Ecco i miei appunti di un testo che ho trovato bellissimo e che bisognerebbe meditare, quando si è nel dolore e ugualmente quando si è nella gioia. Lo si trova in S. Kierkegaard, Opere, C. Fabro cur., Sansoni, Firenze 1993, pp. 838-848, ed è tratto dai "Discorsi edificanti" pubblicati nel 1847.
I farisei sono stigmatizzati da Gesù perché impongono pesi che essi non vogliono portare. Ciò non vale solo per loro, ma anche per l'intero genere umano ed è un segno della sua degenerazione. Lo si capisce guardando in particolare al modello positivo che, invece, è rappresentato per l'umanità da Gesù. Egli è venuto per portare il fardello degli altri, il peso che l'umanità gli aveva addossato. Tutta la sua vita era anzitutto soccorso ai sofferenti. Egli era più prossimo a qualsiasi altro, e pertanto il più lontano possibile a se stesso. Noi dobbiamo imparare da lui a portare i nostri pesi e quelli degli altri. Dobbiamo imparare a tacere e a sopportare, e persino a trovare la gioia nelle amarezze della sofferenza, non tanto nella speranza che tali amarezze finiscano, ma proprio in loro stesse. Tutto ciò è contenuto nella frase: «Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero» (Mt 11:30). Ma come può il peso essere leggero quando la sofferenza è pesante? Perché è questo che Gesù volle mostrare. Ciò che intese dire con questa frase è che lo stesso peso è pesante, però è anche leggero. Vi sono esempi di come è possibile che un qualcosa abbia il carattere di essere pesante, ma al tempo stesso leggero. Quando l'uomo sta per soccombere sotto un pesante fardello, ma il peso è la sua cosa più cara, allora tale peso diventa leggero. Quando nel naufragio l'amante sta per soccombere sotto il peso dell'amata che vuole salvare, essa è un peso leggero…
Come avviene questa trasformazione dal pesante al leggero? Non forse perché nel frattempo sorge un pensiero, una rappresentazione? Il peso pesa, ma ora sorge un pensiero o un'idea che dice: “No, no, esso è leggero” (è un'idea, un pensiero, ma anche un innamoramento) Questo dev'essere un grande pensiero. Tanti pensieri o speranze possono alleviare la sofferenza, ma uno solo è decisivo: il pensiero che la pesante sofferenza è soave. Che la pesante sofferenza è soave, bisogna però crederlo: è una questione di fede, perché la soavità nella miseria è invisibile e la fede riguarda sempre ciò che è invisibile. Se accade così, il sofferente può spostare le montagne, proprio credendo che la sofferenza è in sé vantaggiosa. Tale fede significa che la via è preparata: credi che il giogo è vantaggioso e che questo è il giogo di Cristo. Ciò umanamente non toglie le sofferenze, ma ora vi è la fede che crede al vantaggio. Quando vi si attiene, c'è una grande gioia della fede e il giogo è soave. Quindi, di fronte a un evento insuperabilmente pesante, quando esso è superato nella fede, la persona non cessa di stupirsi dicendo ancora: «È impossibile, il che è un'affermazione della fede umile, che sa che ciò che è stato reso possibile dalla fede è ancora umanamente impossibile. La fede ha visto allora nell'oscurità meglio di ogni altra virtù. Questo accade solo nel cristianesimo, che è la fede in cui il giogo giova. Che altro è infatti la dolcezza se non portare il giogo pesante dolcemente, come l'impazienza e il cattivo umore costituiscono il portare il peso leggero pesantemente?
La parola “coraggio”ha un intimo rapporto con il bene. Il coraggio poi si lega alla generosità e alla pazienza, ma solo esso porta in modo meraviglioso il peso leggermente. Chi porta un peso e al tempo stesso ha il tempo, l'inclinazione, l'abnegazione di preoccuparsi senza posa degli altri, di aiutarli, di guarirli, di visitare i miseri, di salvare i disperati, non porta egli, cioè il Cristo, il peso leggermente?
Chi è tutto concentrato sul peso da portare e sullo sforzo, non porta il peso leggermente, lo porta pazientemente ma non dolcemente. La dolcezza, a differenza di tutte le altre virtù, si rende invisibile, nondimeno è con la dolcezza che il peso pesante diventa leggero. La mitezza e la dolcezza sono sorelle. La mitezza interviene sulla preoccupazione per il futuro (che può essere un'ansia economica o di altro tipo). Essa, prima, lo fa vicino e lo chiama “domani”, rendendolo meno spaventoso, e poi finisce per non preoccuparsene (cosa che realizza non senza il concorso del coraggio). L'uomo mite tratta leggermente anche ciò che è decisivo per lui o ciò che è vitale. Che lo schiavo porti le catene della schiavitù come un libero porta un vestito: questo è portarle leggermente. E così fa la mitezza. Essa è uno stato d'animo che produce attorno a sé ciò che esso è, e trasforma ogni compito a sua somiglianza. Come il coraggioso esige che il pericolo sia grande, e quindi lo ingrandisce e lo supera; come la generosità rende l'ingiustizia villana e si eleva sopra di essa; come la pazienza rende il peso pesante e lo porta; allo stesso modo la mitezza rende il peso leggero e lo porta con passo leggero. Essa avanza così tranquilla che nessuno si accorge del peso. Così la mitezza si rende inconoscibile. Infatti nel suo dispiegarsi, alleggerendo i pesi, al tempo stesso la mitezza si dissimula. Cristo era mite, la sua mitezza nascondeva la colpa del mondo, come il suo sguardo di dolcezza aveva nascosto e diminuito la colpa di Pietro che l'aveva tradito. Da Cristo dobbiamo imparare la mitezza. Essa rende l'ingiustizia minore di quel che è. Quando il mite porge l'altra guancia, impedisce che tu presti attenzione alla grandezza del torto che ha subito, e quasi fa sì che tu rimanga meno indignato. La mitezza porta dunque il pesante peso del torto così leggermente da far quasi diminuire il delitto del colpevole. Il cristiano è colui che porta il giogo vantaggioso, è colui il quale, oppresso dal peso, porta il peso leggero.
Ma Cristo parla del suo peso leggero e ce lo fa capire. Qual è questo peso? È la coscienza del peccato, pesantissima, trasformata in coscienza del perdono, che non è cosa che va presa alla leggera, perché è stata pagata a carissimo prezzo, ma che è peso leggero e gioia. Per credere che sia così, occorre ancora la mitezza, la quale evita sia la pesantezza di pensare di portare un peso insopportabile, pesantezza della malinconia, sia l'eccessiva leggerezza di pensare di non portare un peso, come se fosse magicamente eliminato. Il credente, perdonato, sa che Dio non tiene conto del peccato commesso, che è in certo modo dimenticato, ma egli ricorda ciò per cui è stato perdonatonel suo dispiegarsi alleggerendo i pesi, al tempo stesso la mitezza si dissimula. Cristo era mite, la sua mitezza nascondeva la colpa del mondo, come lo sguardo di dolcezza di Cristo nasconde e diminuisce la colpa di Pietro che l'ha tradito. Da Cristo dobbiamo imparare la mitezza, essa rende l'ingiustizia minore di quel che è. Quando il mite porge l'altra guancia, impedisce che tu presti attenzione alla grandezza del torto che ha subito, quasi che tu rimanga meno indignato. La mitezza porta dunque il pesante peso del torto così leggermente da far quasi diminuire il delitto del colpevole. Il cristiano è colui che porta il gioco vantaggioso, è colui il quale, oppresso dal peso, porta il peso leggero. Ma Cristo parla del suo peso leggero. Qual è questo peso? È la coscienza del peccato, pesantissima, trasformata in coscienza del perdono, che non è cosa che va presa alla leggera, perché è stata pagata a carissimo prezzo, ma che è peso leggero e gioia. Per credere che sia così occorre ancora la mitezza, la quale evita sia la pesantezza di pensare di portare un peso insopportabile, pesantezza della malinconia, sia l'eccessiva leggerezza di pensare di non portare un peso, quasi che fosse magicamente eliminato. Il credente, perdonato, sa che Dio non tiene conto del peccato commesso, che è in certo modo dimenticato, ma egli ricorda ciò per cui è stato perdonato. Di conseguenza, non è tutto semplicemente oblato, il peso c'è, ma dal perdono è stato reso leggero. Il malinconico non vuole dimenticare il peccato e non vuole ricordare che è stato perdonato. Vuole ricordare la colpa e quindi non può credere. Il leggerone vuole dimenticare di essere caduto nella colpa. Il perdono, invece, non si può dimenticare. Ogni volta che ricordi il perdono, allora è dimenticato. Ogni volta che dimentichi il perdono, allora non è dimenticato e il perdono è sprecato. Non è questo un peso leggero?