sabato 24 agosto 2019

Curiosità francesi (Italia, Europa, populismo, politica e cultura)


Forse il mio destino è quello di non piacere ai francesi, anche ai francesi che mi piacciono. Nella fattispecie si tratta di un gruppo di cattolici autentici, giovani, dinamici, che compie un'opera di formazione culturale e politica meritoria e interessante. Quando, attraverso un carissimo amico, mi hanno chiesto di rispondere ad alcune domande sull'attualità politica italiana, ho quindi risposto subito positivamente e con entusiasmo mi sono fatto mandare  i quesiti, ci ho pensato, ho scritto, ho re-inviato il tutto al mio amico il quale ha fatto un eccellente lavoro di traduzione, prima di riconsegnare il testo al responsabile del sito ... Dopo di ciò: una lunga attesa e infine una risposta evasiva sulla presunta difficoltà del mio scritto, che mi è sembrato un modo per dire: "Ci spiace ma non ci piaci...". Beh, che devo dire? Mi spiace di non piacere! Rimane il fatto che il sito in questione è ben concepito e lo consiglio (www.academiachristiana.org). Rimane il fatto che i suoi promotori fanno un ottimo lavoro. Prima che l'intervista invecchi troppo, però, la sottopongo al giudizio di  qualcuno dei miei amici che avrà voglia di perdere qualche minuto del suo tempo. Argomento: Italia, Europa populismo, politica e cultura. Buona lettura!
OGGI: 2 ottobre 2019 sono molto contento di smentire l'affermazione con cui ho esordito presentando l'intervista. Infatti è stata pubblicata al seguente link https://www.academiachristiana.org/single-post/2019/10/02/Les-faux-conservateurs-Salvini-et-limp%C3%A9ratif-culturel-entretien-avec-Massimo-Maraviglia .  Mi si conferma dunque  che la mia amicizia e stima nei confronti dei promotori di Academia christiana è ricambiata...ottimo!


1) Al di là del “fenomeno populista” (l’esistenza di vari capi di Stato, dall’Ungheria al Brasile, che pretendono difendere gli interessi del popolo di fronte a un élite del mondialismo) cosa Le ispira la parola “populismo”?
Populismo dice di un rapporto disarmonico tra popolo ed élite e della volontà di superare questa condizione sentita come ingiusta e/o oppressiva. In tal senso il populismo esalta il popolo contro le élites, esigendo di far sentire la propria voce nelle piazze, nelle istituzioni e nei luoghi dove si prendono decisioni per dare sostanza a una democrazia che nella sua versione formale e liberale tende a tradire in modo sempre più evidente il principio della “sovranità popolare”. Il termine è tuttavia denso di ambiguità, sia per il suo uso polemico, sia per la strutturale indeterminazione del concetto di popolo. Da un lato, infatti, “populismo” potrebbe essere definito come “tutto ciò che alla gauche caviar non piace” e che tale fazione politica bolla come insopportabile, incivile, retrogrado, reazionario, fascista etc. Quindi in tale ottica “populista” potrebbe essere il militante cattolico antiabortista, il piccolo imprenditore che protesta contro l’eccessiva tassazione, il dottrinario anticonformista alla Molnar o alla De Benoist, il politico conservatore, il politico progressista che dissente sui diritti civili per privilegiare quelli sociali, il prete, il padre di famiglia che vuole educare i suoi figli in modo tradizionale etc.  Le fantasie paranoiche della sinistre potrebbero nondimeno lasciarci abbastanza indifferenti se, per l’appunto, si potesse giungere ad una determinazione di che cosa sia “popolo”, offrendo alla nozione di populismo una definizione positiva più precisa e politicamente fruibile. Se  infatti il populismo non assume un’identità autonoma rispetto alle etichette dei suoi nemici, finisce col rappresentare un fantoccio da abbattere, sostanzialmente funzionale alla vis polemica e alla sete di potere dei difensori dello status quo. Allora in questo campo bisogna procedere oltre, proprio alla ricerca di un significato pregnante della parola “popolo” e della determinazione della sua funzione politico-culturale.

2. Da insulto lanciato dalla sinistra, è diventata una bandiera come quando Salvini evoca la necessità di un “internazionale populista”. Pensa che il termine “populista” sia recuperabile dalla destra radicale e cattolica e utilizzabile politicamente?
Ricollegandomi alla risposta precedente, è necessario secondo me procedere a un inquadramento teorico più profondo della questione. Un grandissimo intellettuale cattolico, che è al tempo stesso un notevole maître à penser della destra politica, Carl Schmitt, nel suo testo intitolato “La dittatura” ha trattato di una questione fondamentale per comprendere le declinazioni moderne del potere. Riferendosi a Emmanuel Joseph Sieyès, egli ha magistralmente rilevato la funzione del popolo: esso è il potere costituente cui ogni volta ci si può appellare quando il potere costituito risulta inefficace, ingiusto, incapace di produrre quell’ordine politico senza il quale le comunità degli uomini sono attraversate da un conflitto potenzialmente distruttivo. Ma che cos’è nello specifico un  pouvoir constituant? Esso "non si capisce se non come una ricerca del principio organizzatore non organizzabile" di tutta la vita associata. "Il rapporto tra pouvoir constituant e pouvoir constitué ha la sua perfetta analogia sistematica e metodologica nel rapporto tra natura naturans e natura naturata" e, aggiungerei, nel rapporto tra l'Uno e le sue ipostasi, tra la potentia absoluta Dei e il mondo, tra la Volontà e la sua oggettivazione, tra il Pensiero e il pensato, tra l'Essere e l'ente. In tale rapporto "il popolo, la nazione, forza originaria di ogni entità statuale, costituisce organi sempre nuovi. Dall'abisso infinito e insondabile del suo potere sorgono forme sempre nuove, che essa può infrangere quando vuole e nelle quali essa non cristallizza mai definitivamente il proprio potere. Essa può esprimere quando e come vuole la propria volontà il cui contenuto ha sempre il medesimo valore giuridico del contenuto di un dettame costituzionale; può quindi intervenire quando e come vuole con la legislazione, la giurisdizione o atti puramente fattuali. Esso diventa il soggetto illimitato e illimitabile degli iura dominationis, non necessariamente da circoscrivere al caso di emergenza. Non è mai autocostituentesi, ma sempre costituente altro da sé (in ciò la sua potenza ha un tratto razionale e non appare completamente informe: Dio può tutto, ma non può moltiplicarsi, n.d.r.); perciò il suo rapporto giuridico con l'organo costituito non si pone mai in termini di reciprocità. La nazione è sempre nello stato di natura, come dice il celebre motto di Sieyés...e tale affermazione ci parla ... del rapporto della nazione con le proprie forme costituzionali e con tutti i funzionari che agiscono a suo nome. La nazione è unilateralmente nello stato di natura, ha solo diritti e niente doveri; il pouvoir constituant non è vincolato a nulla, mentre i pouvoirs constitués hanno solo doveri e niente diritti. Donde la sorprendente conclusione che una parte rimane sempre nello stato di natura, mentre l'altra nello stato di diritto (o meglio di dovere). (Cfr. Carl Schmitt, La dittatura. Dalle origini dell'idea moderna di sovranità alla lotta di classe proletaria,  tr, it, di A, Caracciolo, Settimo Sigillo, Roma 2006, pp. 179-180). Questo approfondimento schmittiano ha tre pregi:  in primis ci riconduce al modo di essere del popolo con una strategia apofatica (cioè mediante una definizione per negazione: il popolo è ciò che non si può costituire, costituisce sempre l’altro da sé, ossia è  la fonte inoggettivabile e incostituibile di legittimazione di ogni costituzione; è muto ma rappresenta la fonte di ogni linguaggio politico; è inerte ma è la scaturigine di ogni azione…) che evita gli errori proiettivi di chi confonde la soggettività individuale con quella collettiva (ammesso che questa possa esistere), cioè di tutti coloro che parlano del popolo semplicemente amplificando le proprietà dell’individuo e facendone una sua ipostasi; in secondo luogo  coglie un aspetto fondamentale della modernità, ossia  la democrazia come avvenimento epocale della storia mondiale,  giacché la dottrina del popolo come pouvoir constituant rappresenta la massima valorizzazione giuridico-politica del  demos;  infine tale argomento possiede implicazioni  profondamente antimoderne perché allude a  una forza sorgiva del politico che, come ho accennato, è interpretata in modo schiettamente teologico-politico: il popolo non è che la secolarizzazione politica del concetto di Dio. Ora, l’appello al potere costituente del popolo, come fonte di legittimazione teologico-politica di ogni costituzione, mentre aveva una funzione rivoluzionaria nella polemica borghese contro la monarchia di diritto divino (solo Dio può essere posto contro Dio), acquisisce un valore controrivoluzionario rispetto alle forme più estreme di liberalismo tecnocratico. Come nella tradizione dell’Europa sive christianitas a Dio si poteva ricorrere contro il potere costituito quando esso tendeva ad assumere una veste tirannica, allo stesso modo il popolo nella modernità laica diviene oggetto di un appello ultimativo, quando il potere moderno a sua volta si fa tirannico. Ma l’appello al popolo, e Sieyès non se ne accorge, è tutt’altro che laico: come evidenzia una rilevante parte della riflessione politico-filosoifca medievale (si veda a titolo di esempio la sua recezione in F. Suarez  nei suoi  Tractatus de legibus e Defensio Dei), l’auctoritas venit a Deo per populum”. Lungi da rimanere confinato negli angusti limiti dei miti del ’89, il fatto di riferirsi al popolo diviene dunque un mezzo per riferirsi a Dio. La chiamata in causa di Dio nella sfera politica implica la convinzione che ogni sistema politico vigente non esaurisce mai le possibilità della convivenza e della ricerca della giustizia. Rispetto ad ogni sistema immanente Dio è la trascendenza. Il senso della sua entrata in gioco per populum è allora tutto da individuarsi nella ricerca di una trascendenza rispetto alla dimensione politica quando essa si presenti come onnipervasiva e oppressiva. Contro lo Stato a una dimensione, contro l’orizzonte totalitario del grande apparato oclocratico mondialista, il populista, dunque, chiama il popolo a riaffermare i suoi diritti, che sono al tempo stesso i diritti di Dio e di tutti noi.

3. Le sembra sensato il concetto di ”internazionale populista”?
Diffido delle “internazionali”, ma non per questo ritengo inutile che lo sguardo di chi fa politica attivamente superi i ristretti confini delle nazioni, anche e soprattutto quando si tratta di riaffermare il ruolo, la giustizia e la necessità dei confini stessi. Diceva Romano Guardini che l’essere è unito da quello stesso fattore che lo divide (cfr. L' opposizione polare. Saggio per una filosofia del concreto vivente). Così vale anche per la politica. Tutti i populisti sono uniti da ciò che li divide, cioè dalla difesa di un modo multipolare, diverso, libero e dinamico, in cui non vi siano superstati , super-tribunali e psicopoliziotti internazionali. Essi sono uniti, cioè, dalle loro identità diversissime che ognuno vuole preservare e alle quali ciascuno vuole garantire un destino storico. L’assunto di fondo è che l’umanità non esiste se non nei popoli: se si cancellano i popoli avremo qualcosa di diverso dall’uomo. Vincerebbe in questo malaugurato caso il modello antiumano del burattino globalizzato, uniforme, monoculturale. Sarebbe veramente il disperante apparire dell’ultimo uomo, dell’uomo veramente a una dimensione.

4. Cosa pensa dell’opera di Salvini?
Ho grande ammirazione per il nostro ministro del interni che in condizioni di accerchiamento mediatico e giudiziario compie la sua opera di difesa dell’identità e delle prerogative dell’Italia e degli italiani in modo deciso, convinto ed efficace. Credo tuttavia che egli abbia bisogno di comprendere che la sua opera non potrà compiersi senza che il seguito popolare si traduca nella stabile formazione di una mentalità diffusa. Ciò significa che il tema dell’egemonia nel campo della cultura è ineludibile. Pertanto quando Salvini dice che nelle elezioni europee la Lega manderà in Europa agricoltori, imprenditori, ingegneri e non filosofi, compie un madornale errore. Non ne faccio ovviamente una questione corporativa. Il problema è che il ministro mostra con questa dichiarazione quanto scarsa sia la sua considerazione della battaglia delle idee.. Ciò accade mentre il possesso monopolistico della produzione di cultura da parte della sinistra internazionale e globalista le consente di mettere in atto una serie di strategie sleali che, approfittando ogni volta in modo indebito dell’occupazione di posizioni di governo, promuove uno spostamento dell’asse della politica a sinistra squalificando tutte le possibili alternative. Quindi ogni volta l’opposizione di destra, comunque la si voglia definire, si trova costretta a moderarsi e ad accogliere pregiudizi, ideologie, e modi di pensiero dell’avversario, nel frattempo diventati dominanti. Questo diviene il prezzo per la rispettabilità ideologica quindi per l’agibilità politica in ogni settore. Di qui nascono i finti conservatori come Berlusconi, Tajani e Alfano in Italia, Rajoi in Spagna, i gollisti in Francia, la Merkel in Germania: tutta gente che fa politiche di sinistra grazie a un elettorato non di sinistra e a una sigla partitica “moderata”. Costoro poi rivelano il loro volto autentico, non appena sorge una contestazione radicale alla Weltanschauung progressista. In tali occasioni si trovano invariabilmente schierati a favore di quella sinistra che li sfrutta come utili idioti contro i “populismi”, i “rigurgiti fascisti, reazionari, razzisti etc.”, per poi ridigerirli con il premio di un potere o di un sottopotere alle sue strette dipendenze.  Ora per spazzare via questi idioti e per rompere veramente le uova nel paniere al progetto mondialista c’è bisogno di cultura e la cultura deve essere considerata un fattore politicamente centrale, se non si vuole cadere nei difetti di superficialità e sterilità che già negli anni Sessanta Thomas Molnar rimproverava  ai cosiddetto campo controrivoluzionario (cfr. Th. Molnar, La controrivoluzione). Che Salvini non si sia reso conto di ciò lo dimostrano non solo le sue dichiarazioni elettorali, ma la personalità assolutamente non all’altezza da lui scelta per svolgere l’importantissima funzione di ministro dell’istruzione. I primi atti di tale ministro dimostrano una rozzezza, una mancanza progettuale, una scarsità di consapevolezza culturale e quindi una resa ai dogmi del pensiero dominante assolutamente preoccupanti. Il caso del ministro Bussetti dimostra che senza cultura non c’è comprensione della realtà e ciò rende impossibile governare efficacemente, imprimendo una certa direzione alla società ed evitando di rimanere una simpatica e apprezzabile bolla di sapone in un incombente e divorante universo di sporcizia.

5. Come vede il futuro del Suo Paese e dell’Europa?
La  politica internazionale del governo sembra orientata difendere le ragioni dell’Italia in Europa. Ma ciò deve ricevere il carattere di un progetto di ampio respiro. Bisogna ripensare le relazioni internazionali nel nostro continente e definire il senso dello slogan circa “l’Europa dei popoli”. Quest’ultimo appare una suggestione interessante e del tutto condivisibile, ma senza darvi una declinazione economica, giuridica, politica e costituzionale  si rimane nel campo dei castelli in aria… e mentre noi ci accontentiamo dei castelli in aria, qualcuno qui in terra lavora indefessamente per il re di Prussia. Per ovviare a tutto ciò si deve ritornare a quanto detto prima: serve cultura. Non dico di abbandonare al loro destino gli ingegneri, ma cominciare ad ascoltare anche  qualche filosofo potrebbe essere un’opzione augurabile.








































N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

1.Populisme fait référence à un rapport disharmonique entre peuple et élite et à la volonté de dépasser cette condition perçue comme injuste et oppressive. Dans ce sens le populisme exalte le peuple contre les élites, exigeant de faire entendre sa voix dans les rues, dans les institutions et dans les lieux où on prend les décisions pour donner substance à la démocratie qui dans sa version formelle et libérale tend à trahir en manière de plus en plus évidente le principe de «souveraineté populaire». Le terme est toutefois dense d’ambiguïté, dans son usage polémique comme dans la structurelle indétermination du concept de peuple.  D’un coté en effet «populisme» pourrait être défini comme « tout ce que la gauche caviar n’aime pas » et que cette faction politique étiquette comme insupportable, incivile, rétrograde, réactionnaire, fasciste, etc. Dans cette optique «populiste» pourrait être le militant catholique anti-avortement, le petit entrepreneur qui proteste contre l’excessive taxation, le doctrinaire anticonformiste du type Molnar ou De Benoist, le politique conservateur, le politique progressiste qui n’est pas d’accord sur les droits civils et veut privilégier les droits sociaux, le prêtre, le père de famille qui veut éduquer ses enfants en manière traditionnelle, etc.  Les fantaisies paranoïaques des gauches pourraient nous laisser assez indifférents si on pouvait arriver à une détermination de ce qu’est le «peuple», offrant à la notion de populisme une définition positive plus précise et politiquement utilisable. Si en effet le populisme n’assume pas une identité autonome par rapport aux étiquettes de ses ennemis, il finit par représenter une marionnette à abattre, substantiellement fonctionnelle  à la vis polemica et à la soif de pouvoir des défenseurs du status quo. Alors dans ce domaine il faut aller au-delà, à la recherche d’une signification éloquente de la parole «peuple» et de la détermination de sa fonction politico-culturelle. 

2.En me référant à ma réponse précédente il est nécessaire selon moi de proceder à un encadrement théorique plus profond de la question. Un très grand intellectuel catholique qui est aussi un considérable maître à penser de la droite politique, Carl Schmitt dans son texte intitulé La dictature a traité d’une question fondamentale pour comprendre les déclinaisons modernes du pouvoir. En se référant à Emmanuel Joseph Sieyès il a magistralement relevé la fonction du peuple: il est le pouvoir constituant a qui ont peut s’appeler chaque fois que le pouvoir constitué résulte être inefficace, injuste, incapable de produire cet ordre politique sans lequel les communautés des hommes sont traversées par un conflit potentiellement destructeur. Mais qu’est-ce que c’est en fait un pouvoir constituant ? On «ne le comprend pas en dehors d’une recherche du principe organisateur non organisable » de toute la vie associée. Le rapport entre pouvoir constituant et pouvoir constitué a sa parfaite analogie systématique et méthodologique dans le rapport entre natura naturans et natura naturata», et j’ajouterais dans le rapport entre l’Un et ses hypostases, entre la potentia absoluta Dei et le monde, entre la Volonté et  son objectivation, entre Pensée et ce qui est pensé, entre l’Être et l’étant. Dans un tel rapport «le peuple, la nation, la force d’origine de chaque corps étatique constitue des organes toujours nouveaux. De l’abysse infini  et insondable de son pouvoir surgissent des formes toujours nouvelles qu’elle peut briser quand elle le veut et dans lesquelles elle ne cristallise jamais définitivement son propre pouvoir. Elle peut exprimer quand et comme elle le veut sa propre volonté dont le contenu a toujours la même valeur juridique du contenu d’une règle constitutionnelle; elle peut donc intervenir quand et comme elle le veut avec la législation, la juridiction ou actes purement factuels. Il devient le sujet illimité et illimitable des iura dominationis, pas nécessairement à circonscrire au cas d’émergence. Il n’est jamais auto-constituant mais toujours constituant d’autre que soi (en cela sa puissance a un caractère rationnel et n’apparâit pas complètement informe: Dieu peut tout mais ne peut pas se multiplier, NDLR); son rapport juridique avec l’organe constitué ne se met jamais en termes de réciprocité. La nation est toujours dans l’état de nature, comme dit le célèbre maxime de Sieyès…et telle affirmation nous parle…du rapport de la nation avec ses propres formes constitutionnelles et avec tous les fonctionnaires qui agissent en son nom. La nation est unilatéralement dans l’état de nature, a seulement des droits et pas de devoirs; le pouvoir constituant n’est lié a rien, tandis que les pouvoirs constitués ont seulement des devoirs et pas de droits. D’où la surprenante conclusion qu’une partie reste toujours à l’état de nature, tandis que l’autre dans l’état de droit (ou mieux de devoir)» (cf. Carl Schmitt, La dictature. Des origines de l’idée moderne de souveraineté à la lutte de classe prolétaire, tr, it de A. Caracciolo, Settimo Sigillo, Roma 2006, pp. 179-180). Cet approfondissement schmittien a trois mérites: in primis il nous reconduit à la façon d’être du peuple avec une stratégie apophatique (c’est-à-dire à travers une définition par la négation: la peuple est ceux que on ne peut pas constituer, il constitue toujours l’autre de soi, c’est-à-dire la source non objectivable et non constituable de légitimation de chaque constitution; il est muet mais représente la source de chaque langage politique; il est inerte mais il est l’origine de chaque action…) qui évite les erreurs projectives de qui confond la subjectivité individuelle avec celle collective (en admettant que celle-ci puisse exister), c’est-à-dire de tous ceux qui parlent du peuple simplement en amplifiant les propriétés de l’individu et en faisant  une hypostase à lui; en deuxième lieux il saisit un aspect fondamental de la modernité, c’est-à-dire la démocratie comme avènement capital de l’histoire mondiale, puisque la doctrine du peuple comme pouvoir constituant représente la plus grande valorisation juridique-politique du demos; en fin tel argument possède des implications profondément antimodernes puisque il fait référence a une force de source du politique qui, comme j’ai fait allusion, est interprété de façon sincèrement théologique-politique: le peuple n’est autre que la sécularisation politique du concept de Dieu. L’appel au pouvoir constituent du peuple, comme source de légitimation théologique-politique de chaque constitution, tandis qu’il avait une fonction révolutionnaire dans la polémique bourgeoise contre la monarchie de droit divin (seulement Dieu peut être mis contre Dieu), acquiert une valeur contrerévolutionnaire par rapport aux formes plus extrêmes de libéralisme technocratique.  Comme dans la tradition de l’Europa sive Christianitas on pouvait recourir à Dieu contre le pouvoir constitué quand il tendait ad avoir une veste tyrannique, de la même façon le peuple dans la modernité laïque devient objet d’un appel ultimatum quand le pouvoir moderne se fait à son tour tyrannique. Mais l’appel au peuple, et Sieyès ne s’en aperçoit pas, est tout autre que laïc: comme le met en évidence une part considérable de la réflexion politico-philosophique médiévale (voir à titre d’exemple sa réception dans F. Suarez dans ses Tractatus de legibus et Defensio Dei), l’auctoritas venit a Deo per populum. Loin d’être confiné dans les étroites limites des mythes de ’89, le fait de se référer au peuple devient un moyen pour se référer à Dieu. L’appel de Dieu dans la sphère politique implique la conviction que chaque système politique en vigueur n’exauce jamais les possibilités de la cohabitation et de la recherche de justice. Par rapport a chaque système immanent Dieu est la transcendance. Le sens de son entrée en jeu per populum est alors tout à individuer dans la recherche d’une transcendance  par rapport à la dimension politique quand elle se présente comme pénétrante partout et oppressive. Contre l’Etat a une dimension, contre l’horizon totalitaire du grand apparat d’ochlocratie mondialiste, le populiste appel donc le peuple à réaffirmer ses droits qui sont au même temps les droits de Dieu et de nous tous.            

3.Je me méfie des « internationales », mais ce n’est pas pour cela que je considère inutile que le regard de qui fait de la politique activement dépasse les frontières étroites des nations, aussi et surtout quand il s’agit de réaffirmer le rôle, la justice et la nécessité des mêmes frontières. Romano Guardini disait que l’être est uni par ce même élément qui le divise (cf. La Polarité. Essai d'une philosophie du vivant concret). Il en va de même pour la politique. Tous les populistes sont unis pas ce qui les divisent, c’est-à-dire par la défense d’un monde multipolaire, différent, libre et dynamique, où il n’y ait pas de super Etats, super tribunaux e psycho policiers internationaux.   Ils sont donc unis par leurs identités très différentes que chacun veut préserver et aux quelles chacun veut garantir un destin historique.  L’assertion est que l’humanité n’existe pas si non dans les peuples: si on efface les peuples on aura quelque chose de différent de l’homme. Dans ce malheureux cas gagnerait le modèle antihumain de la marionnette globalisée, uniforme, mono culturelle.  Ce serait vraiment la désespérante apparition du dernier homme, de l’homme vraiment à une dimension. 

4. J’ai grande admiration pour notre Ministre de l’Intérieur qui dans des conditions d’encerclement médiatique et judiciaire accomplit son œuvre en défense de l’identité et des prérogatives de l’Italie et des italiens en manière décidée, convaincante et efficace. Je crois toutefois qu’il ait besoin de comprendre que son œuvre ne pourra pas s’accomplir sans que le soutien populaire ne se traduise dans une stable formation d’une mentalité diffuse. Cela signifie que le thème de l’hégémonie dans le domaine de la culture est inévitable. C’est pourquoi quand Salvini dit que aux les élections européennes la Lega enverra en Europe agriculteurs, entrepreneurs, ingénieurs et pas des philosophes il commet une erreur colossale. Je n’en fait évidemment pas une question corporative. Le problème est que le Ministre montre avec cette déclaration combien est faible sa considération pour la bataille des idées…Cela advient pendant que la possession monopolistique de la production de culture de la part de la gauche internationale et globaliste  permet à cette même gauche de mettre en acte une série de stratégies déloyales qui, en profitant chaque fois en manière indue de l’occupation de positions de gouvernement promeut un déplacement de l’axe de la politique à gauche en disqualifiant toutes les possibles alternatives. Donc chaque fois l’opposition de droite, indépendamment de comment on veuille la définir, se trouve contrainte à se modérer et à accueillir des préjugés, idéologies, et façons de penser de l’adversaire, devenus entre temps dominants.  Cela devient le prix pour la respectabilité idéologique et donc pour la praticabilité en chaque secteur de la politique. De là naissent les faux conservateurs comme Berlusconi, Tajani et Alfano en Italie, Rajoy en Espagne, les gaullistes en France, Merkel en Allemagne: toutes personnes qui font des politiques de gauche grâce à un électorat qui n’est pas de gauche et à une affiche de parti « modéré ». Ces personnes révèlent leur vrai visage dès qu’apparait une contestation radicale à la Weltanschauung progressiste. En de telles occasions ils se trouvent invariablement positionnés en faveur de cette gauche qui les exploite comme idiots utiles contre les « populismes, les résurgences fascistes, réactionnaires, racistes, etc. », pour les rediriger avec une récompense d’un pouvoir ou d’un sous-pouvoir à ses étroites dépendances. Maintenant pour balayer ces idiots e pour casser vraiment les œufs dans le panier au projet mondialiste il y besoin de culture et la culture doit être considérée un facteur politiquement central, si on ne veut pas tomber dans les défauts de superficialité et de stérilité que déjà dans les années ’60 Thomas Molnar reprochait au soit disant camp contrerévolutionnaire (cf. Th. Molnar, La contrerévolution). Que Salvini ne se soit pas rendu compte de cela le démontrent non seulement ses déclarations électorales, mais aussi la personnalité qu’il a choisie pour la très importante fonction de Ministre de l’Instruction, absolument pas à la hauteur de cette fonction. Les premiers actes de ce Ministre démontrent une grossièreté, un manque de projet, une faiblesse de conscience culturelle et donc un abandon aux dogmes de la pensée dominante absolument préoccupante. Le cas du Ministre Bussetti démontre que sans culture il n’y a pas de compréhension da la réalité et cela rend impossible gouverner efficacement, en imprimant une certaine direction à la société et évitant de rester une sympathique et appréciable queue de poisson dans un imminent et dévorant univers de saletés.

5.La politique internationale du Gouvernement semble être orientée à défendre les raisons de l’Italie auprès de l’Union Européenne.  Mais cela doit avoir le caractère d’un projet de grande envergure. Il faut revoir les relations internationales dans notre Continent et définir le sens du slogan concernant « l’Europe des peuples ». Cela semble une suggestion intéressante et tout à fait acceptable, mais ne pas lui donner une connotation économique, juridique, politique et constitutionnelle, équivaut à rester dans le concept de bâtir des châteaux en Espagne… et pendant que nous nous contentons de bâtir des châteaux en Espagne il y a quelqu’un qui sur la terre travaille pour le Roi de Prusse. Pour remédier à tout cela il faut revenir à ce qui a été énoncé précédemment: il faut la culture. Je ne dis pas d’abandonner à leur destin les ingénieurs, mais que commencer à écouter aussi quelques philosophes pourrait être une option souhaitable.   

Tr. fr. di Marco Giori



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