mercoledì 18 febbraio 2026

Un congedo dallo Zeitgeist. René Guénon e la consulenza filosofica

1) Exire de saeculo

A dispetto delle apparenze, René Guénon potrebbe essere un autore utile nella consulenza filosofica per un motivo fondamentale: costituisce un esempio molto chiaro di come si possa prendere distanza dal proprio tempo. All’indomani della sua morte egli è stato autorevolmente ricordato in questo modo: “La morte di René Guénon ha attirato l'attenzione su un'opera che merita di essere considerata tra le più singolari di questo tempo. Essa si costituisce così completamente al di fuori della mentalità moderna, ne urta così violentemente le abitudini più inveterate da rappresentare una specie di corpo estraneo nel mondo intellettuale d'oggi. Ma questa appunto è la grandezza di Guénon, d'essersi saputo completamente liberare da tutti i pregiudizi del giorno e d'aver elaborato la sua opera nella solitudine con un inflessibile rigore. Certo è ch'egli ha toccato i problemi più essenziali di oggi, quello della civiltà tecnica e delle minacce ch'esso comporta, quello dell'organizzazione della società economica e politica. L'ha fatto in una forma irritante e profonda al tempo stesso, ma che non può comunque lasciare indifferenti”[1]. Potremmo individuare nello studioso francese, sotto il profilo intellettuale, quello che Jünger ha chiamato il "passaggio al bosco" o quello che i medievali indicavano con l’espressione "exitus de saeculo". Non a caso cito questi due concetti. Il primo allude a un atto storico e politico, che delinea la figura del "ribelle"; il secondo a un atto metafisico che segna la figura dell'eroe ascetico o del santo mistico. In entrambi i casi l'abbandono del proprio tempo è da un lato il prodotto di un disagio per la qualità complessiva che esso ha assunto, disagio che genera un'analisi della realtà, analisi che produce un giudizio negativo e di condanna; dall'altro lato nasce da un giudizio spassionato e indipendente che promuove e coltiva  un certo atteggiamento di estraneità, approfondendo le ragioni per una valutazione critica.

2) Una scelta metafisica

In Guénon tale distacco è oggetto di una scelta metafisica e di uno specifico percorso teoretico, che in particolare si mostra nel testo La crisi del mondo moderno[2]. Il libro è stato scritto nel 1927, quando l'autore si trovava ancora a Parigi ed era impegnato in un dialogo con il cattolicesimo per affermare la compatibilità di quest'ultimo con le tradizioni religiose provenienti dall'Oriente nel loro nucleo fondamentale. Sì, perché secondo Guénon non esiste una filosofia e una metafisica profane, se non come cattiva interpretazione della filosofia e della metafisica, bensì l'autentico sapere ha sempre una forma sacra, giacché la sacralità stessa è il modo di manifestarsi del Principio assoluto di tutte le cose. Pertanto il sapere autentico non è mai disgiunto da una dimensione spirituale e religiosa, da lui interpretate in senso gnostico (cioè insistendo specialmente sul tema della conoscenza) e iniziatico (cioè esoterico). Tutte le tradizioni religiose convergono in un centro che costituisce il loro nucleo di verità interna, disponibile a chi compie fino in fondo un determinato percorso di conoscenza che culmina in una intuizione intellettuale della verità e che le diverse tradizioni espongono in diverse forme, da una più articolata ed esoterica a una più semplificata ed essoterica.

3) Le quattro età

La crisi del mondo moderno ha allora il significato di una secolarizzazione che è anche una profanazione di verità sacre (in questo senso non solo esiste una crisi del mondo moderno, ma tutto il mondo moderno è in sé un'epoca di crisi). Tale profanazione caratterizza la nostra età come età oscura, cioè il momento finale di un ciclo cosmico di manifestazione del Principio (la storia sacra e profana segue inesorabili leggi cicliche) che prelude a una finale "apocatastasi" - termine non guenoniano ma stoico - e a una restaurazione del mondo nella sua verità primordiale. L’ultima età si chiama Kaly Yuga, dal sanscrito età della discordia, ed è preceduta dalle tre epoche del Satya Yuga o Krita Yuga, età della verità o dell’unità del compiuto-perfetto, del Tretā Yuga, età del tre, del Dvāpara Yuga, età del due (teniamo conto che nella dottrina indù il Dharma, o l'ordine cosmico, è rappresentato simbolicamente con un toro a quattro zampe: la decadenza, simboleggiata con il tre e il due, toglie di volta in volta una unità alla pienezza del quattro). La storia ha quindi un senso discendente e ciò perché essa è manifestazione di un Principio che esplicitandosi si allontana e discende da sé.

4) Il Principio e la manifestazione

 Possiamo avere una immagine più filosoficamente familiare di questo processo se pensiamo alla emanazione plotiniana dall'Uno, in cui le differenti ipostasi mano a mano si allontanano dalla loro fonte perdono unità ed essere, fino ad arrivare a un minimo costituito dal mondo materiale. L'allontanamento ha un carattere essenzialmente ontologico e metafisico e si riverbera anche nella dimensione storica, così che anche la storia nei suoi cicli, che sono manifestazioni temporali di un Principio atemporale, esibisce una direzione discendente. Per quanto riguarda la nostra civiltà occidentale, caso particolare della regola storica generale della decadenza, il punto decisivo è il Rinascimento che, dopo il periodo medievale rimasto ancorato alla tradizione mediante il cattolicesimo, sotto il profilo spirituale è connotato dalla vittoria della prassi sulla contemplazione e dal trionfo del materialismo e dell'individualismo. Tale decadenza procede fino all'età contemporanea, che è il parossismo della crisi ma che, in quanto crisi, non può affermarsi definitivamente, perché ogni allontanamento dal Principio dipende dal Principio stesso e non è nemmeno pensabile un suo totale venir meno, giacché nulla può esistere oltre e di là da esso.

Dunque la realtà manifesta un Principio. Manifestare significa esplicitare l’implicito, esibire il nascosto, dispiegare le possibilità contenute nel Principio e, potremmo dire con un altro termine, contrarre in una qualche delimitazione ciò  che è infinito (in senso cusaniano). Si tratta concepire lo svolgimento di una radice ultima di tutte le cose che ha un carattere assolutamente universale e come tale apofatico, cioè ineffabile e indicibile. Questo inizio di tutto è l'Assoluto in senso eminente e, per avere le caratteristiche di una massima perfezione di là prima della quale nulla si può porre né pensare, deve essere universale al massimo grado perché privo di qualsiasi limite ontologico e qualitativo: “L’infinito, per essere veramente tale, non può ammettere alcuna restrizione, il che lo presuppone assolutamente incondizionato e indeterminato, poiché ogni determinazione, qualunque essa sia, è una limitazione,  proprio in quanto lascia qualcosa all’esterno di sé, vale a dire tutte le altre determinazioni ugualmente possibili. D’altra parte la limitazione presenta il carattere di una vera e propria negazione: porre un limite significa negare, in ciò che è da esso racchiuso,  tutto ciò che tale limite esclude; di conseguenza la negazione di un limite è propriamente la negazione di una negazione, vale a dire, in termini logici ma anche matematici, un’affermazione, sicché la negazione di ogni limite equivale all’affermazione totale e assoluta”[3].

5) Il Possibile, l’Essere e il Non-Essere

La descrizione del Principio infinito non potrebbe essere completa se non vi si aggiungesse il concetto di Possibile, un Possibile che è l'infinito visto nel suo aspetto di pura non-contraddittorietà[4] e  in quel “minimo di determinazione necessaria perché divenga per noi effettivamente concepibile”[5]. Esso, contenendo in modo indifferenziato tutto ciò che si può manifestare e tutto ciò che non si può manifestare, è di per sé in condizione di non manifestazione e in sé riposante nel suo abissale e indistinto silenzio. Tale Possibile non va inteso secondo la sua distinzione dal reale perché non va considerato in base alla coppia di categorie immanenti di possibilità e realtà, ma secondo la sua qualità metafisica di Principio, che ha un grado superiore alla stessa realtà, così come noi la designiamo, e che quindi la implica e la possiede[6]. Esso, però, come l'uno di Plotino, si deve manifestare in quell'aspetto di sé che è destinato a farlo, perché senza una manifestazione che comprenda ogni grado dell'Essere, il principio non sarebbe realmente infinito, giacché avrebbe i gradi inferiori dell'Essere fuori di sé. Un infinito che sia veramente tale deve comprendere ciò che è in sé implicito e manifestarlo come sua realtà, altrimenti entrerebbe in contraddizione con se stesso. Dunque del Principio noi sappiamo che vi è un aspetto, se di aspetto è possibile parlare senza semplificare indebitamente, non manifestabile e uno manifestabile, complessivamente  sovraessenziali[7]. Quello manifestabile “contiene” il principio della manifestazione, cioè l’Essere, di per sé fuori dalla manifestazione (si manifestano le conseguenze del principio non il principio stesso) che è la determinazione massimamente universale di ciò che effettivamente si manifesta. La manifestazione avviene per gradi, cioè a diversi livelli ontologici, entro i quali vi sono i “mondi”, cioè domini della manifestazione definiti da determinate condizioni di esistenza come, ad esempio, spazio, tempo, materia o anima, modalità di coscienza, leggi ontologiche proprie, che rispecchiano la qualità ontologica dei rispettivi gradi, corrispondenti a un più e a un meno di universalità e unità. Gradi e corrispondenti mondi si articolano in modo discendente secondo il livello spirituale/universale, sottile/psichico e grossolano/materiale. Si passa dalla dimensione informale e spirituale - in cui non vi sono né limite né particolarità, né articolazione, né determinazione propri del finito - alla dimensione formale - che implica una pur vasta, fondamentale e massimamente comprensiva determinazione d'essenza - e, dentro quest'ultima, alla dimensione sottile o psichica - corrispondente al senso dato al concetto di anima dalla filosofia classica - fino a quella grossolana cioè agli aspetti più propriamente materiali della manifestazione. Qui siamo appunto in presenza di un progressivo passaggio dall'indeterminato al determinato e dall'universale al particolare fino a un massimo di molteplicità e determinazione che corrisponde alla materia. Quando viceversa si risale nei gradi ontologici verso il Principio, si passa anche da un mondo all’altro, cioè da un dominio della realtà in cui valgono certe condizioni e leggi a un altro dove valgono altre condizioni e leggi. Naturalmente affinché ciò avvenga vi deve essere una comunicazione tra il basso e l’alto e viceversa, comunicazione data dal fatto che ogni grado e mondo manifesta l’Essere e l’Essere è una Possibilità.

6) Metafisica e storia

Questo stesso nostro mondo manifestato si sviluppa temporalmente da una condizione di massima vicinanza al principio a una di massima lontananza. Il percorso della manifestazione possiede due direzioni: il Principio tende a manifestarsi, cioè a esplicitare se stesso allontanandosi da se stesso; ma la manifestazione vuole riconnettersi al Principio che ne è la fonte e verso il quale dunque prova una sorta di nostalgia ontologica. Sotto il profilo storico ciò si declina attraverso lo svilupparsi dei cicli delle quattro età, traducibili anche nella tradizione occidentale con le immagini esiodee dell’oro, dell'argento, del bronzo e del ferro. La caduta dall’oro al ferro, quindi, prelude alla ricostituzione dell’oro dal ferro: i cicli sono il dipanarsi eterno di questo respiro cosmico del Principio e, dentro la sua manifestazione, sono il suo respiro storico.

Oggi l'Occidente moderno è giunto allo stadio finale della decadenza che rappresenta la condizione più ontologicamente, ma anche gnoseologicamente ed eticamente, degradata, ma proprio per questo, ci si trova là dove è possibile avvertire in modo acuto l'urgenza di una restaurazione. In ciò l'Occidente e la sua civiltà devono fruire del contributo del mondo orientale, un luogo spirituale oltre che geografico, dove la Tradizione, cioè la traccia spirituale dell'unità originaria, che si mantiene in ogni momento della storia, è ancora viva e non per lo più persa e nascosta tra i labirinti della decadenza.

L'Oriente è allora il luogo di una sopravvivenza intatta di ciò che è originario, anche perché lì la contemplazione mantiene il suo primato nei riguardi dell'azione e le offre un senso assoluto.

7) L’intuizione intellettuale

La contemplazione è ciò che propriamente istituisce il legame tra l'origine metafisica e gli enti che abitano la sua manifestazione. Essa precede l'azione che invece rimane una modificazione momentanee transitoria dell'essere, quand'anche orientata alla sua verità e alla sua elevatezza. La contemplazione, diremmo in termini filosofici "gnoseologicamente", culmina con una intuizione pura. Ovviamente non si tratta di un'intuizione sensibile, legata alla dimensione grossolana della materia; nemmeno di una sorta di intuizione sentimentale e infine neanche di quella intuizione intellettuale che non è altro, in Kant, che una pura impossibilità. Per intuizione Guénon intende un atto conoscitivo in cui il soggetto si trasforma immediatamente nell'oggetto conosciuto e questo in modo pervasivo e totale. Tale atto è proprio di una sorta di intelletto  puro -  intelletto agente direbbe Aristotele -, quell'intelletto che, direi io con linguaggio tratto dalla scolastica, è capace di sinderesi, cioè di una conoscenza diretta dei principi. L’idea di un’"intuizione intellettuale pura e immediata si applica esclusivamente al dominio dei principi metafisici, ma per ciò stesso si apre su possibilità illimitate di concezione, onde se una conoscenza non dipendesse dalla metafisica, mancherebbe 'littéralment de principe', e per conseguenza non potrebbe avere nessun carattere tradizionale. Questo intelletto puro e trascendente gli individui è ciò che la dottrina indù chiama Buddhi. Esso appartiene all'ordine della manifestazione, precisamente all'ordine della manifestazione universale, ed è uno dei tattva di Prakti, il primo"[8]. I tattva riguardano una serie di principi costitutivi di Prakti  che è il principio originario della natura, da cui emergono i fenomeni materiali e psichici ossia, con le parole di Guénon, “la sostanza universale, indifferenziata e non-manifestata in sé, da cui però tutte le cose procedono per modificazione”[9]. Quindi il Buddhi che promana da Prakti, è l’intelletto unico e agente che  coglie i principi ed è il primo elemento che costituisce che procede da tale sostanza, insieme ad altri ventitrè che insieme si articolano in principi mentali (insieme a Buddhi, Ahakāra – senso dell’io, ego, Manas – mente sensoriale che coordina percezioni e impulsi);  facoltà di conoscenza (5 sensi),  facoltà di azione (parola, mani, piedi, organi di escrezione, organi di riproduzione);  elementi sottili (suono, contatto, forma, sapore, odore) ed elementi grossolani (etere aria, fuoco, acqua e terra). Il venticinquesimo tattva, la Coscienza universale-Purusha è come vedremo più avanti, il più importante, perché, interagendo con Prakti dà origine a tutti gli altri tattva e al mondo. Tale interazione ha come fondamento un elemento più universale che è il principio generale della manifestazione cioè l’Essere, che nella dottrina indù è chiamato Ishvara[10].

Ora, come detto, nell’intuizione pura si determina una identificazione totale dell’intelletto con il suo oggetto: “Aristotele dichiara espressamente che ‘l'intelletto è più vero della scienza’, vale a dire in altre parole che se è la ragione a costruire la scienza, ‘nulla è però più vero dell'intelletto’ il quale è necessariamente infallibile perché la sua operazione è immediata e perché, non essendo realmente distinto dal proprio oggetto, esso si identifica con la verità stessa. Tale è il fondamento essenziale della certezza metafisica; e ci si può render conto da quanto abbiamo esposto che l'errore può introdurvisi soltanto con l'uso della ragione, vale a dire in occasione della formulazione delle verità concepite dall'intelletto, ciò che si spiega tenendo conto del fatto che la ragione è evidentemente soggetta all'errore a causa del suo carattere discorsivo e mediato”[11]. L’identificazione conoscitiva elimina totalmente il suo carattere appunto gnoseologico, perché la conoscenza e la verità coincidono perfettamente e senza residui, tanto che i due aspetti, gnoseologico e, diremmo con termine non completamente adatto, ontologico, risultano indistinguibili.

8) Tradizione primordiale e tradizioni storiche

Ora, in virtù di questa identificazione, determinatasi in una condizione originaria e per opera di autori non umani, la cui individualità scompare dietro ai contenuti universali  di verità che essi hanno veicolato, si venuta articolando una Tradizione primordiale che potremmo definire come l’insieme ancora non manifestato di tutti i contenuti spirituali derivanti della conoscenza del Primo Principio. Essa è “la norma e l'asse portante, il germe imperituro di tutto ciò che è ‘sacro’, di tutto l'Universo manifestato microcosmico e macrocosmico, il fondamento di tutte le tradizioni secondarie e delle diverse religioni, il deposito eterno della dottrina e della Conoscenza; in una parola il Tempio della Verità eterna”[12].

Tali contenuti vengono manifestati dalle tradizioni storiche, sacrali, iniziatiche ed ortodosse – per esempio le tradizioni religiose consolidate, anzitutto l’induismo, e poi l’islam, il taoismo, il buddismo, il cristianesimo cattolico, ma anche le tradizioni ermetiche, la  cabala ebraica, le religioni egizie e greco-romane e così via -  in cui le persone adeguatamente formate, riconoscono l’eco del Principio per la risonanza simbolica che vi viene percepita. C’è un linguaggio discorsivo che non è solo razionale ma che viene arricchito dalla forza del simbolo, dell’analogia, dell’allusione: un linguaggio anagogico, che attraversa anche la dimensione cultuale e rituale e che rappresenta uno strumento indispensabile al processo attraverso il quale ogni individuo o popolo si riconnette, mediante le proprie attitudini, all’Origine e al Vero. Guénon rende questa convergenza con l’immagine di una ruota[13] i cui raggi, le tradizioni, convergono verso il centro, l’unica verità custodita nel presente ciclo cosmico dalla Tradizione primordiale, non soggetta ad alcuna interferenza della storia e presente, nella forma di una tensione e di una tendenza, in ogni raggio. La modalità espressiva della singola tradizione, dunque, è lo strumento coniato dai popoli e dalle civiltà per comunicare le verità ancestrali. C’è pertanto un rimando reciproco tra le tradizioni storiche che esprimono il Principio ma non lo possiedono e la Tradizione primordiale che lo possiede ma non lo esprime. Il problema, che si dà soprattutto in quelle situazioni in cui le tradizioni non sono più universalmente accolte e custodite nelle gerarchie religiose e politiche, è come riconoscere il luogo di manifestazione della verità spirituale, se già in qualche modo non lo si è acquisito infallibilmente e come distinguere tale acquisizione della verità dall’acquisizione di qualche dottrina erronea, se l’unica forma che lo esprime, la tradizione storica, appunto, è inquinata da qualche elemento profano od estraneo. Questo è uno delle grandi aporie del mondo moderno: aver interrotto il circolo ermeneutico tra la tradizione storica e la sua fonte, così come tra la conoscenza discorsiva e quella intuitiva, e avere reso opaco quel autoattestarsi delle tradizioni come vere a chi, al loro interno, porta con sé la possibilità di conoscerle intellettualmente.

9) Il mondo moderno e l’oblio della Tradizione, anzitutto nella sfera del sapere

Con ciò il nostro discorso si sposta direttamente sui problemi connessi alla nostra peculiare crisi e alla nostra peculiare situazione storico-spirituale.  L’interruzione del circolo  fra Tradizione e tradizioni porta altresì con sé la difficoltà di accesso odierno a una scienza che non sia quella profana che è scienza della natura e sapere immanente, a fronte delle scienze tradizionali che sono proprie di civiltà in cui “la pura dottrina metafisica costituisce l’essenziale e il resto vi si connette, a titolo di conseguenza o di applicazione, ai diversi ordini di realtà contingenti […]. Qui il relativo non è concepito come inesistente, cosa che sarebbe assurda; esso viene preso in considerazione nella misura in cui lo merita e viene messo al suo giusto posto che può essere solo secondario e subordinato”[14] all’assoluto. Ora, mentre la scienza naturale dei greci riguardava il divenire immanente ma lo approfondiva con gli occhi rivolti alla trascendenza di cui era considerato un semplice prolungamento discendente, la scienza moderna assolutizza l’immanenza che viene letta nella sua autonomia: “La concezione moderna pretende di assicurare alle scienza l’indipendenza negando tutto quanto la trascende o, almeno, dichiarandolo ‘inconoscibile’ e rifiutandosi di tenerne conto, cosa che poi è lo stesso che negarlo”[15]. In questa negazione risiede un esiziale restringimento degli orizzonti del sapere che conduce alla “dispersione nel dettaglio, ad un’analisi sterile quanto fastidiosa, la quale può procedere indefinitamente senza che così si proceda di un sol passo sulla via della conoscenza”[16]. L’enfasi sulle cosiddette applicazioni pratiche è uno specchio utilitaristico per le allodole che nulla dice del livello di approfondimento di una scienza, mentre l’autoreclusione nell’ambito del divenire determina, come aveva già visto Platone, una perdita di stabilità e affidabilità che ne deturpa la qualità gnoseologica. Per non parlare del pregiudizio positivista che ne accompagna lo sviluppo dall’Ottocento in poi con quella superstizione del fatto che è segno definitivo di un approccio materialistico, chiuso e senza sbocchi. Da questo complesso di elementi si spiega il moltiplicarsi metastatico di ricerche e di indagini che non sono altro che la produzione di mere opinioni provvisorie che impegnano i loro autori come megafoni della loro effimera individualità alla ricerca di originalità, consenso e, al meglio, risultati vantaggiosi (questa metastasi doxastica coinvolge oggi a tutte le discipline conoscitive, comprese quelle filosofiche).

10) L’individualismo moderno

Questo è ciò riflesso di un’altra vasta piaga del mondo moderno, che si estende dalla concezione del sapere a tutti gli altri campi della vita: l’individualismo. L’individuo è il centro della modernità, ma la sua esaltazione comporta una sostanziale decadenza perché l’individuo è il particolare, il chiuso, il determinato. La sua centralità è la centralità della materia quale principium individuationis – che è anche principium divisionis: “La materia è il principio della divisione e della pura molteplicità”[17] - e del singolo cui viene affidato il “libero esame” di ogni questione e la produzione di punti di vista personali contrapposti in una prassi di discussione infinita in cui la verità necessariamente si perde e viene occultata (“è difficilissimo far capire ai nostri contemporanei che vi sono cose le quali, per la loro stessa natura, non sono da discutersi. Invece di innalzarsi fino alla verità l’uomo moderno pretende di farla scendere fino al proprio livello”[18]). Sotto il profilo dottrinale, l’individualismo corrisponde, dunque, alla massima cecità nei confronti dell’oggettivo e dell’universale cioè di “ogni principio superiore all’individualità” stessa: “Quel che finora mai si era visto è una civiltà poggiante tutta su qualcosa di affatto negativo, su ciò che si potrebbe dire un’assenza di principio. Proprio questo dà al mondo moderno il suo carattere anormale, facendone una specie di mostruosità spiegabile solo se la si considera come corrispondente alla fine di un periodo ciclico […]. Proprio l’individualismo, come ora l’abbiamo definito,  è la causa determinante della decadenza attuale dell’Occidente, per il fatto stesso che esso in un certo qual modo è stato il motore dello sviluppo esclusivo delle possibilità più inferiori dell’umanità, di quelle il cui dispiegamento non richiede l’intervento di alcun elemento super-umano e che pertanto possono svolgersi completamente solo quando un tale elemento manca, giacché esse sono l’opposto di ogni spiritualità e intellettualità”[19].

11) La democrazia moderna e la metapolitica di Guénon

Naturalmente questa negazione di quanto vi è di superiore alla pura e immanente individualità non poteva che generare, estesa a campo del sociale e della convivenza civile, una dottrina che fa emergere l’ordine sociale dal basso, trasformando quello che era originariamente una struttura gerarchica in un’organizzazione[20] egualitaria. Qui regnano la quantità e il numero e la giustizia che proviene dall’essere, dall’universale e dall’unità è cancellata in nome dell’esaltazione di ciò che è molteplice, disordinato, transeunte, cioè appunto senza principio. Così si esprime la critica sociale di Guénon, che non ha come obiettivo se non quello di ridefinire il campo a partire da un punto di vista “superpolitico”, chiarendo la debolezza epistemica del principio di uguaglianza – “è impossibile che due esseri siano realmente distinti eppure simili sotto ogni riguardo”[21] – e le sue conseguenze riguardo all’erezione a norma di quel fatto semplice che si riscontra nelle democrazie moderne per cui “nessuno si trova nel posto che normalmente gli spetterebbe in base alla sua natura propria”[22].

Così accade innanzitutto per le élites la cui cronica e devastante incompetenza è direttamente imputabile alla convinzione per cui  “il potere viene dal basso e poggia essenzialmente sulla maggioranza, cosa che ha per necessario corollario l’esclusione di ogni autentica competenza, dato che la competenza è sempre una superiorità, anche se relativa,  e può essere solo di pertinenza di una minoranza”[23]. È bene ricordare che il pensiero di Guénon a riguardo potrebbe essere definito propriamente come un platonismo politico, di cui si condivide l’idea di giustizia come ordine e distribuzione dei compiti sociali in base alle attitudini, di primato della contemplazione e di articolazione gerarchica della società in base alla virtù della sapienza. Proprio questo riferimento conferma il carattere paradossalmente, ma non troppo, impolitico della riflessione guenoniana. Più volte, infatti, l’autore francese ribadisce il suo disinteresse per la cronaca politica e, a maggior ragione, partitica, delle società occidentali, e stabilisce il criterio di una prospettiva collegata direttamente ai principi, orientamento che ha mostrato di mantenere in tutti i suoi testi e infine anche nella Crisi del mondo moderno, quello che, se vogliamo, si prestava di più e meglio a digressioni nell’attualità.

Risultano pertanto peregrine le accuse, mosse da più parti, di reazionarismo politico, perché se non interessa la politica attiva tantomeno le categorie contingenti di destra e di sinistra, riferentesi peraltro a un episodio paradigmatico di affermazione di una cultura radicalmente moderna come l’illuminismo. Non si tratta quindi di prendere una posizione storico-militante, ma di analizzare le conseguenze contingenti di un certo rapporto di oblio dei principi tradizionali in Occidente, nella consapevolezza che eventuali élites orientate al ripristino di una tradizione viva dovranno avere anzitutto un’attitudine contemplativa e solo in secondo luogo la capacità di tradurla in modello di vita civile, la cui realizzazione è affidata a una certa libera interpretazione dei supremi criteri spirituali, piuttosto che all’elaborazione di paradigmi astratti e rigidi di società più o meno perfette. Insomma “tutto deve cominciare dalla conoscenza; e quel che sembra essere più remoto dall’ordine pratico proprio in quest’ordine si dimostra maggiormente efficace essendo l’elemento senza il quale è impossibile conseguire qualcosa di realmente valido e di diverso da una vana e superficiale agitazione”[24].

12) Nemesi del materialismo

Nondimeno l’analisi di Guénon non teme certo di entrare nelle questioni fondamentali del proprio tempo, arrivando fino al dominio dell’economico, il cui presupposto materialista è espressione nella contemporaneità dell’avanzamento di un certo regno della quantità, al cui approfondimento dedicherà un testo intero nel 1945[25]. In tale mondo quantitativo si sviluppa una scienza articolata del sensibile e del misurabile che è tutta impegnata al dominio del reale immanente in chiave utilitaristica. A ciò si ricollega lo sviluppo tecnico e industriale che, privato di una sua cornice di senso metafisica, non può che portare a guerre e autodistruzione: “Forze della natura, o forze delle masse umane, o le une e le altre insieme, poco importa; son sempre le leggi della materia che qui agiscono ed esse travolgono inesorabilmente chi ha creduto di dominarle, senza essersi elevato al di là della materia. L’Evangelo dice di più: ‘Ogni casa divisa in se stessa crollerà’. Questo detto si applica a perfezione al mondo moderno, con la sua civilizzazione materiale che, per sua stessa natura, non può che suscitare ovunque lotte e divisioni. La conclusione è fin troppo facile a trarsi e non occorre passare ad altre considerazioni per predire, senza tema di errore, che questo mondo va incontro a una fine tragica, a meno che un cambiamento radicale, sviluppantesi fino a una vera e propria revulsione, non si produca a breve scadenza”[26].

13) Possibilità di rettifica e ruolo del cattolicesimo

In questo modo, nell’orizzonte della fine di un ciclo, Guénon conclude la sua analisi sulla modernità, valutando se vi siano concrete possibilità di un “ritorno” e di una rettifica del processo storico in atto. Infatti non sappiamo esattamente quando il ciclo finirà, sappiamo che finirà e che si preparerà l’avvento di un nuovo mondo e di una nuova storia, ma questi scaturiranno necessariamente da quei residui del vecchio che la decadenza non avrà intaccato. Il processo di allontanamento dal Principio non può mai essere totale perché dal raggio di emanazione della sua manifestazione, per quanto esteso a grande distanza dal centro, non si può mai uscire. Quindi, nel respiro cosmico/storico della manifestazione, alla diastole della dispersione non può che far da riscontro la sistole della concentrazione.

I residui di cui si è detto vanno rintracciati nell’Oriente ancora incontaminato dalla modernità, grazie a cui si potranno ravvivare le tradizioni occidentali, in particolare quella cattolica, che, per quanto in molti aspetti deviata e infiltrata, è l’unica ancora viva e operante in Occidente: “Senza nulla cambiare nella forma religiosa sotto la quale si presenta all’esterno, basterebbe restituire alla dottrina di questa il senso profondo che essa ha realmente, ma del quale i suoi rappresentanti attuali sembrano non aver più coscienza”[27]. È necessario, nella visione di Guénon, la riproposizione di una sorta di gnosi cattolica, in cui il Cristo viene interpretato come l’uomo universale – “in arabo Ei-Insânul-kâmil, l'Adam Qadmôn della Qabhalah ebraica il «re» (Wang) della tradizione estremo-orientale (Tao-te-king, XXV)”[28], Purusha nella tradizione indù e nella filosofia Samkhya[29] che così nomina l'"Uomo Cosmico", lo "Spirito" o la "Coscienza pura" ossia l'essere primordiale che, nel mito vedico, viene sacrificato per creare l'universo e che coincide con il Sé eterno, trascendente e non materiale, che entra in relazione con il principio naturale e materiale[30]. In  modo secondo Guénon perfettamente corrispondente a tale molteplice attestazione tradizionale, il Cristo media fra cielo e terra, e sale sulla croce come axis mundi, asse del mondo, che collega in un punto l’asse verticale  che si riferisce ai diversi stati dell’essere (dal Principio trascendente alla manifestazione) e l’asse orizzontale che rappresenta l’estensione del mondo manifestato (spazio, molteplicità)[31]. Questa è la sua funzione profetica e redentiva: raccogliere in sé estensivamente ed intensivamente il mondo per restituirlo alla sua origine e ricondurla alla sua fonte primigenia.

 L’assunzione di questo sguardo sul Crocifisso e di tutte le conseguenze spirituali in esso contemplate è inscindibile da una prospettiva intellettuale che punta, come si vede, ad una esegesi del simbolo quale espressione in forme sensibili di una verità metafisica. Benché Guénon avverta che non vuole sminuire il significato storico della vicenda narrata nei Vangeli, di fatto egli tende nel suo modo di vedere a dissolvere la specificità storica della Rivelazione cristiana in una universalità simbolica che, per richiamare analogie e corrispondenze con tradizioni di diversa matrice (induista, islamica etc.) –  atto a suo dire indispensabile per comprenderne a fondo la sua funzione anagogica -, finisce per perdere il senso ultimo della visione cristiana del mondo. Da ciò, nel particolare ambito del significato della croce, l’esempio della peculiare inversione guenoniana per cui Gesù sale sulla croce in quanto simbolo e non la croce assume una peculiare valenza simbolica perché Gesù vi è salito. Qui naturalmente il valore della croce come sofferenza redentiva e la funzione inaudita di Gesù come Messia sofferente, in base a Isaia 53, è del tutto ignorata, e con essa l’autentica, potente verità del cristianesimo[32].

14) Altre opportunità

In ogni caso il nostro Autore, come si è detto, rimane convinto che il cristianesimo cattolico possa ancora svolgere una certa funzione storica nell’Occidente decaduto, in quanto unica tradizione ancora in qualche modo vigente. Per il resto non si escludono in linea di principio esperienze individuali di soggetti di spiccate ed elevate qualità spirituali, per cui è comunque da sottolineare la necessità di un atteggiamento assai prudente, in epoca di confusione delle dottrine e delle idee: “Noi entriamo in un’epoca in cui sarà particolarmente difficile ‘distinguere il grano dalla mala erba’, effettuare realmente quel che i teologi  chiamano ‘discriminazione degli spiriti’; ciò, per via di manifestazioni disordinate che si intensificheranno e moltiplicheranno, e altresì per via del difetto di vera conoscenza in coloro, la funzione normale dei quali dovrebbe essere di guidare gli altri”[33]. Pertanto coloro che riusciranno a vincere gli innumerevoli ostacoli frapposti dallo spirito dei tempi a una nuova apertura dell’uomo alle verità primordiali, saranno pochi “ma ancora una volta non è il numero che importa, poiché qui siamo in un campo le cui leggi sono affatto diverse da quelle della materia. Non vi è dunque ragione di disperare e quand’anche non si potesse sperare di raggiungere un risultato sensibile prima che il mondo precipiti, questo non sarebbe un motivo per non cominciare un’opera la cui portata va ben oltre l’epoca attuale”[34]. Non bisogna cedere allo scoramento, ammonisce Guénon a conclusione del suo sforzo di analisi del mondo moderno, perché “nulla potrà mai prevalere in modo definitivo contro la potenza della verità […] vincit omnia veritas[35].

15) Guénon e la filosofia

Così chiude la sua ricerca il nostro Autore. Dopo di ciò non mi rimane che aggiungere qualche riflessione relativa alla destinazione di questa sintesi attorno al suo pensiero. Con la filosofia egli ha un rapporto ambivalente: ne svaluta la varietà di espressioni e l’impronta personale che vi lascia ogni filosofo, ma non è alieno da chiedere importanti prestiti per quanto attiene alla divulgazione delle dottrine orientali la cui comprensione è spesso mediata da categorie filosofiche (pensiamo a Spinoza e Leibniz, a Kant o alla filosofia aristotelico-platonica). Lo studioso francese si affretta a scaricare ogni responsabilità sulla dimensione appunto della comunicazione e tuttavia, con una considerazione più oggettiva, non si può negare che talora si tratta di una presenza massiccia[36]. Ma la filosofia è da lui, per altro verso, ritenuta tendenzialmente profana e viziata da un carattere discorsivo che risulta per sua natura incapace di produrre quella conoscenza intuitiva che si colloca alla radice di ogni autentica metafisica. Abbiamo già visto lo scetticismo che viene avanzato nei confronti della prassi dialogica e di discussione[37], uno scetticismo che talvolta sfocia in affermazioni apodittiche di cui si attesta la connotazione assolutamente impersonale, entrando anche qui in un pericoloso circolo: io sostengo il carattere impersonale di quello che io dico. Per avere un carattere assolutamente impersonale, un giudizio non deve essere pronunciato da nessuno, ma questo “nessuno”, ammesso che logicamente si possa pensare, non può essere, seguendo Guénon, altri che colui che esercita l’intuizione intellettuale mentre la esercita, cioè lo stesso impersonale intelletto agente con cui la esercita, dando come scontato e non problematico il suo rapporto con l’intelletto possibile e la sua forma individuale (cioè, mi sembra, tra quegli elementi che Guénon chiama rispettivamente il Sé trascendente e l’Io individuale)[38]. Ma essendo tale intuizione prodotta in modo adialettico, come si è già fatto notare, appare anche inevitabilmente solipsistica, e producendo l’immedesimazione totale con e nell’oggetto, in modo tale da non poter più distinguere soggetto e oggetto, si connota come infallibile, certo, ma solo dentro la sua logica, sembrando piuttosto dall’esterno incontrollabile. Viceversa se ne parla, si fa cioè un discorso a partire dalla possibilità offerte da quelle tradizioni storiche che trasportano il nucleo delle verità tradizionali primordiali dentro il divenire del mondo (con quale effetto in ordine al rapporto tra significato e segno e con quale scarto? Anche questo è un problema, non insolubile alla luce di una corretta dottrina del simbolo e dell’analogia, ma che permane, almeno per un certo tempo, con la sua carica destrutturante). In definitiva, volendo prendere seriamente l’iniziale apofatismo di Guénon, rimane il dubbio se il suo parlare non sia un parlare di qualcosa di cui, seguendo Wittgenstein, si dovrebbe tacere.

Nondimeno la filosofia ha questo difetto, oltre a quelli indicati da Guénon: che quand’anche riconosca la necessità di tacere, comunque ci prova, sopportando tutte le contraddizioni del caso. In tal senso Guénon è molto filosofo. E lo è anche per la passione della ricerca che lo contraddistingue, anche qui nonostante la sua scarsa considerazione per il ricercare fine a se stesso tipico della mentalità intellettualistica moderna. Sembra che allora dalla filosofia, nel bene e nel male, sia molto difficile dipartirsi definitivamente. Sarà di conseguenza una questione di fondamenti e di metodo, cioè di una certa qualità del pensare, a decidere di essa in ultima istanza. E la qualità del pensare non si decide mai in modo individualistico né solipsistico, ma solo dialetticamente, come Guénon ha mostrato di credere scrivendo libri e affermando, al pari di tutti, nessuno escluso, la verità dei loro contenuti.

16) Congedarsi dal proprio tempo: pregiudizi e distanza critica

Detto questo, non si può ritenere che il nostro Autore sia inservibile alla consulenza filosofica. Abbiamo già detto che l’aspetto di una presa di distanza dal proprio tempo è il macro argomento su cui si fonda la dimostrazione della sua rilevanza per detta disciplina. Ciò significa riconoscimento del proprio radicato pregiudizio in tutte le forme del ragionare. Un pregiudizio collegato a un sitz im Leben mai cancellabile, e soprattutto mai eliminabile con il pretenzioso programma di “superare ogni pregiudizio”. Ma immediatamente dopo un siffatto riconoscimento, quel che invece conta è che ci sia un concreto costrutto di pensiero che effettivamente conduca a un modo di vedere le cose radicalmente opposto agli orientamenti del presente. Non un’enunciazione programmatica di controcultura o controfilosofia, ma un reale e lampante sistema di pensiero altro. Questo ha rappresentato per me sedicenne e svogliato studentello del liceo classico la lettura della Crisi: l’incontro con un modello inaudito dalla inaudita potenza decostruttiva e ricostruttiva. E devo dire che, pur con il disincanto dell’età, questo carattere il testo non l’ha perso, almeno ai miei occhi.

Vi è, inoltre, sullo sfondo della mia personale (scusa René!) visione della consulenza filosofica, il mio (scusa ancora!)[39] assunto di metodo per cui filosofia e consulenza filosofica non si distinguono, dato il carattere sostanzialmente teoretico e dialettico della filosofia, che deve essere confermato dalla consulenza filosofica pena la totale perdita di rigore e di consistenza veritativa, che offrono precisamente alla disciplina la sua consistenza esistenziale e pratica (solo la verità fa liberi e chiunque si affacci alla consulenza filosofica credo che chieda verità e libertà, una verità liberante accolta nella libertà). La filosofia è sapere dell’uomo in statu viatoris. Essa è cammino e come tale è synfilosophein: esistenza, comunità, dialettica, e realizzazione di una vita buona sono da essa indisgiungibili. Ma lo status viatoris non può nemmeno essere pensato senza la giustapposizione di uno status comprehensoris (“fratelli, dice san Paolo, io non suppongo di aver toccato la meta - comprehendisse” - Fil 3, 13). Lo status comprehensoris è quello di chi ha raggiunto la meta alla fine del viaggio, cioè di coloro per cui il viaggio ha acquisito il compimento cui sin dall’inizio tendeva. Entrambi “indicano schiettamente l’originario modo di essere di tutte le creature, in primo luogo dell’uomo”[40].

In particolare “lo status viatoris non è, nel senso più ovvio ed esteriore, una designazione di luogo, designa invece la più intima costituzione dell’essere della creatura, il suo interiore, essenziale ‘non ancora’, che racchiude in sé un ‘negativo’ e un ‘positivo’: il non essere del compimento e la tendenza al compimento”[41]. Ovvio, si dirà, ma ricco di conseguenze. La filosofia è infatti nella sua dimensione del philein qualcosa che attiene allo status viatoris e quindi qualcosa che, pur scoperto dai greci, è intimamente e inequivocabilmente umano. Il nostro Guénon gnostico non assentirebbe perché tende a non vedere il grigio tra il nero dell’errore e il bianco della verità. Ma questo gli fa perdere proprio questa dimensione dell’accompagnamento: la filosofia accompagna gli uomini e gli uomini si accompagnano con la filosofia: de consolatione philosophiae, proprio nel senso del con-solare cioè del trasformare la solitudine in una compagnia.

Ma nel suo status viatoris l’uomo non si può nemmeno crogiolare facendo della contingenza il proprio idolo. Bisogna pensare e desiderare e sperare il compimento. E questa speranza è anche virtù teoretica, nel senso che ha un aspetto che ci rende capaci nel tempo di collocarci, per mezzo della ragione e della coscienza morale, al di là del tempo. È  un carattere tipico dell’essere razionale e personale: pensare il proprio futurum exactum in cui ciò che è in divenire, sarà stato fissato in un compimento oltre il divenire[42]. Perché non c’è adagio più superficiale di questo, nel suo ammantarsi di presunta saggezza: “Quello che conta non è la meta ma il viaggio”. Falsissimo: un viaggio senza meta è un errare, e dunque è anche un errore. Mentre nel viaggio siamo sempre in compagnia, ma anche sempre con noi stessi e soprattutto nel nostro tempo che alla lunga opprime con la sua apparente inevitabilità, noi abbiamo la straordinaria prerogativa di abbandonare il nostro tempo come segno di un distacco critico radicale anche da noi stessi, per acquisire, tornando nel tempo e a noi stessi, maggiore conoscenza e un pezzo di verità più grande. Pertanto la meta è essenziale. Noi possiamo anticipare non solo la fine ma anche il fine, ed è questo lo scopo della virtù teoretica della speranza, per farlo retroagire sulla nostra identità qui ed ora. Ernst Bloch e Jurgen Moltmann ce lo hanno insegnato, e le geniali intuizioni di entrambi si raccordano mirabilmente con la speciale utopia antiutopica di Guénon. Dentro le fecondità del distacco critico anche le gnosi – evocate peraltro con dovizia di particolari e con affreschi affascinanti da Bloch - con la loro illusione di onnipotenza gnoseologica, possono essere considerate positivamente. Così Guénon, filosofo suo malgrado, diventa, suo malgrado, nostro compagno di viaggio nella prassi filosofica e nella consulenza che reciprocamente di offriamo nella vita e nel lavoro. A noi prigionieri  della caverna, è capitato che qualcuno fuggisse per vedere che cosa c’era dietro le ombre, e costui ha scoperto che molto di ciò che il nostro mondo ritiene essenziale è solo “l’ombra della luce”. Dovremmo riservargli un’accoglienza diversa da coloro che rividero il filosofo dopo il suo excursus nel mito platonico, perché uscire dalla caverna divenga un’impresa comunitaria e quindi ancora più intensamente filosofica, perché noi possiamo aiutarci a diventare filosofi. Ciò, senza illusioni e guardando in faccia a una realtà difficile, faticosa, dura, che tramonta con violenza,  cosa che aveva appreso con chiarezza Franco Battiato quando diceva: “Il mio Maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”.

                                                                                                                                              Massimo Maraviglia



[1] J. Danielou, Saggio sul mistero della storia, tr. it., Morcelliana, Brescia  1977, p. 135.

[2]R. Guénon,  La crisi del mondo moderno, tr. it. di J. Evola, Mediterranee, Roma 1975.

[3] R. Guénon, Gli stati molteplici dell’essere, tr. it. di L. Pellizzi, Adelphi, Milano 1996, pp. 21-22. Si notano qui echi della filosofia moderna e dello spinoziano omnis determinatio est negatio.

[4] “È l’assenza di contraddizione interna che logicamente ma anche ontologicamente, definisce la possibilità”, Ivi p. 21.

[5] Ivi, p. 25 n. In tale occasione Guénon è quasi costretto a citare Leibniz, un filosofo “le cui vedute sono per molti aspetti meno ristrette”, ivi, p. 29.

[6] “La distinzione fra possibile e reale, sulla quale diversi filosofi hanno tanto insistito, non ha dunque alcun valore metafisico: ogni possibile è reale a modo suo, e nel modo che la sua natura comporta, altrimenti avremmo dei possibili che sarebbero niente, e dire che un possibile è niente è una contraddizione pura e semplice; è l’impossibile, e solo l’impossibile, a essere , come già detto, un puro nulla”, ivi, pp. 34-35

[7] Cioè di là dall’essere: “Al di fuori dell’Essere vi è dunque tutto il resto, cioè tutte le possibilità di non manifestazione e inoltre le possibilità di manifestazione allo stato non manifestato; l’Essere stesso vi si trova incluso, poiché non potendo appartenere alla manifestazione, in quanto né è il principio, è esso stesso non manifestato. Per designare ciò che è pertanto al di fuori e al di là dell’Essere, siamo costretti, in mancanza di ogni altro termine, a chiamarlo Non-Essere; e tale espressione negativa, che per noi non è in alcun modo sinonimo di ‘nulla’ – come nel linguaggio di certi filosofi – oltre ad essere direttamente ispirata dalla terminologia della dottrina metafisica estremo-orientale, è sufficientemente giustificata dalla necessità di impiegare una denominazione qualunque per essere in grado di parlarne […]. Aggiungeremo inoltre che Non-Essere nel senso indicato  è più che l’Essere o, se s vuole, è superiore all’Essere se con ciò si intende che quanto essa comprende è al di là dell’estensione dell’Essere, e contiene in principio l’Essere stesso […]. Possiamo anche esprimerlo in altro modo: la Possibilità universale contiene necessariamente la totalità delle possibilità, e si può dire che l’Essere e il Non-Essere ne sono i due aspetti: l’Essere in quanto manifesta le possibilità (o più precisamente alcune di esse); il non-Essere in quanto non le manifesta. L’Essere contiene dunque tutto il manifestato; il Non-Essere contiene tutto il non manifestato, incluso l’Essere stesso; ma la Possibilità universale comprende a un tempo l’Essere e il Non-Essere”; ivi, pp. 39-40.

[8] P. Di Vona, René Guénon e la metafisica, Sear Edizioni, Borzano (RE) 1997, p. 51.

[9] R. Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, tr. it. di P. Nutrizio, Edizioni studi tradizionali, Torino 1965, p. 134.

[10] Cfr. infra nota 29. In sostanza l’Essere, quale principio della manifestazione, possiede una sua dimensione maschile, Purusha-Coscienza e una femminile Prakti-Natura, la cui interazione produce tutti i tattva, o componenti del mondo sia a livello sottile, sia a livello grossolano. Uno di questi tattva è Buddhi, l’intelletto agente, unico e universale con cui si colgono i principi e si determina l’intuizione intellettuale.

[11] R. Guénon, Introduzione, cit., p. 57.

[12] J. Tourniac, Melkitsedeq e la tradizione primordiale, Irfan edizioni, San Demetrio Corone (CS) 2012, cap II, in https://scienzasacra.blogspot.com/2015/06/jean-tourniac-la-tradizione-primordiale.html

[13] La ruota cosmica di cui si parla anche in R. Guenon, La grande triade, tr. it. di F. Zambon, Adelphi, Milano 1980. nell’omonimo capitolo.

[14] R. Guénon, La crisi, cit., p. 67.

[15] Ivi, p. 71.

[16] Ivi, pp. 71-72.

[17] Ivi, p. 122.

[18] Evidentemente tale concezione adialettica della verità è il diretto portato dell’intuizionismo guenoniano, che ex parte subjecti ha una struttura radicalmente solipsistica e si determina propriamente in una concezione solo ancillare ed espositiva dei processi discorsivi, tale da escludere pure ogni possibilità di “scoperta della verità” (“procedendo ulteriormente nell'ordine delle conseguenze, possiamo aggiungere che in metafisica non è assolutamente possibile fare scoperte, perché, trattandosi di un modo di conoscenza che non ricorre all'uso di mezzi speciali ed esteriori di investigazione, tutto ciò che è suscettibile di essere conosciuto può esserlo stato in ugual modo da uomini diversi in tutte le epoche; ciò che risulta effettivamente da un esame profondo delle dottrine metafisiche tradizionali”, R. Guénon, Introduzione, cit., p. 88). Inutile dire che questo intuizionismo, ponendo l’identità di soggetto e oggetto e di conoscenza e verità nell’universalità del principio, cerca di sfuggire a quello che altrimenti sembrerebbe un ritorno dalla finestra dell’individualismo appena cacciato dalla porta. Specularmente preferirei accentuare con Platone e Plotino una dialettica veritativa che dà conto dello sforzo comune degli uomini in direzione di una riacquisizione razionale delle condizioni per accedere al sole dell’Uno. Queste condizioni implicano il rispetto di regole affinché il rapporto tra i soggetti impegnati nella ricerca della verità smetta i panni di un’individualistica competizione per assumere quelli di un cammino comune e armonico Questa sembra essere esattamente la preoccupazione che ha Guénon, il quale, però, sostiene che “lungi dal chiarire le questioni, come di solito si crede, la discussione spesso vale solo a spostarle. , quand’anche non a imbrogliarle ulteriormente . E il risultato più comune è che ognuno , sforzandosi di convincere il proprio avversario,  si attacca più che mai alla propria opinione e vi si chiude in modo ancor più esclusivista. Qui, in fondo, non si mira alla conoscenza della verità, ma si cerca di aver ragione ad ogni costo o almeno di autopersuadersi di aver avuto ragione nel caso non si sia riusciti a persuadere gli altri” (R. Guénon, Crisi, cit. , p. 97). La prassi platonica e neoplatonica non può allora piacere a Guénon: c’è “una certa sottigliezza dialettica di cui i dialoghi di Platone offrono numerosi esempi, dai quali traspare il bisogno di esaminare indefinitamente una stessa questione sotto tutti gli aspetti, prendendola in considerazione nei minimi particolari per giungere a una conclusione più o meno insignificante”. Tale prassi nondimeno troverà corrispondenze rilevanti nell’attitudine dialogica che nel cristianesimo è sempre posta all’ inizio dei percorsi mistici di ritorno al Principio il quale è, esso stesso, Unità dialogante in sé medesima, cioè unitrina comunità di Persone. Qui evidentemente si trova una divergenza di fondo, tra le molte che è possibile individuare, tra la riflessione guenoniana e il cristianesimo e la sua teologia, ad onta della funzione restauratrice che il Nostro attribuisce alla Chiesa cattolica (cfr. ivi, p. 154 ss.).

[19] Ivi, pp. 83-84.

[20] Emerge chiara in Guénon la contrapposizione tra il termine  ordine, che evoca l’attività appunto ordinatrice e armonizzatrice di un principio che proviene dall’alto, e il termine organizzazione che indica un aspetto di apparato e di giustapposizione meccanica ed estrinseca di elementi tra loro per natura incompatibili (una sorta di hobbesianesimo senza autorità, ma che funziona per  virtù impersonale con eguale cogenza e forza impositiva).

[21] Ivi, pp. 102-103.

[22] Ivi, p. 103.

[23] Ivi, p. 105.

[24] Ivi, p. 150.

[25] Cfr. R. Guénon, Il regno della quantità e il segno dei tempi, tr. it. di P. Masera e P. Nutrizio, Adelphi, Milano, 20098 in cui l’autore, completando e approfondendo le indagini della Crisi del mondo moderno, chiarisce il concetto di “quantità” come principio dominante dell’epoca moderna, analizza le categorie metafisiche  di qualità/quantità, forma/materia, unità/molteplicità e interpreta fenomeni contemporanei come “segni dei tempi” della fine di un ciclo storico o manvantara e del pieno dispiegamento dei fenomeni connessi al Kali Yuga.

[26] R. Guénon, La crisi, cit., p. 133: da notare la parola “revulsione”: essa è  la traduzione dal francese “retournement”  che ha il significato di svolta radicale in cui però vi è il senso di un ritorno e di un rimettere a posto ciò che nel frattempo si è dis-ordinato. Insomma si potrebbe dire che il retournement guenoniano sia una Kehre ontologica – di heideggeriana memoria - cui si aggiunge una dimensione storico-politica.

[27] Ivi, p. 154.

[28] Cfr. R. Guénon, Il  simbolismo della croce, tr. it. di T. Masera, Rusconi, Milano 1973, p. 21. Più avanti nel testo di identifica l’uomo universale esplicitamente con il Cristo.

[29] Una delle sei scuole ortodosse dell’induismo; la figura di Purusha come uomo universale e principio maschile della manifestazione in relazione con il principio femminile Prakriti viene affrontata anche in R. Guénon, L’uomo e il suo divenire secondo Vedanta, tr. it. di C. Podd, Edizioni Studi Tradizionali, Torino,1965 pp. 44-63.

[30] È “il venticinquesimo tattwa, completamente indipendente dai precedenti; tutte le cose manifestate sono prodotte da Prakriti, ma senza la presenza di Purusha tali produzioni non avrebbero se non un'esistenza puramente illusoria. Contrariamente a quanto certuni pensano, il tener conto di questi due principi va senza la minima traccia di dualismo: pur non derivando l'uno dall'altro e pur non essendo l'uno all'altro riducibili, questi due principi procedono entrambi dall'Essere universale, nel quale formano la prima di tutte le distinzioni”: ibidem, cfr. anche R. Guénon, Introduzione, cit., p. 228.

[31] Temi ampiamente trattati in  R. Guénon, Il simbolismo della croce, tr. it. di T. Masera, Rusconi, Milano 1973, soprattutto nella prima parte.

[32] Su Guénon e il cristianesimo è stato scritto molto. Padre Danielou, che abbiamo citato all’inizio del presente saggio, ricorda alcuni punti inaccettabili per un cristiano. Anzitutto la questione del simbolismo naturale, che il cristianesimo riconosce ma che Guénon estende a criterio di interpretazione onnipervasivo, che tende a far rientrare anche l’inaudito cristiano, cioè l’originalità e irripetibilità storica della vicenda di Gesù, dentro l’universalità ripetitiva e in qualche modo normalizzatrice del simbolo (cfr. J. Danielou, Il mistero, cit., pp. 137-138). Connesso a ciò è la visione che minimizza il senso della novità storica rappresentata e soprattutto promessa da Gesù Cristo: nulla di realmente nuovo e sconvolgente può accadere nella concezione ciclica della storia di Guénon (cfr. ivi, p. 139-140). Il terzo punto riguarda il fatto che le verità cristiane, in questo sforzo di ritrovamento di analogie tra diversi mondo religiosi e tradizioni storiche, vengono piegate dentro uno schema che in realtà trova la sua matrice nell’induismo che “ci lascia incerti su problemi essenziali quali la trascendenza assoluta di Dio, l'immortalità personale, la creazione” (ivi, p. 140) – incertezze che in Guénon diventano certezza di una radicale incompatibilità tra il concetto di creazione libera ed ex nihilo e quello di manifestazione necessaria del Principio. Infine Danielou cita molto a proposito la questione dell’esoterismo e dell’iniziazione: nel cristianesimo ci può essere solo un esoterismo oggettivo relativo alla difficoltà intrinseca di comprensione di alcuni misteri, che è per sua natura preclusa ai più, ma non a chiunque volesse impegnarsi nella loro indagine (cfr. ivi, pp. 140-141). L’iniziazione sacramentale peraltro non è il collegamento a una qualche società ristretta e autoproclamatasi custode di verità nascoste, bensì l’entrata nel vasto popolo di Dio e nella comunità dei santi. Per ulteriori opinioni cfr. il saggio di A. M.  Baggio, René Guénon e il cristianesimo. Considerazioni su una gnosi contemporanea, in www.cittanuova.it e il testo di C. Andruzac, René Guénon nel pensiero cattolico, Edizioni Simmetria, Roma 2015.

[33] Ivi, p. 160.

[34] Ivi, p. 161.

[35] Ivi, p. 161.

[36] Che P. di Vona si preoccupa di segnalare nel suo testo su René Guénon e la metafisica, cit.

[37] Cfr. supra, nota 17.

[38] Tale rapporto, se non ulteriormente specificato, lascia inevaso il problema di chi realmente conosce ed esso si porta dietro quello di che cosa realmente si conosce.

[39] Per carità, non presumo che sia solo mio, o di averne il copyright, o di essere stato il primo a sostenerlo… no no, so che è una prospettiva ampiamente dibattuta e anche abbastanza condivisa nell’ambito delle cosiddette pratiche filosofiche. Ciò non toglie che sia mia, nel senso che io mi identifico pienamente in essa.

[40] J. Pieper, La speranza, tr. it. Morcelliana, Brescia 1960, p. 8.

[41] Ivi, p. 9.

[42] Cfr. R. Spaemann, Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, tr. it., Laterza, Roma 2005, pp. 110-118, parte del testo che ora è stata da me riassunta e commentata in La morte dell’essere-persona…una lettura di Spaemann, https://vendemmietardive.blogspot.com/2026/02/la-morte-dellessere-personauna-lettura.html

Nessun commento:

Posta un commento