venerdì 1 marzo 2019

Non uccidere



Tu ammazzeresti un amico? Non un amico che ti ha fatto del male, non colui che ti ha tradito, non un amico diventato il più crudele dei tuoi aguzzini (a volte capita, purtroppo), ma un amico amico, benché del tuo amico conosca i difetti e a volte ti appaia pesante e anche difficilmente sopportabile? Lo ammazzeresti tu? Non credo: pur conoscendo i suoi punti deboli e negativi, se è amico, tu  non accetteresti mai di ucciderlo. Bene, se quell’amico avesse una grave malattia e ti costringesse a rimanere attaccato a lui per consentirgli di approfittare della funzionalità di un tuo organo  – per esempio un rene o un polmone (non è un ipotesi medica, ma etica, sia ben chiaro) -  che cosa faresti? Se da ciò dipendesse la sua vita, che faresti? Un rifiuto non ti apparirebbe come una forma di omicidio? Non potrebbe dire il tuo amico che il tuo rifiuto di sacrificarti a fronte del valore della sua vita corrisponderebbe a un omicidio? E dentro di te non sentiresti, in fondo in fondo, questo stesso lacerante dubbio: non aiutandolo, non sacrificandomi, io l’ho ammazzato. Nessuno ti costringerebbe, ma se non lo facessi, nulla ti toglierebbe di dosso quest’amara sensazione: sono l’assassino del mio amico. Non c’è alternativa:  con le persone con cui abbiamo una relazione speciale ciò che è libero, ciò che nei riguardi di altri non è obbligatorio,  diventa un dovere assoluto...perché i doveri  verso altri non sono indifferenziati. Essi  mutano con il  tipo di relazione – lavoro,  contratto, amicizia, parentela, amore – che intratteniamo con le persone. Ciò che nei confronti di altri è facoltativo, nei riguardi di un amico può diventare obbligatorio. Inoltre vi sono alcune relazioni in cui  ciò che morale diventa sociale e legale: la legge dell’intenzione si tramuta talvolta in legge dello Stato. Per esempio ciascuno di noi ha obblighi sociali e legali , oltre che morali, nei confronti dei propri figli e dei propri genitori, o delle persone che gli sono state affidate (si pensi al caso di medici, insegnanti , assistenti etc.).  Questi a loro volta  variano a seconda dell’intensità del rapporto. Tra tutti i rapporti possibili, ciò che avviene tra  madre e figlio è qualcosa di infinitamente profondo: è un abisso di compartecipazione, un abisso di identità e diversità, l’insondabile abisso della vita data e ricevuta. Se è vero che io mi sentirei un omicida se rifiutassi di sacrificare un certo periodo della mia vita per restare collegato fisicamente a un amico la cui vita dipende da me; a maggior ragione lo avvertirebbe una madre rifiutando di legarsi a suo figlio per un certo periodo di tempo quando la vita della sua creatura dipendesse esclusivamente da lei. Per ogni altra persona tale sacrificio sarebbe un super-erogatorio difficilmente esigibile. Per un amico potrebbe esigersi: sarebbe una sorta di surplus obbligatorio. Per un figlio no: sarebbe dovere puro e semplice. Quel doveroso super-erogatorio, il super-erogatorio di sacrificare e farsi “invadere” il proprio corpo per consentire a un altro-te-stesso di vivere, è proprio il caso della gravidanza. Cara Judit Jarvis Thomson (A defense of abortion, in M.Maraviglia,  Bambini e violinisti. Riflessioni sull'aborto in margine a un famoso articolo di Judith Jarvis Thomson, in AaVv, Controcorrente. Saggi contro la deriva antropologica, vol III: Bioetica, Edizioni Croce Via, 2017, pp. 59-81), i bambini, ossia i figli, non sono violinisti, non sono concittadini, non sono  conoscenti, non sono amici, sono appunto figli: una madre che rifiuta di sacrificarsi per nove mesi, posto che vi sia realmente da compiere un sacrificio, una madre che non vuole dare a suo  figlio l’opportunità  di vivere, è certamente, suo malgrado, malgrado i paludamenti sofistici del “materiale biologico”, del “grumo di cellule”, delle “cellule che si dividono”, malgrado  tutti le odiose e irragionevoli forme di autoassoluzione preventiva, un’assassina sotto il profilo morale… e giuridicamente nessuno potrebbe mai scandalizzarsi se le fosse impedito di diventarlo da una società che si preoccupasse del bene di tutti, delle madri, e dei figli, dei forti e dei deboli, di chi vuole essere libero a tutti i costi e di chi sarebbe giusto che vivesse per diventarlo.

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