giovedì 30 marzo 2023

Un'occasione per la scuola. Appunti per una politica della cultura e del merito

 


di Gino Pincini e Massimo Maraviglia

Da un punto di osservazione interno al mondo della scuola e a partire da un costante impegno politico alla ricerca del bene comune, vorremmo sottolineare alcune questioni che paiono di primaria rilevanza per connotare la stagione dell'attuale governo come un momento di autentica svolta nel campo della cultura, a partire naturalmente dall'istruzione, così positivamente segnato da una dinamica partenza all'insegna del merito.

1) Propriamente attorno al merito si possono determinare nuovi assetti di tutto il comparto, riposizionati attorno al tema della qualità culturale dei servizi formativi, contrapposta alla tematica della scuola come forma di assistenza sociale e di addestramento meccanico al problem-solving economico-produttivo. Quindi conoscenza e critica contro competenza e conformismo, nella consapevolezza che anche al mondo economico servono forme di iniziativa e di governo riflessive, consapevoli, capaci di sguardi complessivi con i quali le sfide del futuro possono essere comprese, affrontate e vinte.

Dentro questo quadro generale si possono definire alcuni ambiti di intervento:

2) Considerare il ruolo degli apparati tecnologici affinché il (troppo) denaro investito dal Piano scuola 4.0 non serva a generare una tecnologizzazione effimera e controproducente della didattica, ma sia posta al servizio di scopi aventi una precisa finalità di formazione culturale. Le aule rotonde e le stupidaggini sul cosiddetto setting della classe non generano apprendimento, ma sono un aggiornamento del triste esperimento dei banchi a rotelle; allo stesso modo la digitalizzazione ossessiva veicola l'errata convinzione che la comodità tecnologica possa essere un valido sostituto dell'impegno soggettivo. Dunque, sarebbe necessario indirizzare, per quanto possibile, le energie della scuola su progetti ben lontani dall'inconcludenza di coloro per i quali la cultura è un episodio, un pretesto, un assaggio senza profondità, storia, contenuti organici e razionali da acquisire e gestire. L'orientamento dovrebbe essere quello di valorizzare le tecnologie informatiche come funzioni della cultura e non viceversa.

3) Concepire il sostegno didattico allo studio non come sussidio di Stato – una sorta di reddito di cittadinanza per renitenti alla scuola - ma come prassi culturale, contenutistica e disciplinare in grado di determinare un concreto progresso nello sforzo di apprendimento dello studente, connesso alla concreta valorizzazione delle sue attitudini e del suo impegno. L’unico ausilio per offrire a ciascuno una chance di successo nella vita scolastica non è il cosiddetto insegnamento ad apprendere, fumoso chiavistello per l’onniscienza che si vorrebbe fornire con la magica bacchetta delle nuove pedagogie, ma allo sforzo per apprendere, vera condizione (necessaria sebbene non sufficiente) di ogni attività conoscitiva, cui gli studenti più in difficoltà spesso sono disabituati.

4) Di contro al sistematico assottigliarsi dello spessore conoscitivo della scuola, la riflessione su alcuni programmi disciplinari si impone. La storia non può certo essere considerata marginale. Al contrario, l'unico antidoto all'appiattimento unidimensionale dell'istruzione a cassetta degli attrezzi e a libretto di istruzioni per l'accesso all'età adulta e lavorativa, appare essere una storicizzazione radicale dell'offerta formativa. Ovunque le ideologie dominanti propongono il dogma, bisogna rispondere con la storia, ovunque vi sia un imperativo tecnico bisogna opporre una decostruzione storica, ovunque il presente invada con le sue necessità e chiuda gli orizzonti, il passato deve riaprirli per mostrare che le possibilità non sono determinate e le scelte mai scontate né obbligate. La storia libera e dinamizza laddove i meccanismi socio-politici e le routines culturali bloccano e paralizzano. Ecco allora la necessità di rivedere il ruolo di questa materia nei diversi ordini e gradi reintroducendo quella antica dalla primaria e offrendo ai ragazzi quella possibilità di ritorno sugli stessi temi e periodi a differenti livelli di approfondimento che è essenziale per frequentare le proprie tradizioni e il proprio passato senza limitarsi alle spruzzatine estemporanee di scenette storiche disorganiche, isolate, e prive di essenziali punti di fuga prospettici. La storia antica, quindi, va affrontata anzitutto come forma di acquisizione di una salutare distanza dal presente: l’allievo grazie ad essa avrà modo di riflettere gradualmente, fin da bambino, sulle dinamiche collettive delle azioni umane partendo da narrazioni che hanno popolato l’immaginario di infinite generazioni che l’hanno preceduto. Potrà farlo con passione, secondo la propria sensibilità e al contempo al riparo da ogni forma di visceralità. Riteniamo che una smodata somministrazione di attualità in mancanza di prerequisiti cognitivi possa solo disorientare, provocando due fenomeni reattivi altrettanto patologici: la disaffezione verso il presente (fenomeno oggi di proporzioni preoccupanti) o l’incapacità di valutare lucidamente i fatti contemporanei e recenti. Non è poi retorico dichiarare apertamente che lo studio della storia e della civiltà greco-romana prepara ad acquisire la necessaria confidenza con quella tradizione classica che noi sentiamo come primato morale e civile degli italiani insieme a quella cristiana, ma che nei secoli si è irradiata nel mondo, diventando un patrimonio di civiltà condiviso perfino oltre i confini del mondo occidentale. Infine, in quanto storia plurale, essendo stata l’Italia un costante crocevia di popoli, culture e consuetudini, tale ambito va visto come essenziale strumento di educazione politica, alla convivenza, al diritto, e in quanto condivisione del comune e antico retaggio richiamato anche dai Grandi della nostra letteratura, come sprone al sacrificio per il bene della propria comunità vissuto come l'ethos classico che ci accomuna e consolida le nostre vite individuali. Ma poi anche la storia medioevale e moderna deve connotarsi come l'apertura alle radici comuni di civiltà che hanno contrassegnato i popoli europei, molto al di là delle odierne asfittiche burocrazie continentali. Alla luce di queste priorità, vorremmo ribadire, il contemporaneo va dosato con saggezza e prudenza. All'estensione fino all'altro-ieri, va preferita una conoscenza "intensiva" del Novecento con un approccio più critico alle fonti e con meno preoccupazioni di carattere cronachistico (molto esposte ai rischi di ideologizzazione e strumentalizzazione pseudo-politica). Da questo punto di partenza, la storicizzazione dei programmi, in linea con la più autentica tradizione italiana, dovrebbe attraversare tutte le materie, comprese quelle scientifiche e matematiche, laddove la conoscenza non solo della legge, del teorema e della sua articolazione razionale ma anche degli sforzi umani compiuti per guadagnarla e degli infiniti dibattiti, tentativi ed errori che costellano il cammino del sapere, consentirebbe un'assunzione critica e assai più feconda dei loro contenuti.

Questi sono solo alcuni temi che si dovrebbero mettere al centro di una discussione sulle politiche scolastiche, avvertendo ora più che mai che il fanciullo che i Greci chiamavano kairòs e noi indichiamo con il termine occasione, sta passando e va afferrato per la sua lunga chioma prima che scompaia dall'orizzonte, lasciando alle sue spalle le rovine di una scuola sempre più appiattita sulle derive del pedagogismo progressista,  mai contrastato e anzi spesso sostenuto dalla colpevole inconsapevolezza dei passati ministeri di centro-destra.


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