sabato 5 settembre 2026

Simplex sigillum boni: la vita della beata Liduina Meneguzzi

 



R. Ravazzolo – P. Liuzzi – L. Scandellari, Sulle vie della carità. Suor Liduina Meneguzzi, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2002, pp. 190, E. 10

Due cose sono molto impegnative: descrivere la semplicità e descrivere semplicemente la complessità. Gli autori di questo importante testo su suor Liduina riescono a conseguire entrambi i risultati. La sorella salesia è infatti persona semplice, ma di spiritualità profonda e dunque complessa. La sua semplicità consiste nella trasparenza del bene, nell’immediatezza della corrispondenza dentro-fuori, parola-azione, pensieri-fatti. La massima riduzione possibile della parola fino a offrire un concentrato della sua potenza performativa; il massimo ampliamento della prassi fino a fare un modello esemplare, capace di integrare la molteplicità infinita dei gesti e dei lavori in un solo potente indirizzo etico-spirituale. Suor Liduina è così, misura della parola, dismisura dell’offerta di sé, ma senza la minima confusione, senza smarrire mai, neppure per un momento, la bussola del Vangelo. Il linguaggio piano ma rigoroso del testo ci fa entrare con discrezione e rispetto nella sua vita esemplare, non senza l’apporto del Vangelo e della Chiesa, il cui magistero a diversi livelli illumina le vicende della beata, ne spiega gli snodi  e presenta in modo adeguato la fiamma divorante della carità che l’animava. Si tratta appunto di un racconto semplice di una vita ricca e complessa, il cui soggetto è però, ancora, una persona semplice e tuttavia capace di andare a fondo nelle cose, di trovare praticamente ed esistenzialmente il loro fondamento inconcusso, cioè dell’opera più difficile che vi sia. Simplex sigillum veri dicevano i latini: le spiegazioni vere non devono essere tortuose né fumose. Allo stesso modo non lo deve essere la vita, perché il Bene è qualità netta e chiara, che rifugge i climi nebbiosi e le notti in cui tutte le vacche sono nere: simplex sigillum boni, dunque. Nulla di più adatto a descrivere la bella vicenda di suor Liduina.

Ma qual era la personalità della beata? Nata da famiglia numerosa e povera nel contado padovano all’inizio del Novecento, sin da giovanissima vive la realtà dell’indigenza con la dignità che i suoi genitori le hanno saputo trasmettere quale impronta originaria, quale stile e asse portante dell’esistenza individuale e comune. Povertà e dignità: comprendere la propria condizione senza rancori, adeguarvisi con la forza della costanza e del lavoro per affrontarne le difficoltà, promuovere mutuo aiuto, soccorso, attenzione, dedizione non solo come strumenti di sopravvivenza ma anche come virtù da ricercare per se stesse. La sobrietà, infatti, ha un effetto liberante e introduce a una più vera comprensione di sé e del mondo, che, pur attuata con scarsi mezzi culturali, si nutre della forza irriducibile della fede. La fede della mamma Antonia passa alla figlia Angelina (nome di battesimo della nostra suora) e realizza le sue proprietà anagogiche. Alzarsi, sollevarsi, redimersi non sono cose che si possono compiere in solitudine. Ci vuole amore reciproco, ma soprattutto amore del Cristo povero.

Tanto più che la condizione, diremmo naturale, di Angelina Meneguzzi, non è quella di una persona eccezionalmente dotata. Frequenta le scuole fino alla terza elementare con risultati mediocri. Di sé dirà: “Sono una buona a nulla, sono un’oca”. Affermazione certamente troppo dura ed esagerata, questa: certo non aveva intelligenza e sagacia eccezionali, ma “non era scema né puerile, come qualcuno disse; aveva intelligenza normale, equilibrio, buon senso e maturità autentica”, racconta la consorella Amabile Righetto. Tali attitudini sono però semplici ornamenti marginali di qualità morali di grandezza non comune tra cui spicca l’umiltà, cioè una percezione disincantata di sé che lascia spazio infinito alla valorizzazione degli altri.  Qui si radica probabilmente la sua speciale e sorprendente capacità di amare e altresì la tenacia che le fa affrontare con forza le difficoltà della vita senza scoraggiamenti e lamentele. Sono virtù che emergono sin dalla giovanissima età, quando è chiamata a contribuire al ménage familiare attraverso il lavoro a servizio presso alcune famiglie agiate della zona. Una persona normale avrebbe facilmente mostrato risentimento verso soggetti che, per la loro più alta condizione sociale, si permettevano di umiliare i sottoposti a causa di minime mancanze. Nulla di tutto ciò era in Angelina, che riteneva un  dovere l’obbedire, un obbedire che era un ascoltare sincero attribuendo al “superiore” sempre buona fede e buone ragioni.

Nulla cambia dal periodo del lavoro giovanile all’entrata nel convento delle suore Salesie il 5 marzo 1926 per iniziare il percorso che  il 2 settembre dello stesso anno l’avrebbe portata alla solenne cerimonia della vestizione. Anche da salesia il suo compito sarà lavorare, obbedendo nel nascondimento alle sorelle più anziane o più alte in gerarchia. Si occuperà anche lì di mansioni pratiche e di servizio: rassettare, pulire, mantenere gli ambienti in ordine, aiutare le educande ospitate dalle suore facendo loro sostanzialmente da cameriera. Lavori umili, sempre da condurre a termine con la massima sollecitudine in una situazione iniziale di scarsa considerazione da parte di coloro che li ordinavano e ne venivano beneficiati. Ma questa condizione non può considerarsi di oppressione perché era animata dall’interno da una fede sincera, granitica, in grado di risanare tutto e di rafforzare ogni proposito sullo sfondo attivo, stimolante e al tempo stesso consolante del Cristo crocifisso. Infatti, sin dall’adolescenza, parallelamente alle difficili esperienze di lavoro, era cresciuta ed era stato da lei coltivato il dono della fede come attaccamento affettivo-morale alla figura di Gesù e della Madonna mediante la preghiera incessante, le devozioni e la liturgia, assecondate dalla mamma e vissute nel clima sereno della famiglia. Tutto ciò viene nutrito dalla Scrittura? No, in generale sia per i laici, sia per le suore consacrate la Scrittura non era consigliata, anzi, tra le suore la sua lettura privata era espressamente vietata (un residuo di sospetto tridentino per il cosiddetto “libero esame” protestante). Tutta la conoscenza di Cristo avveniva per mezzo delle letture liturgiche – proclamate in latino dal sacerdote, ma riprese nelle omelie -  e per mezzo dei discorsi di sacerdoti e vescovi durante gli esercizi spirituali o in altre occasioni di intervento (solennità, approfondimenti, formazione). Strumento fondamentale di formazione era il Catechismo, di recente riformulato in forma semplice e agile da papa Pio X. Angelina già da laica vi aveva sviluppato un’autentica passione: la sua lettura e memorizzazione ella associava sempre alle preghiere quotidiane. A ciò le suore potevano affiancare l’Imitazione di Cristo, testo ascetico medievale attribuito a Tommaso da Kempis, portatore di una visione esigente e intransigente della sequela cristiana.

Un simile approccio alla religione può apparire  assai strano ai nostri occhi di “cattolici adulti”, abituati giustamente a considerare la Bibbia la principale fonte della Rivelazione di Dio all’umanità, anche se non l’unica. Ma è interessante riflettere sul fatto che tale fonte a quei tempi era appunto assorbita dentro la liturgia, nelle pratiche devozionali e cultuali individuali e comunitarie come, per esempio, l’adorazione eucaristica o la via crucis, nella preghiera del santo Rosario con i relativi misteri e non ultimo nella Biblia pauperum delle decorazioni figurative delle chiese.

Così la fede dei semplici poteva essere abbondantemente nutrita e da essa poteva più facilmente scaturire la figura di un Cristo sine glossa, ovvero un modello tratteggiato nei suoi aspetti essenziali, condensati e scarni che era necessario dedurre dalla catechesi ricevuta piuttosto che articolare da un’abbondanza documentale da ordinare e ricomprendere criticamente. Il lavoro era relativamente facile e il risultato convergeva verso un disegno netto e chiaro senza perdere per questo in profondità ma anzi guadagnando il chiarore di un appello diretto alla conversione interiore e alla prassi esteriore. Il Cristo di Angelina Meneguzzi, divenuta suor Liduina Maria della carità  - nome assegnatole dal sacerdote che celebrava la Messa della vestizione, probabilmente in accordo con la superiora e scelto un po’ a caso dal calendario dei santi, benché la personalità di santa Liduina di  Schiedam, Fiandre 1380-1433 non sarebbe risultata estranea allo spirito della nostra beata padovana -  è vivo e vero nel suo cuore amante, laddove agisce incessantemente grazie alla sua presenza eucaristica e alla sua capacità di essere pungolo morale e pratico.

È questo Sposo a rimodellare la personalità della suora, perfezionando con la grazia quella che era una vocazione naturale alla cura e al servizio degli altri. Ma tale grazia si manifesta sin da subito, tanto che si può dire che non vi sia, almeno alla luce dell’ottimo resoconto biografico che stiamo commentando, un vero e proprio progresso nel corso della vita della beata. La sua vita appare da subito plasmata dal Verbo fatto carne: cambiano solo le forme, prima infantili, poi adolescenziali e poi adulte, senza che muti alcunché nella sostanza agapica e diaconale della sua personalità.

Questa è portata a volte fino al parossismo. Obbedire sempre modellando la propria volontà su quella del prossimo per amore di Dio è una prassi costante. Obbedire anche quando si ha ragione, ricevere in silenzio le critiche, autoaccusarsi delle proprie mancanze come condotta abituale, anche quando i comportamenti sottoposti a critica sono più che veniali. Quello che prima accadeva nelle case dei signori dove era a servizio, ora si ripete sia nei confronti delle educande alla cui cura era stata posta all’inizio del suo ministero padovano, sia nei riguardi delle consorelle, di grado pari, inferiore o  superiore, sia nei riguardi dei medici e del personale ospedaliero alla cui assistenza era stata assegnata a partire dal 1937 durante la sua missione nell’Etiopia italiana. In ogni situazione Liduina non cambia: serve, aiuta, si fa in quattro, ascolta e realizza quanto le viene comandato. La vicaria generale delle salesie, suor Michelina Mocellini ricordava: “Suor Liduina veniva più volte da me per autoaccusarsi dell’una o dell’altra mancanza (era molto delicata di coscienza) e talvolta, per esercitarla nella virtù, non le concedevo udienza e la rimandavo ad altra volta”. La vicinanza ai malati nell’ospedale africano di Dire Dawa e l’aiuto alla popolazione indigente offerto in quell’occasione, mediante i mille stratagemmi della carità e la dedizione inesausta al prossimo costituiscono il culmine di una vocazione che trova nella missione il suo naturale compimento. Ciò si distribuisce su tre versanti.

 In primis l’amore di Dio e del prossimo, e del prossimo attraverso Dio. Perché ogni atto di attenzione all’altro aveva un duplice aspetto: da un lato considerare la persona nella sua unicità irripetibile, non in quanto portatrice di un valore astrattamente infinito, ma semplicemente e concretamente come colui che ti sovrasta per qualità umane; dall’altro ricondurre tutto a Cristo e alla salvezza dell’uomo come primo obiettivo della propria missione, annunciando la buona novella a tutti – cristiani tiepidi, atei incalliti, cristiani non cattolici, mussulmani, poveri e ricchi, umili e altolocati - in tutte le situazioni di salute e di malattia, di pace e di guerra, di felicità e di sofferenza. In Africa i malati dell’ospedale “Parini” di Dire Dawa, i medici, gli indigeni, gli inservienti e i lavoratori del posto, gli italiani là emigrati in cerca di fortuna: tutti sono messi in condizione di sperimentare una singolare vicinanza di Dio mediante l’infaticabile opera di suor Liduina, che prosegue senza sosta  malgrado il deteriorarsi delle sue condizioni di salute.

In secondo luogo ancora l’obbedienza. Obbedendo umilmente, suor Liduina annuncia la grandezza di Colui che salva per mezzo della croce e nella croce quotidiana della vita e dei suoi disagi. Il suo annuncio ha sempre un aspetto materiale: ella essenzialmente lavora, cura, serve, e aiuta tutti quanti sono in difficoltà. Ma proprio lì,  nella prassi della carità, comunica Cristo, la sua forza, la sua grandezza e la sua luce che traspaiono dalle sue azioni accompagnate da pochissime parole dense di significato perché indissolubilmente agganciate alla verità della vita e dell’amore.

Infine ciò ha un riflesso sulla vita della beata e sull’educazione della sua volontà che deve in tutto convertirsi e conformarsi a Gesù. La volontà si educa volendo ciò che essa non vuole, perché solo così, contrariamente ai motti dei filosofi (velle non discitur) si apprende a volere come si deve. Ma perché l’uomo si salvi, essa deve volere la virtù e rifiutare il peccato e noi dobbiamo saperla indirizzare cioè  tenere l’anima con briglie salde, e dominare come un cocchiere esperto i cavalli recalcitranti che tirano verso il basso.

Il criterio dell’obbedienza, che appare assoluto, non è quindi primario, essendo bensì il risultato pratico di un atteggiamento di fondo che mette Dio al primo posto e il prossimo al posto davanti, perché ella stessa, insieme al prossimo, giunga più vicina a Dio. Quindi obbedire agli uomini è strumento per obbedire a Dio. La nostra suora sembra realizzare compiutamente quanto esorta a fare l’Apostolo Pietro nella sua prima  lettera:

"State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni.  Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all'ignoranza degli stolti.  Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re. Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili. È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente;  che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio.  A questo infatti siete stati chiamati, poiché

anche Cristo patì per voi,

lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme:

egli non commise peccato

e non si trovò inganno sulla sua bocca,

 oltraggiato non rispondeva con oltraggi,

e soffrendo non minacciava vendetta,

ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con

giustizia". (1Pt 2,14-23)

Come si vede la sottomissione è un mezzo che dev’essere sempre utilizzato per l’edificazione di una personalità giusta e coerente con la volontà del Dio di Gesù Cristo, che naturalmente rimane il criterio assoluto. Questo per Liduina non è solo Parola, è vita vissuta e valore etico-religioso incarnato lungo un’intera esistenza. Non ho trovato stranamente questo passo assai significativo del NT tra le numerose citazioni scritturali e magisteriali  degli autori della biografia, benché continuamente sin dai propositi messi per iscritto dalla suora all’indomani della sua vestizione, se ne ritrovino echi evidenti. Ella si propone di non reagire, anzi di ringraziare per “qualche richiesta importuna […] per qualche gioia trascuratami […] quando vede travisate le [sue] parole […] per ogni accoglienza glaciale, per tutte le frasi aspre ed ingiuste, per l’altrui indelicata condotta […]”, sopportando “molestie”, “contrarietà”, “dispiaceri”, “offese” e altro ancora perché Dio la scusi, dimentichi i suoi errori, le sorrida, la faccia felice, la perdoni, sia clemente con lei, cioè in poche parole la tratti salvandola, come lei ha trattato il prossimo. Questo atteggiamento si manifesta in un’obbedienza, in un’umiltà, in una docilità attenta verso di sé e indulgente verso gli altri, che giustamente gli autori dicono essere un aspetto direttamente derivato dalla sua fedeltà. La potenza del cristianesimo è tutta qui: seguire Cristo è rendere un culto spirituale che non si distingue dalla pratica della carità, che sempre vi si associa, che mai vi si scinde e la pratica della carità è sempre fedele, cioè appassionatamente abbracciata allo sposo e indisgiungibilmente legata al suo essere via, verità e vita.

Ciò, contrariamente a quanto la critica filosofica astratta va sostenendo dai tempi di Nietzsche, non ha nulla di debole. Nulla vi è nella fede cristiana vissuta da suor Liduina di quel timore nei confronti della vita che, secondo il filosofo di Röcken, fa desiderare l’altro mondo, di quell’obbedienza che cerca di ammansire e raggirare il più forte, di quella strategia dell’erbivoro che difende se stesso chiamando la bestia da preda ad aderire forzatamente alla sua falsa mansuetudine. Nulla vi è di obliquo. Tutto è immediato e noi possiamo solo constatare stupiti quanta forza vi sia nell’umile debolezza della suora, quanta decisione, quanto dominio, quanta bellezza espansiva, quanta luce radiante, quanto coraggio virile… E anche quanta energia volitiva e fermezza, perché se è vero che a tutti ella si sottomette, ciò accade a gloria di Dio, senza la minima indulgenza per chiunque lo disprezzi con le parole e con i fatti. Al medico che nelle situazioni di difficoltà si lascia andare a continue bestemmie la nostra suora,  al solito così dimessa, rivolge un severo rimprovero: “La smetta di bestemmiare, dottore! Mi vergogno che lei sia un italiano”. D’altro canto, quando egli opera in situazioni di stress, volentieri ne accoglie i suoi sfoghi e pazienta di fronte alle sue indelicatezze, cui sempre seguono atti di riconciliazione. Con il suo istinto evangelico sveglio e profondo suor Liduina vede in questo medico mangiapreti una profonda passione per l’uomo. Perciò decide di accompagnarlo anche nelle situazioni più rischiose, essendo per esempio l’unica che continua ad assisterlo durante un intervento sotto le bombe inglesi, operazione che i due portano a termine in mancanza della possibilità di interromperla se non a costo della vita del paziente.

Questo naturalmente conquista, attrae, convince non solo il professionista in questione ma più vastamente tutti coloro che si avvicinano alla suora, tanto che anche dagli indigeni finirà per essere chiamata sorella “Gudda”, cioè la sorella maggiore che si preoccupa per tutti, che è grande nell’amore e nella dedizione, di cui ci si può fidare e cui ci si può affidare.

Ma tutto ciò ha un prezzo. Rimaste inascoltate tutte le raccomandazioni a risparmiarsi un po’, a riposare, a riprendersi dalle fatiche, suor Liduina deperisce rapidamente: il suo corpo, pur assoggettato a una volontà di ferro, non ce la fa. L’amore consuma. Un disturbo emorragico diventa sempre più importante fino a manifestare chiaramente un tumore all’utero. Acconsente alla fine a sottoporsi alle procedure terapeutiche, ma è ormai troppo tardi. I medici tentano un intervento disperato per allungarle la vita, benché in ogni caso il tumore, oramai diffusosi ad altri organi, sia inarrestabile. Tutta la maestria dei chirurghi e le attenzioni delle consorelle sono orientate a sostenerla. Anche gli inglesi che sorvegliano i prigionieri italiani rimangono stupiti per la mobilitazione di tutti in favore di questa piccola religiosa, tanto amata e rispettata. Purtroppo suor Liduina non sopravvive al complicato e lungo decorso post-operatorio, pur mostrando qualche episodio di miglioramento e di ripresa. Suor Liduina muore nella grazia di Nostro Signore Gesù Cristo alle 10.45 del 2 novembre 1941. I suoi funerali saranno accompagnati dall’affetto di tutti coloro che l’avevano conosciuta. Anche i mussulmani vanno in chiesa con il vestito buono, per onorare una donna santa che tanto si era prodigata per tutti. La sua tomba sarà ospitata dal cimitero degli italiani e rispettata nonostante l’inevitabile abbandono seguito alle vicende del dopoguerra. La salma sarà infine riportata a Padova nel 1961 ed è ora ospitata nella cappella a lei dedicata in corso Vittorio Emanuele II.

Suor Liduina si è conformata a Cristo e qui risiede la sua santità. Ella ha sperimentato in particolare la croce nelle forme della povertà poi nell’obbedienza e infine nella sofferenza. E non ha mai smesso di servire. Il modello è evidentemente il Servo sofferente (Is 52,13-53,12). Lei che non aveva bellezza, benché i suoi occhi limpidi emanassero un fascino e uno splendore molto al di là di ogni buona apparenza, lei che non aveva intelligenza o particolari doti intellettuali, lei che non aveva mezzi per imporre se stessa, ha avuto un destino non facile incontrando più spesso il dolore e la mortificazione che non la gratificazione e il riconoscimento. Eppure è stata scelta da Dio, proprio per confondere la sapienza e la potenza di questo mondo:

“Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza,  noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani;  ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili.  Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto:
Chi si vanta si vanti nel Signore”. (1 Cor 20-31).

La vita di suor Liduina è stata l’esibizione più fulgida di questa verità disarmante: tutto è ribaltato in Dio. Chi mette al centro della sua vita la sequela di Cristo si trova trascinato in un groviglio di misteriosi paradossi che rivelano la pochezza delle nostre unità di misura, il limite della nostra logica e la sconfinata forza del logos creatore di Dio. Egli ci ha posto in una terra inesplorata ma piena di sentieri, dove lo Spirito è nostra guida, il Figlio nostra forza e il Padre nostra meta. Chi adotta questo metro, spariglia le presuntuose giocate dei principati e delle potenze, delle glorie fuggevoli di questa vita, dei beni corruttibili di questo regno, e tutto salva nel più grande Regno promesso che fa nuove e belle tutte le cose di cui gli uomini e la storia hanno abusato. Alla chiamata del Signore ella ha risposto come rispondeva a tutti: “Sì, volentieri, subito”. Un motto della fede, della speranza e della carità: il sì della fede, l’assenso della volontà, e l’immediato impegno per la gloria di Dio e a favore del prossimo che rende fruibile il “non ancora” escatologico nel “già” di una vita piena di grazia e di libertà.