giovedì 13 giugno 2019

L'A-B-C di una vita nuova: Evola artista d'avanguardia


“La grande Milano tradizionale e dadaista”, bisognerebbe intitolare così quell’assaggio di avanguardia che oggi si è potuto gustare nella libreria Mondadori, affacciati a piazza del Duomo, all’ombra rassicurante e straniante della Madonnina e delle nostre altezze gotiche. Si presentava un libro di quelli importanti: il pensiero e la pratica artistica di Julius Evola. Una bella raccolta di tutto l’Evola artistico, l’affascinante silloge di un pensiero statu nascenti, in cui ancora si agitano dinamicamente le forze che la disciplina della maturità vorrà ordinate in precise scale gerarchiche. Ancora senza una filosofia della storia, ancora senza padri in Francia, ma forte del suo voracissimo sovrumanismo, Evola si butta nell’esperienza artistica del futurismo e poi del dadaismo rivivendo nell’avanguardia il senso profondo della modernità, la sua istanza più radicale: la libertà. La sua “filosofia si dilata freneticamente” sulle tele, nei colori, nelle atmosfere rarefatte, nei “paesaggi interiori”, in una metafisica ora metallica e sobria, ora proteiforme, curvilinea e caotica: “l’io scende al fondo in grandi spirali”, incontrando la poesia, il teatro le arti figurative, altrettanti modi di dire il suo anelito all’oltreumano dinamico, irrequieto, perennemente insoddisfatto. Che gran bagno di suggestioni, ispirazioni, curiosità, agitazioni per giungere alla suprema indifferenza, quale senso ultimo della liberazione estetica! Solo così per Evola si poteva riprendere il senso della libertà assoluta dell’Io come potenza, che è fare e non fare, che è agire senza agire, che agendo mantiene l’idea che ogni agire è capricciosamente indifferente a se stesso. Questa è l’istanza più feconda dell’Evola artista e filosofo, che scoprirà la tradizione quale semplice rovesciamento dialettico del suo radicalismo ultramoderno, quando l’arte astratta si trasformerà in rivolta contro il mondo moderno…Così lui che aveva usato sublimemente la mano sinistra in ioco atque vino, si troverà sulla riva destra, a criticare il fascismo e a rimanere in piedi in un mondo di rovine. Sacerdote dell’ordine, delle società castali, dell’aristocrazia, della tradizione perenne e della normalità come rispetto di un’ancestrale Legge originaria, contrapporrà in modo manicheo ciò che dentro di lui era profondamente compenetrato: “Vi è un ordine fisico e uno metafisico. Vi è la natura mortale e la natura degli immortali. Vi è la regione superiore dell’ ‘essere’ e quella infera del  ‘divenire’. Più in generale vi è un visibile e un tangibile e, prima e di là da esso, vi è un invisibile e un non tangibile, quale sovramondo, principio e vita vera”. Ma tutto ciò non è che un simpatico divertissement: dietro sta lo spirito dello kshatriya, del guerriero, dell’anarca e del ribelle, cioè di quell’individuo assoluto che è, ancora e malgrado ogni travestimento esoterico-tradizionale, il parossismo della soggettività moderna, ben oltre la volontà di potenza nietzschiana. Ecco allora che l’istanza di ordine della Destra viene innervata profondamente dalla spinta libertaria e modernissima che supera ogni possibilità di chiudere gli orizzonti dell’umanità nella sterile apologia dell’istituzione. Che arte ci può essere nelle ammuffite stanze del potere che vuole durare? Che libertà nel conformismo delle masse irreggimentate? Quali possibilità senza la fantasia rivoluzionaria dell’individuo assoluto e delle sue affermazioni assolutamente e sublimemente irresponsabili? No, Evola non è il tradizionalista invecchiato e oramai approdato alla rassicurante professione del pompiere dopo lunga e onorata militanza tra gli incendiari…Evola è indubbiamente fascista, è uno di cui qualche gerarca avrebbe potuto lamentare un pericoloso anarchismo…ricevendo da un suo superiore la medesima risposta che ricevette Pavolini quando lamentò le origini anarchiche di Berto Ricci: caro camerata, anarchici lo siamo stati tutti! Perché il fascismo si trova alla confluenza dell’ordine e dell’anarchia, dentro un crogiuolo estetico che non sopporta la staticità oppressiva del regime senza la dinamicità vivificante del movimento, e non concepisce nessuna libertà che veda castrata la propria potenza creativa nell’impedimento a diventare cosmo di un modo nuovo. In questo reciproco fecondarsi delle opposizioni polari di rivoluzione e Stato, di dinamismo e assolutezza, di metodo e sistema, sta la Stimmung fascista di cui Evola è, volente o nolente, il volto incarnato. Qui la teoria dell’avanguardia ha potuto diventare pratica, l’arte vita, la vita modello e seme di altre esistenze. Bisogna dunque ringraziare Carlo Fabrizio Carli e gli altri curatori del prezioso volume (Andrea Scarabelli, Guido Pautasso  e Francesco Tedeschi), per averci restituito questo Evola affascinante, la cui giovanile irruenza ci mantiene giovani anche quando il rischio della laudatio temporis acti e del più sterile passatismo si affaccia ai nostri cinquant’anni…ricordandoci quello scantinato di via Mancini dove imparammo a leggere Evola dando un senso diverso alla nostra gioventù in nome di un futuro che ancora incessantemente non smettiamo di agognare.

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