lunedì 5 ottobre 2020

Ora lascia che il tuo servo vada in pace. La condizione anziana

 



 

A nonna Silvia che,

 con la sua delicata presenza,

 ci mostra come si abbraccia l’infinito.

 

 

1) Gli antichi:  tra il piangente Dioniso e il severo Catone

Non è facile rinunciare a una simile rappresentazione della vita umana: una sorta di montagna in cui ci sarebbe una strada in salita, dall’infanzia alla vita adulta, e una in discesa, dalla vita adulta alla condizione di anzianità, che avvicinerebbe alla tragedia della fine. Sul tema vi è una sorta di saggezza popolare corroborata dalle lamentazioni che qua e là ricorrono nella letteratura dai greci in poi. Ci sono qui tanti tòpoi, come lo sconsolato lamento di Mimnermo:

 

Quale vita, che dolcezza senza Afrodite d’oro?

Meglio morire quando non avrò più cari

gli amori segreti e il letto e le dolcissime offerte

che di giovinezza sono i fiori effimeri

per uomini e le donne.

Quando viene invece la dolorosa vecchiaia,

che rende l’uomo bello simile al brutto,

sempre nella mente lo consumano malvagi pensieri;

né più s’allieta guardando la luce del sole;

ma è odioso ai fanciulli e sprezzato dalle donne:

tanto grave Zeus volle la vecchiaia[1].

 

In questo breve frammento la condizione anziana è vista, in modo fenomenologicamente ineccepibile, come perdita. Anzitutto si perdono le gioie dell’amore, che rappresentano una delle fonti più importanti non solo di godimento, cosa comunque non irrilevante, ma anche di senso (“meglio morire”). Se si perde la possibilità di godere della vita, ciò implica evidentemente l’insorgere del dolore: la vecchiaia è dolorosa. Il dolore è indice di una disarmonia fisico-morale che richiama la bruttezza e l’essere spregevole. A tale manifestazione esterna, corrisponde uno stato d’animo attraversato da inquietudini e “malvagi pensieri” - date evidentemente dall’angoscia della malattia e della morte - che costituiscono il correlato di un’irrecuperabile situazione depressiva alla quale le consolazioni del mondo non possono apportare alcun sollievo. Infatti il mondo e la sua solare corporeità hanno preso congedo al sopraggiungere dell’oscurità della fine, cioè della sera e della notte. Così, brutto dentro e fuori, il vecchio risulta inviso ai bambini e disprezzato dalle donne … cioè insomma lontano dai soggetti vitali per eccellenza: le donne che danno vita e piacere allo stesso tempo e i bambini nei quali la vita esprime al massimo le sue gioconde e libere potenzialità.

Ecco un’espressione chiara di quello che Friedrich Nietzsche considererebbe il dionisismo greco, impietoso verso la vita in ritirata quanto devoto a tutte le manifestazioni della sua fugace e al tempo stesso gloriosa temporalità fisico-estetica. Ecco dunque il lamento di Dioniso, al quale tutti siamo un po’ sensibili, perché il Dio greco ha dalla sua la cogenza difficilmente resistibile del fenomeno. Mimnermo si lamenta, ma anche Teognide, ormai in esilio, non è da meno:

 

Di tutte le cose, per quelli che vivono sulla terra,

la migliore è non essere nati

e non vedere i raggi ardenti del sole;

se sono nati, passare al più presto le porte dell’Ade

e riposare coperti di molta terra[2].

 

Già, almeno si evitano le sofferenze della vita che gli anziani vedono nel loro mostruoso accumularsi. Così la pensa pure Anacreonte:

 

Biancheggiano già le mie tempie

E calvo è il capo;

la cara giovinezza non è più,

e devastati sono i denti.

Della dolce vita ormai

Mi resta breve tempo.

E spesso mi lamento

Per timore dell’Ade.

Tremendo è l’abisso di Acheronte

E inesorabile la sua discesa:

perché chi vi precipita

è legge che più non risalga[3].

 

Il poeta si concentra non solo sul male corrispondente al bene perduto, ma sull’abisso del nulla che lo attende. È il dionisismo che incontra se stesso nel nulla che ha sempre esorcizzato con le danze e con quella divina dimenticanza che permette di cogliere la vita nel brillare violento, ma irresistibilmente affascinante, della sua superficie. La nemesi dell’Ade che chiama e spaventa. Questa è anche la vecchiaia il cui senso si imprime indelebilmente nel nostro corpo e nella nostra natura finita, dove, cioè, noi scorgiamo angosciosamente il nostro essere-alla-morte e retrospettivamente cogliamo la danza di Dioniso semplicemente come una danza … macabra.

A tale prospettiva al tempo stesso disperata e lamentosa, a questo mormorio che con Saffo esprime tutta l’impotenza dell’uomo greco e la debolezza in lui del principio-speranza

 

(“A me invece il corpo, tenero un tempo, la vecchiaia ha deturpato; da neri i capelli sono diventati bianchi, l'animo si è fatto pesante e non mi sostengono più le ginocchia che un tempo erano leggere e come cerbiatte mi permettevano di danzare; ora spesso mi lamento ma che potrei fare?”[4])

 

a tutto ciò già gli antichi avevano reagito: Platone nella Repubblica mette in bocca al suo personaggio, Cefalo, l’opinione secondo cui le perdite della vecchiaia, in particolar modo quelle connesse alla sfera sessuale, in realtà non sono tali: sfuggire alle passioni è come

 

“fuggire da un padrone rabbioso e selvaggio”[5] e “nella vecchiaia c’è una pace e una libertà assoluta: quando le passioni cessano di tirare e allentano le briglie […] si può essere più liberi da un gran numero di padroni folli”[6].

 

E certamente godere di un certo benessere materiale è importante, ma non decisivo:

 

“Un uomo equilibrato non potrebbe certo sopportare facilmente una vecchiaia unita a povertà, ma neppure un uomo non equilibrato, per quanto ricco, sarebbe mai in pace con se stesso”[7].

 

 Dunque la condizione anziana è apprezzabile per l’equilibrio che consente di raggiungere l’attenuarsi dell’impeto delle passioni, in particolare quelle erotiche, ma tale equilibrio deve essere stato coltivato fin dall’inizio, altrimenti faticherà a manifestarsi sotto la coltre di quegli apparenti mali che i poeti e gli uomini di senso comune temono e considerano decisivi nel giudizio sulla “qualità della vita” dell’anziano.

 La reazione di Cicerone nel Cato Maior de senectute è ancora più diffusa e sistematica. Platone rimane un punto di riferimento, ma lo diventano anche gli stoici e soprattutto quell’etica pre-filosofica che affonda le sue radici nell’opzione fondamentale dei romani nei confronti del mondo, il loro cosiddetto mos maiorum. Da vecchi, dice allora Cicerone tramite il suo alter ego Catone, si può continuare a portare il proprio contributo alla civiltà, sempre da viri romani, benché non più da militari, sempre da timonieri della nave benché non più da marinai:

 

“Nessuna ragione seria portano dunque a sostegno della loro tesi coloro che affermano che i vecchi non hanno parte nell’attività politica: costoro assomigliano a quelli che dicono che il timoniere, durante la navigazione, non fa nulla, dal momento che alcuni salgono sugli alberi, alcuni corrono qua e là per i ponti, altri vuotano la sentina, e lui invece se ne sta tranquillo seduto a poppa con in mano una sbarra”[8].

 

La decadenza fisica, poi, non intacca la forza intellettuale e ancor più morale dell’uomo, cui sono legate le attività dello spirito. Così Catone può ribadire:

 

“Assisto gli amici, mi reco spesso in senato e di mia iniziativa porto idee su cui ho riflettuto intensamente e a lungo e le difendo con le energie dello spirito, non con quelle del corpo”[9].

 

 E il piacere, che appare una così allettante chimera in gioventù, da un lato non è negato nell’età anziana, dall’altro è maggiormente sotto il controllo dell’attività razionale e non rischia di degenerare in edonismo volgare. È il piacere non del corpo ma della cultura, quello della vita dei campi, pensata secondo i canoni classici dell’idillio, e infine il piacere del prestigio riconosciuto al vecchio che abbia degnamente vissuto:

 

 “L’autorevolezza è infatti l’ornamento della vecchiaia … La vecchiaia, soprattutto di chi ha ricoperto cariche pubbliche, possiede una autorevolezza così grande che vale più di tutti i piaceri della giovinezza”[10].

 

In ultimo Cicerone affronta il tema della morte e del suo avvicinarsi. Qui mette assieme argomenti di Platone e dell’odiato Epicuro - la morte come totale insensibilità - dei platonici - l’immortalità dell’anima - e degli stoici - la morte come evento naturale conforme al lògos universale. Ma pure non disdegna l’esempio del vir romanus che, fedele alla Stimmung della sua stirpe, lavora per le generazioni future, sapendo che non vedrà i frutti di ciò che ha piantato, ma che la sua opera sarà utile e bella per gli uomini a venire. Ecco allora il tema della gloria:

 

“Pensi che mi sarei sobbarcato tante fatiche di giorno e di notte, in pace e in guerra, se avessi pensato che la mia gloria si sarebbe fermata ai medesimi confini della mia vita? …[Invece] il mio spirito, levandosi in alto, sempre guardava avanti a sé, alla posterità, quasi che solo dopo essere uscito dalla vita, potesse finalmente incominciare a vivere. E se non fosse vero che le anime sono immortali, tutti i più nobili spiriti non cercherebbero con ogni sforzo di giungere soprattutto a una gloria immortale?”[11].

 

Considerati complessivamente gli argomenti di Cicerone non sono al solito privi della loro tipica debolezza eclettica. Certamente, tuttavia, la diversità delle fonti di ispirazione tende a dare una certa idea dell’uomo classico, della sua nobile semplicità e quieta grandezza, che la vecchiaia è in grado di esaltare e che non entra in contraddizione con l’immagine di vigore giovanile che la civiltà romana voleva offrire di sé.

V’è inoltre la chiara intuizione di un senso spirituale della vita del quale, grazie al contributo stoico, non manca la percezione di una grandezza assoluta, anche al di là della dimensione politica e storica, che rimane il luogo di elezione dell’etica romana e del “costume degli antichi”. La confutazione ciceroniana della disperazione greca a proposito della vecchiaia potrà sembrare artificiale e talora retorica in senso deteriore e financo piagnucolosa, come ingenerosamente l’ha definita Manlio Sgalambro, ma rappresenta l’occasione per una riflessione seria ed esistenzialmente esigente. Qui il grande classico latino profonde energie tratte dal vasto patrimonio di cultura ed erudizione di cui disponeva, ma le colloca in un quadro al quale il ricordo accorato della figlia Tullia offre un tratto di coinvolgente emozione, verità e umanità.

 

2) Agostino: la sesta età

Tale non può che essere il senso della filosofia per il cristiano Agostino, l’autore delle Confessioni, il grande intellettuale capace di rendere la dottrina filosofica o teologica vita e bellezza. Il suo ragionamento sulla vecchiaia ha, come anche in altri campi, profondità epocale. Due mi sembrano essere i fuochi della sua riflessione, l’assunto teologico per il quale “Dio fa nuove tutte le cose” (Ap 21,5) e quello antropologico per cui le età della vita hanno un valore precipuo e provvidenzialmente stabilito. Accanto a ciò appare di grande e originale prospettiva l’inserimento del tema della vecchiaia in un’ottica cosmico-escatologica come vecchiaia del mondo. Si tratta di un’intuizione eccezionale per la quale uomo e mondo si illuminano reciprocamente e che a noi fornisce un’indicazione profetica per comprenderci all’interno del tramonto dell’occidente. Senza pretese di completezza ermeneutica, per dare un’idea del pensiero del santo di Ippona, partirei da questa affermazione:

 

Ogni singola età, dall’infanzia alla vecchiaia, ha in ogni uomo la sua bellezza”,

Infatti

“sarebbe assurdo volere che nell’uomo soggetto al tempo ci fosse solo l’età giovanile”

poiché

 “resterebbe […] privo delle altre bellezze che hanno il proprio posto ed ordine nelle varie età “[12].

 

Bisogna trarre spunto dalla natura. La natura porta in sé una razionalità da individuare e manifestare, perché è la stessa razionalità divina che ve l’ha posta. Per questo sarebbe assurdo pensare e cantare come Bob Dylan: Forever young, benché lì l’autore alluda a una certa eternità morale cui l’essere sempre giovani dovrebbe introdurre:

 

Possa tu crescere per essere giusto

possa tu crescere per essere sincero

possa tu conoscere sempre la verità

e vedere le luci che ti circondano

possa tu essere sempre coraggioso

stare eretto e forte

e possa tu restare per sempre giovane[13].

 

Ma se questa nobiltà etica non è raggiungibile se non rimanendo giovani per sempre, ben si capisce lo sfondo di malinconia che dà il tono all’implorazione del cantautore: resta giovane, altrimenti tutto è perduto! Così appare l’arrangiamento musicale, con la sua linea melodica struggente e il suo senso della disperata ricerca dell’impossibile. Agostino dice che ciò è appunto assurdo: assurdo è protestare contro la realtà, dunque assurdo è protestare contro la vecchiaia.

“Non per nulla infatti dice al riguardo il Signore per mezzo di Isaia: Io sono, e anche quando sarete invecchiati, io sono. Ecco chi sempre ha da essere lodato: colui che è. O fanciulli, lodatelo da ora, e voi, vecchi, lodatelo, nei secoli. E allora la vostra vecchiaia presenterà una canizie, indizio di sapienza, e non avvizzirà per l'invecchiarsi del corpo. […] Per "fanciullezza" riteniamo doversi intendere piuttosto l'umiltà, a cui si contrappone la grandezza, vana e fallace, della superbia. Per cui nessuno che non sia fanciullo sa lodare il nome del Signore, poiché il superbo certo non sa lodarlo. Sia pertanto la vostra vecchiaia una vecchiaia infantile, e la vostra fanciullezza una fanciullezza adulta. Cioè la vostra sapienza non sia mescolata a superbia, né la vostra umiltà sia priva di saggezza, sicché lodiate il Signore e ora e nei secoli. Sì, dovunque la Chiesa di Cristo si espande per la presenza di tali santi fanciulli, lodate il nome del Signore. Questo infatti significano le parole: Dall'oriente all'occidente lodate il nome del Signore”[14].

La vecchiaia è certo disfacimento del corpo: tutti desiderano la vecchiaia, ma poi se ne lamentano, rimpiangendo la passata bellezza: “Se sarai vecchio non sarai bello, perché quando giunge la vecchiaia, la bellezza se ne va”[15]. Ma, come aveva già notato Cicerone, essa è anche possibilità e indizio di sapienza, a patto che nel suo avanzare inesorabile si sappia mantenere la fanciullezza, così che la vecchiaia stessa sia “infantile”. Qui non ricorre il tema abusato del vecchio che diviene un bambino, cioè che perde la consapevolezza delle dinamiche della realtà, facendosi vieppiù capriccioso e irresponsabile. La fanciullezza è al contrario segno di una sapienza responsabile di fronte a Dio, cioè umile. Umiltà è sapere che si è bisognosi e anelare alla compagnia di mamma e papà, dove solo si sente protezione, stimolo, valore e fiducia. Ecco allora la vecchiaia del credente che trova nella paternità di Dio e nella maternità della Chiesa quell’orizzonte dove si indirizzano i suoi desideri e i suoi bisogni non mistificati da quella che chiameremmo la superbia dell’esperienza. La vecchiaia superba è inutile perché autoreferenziale e definitivamente consegnata alla fine, al nulla. Ma il Signore ha “distrutto l'inutile vecchiaia, per edificare l'uomo nuovo”[16]. La sua opera emancipatrice rende possibile la figura del vecchio che assume l’innocenza del bambino, capace di ascoltare il mistero e l’annuncio: il mistero nascosto al sapere di questo mondo e ai dotti riconosciuti dalla società; l’annuncio di un messaggio sorprendente e credibile, che nel vecchio infantile non genera lo scherno e la fuga come fu nei vecchi filosofi dell’Areopago (Atti 17,32).

Se fino ad adesso abbiamo visto chiarirsi un’immagine non scontata e cristianamente ispirata dell’uomo vecchio, l’idea sorprendente per cui egli si realizza veramente solo come uomo nuovo dà accesso all’altro fuoco del discorso agostiniano: la novità. Come far coesistere l’elogio della novità, già annunciato con l’idea di una vecchiaia fanciulla, con la senilità? Sembra strano, ma la risposta agostiniana è che la vecchiaia è l’età del nuovo! Essa infatti coincide con la sesta età dell’uomo.

 

“Ora la fine dei tempi, come la vecchiaia del vecchio uomo - puoi considerare tutto il genere umano come un solo uomo -, è indicata dalla sesta età, in cui è venuto il Signore. Anche nell’uomo individuale sei sono infatti le età: infanzia, fanciullezza, adolescenza, giovinezza, maturità e vecchiaia. La prima età del genere umano va da Adamo a Noè. La seconda da Noè ad Abramo; questi periodi sono evidentissimi e ben noti. La terza da Abramo a Davide: questa è infatti la divisione dell’evangelista Matteo. La quarta da Davide alla deportazione di Babilonia. La quinta dalla deportazione di Babilonia alla venuta del Signore. La sesta bisogna protrarla dalla venuta del Signore alla fine del mondo: in questa età, l’uomo esteriore, che si chiama anche uomo vecchio, deperisce per vecchiaia e l’interiore si rinnova di giorno in giorno”[17].

Il genere umano come un solo uomo: magnifico “salto” del ragionamento, come se Agostino avesse voluto ascoltare la lezione platonica della Repubblica che, quando si tratta di ricercare che cosa sia la giustizia, la pone nello Stato perché lì quella virtù è come se fosse scritta in caratteri più grandi. Lo stesso vale per la vecchiaia: per capirla la mettiamo nel cosmo, dove è scritta a caratteri cubitali, e il cosmo è caratterizzato in modo assai più visibile dalla signoria divina. Ecco il grande affresco storico escatologico di Agostino, in cui il Signore viene nella vecchiaia del mondo, mentre il mondo, e con esso l’uomo vecchio, deperisce esteriormente. Al tramonto avviene qualcosa di importante. Gesù valorizza il tramonto perché viene in quel momento a rinnovare, a far rinascere. Allora paradossalmente la vecchiaia è la vera giovinezza, mentre la giovinezza è semplicemente il dolore che precede la medicina:

“La mia ultima età. Come tra le età della nostra vita la vecchiaia è l'ultima, così è del corpo di Cristo. Tutto ciò che esso ora soffre di dolori e di calamità, nelle veglie, nella fame, nella sete, tra gli scandali, le ingiustizie, le angustie, è la sua giovinezza; la sua vecchiaia, cioè la sua ultima età, sarà nella letizia”[18].

La furbizia della vecchiaia dunque è mantenere lo sguardo fisso a Colui che, preparando la letizia con la sua croce,  ha il potere di rinnovare e di allontanare la morte.

“Quando infatti il serpente - dice Agostino, commentando il passo evangelico in cui si consiglia di essere “furbi come serpenti” (Mt 10,16) - è oppresso dalla vecchiaia e sente il peso della decrepitezza, s'introduce a fatica attraverso un cunicolo e così facendo si spoglia della pelle vecchia per uscir fuori nuovo. Imitalo tu, o cristiano, che ascolti il Cristo che dice: Entra attraverso la porta stretta. L'apostolo Paolo dice inoltre: Spogliatevi dell'uomo vecchio con le sue azioni e rivestitevi dell'uomo nuovo ch'è stato creato ad immagine di Dio. Hai dunque una caratteristica da imitare riguardo al serpente: non morire a causa della decrepitezza. Chi muore a causa di un vantaggio materiale, muore a causa della decrepitezza materiale. Chi muore a causa del vantaggio della lode umana, muore a causa della decrepitezza spirituale. Quando invece ti sarai spogliato di tali forme di decrepitezza, avrai imitato la prudenza del serpente. Imitalo in modo più sicuro: conserva la tua testa”[19].

Non bisogna cedere nella vecchiaia alla decrepitezza, ma lavorare per far rinascere l’uomo nuovo. Grande compito, proprio di tutte le età, ma in particolare della vecchiaia, perché la pelle indossata per anni si può abbandonare. Anzi forse è più facile farlo ora, che non prima, quando l’uomo era ancora afflitto dalla pesantezza delle convenzioni del mondo, del secolo, dei negotia, delle comodità, della ricchezza, della reputazione … tutte cose che generano decrepitezza materiale e spirituale. Ora si può cambiare, abbandonando il superfluo per mantenere la testa, cioè l’arché, il punto di comando, la direzione della vita verso Cristo, che non deve più portarsi dietro zavorre pesanti. Se ora si può cambiare pelle, adesso è il kairòs della vita, adesso è il momento, è l’occasione: l’ora della vecchiaia si conferma un’ora giovane e nuova, mentre la gioventù è ogni momento a rischio di invecchiamento (discorso profondamente paolino, questo del santo ipponense, che ricorda il continuo scambio categoriale tra legge, peccato e grazia). Se il kairòs della vecchiaia è l’occasione per diventare realmente giovani, dove la gioventù mondana è piena di decrepitezza, la vecchiaia è per eccellenza l’età che ha futuro. L’uomo di fede non vede restringersi il futuro con gli anni che avanzano, bensì lo vede aprirsi … e la morte ne viene sempre più allontanata, poiché essa non ha un’origine biologica, ma amartiologica (ossia nel peccato). Si direbbe allora che Agostino, in fin dei conti, non protesta contro la vecchiaia per riservare le sue proteste contro la morte biologica? Sì il cristianesimo aborre la morte, ma suo grido e la sua ribellione,  leciti alla luce del dispiacere e del pianto che Gesù riserva all’amico defunto (Gv 11,36),  trovano la loro  ragione nel fatto che la morte biologica è un simbolo: quello della seconda morte, quello della morte spirituale che dissolve il vivente nel vuoto eterno. La protesta e il pianto prendono a pretesto il morire corporeo per giungere a colpire il peccato, cioè la nullificazione della vita dello spirito. Il nulla è tremendamente serio.  Nessuna sottovalutazione della morte è quindi lecita. E non c’è alcun male nella protesta. La morte fisica, infatti, è, nel suo dolore immenso, ciò che appena può dare l’idea dello spaventevole abisso del nulla del peccato. La vecchiaia non è dunque più vicina all’oggetto, ma al simbolo, all’éidolon. Agostino riconducendo lo sguardo alla speranza cristiana e alla fine come compimento, presenta al fedele la possibilità, durante la sua vecchiaia, di una nuova docilità alla grazia che colpisca l’oggetto, vanificando così la potenza evocativa del simbolo.

Certo oggi il ragionamento di Agostino sconta ciò che ieri era il suo pregio, cioè la sua natura teologica. La teologia ha smesso, almeno apparentemente, di parlare a tutti, benché tutti ascoltandola possano ancora trarne tessere per comporre della loro vita un mosaico più bello. Il discorso cristiano, nondimeno, oggi può al massimo considerarsi un discorso in mezzo ad altri. Ciò forse è provvidenziale perché esso non teme i confronti, anzi se ne può facilmente avvantaggiare. Ciò però rende necessario valutare gli altri orientamenti e il loro contributo anche in ordine al nostro tema. Vedremo che alcune questioni ritornano e ne potremo trarre indicazioni utili.

 

3) I moderni: la vecchiaia e la cosa in sé

Anzitutto la riflessione moderna e contemporanea si sofferma sulla dimensione della perdita. Il tentativo è quello di uscire dalla retorica della laudatio della vecchiaia come età della saggezza, verso uno sguardo più realistico che è disincantato senza essere disperato. Sembra esserci in sostanza una ripresa - in chiave fenomenologica - dell’angosciosa percezione del decadimento psicofisico e della sua risonanza filosofico-esistenziale. Il fenomeno vecchiaia, nel modo in cui si offre originariamente alla coscienza per essere descritto nella sua datità, manifesta la centralità del corpo e dell’anticipazione della morte, heideggerianamente intesa come impossibilità di ogni possibilità. Si può aggiungere, recuperando un profilo storico, che entrambe le questioni - corpo e morte - si generano dall’orizzonte della città secolare, sempre più consegnata alle nebbie dell’immanenza. Chiarezza fenomenica e opacità della situazione storico-spirituale si avvicendano e si sovrappongono. In questo chiaroscuro si conferma tuttavia il carattere di inciampo che questa ha nel divenire della persona umana. Ha ragione chi, come Sgalambro, ne coglie l’unicità rispetto a tutte le altre. L’età non si sviluppa, accade all’improvviso:

 

“L’antiquato concetto di sviluppo coprirebbe la distanza che separa il fanciullo dal vecchio, dando a intendere che questo è il normale percorso e che non ve ne sono altri. Lo ‘sviluppo’ è invece la peggiore spiegazione escogitata in tante migliaia di anni dalla civiltà occidentale. Vecchi si è per un colpo del fato o, se si vuole, per decisione di Dio”[20].

 

E, così accadendo, ha un significato rivelativo: “Il vecchio è l’immagine figurale della cosa in sé”[21] (ma di questo si tornerà a parlare). E tale immagine coincide con lo spappolamento:

 

 nella vecchiaia “noi ci incontriamo col corpo nel momento in cui si spappola […], quando ciò che lo divora appare. Mysterium tremendum!”[22].

 

In tale condizione, sostiene Amery, si diventa estranei a sé stessi, ci si dissocia dal proprio corpo[23], accorgendosi al tempo stesso che le possibilità esistenziali si restringono e il possibile diventa impossibile[24]. Ecco allora che subentra ciò che Scheler ha ben definito quando ha sottolineato l’estraneazione dell’anziano nei confronti della realtà oggettuale, quel fenomeno per cui gli oggetti perdono il loro interesse vitale. Si potrebbe dire, commentando questo concetto con Heidegger, che l’uomo non  riconosce più negli oggetti il carattere di utilizzabili dentro il contesto del suo progetto di vita, poiché tale progetto, qualunque esso sia stato, si avvia alla sua conclusione che appare sempre un’improvvisa, crudele e insensata interruzione. L’estraneazione riguardo alla realtà genera poi sempre una peculiare introversione, data altresì dal bisogno di risparmiare energie. Tale narcisismo di ritorno convive con quel paradosso che, accanto al distanziamento rispetto al proprio corpo, registra una continua e ridondante concentrazione sul proprio stato di salute. Naturalmente ciò assume la forma del tipico edonismo senile, accompagnato dalla perdita di capacità empatiche[25]. In effetti non è rara la dinamica per cui si ricerca la condizione di massimo piacere o di minima sofferenza, diventando più soli, perché non si riesce a cogliere la sofferenza altrui e l’altrui sforzo … una centralità senza periferia, una centralità solipsistica nella quale gli altri sfumano e via via escono dall’orizzonte etico, sempre più occupato dalla propria tragedia e dalla ricerca di consolazioni. E la tragedia sta tutta nella percezione profonda della caducità[26], che ora si manifesta senza infingimenti, riverberandosi anche sul piano sociale. Lo ha sottolineato Simone de Beauvoir, e questo rimane il fondamentale contributo del marxismo: la vecchiaia è il segreto vergognoso della società capitalistica che relega i vecchi, giacché non più produttivi, in una condizione di inferiorità sociale. Quest’ultima è all’origine di gran parte dei suoi mali[27]. Al tempo stesso essa disperatamente si imbelletta da giovane, perché la vergogna deve in qualche modo essere nascosta, coperta, mistificata con tutti i mezzi, fosse anche il bisturi. Ma, nascondendosi, il vecchio si marginalizza da solo. Non solo smette di essere se stesso per consegnarsi ad un’immagine falsa di sé, ma finisce per cadere, nel rifiuto onnipotente della verità, in un colpevole occultamento delle possibilità connesse alla sua età[28]. Perché se è vero, come sostiene Rentsch, che essa è l’acme della finitezza, è altrettanto vero che essa non fa che radicalizzare la strutturale fragilità umana[29], manifestando, aggiungiamo noi, una essenzialità noumenica che le due volontà di potenza, quella del giovane e quella dell’adulto, ambiscono in ogni modo a mascherare.

Dunque nel mezzo di questa radicale finitezza che cosa ancora si può fare, che cosa rimane da sperare?

Premessa di un approccio positivo e sensato (positivo perché sensato e non viceversa) alla vecchiaia non può che essere, concordano sia Scheler sia Guardini, un adattamento valoriale che conduca all’accettazione faticosa della caducità[30]. Essa consente di cogliere la vecchiaia come tempo etico: la consapevolezza dell’intrinseca limitatezza dell’esistenza umana, che si raggiunge con la vecchiaia, è alla base dell’idea di dignità della persona, “che può essere intesa come la versione secolarizzata del concetto teologico di grazia”[31]. La dignità, così come la personalità, non sono toccate dall’invecchiamento: in particolare lo spirito e l’autocoscienza si sottraggono al decadimento psicofisico[32]. Malgrado possano venire meno i loro supporti biologici, quel santuario interno della persona in cui risiede la sua grandezza metafisica e assoluta rimane inviolato. Per tale motivo è difficile procedere con la prospettiva della secolarizzazione. Sia soggettivamente sia oggettivamente la vecchiaia è un tempo metafisico e noumenico: da un lato il soggetto anziano acuisce la sensibilità metafisica[33], sviluppa le attitudini contemplative[34] e si apre a ciò che è eterno[35], dall’altro la vecchiaia radicalizza la situazione fondamentale dell’essere umano, che ne rivela il “prepotente manifestarsi del senso costitutivo dell’umanità”[36]. La domanda sul senso invariabile dell’essere persona[37], che non ha evidentemente ragioni evolutive o biologistiche, che non poggia su alcuna compiutezza della forma umana, che emerge nell’ora del disfacimento e dell’approssimarsi della fine, introduce a una evidenza letteralmente sovrasensibile del suo senso. Ciò, di nuovo, corrisponde all’attitudine soggettiva a cogliere questi significati da parte della persona anziana, che possono essere individuati quando nella dimensione dell’otium si sperimenta un salutare distacco critico verso l’esistente. Ernst  Bloch intende come una salutare presa di distanza dalla furia del dileguare della società capitalista[38], e Mittelstraß lo legge heideggerianamente come Gelassenheit come un abbandono che lascia essere le cose nella loro verità senza esprimere alcuna volontà di dominio e intervento. In tale occasione “la riduzione del non significativo, dell’irrilevante, del superfluo, rende possibile la concentrazione sull’essenziale”[39]. La vecchiaia si precisa dunque, di là dai suoi lati oscuri, o meglio, proprio attraverso i suoi lati oscuri, come un cammino verso l’essenziale.

L’autenticità del percorso si misura, tuttavia, sulla sua libertà. In che misura una strada obbligatoria, che ci pone davanti alla morte o all’invecchiare, può essere colta in questo suo aspetto di irrinunciabile viaggio al centro dell’essere uomo, senza l’impressione che vi si sia costretti da una brutale necessità? Diciamo allora che l’esperienza rivelativa del morire può essere vista come il concentrare, nella brevità di un evento, ciò che la vecchiaia diluisce nella lunghezza dell’attesa. Come dice Guardini, la vecchiaia produce l’ars moriendi come sua specifica sapienza, dentro un discorso che la morte concentra invece nell’irrompere di una intuizione. Pertanto, nonostante il cammino della vita conduca alla fine, essa non può equivalere alla cosiddetta “morte improvvisa” che capita senza preparazione e irrompe decretando una caduta non prevista. Certo, in linea di principio, tutte le morti sono improvvise - perché il morire sopravviene in un istante - e nessuna lo è - perché tutto il vivere può essere considerato come un decorso al cospetto della morte. Nondimeno la tradizione cristiana che, con san Benedetto XIII, prega per essere liberati dalla morte improvvisa, cioè dalla sopravvenienza della fine senza un’adeguata preparazione spirituale e sacramentale, dice che alla morte ci si può preparare, accordandosi peraltro con la riflessione classica, soprattutto stoica,. E se è meglio prepararsi, allora è meglio invecchiare, a patto che si sappia comprendere come e perché un certo tempo è dato e non si scambi il tempo dell’invecchiare con una dilazione dell’inevitabile. Sicuramente la vecchiaia non è l’unico modo per disporre lo spirito al momento supremo, ma è quello, diremmo, offerto ordinariamente, al quale ciascuno, soprattutto oggi, può più facilmente accedere e che di per sé orienta la persona alle cose inaggirabili, ultime e definitive.

La vecchiaia è perciò l’età che, in vista dell’éschaton individuale, si configura come il tempo del tempo. In essa si manifesta in modo evidente la temporalità dell’esserci umano. La vicinanza dell’“estremo” è tempo, il cammino verso il definitivo è “tempo”. Il passato che ha reso attuale tale cammino è ancora “tempo”. Il tremore, l’angoscia, l’attesa, il ricordo, l’attaccamento, l’amore, la speranza: tutto è tempo. Tutto, però, avviene ex gradu, cioè a partire dal grado massimo, e il grado massimo della vita è il momento della morte. Il vecchio è “un fascio o massa stratificata di tempo: porta il tempo nella sua pelle”[40], quel tempo  “di cui prima non sapeva nulla”[41]. Con Schopenhauer rileviamo che

 

“l’autocoscienza nelle diverse età è legata al modo in cui il presente, che è la nostra condizione costante, si rapporta al passato e al futuro: il prevalere del primo sul secondo determina la coloritura specifica del presente dei vecchi. A ciò si aggiunga la percezione soggettivamente più veloce dello scorrere del tempo, che implica […] il differente peso specifico delle tappe vitali”[42].

 

Ma è soprattutto “l’esperienza della caducità, il tendere dell’esistenza verso il futuro e al tempo stesso verso il suo limite naturale, la morte”[43] che dà la sua tonalità al vissuto dell’anziano. Il tempo viene colto nella sua profondità come un precipitare che distrugge la rassicurante prospettiva macroscopica del progredire storico e si avvicina maggiormente alla rivelazione apocalittica. I tempi degli anziani sono tempi ultimi, essenziali, rivelativi e tremendamente oggettivi. Ciò sembra vero anche quando si accenni ai sentimenti del tempo, poiché essi risultano essere risonanze interiori di un fatto ingombrante, di un evento che attiene all’essere e non al puro sentire. Perciò con l’anziano, a differenza di quanto sostiene Amery[44], non si può parlare di “durata” bergsoniana o di “tempo vissuto. Al contrario per “tempo” si deve intendere con Sgalambro non

 

“il tempo interno ma il tempo ‘esteriore’, il tempo che sopravviene d’un tratto e getta a capofitto nell’età. Non il tempo ‘intimo’ che all’occorrenza scalda o dà tepore - quel tempo, per intenderci, il cui concetto ha spadroneggiato per tutti questi anni, il cosiddetto ‘tempo vissuto’ (spassosa lusinga di un’immagine). Intendo invece il tempo che ‘affetta’ l’individuo - il termine kantiano lo considero insostituibile - , lo tiene fermo e non gli fa fare un solo passo. E contemporaneamente lo colloca in quel luogo in cui il tremendo, gli elementi alieni, l’estraneità totale imperversano, incarnandosi tutti in questo spaventoso individuo, il vecchio. Il vecchio è orribile perché totalmente occupato dal tempo”[45].

 

Certo la serietà ineluttabile dell’oggettivo, di una trascendenza che non si può avvicinare, di una presenza che non si può dire con eufemismi è ciò che invade la soggettività anziana. Indomabile, irrefrenabile la prende con sé e la fa precipitare. Essa ne è “occupata” e ancor più direi “espropriata”, ma l’orribile è ben altro!

Il pessimismo di Sgalambro, con le sue immagini fortemente evocative, non riesce a celare l’artificialità di un compiacimento intellettuale. Egli ci rivelerebbe che l’andare-a-fondo è l’essenza della barca dell’esistenza: “Non tutto ciò che esiste merita di andare a fondo. Va a fondo e basta”[46] e “la distruzione è l’essenza nell’esistenza”[47]. Pertanto

 

“Alla domanda: ‘Perché l’essere e non il niente’ la post-risposta, la risposta che viene dopo tutte le risposte [sarebbe]: ‘Affinché non ci sia niente’. Il niente è il risultato, il niente è il distrutto. L’Idea intesa come si deve”[48].

 

 Potenza del disincanto:

 

“ogni De senectute, genere per bacucchi e cuochi in pensione, assegna al vecchio la saggezza (consigliare al nipote che non deve sposarsi, sospirargli che veniamo dal nulla e scompariremo nel nulla, che ricordare è la cosa più bella che ci sia, che bisogna rispettare le idee altrui […] mentre è l’orribile sapere il vero contraccolpo del tempo su un uomo”[49].

 

 Tale sembra essere il sapere della distruzione e del nulla, “di quella distruzione da cui tutto ebbe inizio”[50] e che peculiarmente si associa alla “physis dell’invecchiato” che “cade pezzo a pezzo”[51].

 Tutto molto suggestivo, non c’è dubbio. Soprattutto lo è quel sentore di aristocrazia del concetto e di superiorità rispetto al banale discorrere di un pensiero caritatevole, che cerca di spiegarsi e che usa la particella “cioè”. E pure lo sembra quell’aria di scoprimento disillusorio che si respira lungo tutte le pagine di Sgalambro, così irresistibilmente affascinanti nella loro libera creatività. Nondimeno, accanto alla fenomenologia del disfacimento, che occhieggia a un’ontologia della distruzione e si disloca in un orizzonte pessimistico e nichilista, è da rimarcare ancora che l’essenza noumenica cui è votata l’umanità anziana è la verità come pleroma e non come nulla. Non si può scambiare la circostanza con la cosa in sé, non si può confondere la perdita come contesto del disvelamento della verità - cioè la disgregazione psicofisica che accompagna la scoperta di una verità etica, antropologica e metafisica più profonda - con la qualità stessa del vero. Non si può cadere in quella anti-teologia che proietta e oggettiva la disperazione della coscienza a livello del cosmo e dell’assoluto. Questa teologia va ricondotta alle sue radici antropologiche: l’oggettivazione della propria angoscia che vive male la paura della morte, facendo della morte l’essenza del mondo. Ciò è una componente ingombrante della condizione anziana. Ma il suo stesso orientamento contemplativo, il suo stesso misticismo è capace di molto di più. Sicuramente il rapporto con l’assoluto è talora angosciato e disperato, talaltra fiducioso e sereno. Questi sono i poli depressivo e maniaco della condizione anziana. Però un conto è il rapporto un conto è la cosa. Lo sforzo di penetrazione deve collocarsi già oltre. Se dispero allora sono. Se dispero allora qualcosa è. Se qualcosa è, la disperazione è solo nel soggetto. Di qui, da una indefettibile coscienza logica può partire tutto il resto: contemplare, vedere, accogliere, sentire, onorare, amare.

Il cammino attraverso la vecchiaia rimane nondimeno complicato. Il mondo si è accorto dei vecchi perché essi stanno diventando numericamente prevalenti nelle società occidentali. Essi costituiscono perciò una preoccupazione: che possiamo fare di gente che non lavora e non produce? Ma il problema non è solo questo. Alla società piacciono oggi forse più i consumatori che i produttori. E i vecchi devono vivere, a volte essi consumano anche solo per sopravvivere. Ciò è un affare per chi vede lontano e prepara il grande apparato dell’assistenza. Un grande fatturato abbiamo davanti a noi, con le soluzioni alternative per chi vuole finirla prima: si fattura anche con la morte prêt-à-porter.

E la scomodità di chi si ostina a rifiutare per sé le soluzioni di consumo e di fuga? E la flebile ma potente voce di chi appella all’essenza, alla stabile essenza, per contestare le magnifiche sorti e progressive della società del godimento? Proteste significative si alzano per emarginare e deprivare del loro potere di influenza sociale e politico tali voci. Togliamo il voto agli anziani, perché non pensano al futuro e si oppongono al progresso. La miserrima pusillanimità del cinquantenne attribuisce il suo egoismo all’anziano. Perché l’anziano dovrebbe pensare al futuro? Se pensa a sé e fra poco morirà, egli ragionerà dicendo: “Muoia Sansone con tutti i filistei”. E il futuro del pianeta, e le giovani generazioni? Domande apparentemente ragionevoli … ma in realtà nient’altro che criminali paralogismi dell’egoismo e dell’edonismo.  Sono errori che negano alla radice ciò che invece rende l’anziano più responsabile, vigile e lungimirante dell’adulto in carriera: il legame. L’anziano vive dell’autenticità del legame, non solo parentale ma anche amicale. Vive una gratuità diversa, capace, con gran sorpresa di comici prestati alla politica, di capitalisti arraffoni e di amministratori di seconda fila[52], di autentica preoccupazione per l’altro, di una tensione verso l’altro che, proprio sotto la minaccia di una temporalità incombente, supera le barriere del tempo, proprio perché in grado di distaccarsi dalle mitologie del proprio tempo. Tra queste va compresa l’avversione per la vecchiaia derivante dal mito prometeico-proteico dell’eterno fitness: un’occasione per decostruire e post-modernizzare la condizione anziana. O muori o ti alleni di continuo … ma per che cosa? Dilazionare, dilazionare il più possibile e trasformare la realtà e l’età in dettaglio allucinatorio … cosa che si ottiene solo mediante un obnubilamento del senso nell’attivismo, continuo e sistematicamente a-logico e a-teleologico, di un agitarsi senza ragione e senza scopo.

Nulla di più lontano dalla vocazione anziana: legami autentici dominati dalla ricerca profonda di ragioni definitive e appaganti. Gli anziani non hanno tempo, quindi lo concentrano. Certo il tempo si volatilizza per loro, come è stato notato. Sicuramente si velocizza. Ma pure si concentra perché l’oggettività del suo scorrere chiede come risposta la direzione verso l’intensità. Il tempo è intenso solo se la realtà è ricca. Seneca coglie questo nesso nel De brevitate vitae:

 

 “Non poco tempo abbiamo, ma molto ne perdiamo. Una vita sufficientemente lunga e per portare a compimento le imprese più grandi, ci è stata data con abbondanza, se tutta fosse ben collocata a frutto; ma quando fluisce via nel lusso e nella noncuranza, quando non viene spesa per nessuna buona cosa, sotto la costrizione infine dell’ultima necessità, la vita, che non capimmo che procedeva, ci accorgiamo che è passata”[53].

 

La realtà a sua volta risulta ricca se tale ricchezza sappiamo cogliere, con i sensi, con l’intelletto e con lo spirito. Tale è il compito e non la condizione dell’anziano, è ciò che l’anziano è chiamato a realizzare: il compimento della ricchezza etico-ontologica della realtà. Oltre a queste espressioni, abbastanza generali, non si può andare, credo. Vale a dire che è difficile ricondurre alla trasparenza del concetto un simile ideale di intensità esistenziale, profondamente impregnato di vita. Qui la filosofia depone le armi e si fa, a suo modo, racconto.

 

4) Oltre il concetto: un’esistenza concreta

Ebbene l’esistenza concreta che ho di fronte è quella di una signora ottantaseienne dai tratti indios delicati e dall’espressione calma e leggerissimamente sorridente. Piccolina e magra, la voce roca e bassissima, i modi naturalmente raffinati, ella è presenza silenziosa ma centrale nella sua numerosa famiglia. Tutti i figli cresciuti con amore, la adorano, la servono, la abbracciano appena possibile, e così i nipoti e gli altri membri, anche più lontani della sua vasta stirpe. Sembra che in questa relazione, sempre accompagnata da poche parole benevolenti e profonde, ma anche da una costante partecipazione a tutta la vita familiare, si esauriscano i suoi orizzonti, ma non è cosi. Ella lancia il suo sguardo verso il mondo nella partecipazione alla vita della Chiesa universale. La trovi a Messa, alla domenica, e tutti i giorni in cui appena può recarvisi, in ginocchio, col suo velo nero, come vuole san Paolo “a motivo degli angeli” (1Cor 11,10), sempre nella preghiera intensa, con gli occhi che dicono di un rapporto vitale, originario, con Dio. Quel rapporto fatto di dialogo interiore - di un modo assolutamente insondabile di dare del tu a Dio, sempre usando l’“usted” - che apre all’universo della creazione. Chi ha bisogno di giornali, di media, di social, di rumori e del vociare ansioso del mondo, se può guardare le cose dall’alto, associando il suo sguardo a quello del Cristo crocifisso e della sua Vergine Madre? E quale vastità e larghezza si raggiunge nella profondità! E quale altezza nell’umile venerazione dei sacerdoti e delle persone consacrate, nelle quali vede un suo figlio che da giovane seminarista il Padre volle a sé! E quale forza per viaggiare, seguendo i suoi figli ovunque nel mondo, ritornando a trovarli, godendone gli abbracci e appoggiandosi al loro braccio per le città e i paesi, nelle feste, e persino nella gioia del ballo che non disdegna per danzare la sua gioia! Tutto ella sa della vita, non c’è filosofo che tenga, non c’è sapienza del mondo che non appaia paglia di fronte al modo garbato in cui ti saluta e ti stringe debolmente la mano. La sua ironia coglie i particolari simpaticamente ridicoli della vita e li restituisce con mitezza per cibare la nostra allegria. La sua carità offre benedizioni a chi ne ha bisogno, e una sua parola dice di un discernimento che è già avvenuto e che ha già capito. La sua vita è tempo donato verso il quale subito ci si sente in debito di riconoscenza. La sua vecchiaia è un’inevitabile, difficilissima e dolcissima bellezza.

Ecco un piccolo mýthos, un piccolo racconto platonico, che ho dovuto far intervenire perché il linguaggio descrittivo della scienza risulta sommamente inadeguato alla manifestazione delle realtà più grandi. E’ questa semplicemente e puramente vita che normalmente e senza superbia da sé esibisce il suo senso alto e che la forma logica necessariamente impoverirebbe. Ogni discorso sulla vecchiaia trova in essa un modello e un orientamento, allargando il tema del morire bene - una grazia che si può anche volere e costruire attivamente - a quello del ben invecchiare che è laddove la nostra ricerca incontra le cose ultime e i tesori per i quali, vivendo, è lecito tutto abbandonare.

 

                                                                                               Massimo Maraviglia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Mimnermo, fr. 1, tr. it. di S. Quasimodo, Lirici Greci tradotti da Salvatore Quasimodo, Mondadori - Corriere della Sera, Milano 2004, p. 137.

[2] Teognide, vv. 425-428 in F. Nietzsche, Teognide di Megara, tr. it. di A. Negri, Laterza, Roma-Bari, 1985, p. 155. C’è una vasta tradizione letterario filosofica su questo tema in Grecia, magistralmente indagata da U. Curi, Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, Bollati Boringhieri, Firenze 2008.

[3] Anacreonte, fr. 36 , Timore dell’Ade, tr. it. di S. Quasimodo, cit., p. 83

[4] Saffo, fr. 58 c , 3-7, tr. it. di G. Tedeschi, in Saffo, Frammenti. Antologia di versi con introduzione, testo, traduzione, commento, EUT, Trieste 2014, p. 47.

[5] Platone, La repubblica, 329 c, tr. it. di F. Sartori, Laterza, Roma-Bari 19973, p. 30.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, 330 a, p. 31.

[8] Cicerone, Cato maior. De senectute, VI, 17, tr. it. di N. Flocchini, Catone il Vecchio la vecchiaia, Mursia, Milano 1987, p. 83.

[9] Ivi, XI, 38, p. 111.

[10] Ivi, XVII, 61, pp. 141-143.

[11] Ivi, XXIII, 82, pp. 165-167.

[12] Agostino, Ottantatré questioni diverse, 44, Nuova Biblioteca Agostiniana, a cura di p. A. Trapé, https://www.augustinu s.it/italiano/index.htm

[13] Bob Dylan, Forever young in idem, Planet wawes, 1974, tr. it. a cura di https://www.fabiosroom.eu/. Dal sito della traduzione apprendiamo che Dylan scrisse il testo quando “si trovava in tour a Tucson, Arizona, e stava pensando a Jesse, il suo figlio più grande, nato nel 1966” ... ben si capisce allora come un padre possa desiderare per il figlio l’impossibile e al tempo stesso come l’ideale della gioventù sia considerato un “bene assoluto” (date anche le risonanze bibliche di altre sezioni del medesimo testo).

[14] Agostino, Esposizione del salmo 112, Nuova Biblioteca Agostiniana, cit.

[15] Agostino, Omelia, 32, Nuova Biblioteca Agostiniana, cit.

[16] Agostino, Sul salmo 59, 3, Nuova Biblioteca Agostiniana, cit.

[17] Agostino, Ottantatré questioni diverse, 58 cit.

[18] Agostino, Esposizione del Salmo 91, 11, Nuova Biblioteca Agostiniana, cit.

[19] Agostino, Discorso 64,6, Nuova Biblioteca Agostiniana, cit.

[20] M. Sgalambro, Trattato dell’età, Adelphi, Milano 20002, p. 22.

[21] Ivi, p. 21.

[22] Ivi, p. 15.

[23] J. Amery, Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare, tr. it. Bollati boringhieri, Torino, 1988, in G. Pinna, Il futuro interrotto. La riflessione sulla vecchiaia nella filosofia del ‘900, in G. Pinna, H. G. Pott, Senilità, immagini della vecchiaia nella cultura occidentale, pp. 43-62, qui p. 53.

[24]Cfr. A.  Gorz, Le viellissement, “Les temps modernes » XVII (1961-62), pp. 638-655 e 829-852, in G. Pinna, H. G. Pott, cit., p. 52.

[25] M. Scheler, Schrifte aus dem Nachlaß III (Philosophische Antropologie), Gesammelte Werke  XII, Manfred S. Frings Bouvier, Bonn, in G. Pinna, H. G. Pott, cit., p. 47.

[26] Cfr. R. Guardini, Le età della vita, tr. it. , Vita e Pensiero, Milano 2003 in G. Pinna, H. G. Pott, cit., p. 49.

[27] Cfr. S. De Beauvoir, La terza età, tr. .t., Einaudi, Torino 1971, in G. Pinna, H. G. Pott, cit., p. 54.

[28] Cfr. E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti, Milano, 2005, in G. Pinna, H. G. Pott, cit., 55.

[29] Cfr. Th. Rentsch, Altern al Werden zu sich selbst. Philosophische Ethik der späten Lebenszeit, in Idem, Alter und Gesellshaft, P. Borscheid, Stuttgart, pp. 53-62, in G. Pinna, H. G. Pott, cit., p. 57.

[30] Cfr. M. Scheler, Vom Umsturz der Werte, Gesammelte Werke III, Maria Scheler, Franke, Bern- München 1955, in G. Pinna, H. G. Pott, cit., p. 46 e Guardini, cit., p. 49.

[31] Cfr. Th. Rentsch, Philosophische Antropologie und Ethik der späten Lebenszeit. Eine interdisziplinärer Studientext zur Gerontologie., De Gruyter, Berlin, pp. 283-304, in G. Pinna, H. G. Pott, cit., p. 58.

[32] Cfr. Scheler, Schriften aus dem Nachlaß III, cit., p. 48  e Mittelstraß, cit., p. 60.

[33] Cfr. Scheler, Schriften aus dem Nachlaß III, cit., p. 48.

[34] Cfr. A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, vol I, Adelphi, Milano 2003, in G. Pinna, H. G. Pott, cit., p. 45.

[35] Cfr. R. Guardini, cit., p. 49.

[36] Cfr. Th. Rensch, Philosophische Antropologie, cit., p. 57.

[37] Cfr. Scheler, Schriften aus dem Nachlaß III, cit., p. 48.

[38] Cfr. E. Bloch, cit., p. 56.

[39] Cfr. Th. Rentsch, Philosophische Antropologie, cit., p. 58.

[40] Cfr. J. Amery, cit., p. 52.

[41] Ibidem.

[42] Cfr. A. Schopenhauer, cit., p. 45.

[43] Cfr. M. Scheler cit., p. 47.

[44] Cfr. J. Amery, cit., p. 51.

[45] Sgalambro , cit., p. 17.

[46] Ivi, p. 13.

[47] Ibidem.

[48] Ivi, p. 14.

[49] Ivi, pp. 109-110.

[50] Ivi, p. 130.

[51] Ibidem.

[52] D. Di Sanzo, L'ultimo delirio di Grillo: "Togliere il voto agli anziani", “IlGiornale.it” 19/10/2019 http://www.ilgiornale.it/news/politica/lultimo-delirio-grillo-togliere-voto-agli-anziani-1771508.html; D. Agazzi, Togliere voto agli anziani? Gori: “Dibattito giusto, ma non concordo con Grillo”, “Bergamonews.it” 20/10/2019, https://www.bergamonews.it/2019/10/20/togliere-voto-agli-anziani-gori-dibattito-giusto-ma-non-concordo-con-grillo/331972/.

[53] Seneca, La brevità della vita, 1,1, tr. it. di G. Viansino, Mondadori, Milano 2008, p. 469.

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