Visualizzazione post con etichetta Nietzsche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nietzsche. Mostra tutti i post

martedì 14 aprile 2020

Per una primavera di bellezza: Nietzsche, d’Annunzio e la storia del Novencento in un prezioso volumetto di Francesco Ingravalle



Sono molto orgoglioso di aver avuto una parte nella stesura di un preziosissimo volumetto: Francesco Ingravalle, Per una primavera di bellezza. Due fioriture. Una infiorescenza, AR, Padova 2019. Quando invitai Francesco Ingravalle a tenere una conferenza per i miei studenti liceali su d’Annunzio e Nietzsche, lo feci da un lato perché conoscevo il valore di studioso del nostro Autore, dall’altro per una questione di pancia. A volte dalla pancia nascono le  fioriture della ragione – tanto per restare nel tema del titolo e del sottotitolo, che tornerò a considerare. La pancia prende il sopravvento quando, per motivi estrinseci si è costretti a scontrarsi con una ridondante e ritornante produzione culturale, ormai trasformata in slogan, ormai cristallizzata in forme date che divengono per questo tanto più insopportabili quanto più s’ammantano di una verità quasi intoccabile. Una di queste era ed è la presunta superficialità di d’Annunzio lettore di Nietzsche, dentro l’eterno ritorno della presunta superficialità dell’estetismo dannunziano. Due macigni ideologici che, riconoscendo l’onore delle armi della maestria tecnico versificatoria, hanno inutilmente cercato di depotenziare l’enorme fascino della produzione del Vate pescarese, che seduce anche a misura della sua vita e, pericolosamente, della sua grande politica.
Ebbene, l’Autore, gentilmente assecondando quel mio personale sentimento di rivolta, gli ha offerto una quadro ermeneutico forte, intelligente, non privo di fascino, ma anche provocatorio, perché fuori dagli schemi ideologici facili e dalle facili contrapposizioni. Di qui sorge, nelle sue pagine - che nascono dal vissuto di un incontro con ragazzi attenti e, se non in grado di cogliere tutte le sfumature del suo intervento, perfettamente consci della sua profondità e serietà - la visione finalmente appagante del perfetto incastro tra Nietzsche e d’Annunzio.  È l’idea assolutamente fuori moda dell’uomo superiore a fare da cerniera. L’idea di un’arte che consiste nella forma spirituale offerta al mondo dall’uomo-demiurgo, creatore di sé e perciò dominatore del mondo: Nietzsche e d’Annunzio e la forma come auto creazione, l’ordine come istanza di superamento di sé che necessariamente investe l’intera realtà. Con le parole di Giorgio Locchi, potremmo dire: sovrumanismo. 
Ma d’Annunzio non è una rondine che (non) fa primavera. Si tratta di una vera e propria  primavera di bellezza giunta al suo pieno sviluppo, se si pensa alla congerie da cui vengono, una volta passato l’inverno del conflitto mondiale, Fiume, Mosca, San Sepolcro. Aria fresca di rivoluzione dove convergono i semi di Marx e Nietzsche che, da maestri del sospetto, diventano maestri di invenzione tra le mani di Lenin, Mussolini, d’Annunzio. Forse sono le ceneri della civiltà cristiana sconfitta? O forse è una brace sovrumanista che ha resistito allo sfacelo della borghese cristianità stabilita, quella in cui era degenerata l’Europa di Novalis, nella routine dei contrapposti clericalismi di Kant e La Mettrie: religione nei limiti della pura ragione  e ragione nella cecità di una pura religione della materia. Come che sia, ci si trova in una casa nuova, bella e spaziosa, finalmente a misura, finalmente degna di accoglierci – e noi degni di appartenervi -  in questa rarefazione delle vette alle quali d’Annunzio conduce sotto la guida spirituale di Nietzsche. Anche e soprattutto laddove i due artisti, della poesia e della filosofia, si confrontano con la storia e la politica, cogliendo profeticamente l’era delle masse e il sorgere da essa di una nuova gerarchia. Un nuovo mondo dello spirito deve necessariamente prodursi se si sa ascoltare il bisogno di uomini differenti che origina dalla marea torbida dell’uguaglianza. Dalla democrazia la tirannia, diceva Platone, ma il tiranno non è più l’oppressore che in fondo condivide la bassezza degli oppressi, come sottolineava l’aristocratico Platone nella sua opera scritta, ma è l’amorale virtuoso che raccoglie le nascoste simpatie del fondatore dell’Accademia. Non il noioso maestro di morale, alla Socrate, ma il gioioso e arrogante Callicle, il veritiero Trasimaco, autentici progenitori spirituali del duca Valentino, dello stesso d’Annunzio  e di Mussolini, italiani questi ultimi, cioè figli degli Elleni, per i quali canta il Barbaro enorme/che risollevò gli iddii sereni/ dell’Ellade su le vaste porte/ dell’Avvenire. Così recita lo stesso d’Annunzio,  nel necrologio in versi che egli dedica a Nietzsche: Per la morte di un distruttore, prima che la storia e la politica gli offrissero l’occasione di far rivivere quella sublime barbarie sulle sponde dell’Adriatico. Ma, lungi dall’offrire lo spettacolo di quella nuda potenza che alcuni credono destinata necessariamente all’ingiustizia – pregiudizio liberale di quei borghesi che, mentre affamavano gli operai e i contadini, difendevano dagli scranni dei Comuni i “diritti dell’individuo” -  la fantasia politica del poeta-tiranno  seppe generare un nuovo socialismo che non era “dottrina e partito dei risentiti per invidia, di compassionevoli per dovere, di fanatici per fede […] ma teoria e movimento di buoni per sovrabbondanza, di scettici per amore dell’esperimento”, che cioè smise di essere “un fatto plebeo, per cominciare a diventare un grande fatto aristocratico”[1].
Non solo, però,  il socialismo può essere aristocratico; quello che intuirono d’Annunzio e tutti coloro, non escluso Mussolini, che trassero la lezione etico-spirituale della Grande guerra, grazie alle lenti fornite dal filosofo di Röcken, fu che una nuova aristocrazia è possibile solo su basi autenticamente socialiste: “Lo spazio per una nuova gerarchia esclusivamente qualitativa è libero, quindi; liberato, si potrebbe dire, dalle impurità generate dalla proprietà dei mezzi di produzione e dalla signoria privata sul credito”. Il socialismo, dunque, non solo, come sappiamo da Nietzsche, è la massa che ha bisogno di un capo, cioè di un uomo superiore, dominatore di sé stesso, prima che del mondo, artista della forma, poeta della realtà, ma è, come sappiamo da Marx, la grande livella delle finte gerarchie, fondate sul ricatto del denaro e sulla schiavitù di un macchinismo mai completamente capito e pertanto mai dominato. Così la fioritura della speranza d’Europa, la repubblica dei combattenti e dei poeti guidata dal Comandante italiano, fu possibile dopo quella del martello filosofico nietzschiano. Due fioriture concimate dal puzzolente sterco dell’Ottocento, liberalismo, democrazia e socialismo, di cui si colsero in Marx le proprietà nutritive.
Ne nacque alla fine, non a mo’ di esperimento, ma per stabile volontà politica e per scommessa storica l’infiorescenza fascista. Qui i gusti floreali del nostro Autore e dell’Editore divergono, come fa notare la prefazione. Lo sguardo storicamente disilluso del primo vi vede “una formazione storico-sociale interna all’avventura del capitalismo monopolistico e della reazione degli agrari”, nella quale le masse hanno manifestato e ribadito la loro tendenza costante “a scegliere capi piuttosto pittoreschi ai quali delegano il governo, , aspirando non a governarsi ma a essere soddisfatte, appagate, placate”. Esse a ragione del fatto che “non hanno virtù intellettive”, ma “amano o odiano, come hanno rivelato Gustave Le Bon e Sigmund Freud”, danno la loro preferenza a “capi-popolo”, “demagoghi”, “manipolatori-manipolati”. Così il regime di un Mussolini, non più giovane duca Valentino di piazza San Sepolcro ma vecchio Rodolfo Valentino di piazza Venezia, prende le coloriture horror che sembrano dargli i pittori della Terza Internazionale.
 A tale conclusione si deve arrivare per mezzo di una considerazione storica, non essenzialistica. Con le essenze si fa metafisica, siano esse quelle dell’ur-fascismo di Eco – culto della tradizione, rifiuto della modernità, ostilità alla diversità, elitismo, populismo qualitativo e neolingua totalitaria -  o del fascismo spartano di Bardeche – senso dell’onore, coraggio, vigore, rispetto della parola data, pubblica responsabilità. Ingravalle preferisce alla metafisica, e alle discussioni infinite che nascono dalle sue antinomie, la storia di cui vi è scienza grazie all’intuizione sensibile dei fatti. Ma poi, siccome i fatti sono nulla senza interpretazioni, anch’egli ha bisogno un pizzico di quidditas sociologica e/o psicologica: il fascismo non è un’essenza etica, ma una sequenza di fatti che esprime alcune costanti dell’interazione sociale e della vita emotiva delle collettività. Quindi egli discute dell’ur-fascismo di Eco, comparandolo genialmente con Bardeche, con cui il primo ha una parentela di forma ma non  di contenuto: due fascismi, due essenze, da una stessa propensione interpretativa “platonica”. Poi vi oppone la sua prospettiva come si opporrebbero i concetti dell’intelletto pieni di vita concreta alle vuote idee di ragione. Ma anche quest’ultime manifestano un forte valenza conoscitiva. Verso quale orizzonte spingere l’interpretazione storica: ogni storico, anche il più empirista come De Felice ha le sue idee di ragione, cioè i suoi orizzonti essenziali, la sua metafisica necessaria. In essa rientrano mille opzioni, mille determinazioni, mille storie, mille vissuti, che differenziano le vie di ricerca. Nella mia personale vi è l’individuazione delle radici sansepolcriste lungo tutta l’esperienza fascista, dove il regime non è mai riuscito a soffocare il movimento e il movimento, attingendo costantemente alle fecondità dionisiaca della vita, mai ha rinunciato a imprimere la sua direzione al regime. Ciò non è indifferente. Ci sono le fioriture prima dell’infiorescenza. Ci sono Nietzsche a d’Annunzio nell’humus fecondo dove affondano le radici fasciste. L’ur-fascismo di Eco vorrebbe essere il diserbante intellettuale di quelle radici. Una sorta di glifosato storiografico prodotto dalla multinazionale democratica dei salotti chic che tuttavia rimane alla superficie, intossicando solo quei due centimetri di terreno accessibili alla propaganda e ai circoli mediatici. Ma la profondità è altra cosa. Dove arrivano le radici lì dovrebbe arrivare l’interpretazione. Dove non gelano le radici, parimenti non gela la scienza.
Ciò mi mette forse sulla medesima lunghezza d’onda dell’Editore, in divergente accordo con lui, data qualche opzione fondamentale  che ci separa, e in convergente disaccordo con l’Autore, data la preziosa raffinatezza di un testo d’occasione che, per come è stato concepito,  rappresenta, mediante un coacervo di pensieri, dottrine, immagini, storie, opere e giorni, un piccolo universo etico politico. Qui interagiscono le idee di ragione di ciascuno: la sua anima, il suo Dio, il suo mondo, ma tutte stanno dentro una ben rotonda sfera, quella del primato assoluto dello spirito, dove c’è spazio per i contrasti e per la nobile armonia che da essi si dischiude.



[1] G. Pasqualotto, relazione al convegno Nietzsche e la cultura contemporanea dell’Istituto Gramsci Veneto (giugno 1981), in G. Accame, Nota sull’Evola moderno, in R. Melchionda, Il volto di Dioniso. Filosofia e arte  in Julius Evola, Basaia, Roma 1984, p. 13.

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

giovedì 19 settembre 2019

Nietzsche e i Soviet (Daniel Halévy)




titolo originale: Ce que penserait  Zarathoustra de l'U.R.S.S., in  “La Petite Gironde” (19/9/ 1931),  p. 1; ristampato con il titolo Nietzsche et les Soviets in Idem, Courrier d'Europe, Paris, Grasset, 1933.

Ringrazio Francesco Ingravalle per avermi fornito una copia del testo e per l'interessante e dotta conversazione con cui mi introdotto ai vasti orizzonti di Halévy

traduzione italiana di Bernadette Ceolin


Daniel Halévy (1872-1962), romanziere (Storia di quattro anni), filosofo (Saggio sull'accelerazione della storia), storico delle idee e biografo (Nietzsche), grande, diremmo oggi, promotore culturale, amico di Marcel Proust, dei Bizet, di Edgar Degas (Degas parla), è un gigante della cultura francese della prima metà del Novecento. Sempre profondo e anticonformista, è una fucina di pensieri e immagini che penetrano a fondo nel significato delle vicende umane, con i loro trionfi e le loro tragedie. Presentiamo qui un testo di grandissimo spessore che, nella sua brevità, illumina al tempo stesso il grande filosofo di  Röcken e uno degli eventi fondamentali del secolo XX ... un filosofo che oggi più che mai affascina, un evento che ancora oggi interroga e inquieta. (MM)

Che cosa penserebbe Nietzsche della rivoluzione russa?
Non mi piace questa domanda, non mi piace che si facciano parlare i morti, che si sostituiscano le loro invenzioni con ipotesi, citazioni, frasi riprese e incollate le une dopo le altre. “Una voce manca, ha scritto Péguy, nulla la supplisce.” Ed è vero. Ma poiché il problema lo hanno posto altri, poiché Jean Guéhenno nella sua rivista Europa, e non distante da lui Charles Andler, interrogandolo e approvandolo, hanno proposto e trovato delle consonanze tra il dramma della rivoluzione russa e le prospettive tragiche scoperte da Nietzsche, tocca a noi e a modo nostro riprendere la ricerca, provare a trovare nei dedali dell’opera di Nietzsche gli elementi di una risposta.

Che Nietzsche abbia trovato necessaria, prossima, ineluttabile, la gestione unitaria del globo; che abbia per di più dichiarato necessario per la riuscita di una tale gestione, l’avvento di una élite inaccessibile alla pietà, capace di spezzare, di annientare tutto ciò che ha perso il diritto di esistere, ciò non lascia il minimo dubbio. C’è di più: Nietzsche ha scritto che tale élite distruttrice verrebbe da quella Russia in cui sonnecchia un’antica volontà da secoli a riposo.  “Quella Russia”, scriveva, “dove una prodigiosa riserva di volontà conquistatrice si accumula oggi, deve diventare padrona dell’Europa e dell’Asia...”

Vi sono dei tratti di profezia, ma di una profezia molto lontana, molto ignorante dei tempi in cui viviamo. Nietzsche non sospettava che potesse esistere una Russia marxista. Avrebbe ammirato l’entità e l’energia delle distruzioni compiute dai rivoluzionari russi? E’ quanto Jean Guéhenno si azzarda ad affermare ed è ciò che io non penso. L’avrebbe forse presa in considerazione un attimo per la forza che testimonia, ma l’applicazione di questa forza, l’avrebbe detestata. Una delle sue caratteristiche è la ripugnanza che gli ispirano sempre i movimenti massivi che costituiscono la storia. Egli ammirava il fuggevole risplendere di qualche individuo, Napoleone, Cesare, o di qualche gruppo di individui, una tale scuola, una tale corte, una tale casta in un tale secolo; e per ammirarli, li separava dalle masse che essi dominavano per un po’. Aveva abbandonato Wagner quando Wagner aveva accettato di diventare il grande uomo dei patrioti del Reich; aveva vilipeso l’impero tedesco, era fuggito da esso, preferendo la solitudine, la vita oscura, al contatto con l’immenso Stato vincitore che gettava la sua ombra sull’Europa. Possiamo pensare che oggi ammirerebbe lo Stato sovietico? Che aderirebbe o consentirebbe la minima approvazione a quella forza vittoriosa? E perché? A causa della violenza dei colpi inferti a società disprezzate, alle democrazie borghesi del mondo moderno? Certo, Nietzsche amava la spada, ma egli aveva l’anima esigente, guardava alle mani che portavano l’arma, egli voleva che un giustiziere le avesse assolutamente belle. Ora lo Stato sovietico, con il suo dogmatismo fanatico, il suo americanismo ingenuo, sarebbe apparso a Nietzsche molto poco moderno, e una maschera di crudeltà non avrebbe affatto ammansito il filosofo.
Sì, Nietzsche aspettava la catastrofe. Questo essere stupendamente sensibile che indovinava il temporale, ne soffriva a due giorni di distanza, non aveva alcun dubbio sul destino dell’Europa. Lucido come una Cassandra, egli scorgeva i baratri. La catastrofe, soprattutto nelle sue ultime opere, ha un posto considerevole, ha la forza di una ossessione. Egli pensa che un castigo enorme si trova in capo a questa decadenza. Castigo, catastrofe, sono solo parole. Sotto queste parole che cosa metteva Nietzsche, possiamo saperlo?
Lo possiamo, visto che spesso ha cercato di discernere le grandi linee dell’evento, le ha scritte in molti appunti, i più importanti dei quali datano nel 1888. Prima di tutto verrà il socialismo; la sua venuta è inevitabile; si insedierà nelle grandi città, dominerà le folle urbane. Tutto ciò avverrà senza catastrofe: è un progredire naturale sulla china verso la quale scivoliamo. La catastrofe verrà dopo la vittoria del socialismo, ne sarà l’effetto. Il socialismo concluderà la rovina già così inoltrata dell’energia umana. Allora imperverseranno le grandi nevrosi, allora avrà luogo un accasciarsi, un annientamento degli individui. Saranno maturi per essere castigati, e il castigo sarà la conclusione della catastrofe. Quali saranno gli uomini energici che restaureranno le gerarchie? Saranno quelli che saranno scampati alle nevrosi, che avranno saputo trovare, aldilà del nichilismo stesso e dei suoi cedimenti, delle certezze, dei valori e delle nuove virtù.
Da dove verranno? Anche su questo Nietzsche aveva elaborato delle idee che non possiamo conoscere. Durante le sue meditazioni, le sue passeggiate solitarie, si divertiva a immaginare una storia più brillante e più spirituale della storia vera in cui il tetro e il basso quasi sempre prevalgono; con mano rapida annotava le sue fantasie, e noi oggi leggiamo fino al minimo pezzo di carta dell’instancabile scrittore. Prussiano e in fondo, io credo, fiero di esserlo, Nietzsche ammirava il corpo degli ufficiali prussiani. Egli stimava che in esso sussistesse una energia utile. Ma la sua stima non era senza riserve. Egli stimava che gli ufficiali prussiani avessero un’intelligenza limitata, triste, priva di grazia e d’ingegnosità. Le loro donne, soprattutto, non possedevano alcun genio. Ed ecco il rimedio, Nietzsche lo ha ben presto trovato: i gentiluomini prussiani sposeranno delle belle ebree, ardenti, nervose e abili. Probabilmente, c’è l’imbarazzo di una prevenzione, di un pregiudizio. Ma diamine, “la salvezza dell’Europa vale bene   il sacrificio di un pregiudizio.” Si deve osservare che qui Nietzsche è d’accordo con Bismarck, il quale, signorotto esperto di allevamento, trovava molto interessanti i risultati ottenuti con l’incrocio di uno stallone germanico e una giumenta ebraica.
Ecco dunque Nietzsche un attimo divertito da questa visione di una Europa punita, dominata, da una casta originale, giudeo-prussiana, e interamente di sua invenzione. Ma era solo un divertimento. Talvolta, più volentieri e più spesso, pensava agli Slavi, alla loro violenza, alla loro raffinatezza, al loro mistero, alle loro donne così seducenti. Siamo nel 1888, non c’erano popoli rivoluzionari nella Russia di quell’epoca, ma alcuni settari capaci di abnegazione, di sacrifici assoluti, e di fronte ad essi una dinastia, una alta amministrazione, una Okrana altrettanto temuta quanto oggi la Ceka. Andiamo avanti di qualche anno, immaginiamo Nietzsche vivo nel 1905; egli ha sessant’anni, un’età vigorosa ancora; ascolta Stravinsky, guarda Nijensky, la Karsavina, i meravigliosi balletti; accoglie con entusiasmo quel fulgore di bellezza, di grandiosità, di gioia, quella esaltazione carnale che stupisce l’Europa come il segno di un futuro inatteso, di un secondo Rinascimento. Immaginiamo la sua gioia, in essa dimentica per un attimo la sua cara Carmen, che egli oppone all’onda wagneriana. Quei Russi, quegli Slavi non tolstoiani, quella razza inebriata; quella Petersburg, quella Mosca di Diaghilef e di Stravinsky, che scoperta, che promessa! Ci sono così tante aurore che non hanno ancora brillato…. Nietzsche era un cacciatore di aurore.
Ed ora la catastrofe. L’avrebbe vista se avesse vissuto la vita di un uomo un pò più lunga, settantacinque anni. Avrebbe composto per lui l’ultimo atto della tragedia.

E l’avrebbe osservata all’opera quell'antica volontà slava che egli aveva indovinato, che aveva sviluppato una potenza che per un attimo avrebbe forse ammirata. Ma in che senso rovesciata e da chi?! In che senso degradata, pervertita?. Esercitata non da nobili, ma da plebei, settari, spiriti senza luce, senza promessa, capi di masse fanatiche. Le masse che soffocano un’ arte, ultima gioia dell’Europa, e che impone, con la spada ed i supplizi, il materialismo più corto, che odiosa impresa! E colui che le ispirò, quel Karl Marx, quel dottrinario al quale Nietzsche non aveva mai fatto caso, di cui, se non erro, non aveva mai scritto il nome; quell’uomo che a causa delle origini del proprio essere faceva affidamento su fonti che egli detestava, l’ebrea, la hegeliana, la tedesca. Quegli Ebrei, quanto male hanno fatto con la loro Bibbia: hanno rovinato il mondo antico; hanno, suggerendo  Luther, abbattuto Leone X e la sua Roma paganizzata, rovinato la speranza ostinata di un umanesimo cattolico; suggerendo le rivoluzioni, hanno abbattuto l’aristocrazia francese, ed ora, con il loro Marx, l’ultima aristocrazia del vecchio mondo, quella russa. Questi hegeliani, plebe professorale, pronta a giustificare con la sua dialettica storica tutti i  suggerimenti, imperiali, clericali, popolari, quanta responsabilità ricade su di essi! E quei Tedeschi infine, (mi attengo sempre strettamente a Nietzsche e alle sue invettive ) quanto hanno pesato sull’Europa, con il loro eterno ritardo, la loro  incultura  psicologica mascherata sotto nebulose fantasticherie e vane erudizioni! Marx, ebreo, hegeliano e tedesco, costituisce da solo una triplice cospirazione, e ora si sa, con l’esempio russo, di quali distruzioni, di quali assoggettamenti, di quali istupidimenti, il suo genio sia capace.
Fermiamoci , è stato abbastanza dimostrato in che direzione vanno gli affetti di Nietzsche e le sue ire, quando egli degna occuparsi della Città.

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.