mercoledì 20 settembre 2023

Frassinetti: insegnare vuol dire tramandare saperi e conoscenze. È davvero così!!!



Il Sottosegretario all’istruzione ha enunciato un principio sacrosanto: “Tramandare il sapere è un privilegio, nonché il compito principale dei nostri docenti”. È cosa talmente evidente che sembra anche ovvia, ma questi sono evidentemente i tempi preconizzati da Chesterton nei quali “accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate…”. E infatti non appena Paola Frassinetti si è permessa di sostenere che due più due fa quattro, ecco il rappresentante ufficiale-ufficioso delle nuove pedagogie che interviene scandalizzato: “L’affermazione è azzardata ed eccessiva!”[1]. Di qui la profonda sentenza: “Se la scuola si limitasse a trasmettere il sapere esistente, ci sarebbe ben poco spazio per la creazione e invenzione di nuovi saperi e nuove conoscenze”. E poi la citazione dell’autorità con la solita frasetta sulla mente come fiaccola da accendere e non come vaso da riempire, che ha un profluvio di padri: da Plutarco a Montaigne, dalla Montessori a Edgar Morin (figlia di tutti e di nessuno, luogo comune, come dire: 'Non ci sono più le mezze stagioni; si stava meglio quando si stava peggio', etc.). E infine mancava l’uso retorico dell’etimologia: in-segnare significa lasciare il segno, non semplicemente consegnare qualcosa: “Il docente non si limita a trasmettere ma interviene in qualche misura sulla mente dell’alunno” che ne esce modificato. Niente a che vedere con un semplice travaso di conoscenze… gentile Sottosegretario, lei parla di pedagogia sapendo poco o nulla.

Cominciamo ora a mettere un po’ d’ordine in quest’accozzaglia di pregiudizi di quella che io chiamo pedagogia-fuffa. Vediamo anzitutto la coppia insegnare-consegnare: insegnare viene dal latino “insignare” che significa imprimere, fissare un marchio o un sigillo; “consignare” invece significa affidare, dare ad altri, porre sotto custodia. Si potrebbe riflettere molto sull’intreccio, secondo me fecondo, tra fissare un sigillo e affidare ad altri. Oppure si può fare della retorica, di segno esattamente contrario a quella del pedagogista: se insegnare significa fissare, imprimere nella mente e non affidare ad altri, è evidente che si tratta di un’operazione forzata, dove si esprime un potere che fissa e una materia in cui si fissa: come se fosse piantare un chiodo. È questo per voi l’insegnamento, cari pedagoghi? Non l’affidare, cosa che implica il gesto umanissimo della fiducia e della custodia, che può essere anche creativa come insegna la parabola dei talenti, no, semplicemente piantare chiodi con il vostro martello autoritario?

Attenzione, dunque, chi di etimologia ferisce, di etimologia perisce. Ma è solo retorica la mia considerazione sulla vocazione in certo modo autoritaria delle nuove pedagogie, o forse mantiene anche un carattere descrittivo? Quando, come abbiamo visto, si parla di un intervento nella mente dell’alunno, qui non vi è solo l’idea che il sapere sia una costruzione, o co-costruzione, e un’invenzione (cosa folle e stupida, il sapere ha uno status epistemologico che pretende universalità e necessità e il cui orgoglio è sempre stato distinguersi dalle invenzioni – nel senso comune e non etimologico - e dalle “costruzioni” soggettive, para estetiche, bizzarre e originali: “Hypotheses non fingo”), ma si adombra l’idea che la mente dell’alunno sia oggetto da manipolare e, appunto, “costruire”. Bisogna “entrare nella mente dell’alunno”… cari colleghi docenti siete diventati degli strizzacervelli che non devono offrire cultura, ma trasformare le menti di chi vi sta di fronte. E come? Con le strategie, con le tattiche più sottili e i metodi più articolati, con i test orientati e orientanti. Come dice Rousseau, l’alunno deve fare quello che dite voi credendo che sia quello che vuole lui. Trionfo della pedagogia, cioè, in definitiva, trionfo della manipolazione.

E allora guai alla cultura trasmissiva, alla tradizione e alla storia, perché ciò che è trasmesso e affidato sedimenta, matura, fiorisce e rende la mente difficilmente manipolabile. L’allievo bravo non lo sarà mai secondo le intenzioni del maestro, perché non è stato da lui variamente manovrato, ma ha ricevuto ciò che anche il maestro ha ricevuto e lo ha riletto nel suo mondo, con le proprie intenzioni e categorie ermeneutiche, offrendo alla tradizione la potenza arricchente e trasfigurante dell’interpretazione.

Si pensa sempre con la mente degli altri, perché la tradizione degli altri ci offre l’orizzonte che si fonde con il nostro e determina quell’approccio autentico e veritiero al mondo che riconosce il compito infinito dell’approfondimento e il debito continuo che noi abbiamo con chi ci ha preceduto.

Al contrario, c’è chi dice che affidare una tradizione, consegnare nelle mani dell’alunno un patrimonio significherebbe riempire un vaso. La pedagogia contemporanea ha scoperto l’insegnamento. Prima si riempivano vasi, adesso sì che si insegna, ovvero "si accendono fiaccole". È evidente che alla luce della storia quest’ennesimo artificio retorico si sgonfia miseramente. Le autorità che vengono citate hanno bisogno di uno sfondo “mostruoso” dal quale prendere le distanze, e producono il fantoccio ad hoc del “vaso che viene riempito”, cosa che non è mai esistita laddove ci fu vero insegnamento, e che invece emerge sempre quale sua parodia ingessata e polemica.

 Il fatto è che la pedagogia-fuffa lungi dall’essere semplicemente una disciplina elaborata da ignoranti che credono di insegnare e invece figliano ignoranti, è bensì un congegno ben oliato in apposite officine universitarie (statunitensi). Il suo scopo è più ambizioso: grazie al feticcio delle competenze – il famoso saper fare in cui la cultura diventa pretesto rapsodico per “episodi di apprendimento” nei quali non si apprende nulla -, sfornare masse ordinate e preparate per il sistema della produzione e dei consumi. Proprio quando insiste sulla creatività, la soggettività dello studente, l’innovazione, tacendo che sono fattori declinati in senso produttivistico, cioè che non sono liberi ma funzioni di un sistema già predisposto, la suddetta pedagogia orwellianamente significa proprio il loro contrario: staticità, omologazione, abitudine e riproduzione dell’esistente.

Quindi è proprio quando millanta le sue inquietanti innovazioni che la pedagogia ritorna su quell’esistente liquido, gelatinoso, flaccido e putrescente del grande ospizio occidentale, cioè di quella società dei serivizi e del godimento, che tutto accetta meno che la critica, che tutto manipola, che tutto trasforma perché quest’attitudine all’umanità dell’ultimo uomo rimanga inalterata.

La scuola dovrebbe obliare la tradizione, che è l’unico esistente critico, perché produce distanziamento dal presente e consuetudine con le grandi personalità del passato, per attenersi a questa innovazione, che non fa altro che riprodurre ad infinitum il medesimo, gabellandolo come inaudita novità (in effetti tutto è nuovo per chi non ha storia)?

No, se esiste ancora un senso della scuola, la risposta deve essere il più deciso “No!”. Nulla salus extra traditionem, verrebbe da dire. Con una specificazione che ci aiuta a capire meglio: come si fa a ricevere ciò che è stato trasmesso? L’operazione è lunga e faticosa. Dobbiamo salire sulle spalle dei giganti, per poter vedere un po’ più lontano. La scuola offre corde, scarpe chiodate ed esperienza per compiere tale scalata, e ti dice che mentre stai salendo devi pensare di arrivare in cima, non illudendoti che l’orizzonte che vedi dalla schiena, nuovo per te, sia qualcosa di inaudito. Calma, per andare oltre ci sarà tempo!. Adesso devi lavorare e impiegare i tuoi talenti per raggiungere la vetta. Le buone disposizioni fioriranno in cima, se avrai compiuto il tuo percorso. Non credere di poter scoprire alcunché adesso. Non credere di aver capito il mondo adesso. Porta con te i tuoi progressi a semina per il futuro, quando la cultura ti avrà permesso quell’acutezza di sguardo che ti metterà in grado di cogliere veramente alcuni aspetti non ancora emersi di quella multiforme, infinita verità verso cui devi sempre avere tensione, rispetto e soggezione.

La scuola non deve produrre cioccolatai che han capito tutto a diciotto anni, e al più rientrano nella categoria degli utili idioti che alimentano il conformismo sociale, ma deve sostenere la consapevolezza che il lavoro della cultura e della vita è duro e il genio non è nulla senza autocontrollo e disciplina. La scuola deve educare persone che almeno sanno che sanno poco e devono imparare molto. Dal canto loro, i geni assoluti, che sono pochissimi, fruiranno di una disciplina che avrà insegnato loro a realizzare ciò di cui sono capaci, con l’umiltà del nano sulla spalla del gigante.



[1] Cfr. https://www.tecnicadellascuola.it/paola-frassinetti-insegnare-vuol-dire-tramandare-saperi-e-conoscenze-ma-e-davvero-cosi

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