mercoledì 25 marzo 2026

L'amore non è un sentimento. La visione di C. S. Lewis

 


Nelle ultime pagine di Diario di un dolore (A Grief Observed, 1961) Clive Staples Lewis descrive un’esperienza notturna di “incontro” con sua moglie, morta da poco tempo di tumore. Il testo non ci dice se sia stato un evento onirico oppure un accadimento “desto”. Quello che conta è la chiarezza delle immagini e del vissuto spirituale. Qualcosa che offre, dentro la condizione soggettiva una profonda e illuminante qualità oggettiva. Lo sfondo è chiaramente una rivisitazione del rapporto amore-morte, ma non esattamente in chiave psicanalitica né psicologica, né, peggio, psicologistica: il fatto che H. (Helen Joy Davidman) sia morta e che l’intero Diario sia il tentativo di elaborazione spirituale e culturale di tale tremendo lutto è certo decisivo. Ma il modo di leggere la propria vicenda di amore e morte sfiora altezze inaudite, più sapienziali, interiori, noetiche che scientifiche. Il lutto purifica e rivisita da un altro punto di vista tutto il passato e la qualità, già eccezionale, della relazione tra Lewis e la moglie. In tale rivisitazione emerge una potente intuizione del senso dell’amore. Si manifesta il superamento di una sua concezione romantica, sentimentale, emozionale, e perciò nostalgica, languida e patetica. Di contro si accede ad una dimensione, asciutta, intellettuale che non manca tuttavia di profonda intimità e anche di allegria. Come stanno assieme intelligenza e amore? Come si coniugano la soggettività della volontà e l’esattezza di una comprensione pura e intellettuale dell’altro? Come stanno insieme misteriosamente lo sfondo corporeo e individuale con questa universalità spoglia, astratta,  ma non arida del volere e del capire che conduce al balenare di una completa affidabilità? Pierangelo Sequeri ha scritto un testo intitolato Il Dio affidabile. Ciò ha evidentemente a che fare con l’amore di un Dio che si dimostra fedele, rivolto con attenzione di Padre all’uomo, coinvolto nella sua storia e capace di compiere le promesse che gli ha fatto. Tutto ciò dice di un amore radicalmente individualizzato, personale, ma non soggettivistico, appassionato ma non variabile, né incostante. Lungo questa linea divino-umana si colloca il messaggio che a Lewis porta la moglie. Una comunicazione che il tema banale, popolare e talvolta grossolanemente superstizioso dell’interazione tra vivi e morti non può nemmeno immaginare. Una comunicazione, viceversa che lascia intravedere una qualità trascendente dell’amore in forme difficilmente traducibili in linguaggio umano e che tuttavia Lewis fa affiorare. Che dice apofaticamente qualcosa di certissimo e di affidabilissimo per i due coniugi, laddove appunto essi si capiscono lucidissimamente alle profondità del loro reciproco affidarsi e confidare … e però qualcosa di illuminante anche per noi: l’amore non è un sentimento, è Altro. La sfera emotiva è solo una delle cinquantacinque sfere cosmiche che esso muove e coinvolge. Dico cinquantacinque per evocare le intelligenze aristoteliche che muovono il mondo celeste. Perché al limitare, alla soglia di questa trascendenza, di una circolarità incorruttibile siamo condotti dalle parole di Lewis. Un lascito vero, da meditare, da esplorare e da vivere, al confine tra il dolore e la tragedia di esistere e la bellezza luminosa di un’alba senza fine.

 

“Molti taccuini fa, ho detto che, anche se ricevessi ciò che potrebbe sembrare un’ assicurazione della presenza di H., non ci crederei. Facile a dirsi. Anche adesso, però, non intendo accettare nulla del genere come prova. È la qualità dell’esperienza di ieri notte, non ciò che prova, ma ciò che era, che mi spinge a registrarla. È stata, incredibilmente, spoglia di qualsiasi emozione. Solo l'impressione della sua mente, per un attimo di fronte alla mia. Mente, non “anima” nel senso che comunemente intendiamo. E comunque il contrario di quel che si dice uno «slancio dell'anima». Tutt'altro che un estatico ricongiungimento di due amanti. È stato piuttosto come ricevere una sua telefonata o un telegramma, su una questione concreta, fattuale. Non che ci fosse un «messaggio»: solo intelligenza e attenzione. Nessun senso di gioia o di mestizia, e nemmeno amore, nel senso corrente del termine. O dis–amore. Mai, in nessuno stato d'animo, avevo immaginato i morti così… così asciutti ed efficienti, ecco. E tuttavia c'era un'intimità fortissima e allegra, un'intimità che non era passata attraverso i sensi o le emozioni.

Se è stato un rigurgito dell'inconscio, vuol dire che il mio inconscio è una regione più interessante di quanto non mi avessero indotto a credere gli psicologi del profondo. Tanto per cominciare, lo si direbbe molto meno primitivo del mio io cosciente.

 Da qualsiasi parte sia venuto, ha dato alla mia mente una, diciamo così, bella ripulita. Questo potrebbero essere i morti: puro intelletto. Un filosofo greco non si sarebbe sorpreso di un'esperienza come la mia. Per lui era evidente che, se di noi resta qualcosa dopo la morte, deve essere quello e nient'altro. A me l'idea era apparsa finora arida e raggelante. L'assenza di emozione mi repugnava. Ma in questo contatto, a priori (reale o apparente che fosse), non c'è stato nulla del genere. Non c'era bisogno di emozione. L'intimità era già completa, e insieme corroborante e ristoratrice. È possibile che questa intimità sia puro amore, quell'amore che è sempre accompagnato, in questa vita, dall'emozione, non perché sia un'emozione o abbia bisogno della presenza di un'emozione, ma perché questo è l'unico modo in cui possono reagire la nostra anima animale, il nostro sistema nervoso, la nostra immaginazione? Se è così, quanti preconcetti devo eliminare! Una società, una comunione, di pura intelligenza non sarebbe fredda, uggiosa, squallida. Ma nemmeno sarebbe ciò che di solito si ha in mente quando si usano le parole come «spirituale», «mistico», «santo». Sarebbe, se davvero ne ho intravisto un barlume… ho quasi paura degli aggettivi che dovrei usare. Energica? allegra? penetrante? attenta? intensa? vigile? Ma soprattutto, solida. Assolutamente affidabile, costante. I morti sono gente quadrata.

Quando dico «intelletto», includo la volontà. L'attenzione è un atto di volontà. L'intelligenza in azione è volontà, par excellence. Ciò che mi è sembrato venirmi incontro era pieno di risolutezza.

 Quando la fine fu vicina, gliele dissi: «Se puoi, se è permesso, vieni da me quando sarò anch'io sul letto di morte». «Se è permesso!» rispose. «Il cielo avrebbe un bel daffare a trattenermi, quanto all'inferno, lo ridurrei in briciole». Sapeva di usare una sorta di linguaggio mitologico, con una nota di arguzia, perfino. Negli occhi, insieme alle lacrime, le brillava una risata. Ma non c'erano miti o scherzi nel lampo della volontà, più profonda di qualsiasi sentimento.

Tuttavia, l'esser giunto a fraintendere un po' meno totalmente che cosa potrebbe essere una pura intelligenza non deve farmi sporgere troppo in là. C'è anche, qualunque ne sia il significato, la resurrezione della carne. Non possiamo capire. Il meglio è forse ciò che meno comprendiamo.

Non si disputava un tempo per stabilire se la visione finale di Dio fosse soprattutto un atto di intelligenza oppure di amore? È probabilmente una delle tante domande senza senso.

Che malvagità sarebbe, se ne avessimo il potere, richiamare in vita i morti! Non a me, ma al cappellano, disse: «Sono in pace con Dio». E sorrise, ma non a me. Poi si tornò all'etterna fontana.

 

C. S. Lewis, Diario di un dolore, tr. it. di A. Ravano, Adelphi, Milano 200615, pp.82-85

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