Nelle ultime pagine di Diario di
un dolore (A Grief Observed, 1961) Clive Staples Lewis descrive un’esperienza
notturna di “incontro” con sua moglie, morta da poco tempo di tumore. Il testo
non ci dice se sia stato un evento onirico oppure un accadimento “desto”.
Quello che conta è la chiarezza delle immagini e del vissuto spirituale.
Qualcosa che offre, dentro la condizione soggettiva una profonda e illuminante
qualità oggettiva. Lo sfondo è chiaramente una rivisitazione del rapporto amore-morte,
ma non esattamente in chiave psicanalitica né psicologica, né, peggio,
psicologistica: il fatto che H. (Helen Joy Davidman) sia morta e che l’intero Diario
sia il tentativo di elaborazione spirituale e culturale di tale tremendo lutto
è certo decisivo. Ma il modo di leggere la propria vicenda di amore e morte
sfiora altezze inaudite, più sapienziali, interiori, noetiche che scientifiche.
Il lutto purifica e rivisita da un altro punto di vista tutto il passato e la
qualità, già eccezionale, della relazione tra Lewis e la moglie. In tale rivisitazione
emerge una potente intuizione del senso dell’amore. Si manifesta il superamento
di una sua concezione romantica, sentimentale, emozionale, e perciò nostalgica,
languida e patetica. Di contro si accede ad una dimensione, asciutta,
intellettuale che non manca tuttavia di profonda intimità e anche di allegria. Come
stanno assieme intelligenza e amore? Come si coniugano la soggettività della
volontà e l’esattezza di una comprensione pura e intellettuale dell’altro? Come
stanno insieme misteriosamente lo sfondo corporeo e individuale con questa
universalità spoglia, astratta, ma non
arida del volere e del capire che conduce al balenare di una completa affidabilità? Pierangelo Sequeri ha scritto un testo intitolato Il Dio affidabile. Ciò
ha evidentemente a che fare con l’amore di un Dio che si dimostra fedele,
rivolto con attenzione di Padre all’uomo, coinvolto nella sua storia e capace
di compiere le promesse che gli ha fatto. Tutto ciò dice di un amore
radicalmente individualizzato, personale, ma non soggettivistico, appassionato
ma non variabile, né incostante. Lungo questa linea divino-umana si colloca il
messaggio che a Lewis porta la moglie. Una comunicazione che il tema banale,
popolare e talvolta grossolanemente superstizioso dell’interazione tra vivi e
morti non può nemmeno immaginare. Una comunicazione, viceversa che lascia
intravedere una qualità trascendente dell’amore in forme difficilmente
traducibili in linguaggio umano e che tuttavia Lewis fa affiorare. Che dice
apofaticamente qualcosa di certissimo e di affidabilissimo per i due coniugi, laddove
appunto essi si capiscono lucidissimamente alle profondità del loro reciproco
affidarsi e confidare … e però qualcosa di illuminante anche per noi: l’amore
non è un sentimento, è Altro. La sfera emotiva è solo una delle cinquantacinque
sfere cosmiche che esso muove e coinvolge. Dico cinquantacinque per evocare le
intelligenze aristoteliche che muovono il mondo celeste. Perché al limitare,
alla soglia di questa trascendenza, di una circolarità incorruttibile siamo
condotti dalle parole di Lewis. Un lascito vero, da meditare, da esplorare e da
vivere, al confine tra il dolore e la tragedia di esistere e la bellezza
luminosa di un’alba senza fine.
“Molti taccuini fa, ho detto che,
anche se ricevessi ciò che potrebbe sembrare un’ assicurazione della presenza
di H., non ci crederei. Facile a dirsi. Anche adesso, però, non intendo
accettare nulla del genere come prova. È la qualità dell’esperienza di
ieri notte, non ciò che prova, ma ciò che era, che mi spinge a registrarla. È
stata, incredibilmente, spoglia di qualsiasi emozione. Solo l'impressione della
sua mente, per un attimo di fronte alla mia. Mente, non “anima” nel senso che
comunemente intendiamo. E comunque il contrario di quel che si dice uno «slancio
dell'anima». Tutt'altro che un estatico ricongiungimento di due amanti. È stato
piuttosto come ricevere una sua telefonata o un telegramma, su una questione
concreta, fattuale. Non che ci fosse un «messaggio»: solo intelligenza e
attenzione. Nessun senso di gioia o di mestizia, e nemmeno amore, nel senso
corrente del termine. O dis–amore. Mai, in nessuno stato d'animo, avevo
immaginato i morti così… così asciutti ed efficienti, ecco. E tuttavia c'era
un'intimità fortissima e allegra, un'intimità che non era passata attraverso i
sensi o le emozioni.
Se è stato un rigurgito
dell'inconscio, vuol dire che il mio inconscio è una regione più interessante
di quanto non mi avessero indotto a credere gli psicologi del profondo. Tanto
per cominciare, lo si direbbe molto meno primitivo del mio io cosciente.
Da qualsiasi parte sia venuto, ha dato alla
mia mente una, diciamo così, bella ripulita. Questo potrebbero essere i morti:
puro intelletto. Un filosofo greco non si sarebbe sorpreso di un'esperienza
come la mia. Per lui era evidente che, se di noi resta qualcosa dopo la morte,
deve essere quello e nient'altro. A me l'idea era apparsa finora arida e
raggelante. L'assenza di emozione mi repugnava. Ma in questo contatto, a priori
(reale o apparente che fosse), non c'è stato nulla del genere. Non c'era
bisogno di emozione. L'intimità era già completa, e insieme corroborante e
ristoratrice. È possibile che questa intimità sia puro amore, quell'amore che è
sempre accompagnato, in questa vita, dall'emozione, non perché sia un'emozione
o abbia bisogno della presenza di un'emozione, ma perché questo è l'unico modo
in cui possono reagire la nostra anima animale, il nostro sistema nervoso, la
nostra immaginazione? Se è così, quanti preconcetti devo eliminare! Una
società, una comunione, di pura intelligenza non sarebbe fredda, uggiosa,
squallida. Ma nemmeno sarebbe ciò che di solito si ha in mente quando si usano
le parole come «spirituale», «mistico», «santo». Sarebbe, se davvero ne ho
intravisto un barlume… ho quasi paura degli aggettivi che dovrei usare.
Energica? allegra? penetrante? attenta? intensa? vigile? Ma soprattutto,
solida. Assolutamente affidabile, costante. I morti sono gente quadrata.
Quando dico «intelletto», includo
la volontà. L'attenzione è un atto di volontà. L'intelligenza in azione è
volontà, par excellence. Ciò che mi è sembrato venirmi incontro era
pieno di risolutezza.
Quando la fine fu vicina, gliele dissi: «Se
puoi, se è permesso, vieni da me quando sarò anch'io sul letto di morte». «Se è
permesso!» rispose. «Il cielo avrebbe un bel daffare a trattenermi, quanto
all'inferno, lo ridurrei in briciole». Sapeva di usare una sorta di linguaggio
mitologico, con una nota di arguzia, perfino. Negli occhi, insieme alle
lacrime, le brillava una risata. Ma non c'erano miti o scherzi nel lampo della
volontà, più profonda di qualsiasi sentimento.
Tuttavia, l'esser giunto a
fraintendere un po' meno totalmente che cosa potrebbe essere una pura
intelligenza non deve farmi sporgere troppo in là. C'è anche, qualunque ne sia
il significato, la resurrezione della carne. Non possiamo capire. Il meglio è forse
ciò che meno comprendiamo.
Non si disputava un tempo per
stabilire se la visione finale di Dio fosse soprattutto un atto di intelligenza
oppure di amore? È probabilmente una delle tante domande senza senso.
Che malvagità sarebbe, se ne
avessimo il potere, richiamare in vita i morti! Non a me, ma al cappellano,
disse: «Sono in pace con Dio». E sorrise, ma non a me. Poi si tornò all'etterna
fontana”.
C. S. Lewis, Diario di un dolore,
tr. it. di A. Ravano, Adelphi, Milano 200615, pp.82-85

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