lunedì 16 febbraio 2026

Quentin


 Non ho molte notizie sulla morte di Quentin. Poche cose. È intervenuto a difesa di una ragazza, aggredita perché stava liberamente manifestando una critica nei riguardi di qualche uomo d’apparato. È stato linciato da un branco. Lupi resi feroci dall’ideologia degli agnelli, lupi sub pelle ovili. Una morte violenta per un motivo di rara infamità, ma anche una morte bella, di grande e sublime bellezza. Una morte bella imita la croce degli innocenti, la morte di chi resiste all’ingiustizia. La croce: la permanente e radicale contestazione dei principati e delle potenze che sacrificano per durare e dichiararsi perpetue. Luget in aeternum quae se iactabat aeterna, questa è la sentenza senz’appello contro il basso impero e la sua presunzione. È la sentenza che proviene dal sacrificio del crocifisso, sumputm de eo in servilem modum. È la condanna che l’innocenza proferisce in eterno contro l’ingiustizia, l’innocenza armata solo di sé stessa e del suo splendore. Quentin muore difendendo una ragazza. È entrato egli nel mistero del male e della sua forma pubblica e politica. Un piccolo katéchon che nel suo piccolo trattiene l’Avversario… e viene tolto di mezzo. Un piccolo grandissimo, che sovrasta ad infinitum la piccolezza reale dei suoi assassini. Ma noi che restiamo e viviamo dobbiamo pensare anche agli altri, a coloro che degradano inesorabilmente dall’uomo alla iena, a loro dobbiamo rivolgere un po' di attenzione e non solo nel modo sacrosanto della lotta. Non siamo allievi di Pelagio, ma della croce, e preghiamo moltiplicando orizzontalmente la bellezza del sacrificio con la forza verticale della grazia. Chiediamo al Figlio, fattosi servo sofferente, di elevare i servi recalcitranti, di piegare a sé le ginocchia di ladri e canaglie, di raddrizzare con il suo spirito questo legno storto, queste righe storte dove lui ha scritto diritto una volta per tutte. Caro Quentin, morto in un giorno di febbraio, la verità è che se penso a te, salita ed estinta la rabbia, giunto e partito lo sgomento, un po’ ti invidio: invidio la tua morte che è una vita buona, la tua sconfitta che è un grande dono per noi, il tuo gesto che è anche un’occasione da non perdere per i tuoi assassini, per tornare a sé e rianimare, salvando da vera morte, quella verità che in loro hanno torturato e soffocato.

Luget in aeternum quae se iactabat aeterna, “Piange in eterno, colei che pretendeva di essere eterna” è un’espressione del poeta Commodiano (III-IV sec. d.C.), Carmen apologeticum 923, riferita a Roma, quella Roma che da Diocleziano in poi entra nella fase terminale del suo impero.

Sumptum de eo in servilem modum: “Supplizio inflittogli  alla maniera degli schiavi”, locuzione che proviene da Tacito, Historiae, II, 72, in cui un certo Geta, uno schiavo fuggitivo viene condannato alla morte riservata appunto agli schiavi, per aver cercato di farsi passare per Scriboniano Camerino,  un senatore di alto rango. Gesù, del resto viene pure accusato di essere un impostore e di farsi passare per “il re dei giudei”.

Katéchon (San Paolo, Seconda Lettera ai tessalonicesi, cap. 2, vv. 6-7): “Colui o ciò che trattiene” il male dallo scatenarsi e che verrà sconfitto prima della seconda venuta di Cristo.

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