alla presuntiva  perfezione del sistema filosofico, risponde la consuntiva imperfezione dei sistemi sociali, racchiusa nelle inevitabili formalizzazioni-standardizzazioni del bene. O se si vuole di  banalizzazione quotidiana  del bene.  Il che significa che il bene si può anche insegnare, ma che inevitabilmente, ogni individuo reagirà secondo i propri mezzi, e ogni istituzione secondo i propri bisogni.  
Di qui  però  quel fenomeno che si  chiama  costruttivismo sociale, cioè la  credenza, in una realtà politica (non filosofica) che ritiene che individui e istituzioni, visti come privi di logiche proprie, possano essere radicalmente  plasmati e  riplasmati  grazie all’insegnamento del bene. Una trasmissione  che però  -  ecco il punto critico -   per ricaduta sociologica, non può non tradursi in forme di routinizzazione del bene. In  qualcosa che sarà sempre inferiore all’idea di bene - qualunque essa sia - che il costruttivista politico persegue.      
Sicché il totalitarismo politico  diventa il prolungamento sociale inevitabile dell’ approccio costruttivista. Esagero?   Diciamo che tra il welfare state e lo stato caserma c’è una differenza di grado ma  non di specie.  Di conseguenza,  la “scienza del bene”, di cui non si può fare filosoficamente a meno, sociologicamente parlando  rappresenta  un rischio politico,  di cui si potrebbe  - o addirittura si  dovrebbe  -   fare a meno.  Ma come?

Puntando sull’educazione individuale, su un processo di crescita del singolo, che non implichi la trasmissibilità  sociale e dunque  il rischio di  politicizzazione- banalizzazione del bene?   
Sociologicamente parlando,  l’individuo cambia idea, per paura, necessità, convenienza, conformismo,  persuasione.  Ora, per parafrasare una celebre formula, si può opporre la persuasione filosofica, individuale, alla retorica sociale, collettiva,   ma non alla paura, alla necessità, alla convenienza, al  conformismo.  
Perciò, come si può capire i margini sociologici di una “scienza del bene” sono piuttosto esigui.  
Questo però non significa che il bene, qualunque esso sia, non si possa insegnare, filosoficamente insegnare.  Certo che si può fare, ci mancherebbe altro. Tenendo però presente che la sociologia  ci dice che saranno sempre in pochi a evolvere. Gli altri, la maggioranza, banalizzeranno, per paura, necessità, convenienza, conformismo. Perché, in ultima istanza, le  società o sono banali o non sono.    
Più si ignora questa  regolarità metapolitica più si rischia, pur proponendosi gli scopi più nobili,  di trasformare la banalità del bene in banalità del male.  Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

Si può insegnare il bene? 
Le risposte di  Massimo Maraviglia e Carlo Pompei
***
Una questione di purezza

di Massimo Maraviglia


Caro Carlo,

La filosofia prende gli argomenti su cui non esiste un accordo e comincia a trattarne. Per questo nella tradizione occidentale, essa coincide con la dialettica, luogo di incontro-scontro nel dialogo di posizioni opposte alla ricerca di una sintesi che tutti possono onestamente riconoscere come vera. 
Dunque l’argomento della varietà e della disparità di opinioni, per quanto ritornante nella storia del pensiero, appartiene più alla storia del tentativo ritornante della sua negazione: inutile pensare, troppo complicato;  nulla è vero, tutto è troppo difficile; ricerchiamo in eterno e in eterno domandiamo, la risposta è troppo impegnativa … 
Questo è il destino del bene nelle reti sofistiche del relativismo e dello scetticismo! Ma la filosofia pisciforme e libera sfugge alle maglie relativistiche e pone continuamente il problema del bene. Quasi non potesse farne a meno. Quasi irretita in altre reti dal suo irresistibile fascino. Quasi chiamata al suo destino: uscire al sole, farsi abbagliare dai suoi raggi, dopo la lunga e faticosa prigionia nella caverna. Il mito platonico tocca corde profondissime … Tre volte grande bisognerebbe chiamare quello della caverna: grande nell’essere, grande nel conoscere, grande nel vivere: il sole dell’essere, la luce del conoscere e poi la passione del vivere che è quella propriamente umana di tornare ostinatamente dentro la caverna per chiamare i compagni di prigionia, ora divenuti amici, a farsi evangelizzare dalla luce. Ma “i suoi non lo riconobbero”: il destino della filosofia e della sua buona notizia al contatto con la res dura del mondo. 
Che cosa distingue Cristo da Platone? La vocazione alla riforma politica in Cristo diventa un affare enormemente più complesso. Tutti e due sono nel mondo, solo Cristo non è del mondo, e quindi costringe il pensiero politico a pensare il regno terreno solo attraverso il filtro di quello escatologico (benché anche lungo tale cammino il Filosofo ateniese compia passi da gigante). Mai e poi mai ti sarà concesso di illuminare la caverna in modo definitivo. Il bene ha una sua chimica che reagisce in modo imprevedibile al contatto con la pòlis
Platone lo capisce: infatti i cavernicoli vogliono uccidere l’uomo libero. Lenin ne trae le dovute conseguenze: useremo lo Stato per schiacciare senza pietà i recalcitranti, gli ostinati, coloro che per interesse o cecità non accettano la Giustizia. Adorno registra la contraddizione e pone l’alternativa: o dedicarsi alla purezza del pensiero, condannandosi all’impotenza; o promuovere un pensiero che  si invera nella prassi e si consegna inevitabilmente alle dinamiche di dominio. Forse non c’è rimedio. Se si considera il bene come l’utopia e la sua trascendenza come l’affermazione di un’inconciliabilità, la disfatta è assicurata. Ma il bene è il bene di queste cose, di questa vita, di questo mondo. La sua purezza è la purezza di qualcosa. 
Su ciò insiste il Filebo. La purezza è una purificazione di vite concrete, che sono sempre miste, complicate, un pizzico bastarde … compito dell’uomo è ricostruire con la ragione, se mai esiste un costruttivismo è solo questo, questa mescolanza, facendone un’elevata mescolanza di purezze: ciò è piacere e intelligenza! Il bene dunque è la purezza che rende trasparenti le mescolanze, e perciò le eleva verso la loro integrità, dove non manca nulla: bonum ex integra causa. Esso pertanto, contro ogni apparente difformità, è connaturale all’essere, è il naturale cammino di ogni cosa che tappa i buchi delle proprie mancanze e tende al meglio di sé (il Filebo prepara la critica aristotelica alla trascendenza del bene, ma al tempo stesso la rende inutile). Bonum et ens convertuntur
Perciò non se ne può fare a meno anche in politica. Non si può evitare la banalizzazione del bene: certo, come tu giustamente affermi: la società è banale o non è. Ma non si esce dalla sua necessità, perché il bene della convivenza è la convivenza. Mentre noi lo pensiamo siamo costretti ad essere platonici, cioè dobbiamo pensarlo nella sua purezza, mentre lo viviamo siamo costretti ad essere aristotelici, cioè lo dobbiamo sperimentare nella sua immanenza, mentre lo costruiamo politicamente dobbiamo essere cristiani, cioè capire che il suo Regno non è di questo mondo, ma che in questo mondo può iniziare (altrimenti Cristo non sarebbe al tempo stesso il Messia definitivo e il Signore della storia). 
Così facendo fuggiamo da una triplice eresia: il donatismo, il monofisismo, il pelagianesimo: pensare in modo puritano il bene come tutto il rigore che posso imporre agli altri; pensare in modo cataro-manicheo il bene come un’alterità disincarnata che rifiuta il  mondo, il quale dunque è consegnato inevitabilmente alle sue logiche; pensare in modo prometeico il bene come mio possesso in modo tale da ritenermi capace di salvare il mondo … così … con la mia forza s-graziata e senza cadere nella dis-grazia. 
Alla fine di questo percorso, però, bisogna farsi una risata. Sto leggendo un autore straordinario, un argentino nel quale si respira la metafisica dell’Occidente che, nell’estremo occidente, dalle pianure sterminate della Patagonia alle rarefatte altezze delle Ande, sembra che trovi il suo peculiare compimento. L’esperienza del Sudamerica è un’esperienza squisitamente occidentale: mi trovo molto di più nel misticismo denso di fede e di ironia di un Leopoldo Marechal (l’autore in questione) - il cui mondo pieno di angeli, demoni, preti, avventurieri a cavallo, clown, magnati in ricerca, puttane e filosofi, vive al ritmo di un tango metafisico - che nei costruttivismi ultra-anti-moderni di un Dugin (dove rischia di albergare l’eterna tentazione del radicalismo nichilista … ogni russo, temo, nasconde un Nečaev). 
Ora, grazie a Marechal si comprende che l’ironia non è un’arma, uno strumento per altri fini, come in ogni costruttivismo che ne ha bisogno per radere al suolo il passato, ma un effetto: l’effetto comico della giustapposizione della misura umana e dell’eterno. Essa produce conseguenze grottesche e surreali e infine fa ridere di gusto. Forse il primo gesto di Adamo guardando il suo Creatore, e guardandosi al suo cospetto, fu quello di ridere. Forse il Creatore, potendo vedere la scena dall’esterno, fu parimenti colto dall’irrefrenabile voglia di scoppiare a ridere. Dentro questa laïcité occidentale della risata, che relativizza le ricorrenti tentazioni totalitarie della sua storia, c’è il segreto di una convivenza possibile al cospetto, in ricerca, in ossequio, con la passione e infine con il sorriso del bene.
Un caro saluto.