mercoledì 18 febbraio 2026

Un congedo dallo Zeitgeist. René Guénon e la consulenza filosofica

1) Exire de saeculo

A dispetto delle apparenze, René Guénon potrebbe essere un autore utile nella consulenza filosofica per un motivo fondamentale: costituisce un esempio molto chiaro di come si possa prendere distanza dal proprio tempo. All’indomani della sua morte egli è stato autorevolmente ricordato in questo modo: “La morte di René Guénon ha attirato l'attenzione su un'opera che merita di essere considerata tra le più singolari di questo tempo. Essa si costituisce così completamente al di fuori della mentalità moderna, ne urta così violentemente le abitudini più inveterate da rappresentare una specie di corpo estraneo nel mondo intellettuale d'oggi. Ma questa appunto è la grandezza di Guénon, d'essersi saputo completamente liberare da tutti i pregiudizi del giorno e d'aver elaborato la sua opera nella solitudine con un inflessibile rigore. Certo è ch'egli ha toccato i problemi più essenziali di oggi, quello della civiltà tecnica e delle minacce ch'esso comporta, quello dell'organizzazione della società economica e politica. L'ha fatto in una forma irritante e profonda al tempo stesso, ma che non può comunque lasciare indifferenti”[1]. Potremmo individuare nello studioso francese, sotto il profilo intellettuale, quello che Jünger ha chiamato il "passaggio al bosco" o quello che i medievali indicavano con l’espressione "exitus de saeculo". Non a caso cito questi due concetti. Il primo allude a un atto storico e politico, che delinea la figura del "ribelle"; il secondo a un atto metafisico che segna la figura dell'eroe ascetico o del santo mistico. In entrambi i casi l'abbandono del proprio tempo è da un lato il prodotto di un disagio per la qualità complessiva che esso ha assunto, disagio che genera un'analisi della realtà, analisi che produce un giudizio negativo e di condanna; dall'altro lato nasce da un giudizio spassionato e indipendente che promuove e coltiva  un certo atteggiamento di estraneità, approfondendo le ragioni per una valutazione critica.

2) Una scelta metafisica

In Guénon tale distacco è oggetto di una scelta metafisica e di uno specifico percorso teoretico, che in particolare si mostra nel testo La crisi del mondo moderno[2]. Il libro è stato scritto nel 1927, quando l'autore si trovava ancora a Parigi ed era impegnato in un dialogo con il cattolicesimo per affermare la compatibilità di quest'ultimo con le tradizioni religiose provenienti dall'Oriente nel loro nucleo fondamentale. Sì, perché secondo Guénon non esiste una filosofia e una metafisica profane, se non come cattiva interpretazione della filosofia e della metafisica, bensì l'autentico sapere ha sempre una forma sacra, giacché la sacralità stessa è il modo di manifestarsi del Principio assoluto di tutte le cose. Pertanto il sapere autentico non è mai disgiunto da una dimensione spirituale e religiosa, da lui interpretate in senso gnostico (cioè insistendo specialmente sul tema della conoscenza) e iniziatico (cioè esoterico). Tutte le tradizioni religiose convergono in un centro che costituisce il loro nucleo di verità interna, disponibile a chi compie fino in fondo un determinato percorso di conoscenza che culmina in una intuizione intellettuale della verità e che le diverse tradizioni espongono in diverse forme, da una più articolata ed esoterica a una più semplificata ed essoterica.

3) Le quattro età

La crisi del mondo moderno ha allora il significato di una secolarizzazione che è anche una profanazione di verità sacre (in questo senso non solo esiste una crisi del mondo moderno, ma tutto il mondo moderno è in sé un'epoca di crisi). Tale profanazione caratterizza la nostra età come età oscura, cioè il momento finale di un ciclo cosmico di manifestazione del Principio (la storia sacra e profana segue inesorabili leggi cicliche) che prelude a una finale "apocatastasi" - termine non guenoniano ma stoico - e a una restaurazione del mondo nella sua verità primordiale. L’ultima età si chiama Kaly Yuga, dal sanscrito età della discordia, ed è preceduta dalle tre epoche del Satya Yuga o Krita Yuga, età della verità o dell’unità del compiuto-perfetto, del Tretā Yuga, età del tre, del Dvāpara Yuga, età del due (teniamo conto che nella dottrina indù il Dharma, o l'ordine cosmico, è rappresentato simbolicamente con un toro a quattro zampe: la decadenza, simboleggiata con il tre e il due, toglie di volta in volta una unità alla pienezza del quattro). La storia ha quindi un senso discendente e ciò perché essa è manifestazione di un Principio che esplicitandosi si allontana e discende da sé.

4) Il Principio e la manifestazione

 Possiamo avere una immagine più filosoficamente familiare di questo processo se pensiamo alla emanazione plotiniana dall'Uno, in cui le differenti ipostasi mano a mano si allontanano dalla loro fonte perdono unità ed essere, fino ad arrivare a un minimo costituito dal mondo materiale. L'allontanamento ha un carattere essenzialmente ontologico e metafisico e si riverbera anche nella dimensione storica, così che anche la storia nei suoi cicli, che sono manifestazioni temporali di un Principio atemporale, esibisce una direzione discendente. Per quanto riguarda la nostra civiltà occidentale, caso particolare della regola storica generale della decadenza, il punto decisivo è il Rinascimento che, dopo il periodo medievale rimasto ancorato alla tradizione mediante il cattolicesimo, sotto il profilo spirituale è connotato dalla vittoria della prassi sulla contemplazione e dal trionfo del materialismo e dell'individualismo. Tale decadenza procede fino all'età contemporanea, che è il parossismo della crisi ma che, in quanto crisi, non può affermarsi definitivamente, perché ogni allontanamento dal Principio dipende dal Principio stesso e non è nemmeno pensabile un suo totale venir meno, giacché nulla può esistere oltre e di là da esso.

Dunque la realtà manifesta un Principio. Manifestare significa esplicitare l’implicito, esibire il nascosto, dispiegare le possibilità contenute nel Principio e, potremmo dire con un altro termine, contrarre in una qualche delimitazione ciò  che è infinito (in senso cusaniano). Si tratta concepire lo svolgimento di una radice ultima di tutte le cose che ha un carattere assolutamente universale e come tale apofatico, cioè ineffabile e indicibile. Questo inizio di tutto è l'Assoluto in senso eminente e, per avere le caratteristiche di una massima perfezione di là prima della quale nulla si può porre né pensare, deve essere universale al massimo grado perché privo di qualsiasi limite ontologico e qualitativo: “L’infinito, per essere veramente tale, non può ammettere alcuna restrizione, il che lo presuppone assolutamente incondizionato e indeterminato, poiché ogni determinazione, qualunque essa sia, è una limitazione,  proprio in quanto lascia qualcosa all’esterno di sé, vale a dire tutte le altre determinazioni ugualmente possibili. D’altra parte la limitazione presenta il carattere di una vera e propria negazione: porre un limite significa negare, in ciò che è da esso racchiuso,  tutto ciò che tale limite esclude; di conseguenza la negazione di un limite è propriamente la negazione di una negazione, vale a dire, in termini logici ma anche matematici, un’affermazione, sicché la negazione di ogni limite equivale all’affermazione totale e assoluta”[3].

5) Il Possibile, l’Essere e il Non-Essere

La descrizione del Principio infinito non potrebbe essere completa se non vi si aggiungesse il concetto di Possibile, un Possibile che è l'infinito visto nel suo aspetto di pura non-contraddittorietà[4] e  in quel “minimo di determinazione necessaria perché divenga per noi effettivamente concepibile”[5]. Esso, contenendo in modo indifferenziato tutto ciò che si può manifestare e tutto ciò che non si può manifestare, è di per sé in condizione di non manifestazione e in sé riposante nel suo abissale e indistinto silenzio. Tale Possibile non va inteso secondo la sua distinzione dal reale perché non va considerato in base alla coppia di categorie immanenti di possibilità e realtà, ma secondo la sua qualità metafisica di Principio, che ha un grado superiore alla stessa realtà, così come noi la designiamo, e che quindi la implica e la possiede[6]. Esso, però, come l'uno di Plotino, si deve manifestare in quell'aspetto di sé che è destinato a farlo, perché senza una manifestazione che comprenda ogni grado dell'Essere, il principio non sarebbe realmente infinito, giacché avrebbe i gradi inferiori dell'Essere fuori di sé. Un infinito che sia veramente tale deve comprendere ciò che è in sé implicito e manifestarlo come sua realtà, altrimenti entrerebbe in contraddizione con se stesso. Dunque del Principio noi sappiamo che vi è un aspetto, se di aspetto è possibile parlare senza semplificare indebitamente, non manifestabile e uno manifestabile, complessivamente  sovraessenziali[7]. Quello manifestabile “contiene” il principio della manifestazione, cioè l’Essere, di per sé fuori dalla manifestazione (si manifestano le conseguenze del principio non il principio stesso) che è la determinazione massimamente universale di ciò che effettivamente si manifesta. La manifestazione avviene per gradi, cioè a diversi livelli ontologici, entro i quali vi sono i “mondi”, cioè domini della manifestazione definiti da determinate condizioni di esistenza come, ad esempio, spazio, tempo, materia o anima, modalità di coscienza, leggi ontologiche proprie, che rispecchiano la qualità ontologica dei rispettivi gradi, corrispondenti a un più e a un meno di universalità e unità. Gradi e corrispondenti mondi si articolano in modo discendente secondo il livello spirituale/universale, sottile/psichico e grossolano/materiale. Si passa dalla dimensione informale e spirituale - in cui non vi sono né limite né particolarità, né articolazione, né determinazione propri del finito - alla dimensione formale - che implica una pur vasta, fondamentale e massimamente comprensiva determinazione d'essenza - e, dentro quest'ultima, alla dimensione sottile o psichica - corrispondente al senso dato al concetto di anima dalla filosofia classica - fino a quella grossolana cioè agli aspetti più propriamente materiali della manifestazione. Qui siamo appunto in presenza di un progressivo passaggio dall'indeterminato al determinato e dall'universale al particolare fino a un massimo di molteplicità e determinazione che corrisponde alla materia. Quando viceversa si risale nei gradi ontologici verso il Principio, si passa anche da un mondo all’altro, cioè da un dominio della realtà in cui valgono certe condizioni e leggi a un altro dove valgono altre condizioni e leggi. Naturalmente affinché ciò avvenga vi deve essere una comunicazione tra il basso e l’alto e viceversa, comunicazione data dal fatto che ogni grado e mondo manifesta l’Essere e l’Essere è una Possibilità.

6) Metafisica e storia

Questo stesso nostro mondo manifestato si sviluppa temporalmente da una condizione di massima vicinanza al principio a una di massima lontananza. Il percorso della manifestazione possiede due direzioni: il Principio tende a manifestarsi, cioè a esplicitare se stesso allontanandosi da se stesso; ma la manifestazione vuole riconnettersi al Principio che ne è la fonte e verso il quale dunque prova una sorta di nostalgia ontologica. Sotto il profilo storico ciò si declina attraverso lo svilupparsi dei cicli delle quattro età, traducibili anche nella tradizione occidentale con le immagini esiodee dell’oro, dell'argento, del bronzo e del ferro. La caduta dall’oro al ferro, quindi, prelude alla ricostituzione dell’oro dal ferro: i cicli sono il dipanarsi eterno di questo respiro cosmico del Principio e, dentro la sua manifestazione, sono il suo respiro storico.

Oggi l'Occidente moderno è giunto allo stadio finale della decadenza che rappresenta la condizione più ontologicamente, ma anche gnoseologicamente ed eticamente, degradata, ma proprio per questo, ci si trova là dove è possibile avvertire in modo acuto l'urgenza di una restaurazione. In ciò l'Occidente e la sua civiltà devono fruire del contributo del mondo orientale, un luogo spirituale oltre che geografico, dove la Tradizione, cioè la traccia spirituale dell'unità originaria, che si mantiene in ogni momento della storia, è ancora viva e non per lo più persa e nascosta tra i labirinti della decadenza.

L'Oriente è allora il luogo di una sopravvivenza intatta di ciò che è originario, anche perché lì la contemplazione mantiene il suo primato nei riguardi dell'azione e le offre un senso assoluto.

7) L’intuizione intellettuale

La contemplazione è ciò che propriamente istituisce il legame tra l'origine metafisica e gli enti che abitano la sua manifestazione. Essa precede l'azione che invece rimane una modificazione momentanee transitoria dell'essere, quand'anche orientata alla sua verità e alla sua elevatezza. La contemplazione, diremmo in termini filosofici "gnoseologicamente", culmina con una intuizione pura. Ovviamente non si tratta di un'intuizione sensibile, legata alla dimensione grossolana della materia; nemmeno di una sorta di intuizione sentimentale e infine neanche di quella intuizione intellettuale che non è altro, in Kant, che una pura impossibilità. Per intuizione Guénon intende un atto conoscitivo in cui il soggetto si trasforma immediatamente nell'oggetto conosciuto e questo in modo pervasivo e totale. Tale atto è proprio di una sorta di intelletto  puro -  intelletto agente direbbe Aristotele -, quell'intelletto che, direi io con linguaggio tratto dalla scolastica, è capace di sinderesi, cioè di una conoscenza diretta dei principi. L’idea di un’"intuizione intellettuale pura e immediata si applica esclusivamente al dominio dei principi metafisici, ma per ciò stesso si apre su possibilità illimitate di concezione, onde se una conoscenza non dipendesse dalla metafisica, mancherebbe 'littéralment de principe', e per conseguenza non potrebbe avere nessun carattere tradizionale. Questo intelletto puro e trascendente gli individui è ciò che la dottrina indù chiama Buddhi. Esso appartiene all'ordine della manifestazione, precisamente all'ordine della manifestazione universale, ed è uno dei tattva di Prakti, il primo"[8]. I tattva riguardano una serie di principi costitutivi di Prakti  che è il principio originario della natura, da cui emergono i fenomeni materiali e psichici ossia, con le parole di Guénon, “la sostanza universale, indifferenziata e non-manifestata in sé, da cui però tutte le cose procedono per modificazione”[9]. Quindi il Buddhi che promana da Prakti, è l’intelletto unico e agente che  coglie i principi ed è il primo elemento che costituisce che procede da tale sostanza, insieme ad altri ventitrè che insieme si articolano in principi mentali (insieme a Buddhi, Ahakāra – senso dell’io, ego, Manas – mente sensoriale che coordina percezioni e impulsi);  facoltà di conoscenza (5 sensi),  facoltà di azione (parola, mani, piedi, organi di escrezione, organi di riproduzione);  elementi sottili (suono, contatto, forma, sapore, odore) ed elementi grossolani (etere aria, fuoco, acqua e terra). Il venticinquesimo tattva, la Coscienza universale-Purusha è come vedremo più avanti, il più importante, perché, interagendo con Prakti dà origine a tutti gli altri tattva e al mondo. Tale interazione ha come fondamento un elemento più universale che è il principio generale della manifestazione cioè l’Essere, che nella dottrina indù è chiamato Ishvara[10].

Ora, come detto, nell’intuizione pura si determina una identificazione totale dell’intelletto con il suo oggetto: “Aristotele dichiara espressamente che ‘l'intelletto è più vero della scienza’, vale a dire in altre parole che se è la ragione a costruire la scienza, ‘nulla è però più vero dell'intelletto’ il quale è necessariamente infallibile perché la sua operazione è immediata e perché, non essendo realmente distinto dal proprio oggetto, esso si identifica con la verità stessa. Tale è il fondamento essenziale della certezza metafisica; e ci si può render conto da quanto abbiamo esposto che l'errore può introdurvisi soltanto con l'uso della ragione, vale a dire in occasione della formulazione delle verità concepite dall'intelletto, ciò che si spiega tenendo conto del fatto che la ragione è evidentemente soggetta all'errore a causa del suo carattere discorsivo e mediato”[11]. L’identificazione conoscitiva elimina totalmente il suo carattere appunto gnoseologico, perché la conoscenza e la verità coincidono perfettamente e senza residui, tanto che i due aspetti, gnoseologico e, diremmo con termine non completamente adatto, ontologico, risultano indistinguibili.

8) Tradizione primordiale e tradizioni storiche

Ora, in virtù di questa identificazione, determinatasi in una condizione originaria e per opera di autori non umani, la cui individualità scompare dietro ai contenuti universali  di verità che essi hanno veicolato, si venuta articolando una Tradizione primordiale che potremmo definire come l’insieme ancora non manifestato di tutti i contenuti spirituali derivanti della conoscenza del Primo Principio. Essa è “la norma e l'asse portante, il germe imperituro di tutto ciò che è ‘sacro’, di tutto l'Universo manifestato microcosmico e macrocosmico, il fondamento di tutte le tradizioni secondarie e delle diverse religioni, il deposito eterno della dottrina e della Conoscenza; in una parola il Tempio della Verità eterna”[12].

Tali contenuti vengono manifestati dalle tradizioni storiche, sacrali, iniziatiche ed ortodosse – per esempio le tradizioni religiose consolidate, anzitutto l’induismo, e poi l’islam, il taoismo, il buddismo, il cristianesimo cattolico, ma anche le tradizioni ermetiche, la  cabala ebraica, le religioni egizie e greco-romane e così via -  in cui le persone adeguatamente formate, riconoscono l’eco del Principio per la risonanza simbolica che vi viene percepita. C’è un linguaggio discorsivo che non è solo razionale ma che viene arricchito dalla forza del simbolo, dell’analogia, dell’allusione: un linguaggio anagogico, che attraversa anche la dimensione cultuale e rituale e che rappresenta uno strumento indispensabile al processo attraverso il quale ogni individuo o popolo si riconnette, mediante le proprie attitudini, all’Origine e al Vero. Guénon rende questa convergenza con l’immagine di una ruota[13] i cui raggi, le tradizioni, convergono verso il centro, l’unica verità custodita nel presente ciclo cosmico dalla Tradizione primordiale, non soggetta ad alcuna interferenza della storia e presente, nella forma di una tensione e di una tendenza, in ogni raggio. La modalità espressiva della singola tradizione, dunque, è lo strumento coniato dai popoli e dalle civiltà per comunicare le verità ancestrali. C’è pertanto un rimando reciproco tra le tradizioni storiche che esprimono il Principio ma non lo possiedono e la Tradizione primordiale che lo possiede ma non lo esprime. Il problema, che si dà soprattutto in quelle situazioni in cui le tradizioni non sono più universalmente accolte e custodite nelle gerarchie religiose e politiche, è come riconoscere il luogo di manifestazione della verità spirituale, se già in qualche modo non lo si è acquisito infallibilmente e come distinguere tale acquisizione della verità dall’acquisizione di qualche dottrina erronea, se l’unica forma che lo esprime, la tradizione storica, appunto, è inquinata da qualche elemento profano od estraneo. Questo è uno delle grandi aporie del mondo moderno: aver interrotto il circolo ermeneutico tra la tradizione storica e la sua fonte, così come tra la conoscenza discorsiva e quella intuitiva, e avere reso opaco quel autoattestarsi delle tradizioni come vere a chi, al loro interno, porta con sé la possibilità di conoscerle intellettualmente.

9) Il mondo moderno e l’oblio della Tradizione, anzitutto nella sfera del sapere

Con ciò il nostro discorso si sposta direttamente sui problemi connessi alla nostra peculiare crisi e alla nostra peculiare situazione storico-spirituale.  L’interruzione del circolo  fra Tradizione e tradizioni porta altresì con sé la difficoltà di accesso odierno a una scienza che non sia quella profana che è scienza della natura e sapere immanente, a fronte delle scienze tradizionali che sono proprie di civiltà in cui “la pura dottrina metafisica costituisce l’essenziale e il resto vi si connette, a titolo di conseguenza o di applicazione, ai diversi ordini di realtà contingenti […]. Qui il relativo non è concepito come inesistente, cosa che sarebbe assurda; esso viene preso in considerazione nella misura in cui lo merita e viene messo al suo giusto posto che può essere solo secondario e subordinato”[14] all’assoluto. Ora, mentre la scienza naturale dei greci riguardava il divenire immanente ma lo approfondiva con gli occhi rivolti alla trascendenza di cui era considerato un semplice prolungamento discendente, la scienza moderna assolutizza l’immanenza che viene letta nella sua autonomia: “La concezione moderna pretende di assicurare alle scienza l’indipendenza negando tutto quanto la trascende o, almeno, dichiarandolo ‘inconoscibile’ e rifiutandosi di tenerne conto, cosa che poi è lo stesso che negarlo”[15]. In questa negazione risiede un esiziale restringimento degli orizzonti del sapere che conduce alla “dispersione nel dettaglio, ad un’analisi sterile quanto fastidiosa, la quale può procedere indefinitamente senza che così si proceda di un sol passo sulla via della conoscenza”[16]. L’enfasi sulle cosiddette applicazioni pratiche è uno specchio utilitaristico per le allodole che nulla dice del livello di approfondimento di una scienza, mentre l’autoreclusione nell’ambito del divenire determina, come aveva già visto Platone, una perdita di stabilità e affidabilità che ne deturpa la qualità gnoseologica. Per non parlare del pregiudizio positivista che ne accompagna lo sviluppo dall’Ottocento in poi con quella superstizione del fatto che è segno definitivo di un approccio materialistico, chiuso e senza sbocchi. Da questo complesso di elementi si spiega il moltiplicarsi metastatico di ricerche e di indagini che non sono altro che la produzione di mere opinioni provvisorie che impegnano i loro autori come megafoni della loro effimera individualità alla ricerca di originalità, consenso e, al meglio, risultati vantaggiosi (questa metastasi doxastica coinvolge oggi a tutte le discipline conoscitive, comprese quelle filosofiche).

10) L’individualismo moderno

Questo è ciò riflesso di un’altra vasta piaga del mondo moderno, che si estende dalla concezione del sapere a tutti gli altri campi della vita: l’individualismo. L’individuo è il centro della modernità, ma la sua esaltazione comporta una sostanziale decadenza perché l’individuo è il particolare, il chiuso, il determinato. La sua centralità è la centralità della materia quale principium individuationis – che è anche principium divisionis: “La materia è il principio della divisione e della pura molteplicità”[17] - e del singolo cui viene affidato il “libero esame” di ogni questione e la produzione di punti di vista personali contrapposti in una prassi di discussione infinita in cui la verità necessariamente si perde e viene occultata (“è difficilissimo far capire ai nostri contemporanei che vi sono cose le quali, per la loro stessa natura, non sono da discutersi. Invece di innalzarsi fino alla verità l’uomo moderno pretende di farla scendere fino al proprio livello”[18]). Sotto il profilo dottrinale, l’individualismo corrisponde, dunque, alla massima cecità nei confronti dell’oggettivo e dell’universale cioè di “ogni principio superiore all’individualità” stessa: “Quel che finora mai si era visto è una civiltà poggiante tutta su qualcosa di affatto negativo, su ciò che si potrebbe dire un’assenza di principio. Proprio questo dà al mondo moderno il suo carattere anormale, facendone una specie di mostruosità spiegabile solo se la si considera come corrispondente alla fine di un periodo ciclico […]. Proprio l’individualismo, come ora l’abbiamo definito,  è la causa determinante della decadenza attuale dell’Occidente, per il fatto stesso che esso in un certo qual modo è stato il motore dello sviluppo esclusivo delle possibilità più inferiori dell’umanità, di quelle il cui dispiegamento non richiede l’intervento di alcun elemento super-umano e che pertanto possono svolgersi completamente solo quando un tale elemento manca, giacché esse sono l’opposto di ogni spiritualità e intellettualità”[19].

11) La democrazia moderna e la metapolitica di Guénon

Naturalmente questa negazione di quanto vi è di superiore alla pura e immanente individualità non poteva che generare, estesa a campo del sociale e della convivenza civile, una dottrina che fa emergere l’ordine sociale dal basso, trasformando quello che era originariamente una struttura gerarchica in un’organizzazione[20] egualitaria. Qui regnano la quantità e il numero e la giustizia che proviene dall’essere, dall’universale e dall’unità è cancellata in nome dell’esaltazione di ciò che è molteplice, disordinato, transeunte, cioè appunto senza principio. Così si esprime la critica sociale di Guénon, che non ha come obiettivo se non quello di ridefinire il campo a partire da un punto di vista “superpolitico”, chiarendo la debolezza epistemica del principio di uguaglianza – “è impossibile che due esseri siano realmente distinti eppure simili sotto ogni riguardo”[21] – e le sue conseguenze riguardo all’erezione a norma di quel fatto semplice che si riscontra nelle democrazie moderne per cui “nessuno si trova nel posto che normalmente gli spetterebbe in base alla sua natura propria”[22].

Così accade innanzitutto per le élites la cui cronica e devastante incompetenza è direttamente imputabile alla convinzione per cui  “il potere viene dal basso e poggia essenzialmente sulla maggioranza, cosa che ha per necessario corollario l’esclusione di ogni autentica competenza, dato che la competenza è sempre una superiorità, anche se relativa,  e può essere solo di pertinenza di una minoranza”[23]. È bene ricordare che il pensiero di Guénon a riguardo potrebbe essere definito propriamente come un platonismo politico, di cui si condivide l’idea di giustizia come ordine e distribuzione dei compiti sociali in base alle attitudini, di primato della contemplazione e di articolazione gerarchica della società in base alla virtù della sapienza. Proprio questo riferimento conferma il carattere paradossalmente, ma non troppo, impolitico della riflessione guenoniana. Più volte, infatti, l’autore francese ribadisce il suo disinteresse per la cronaca politica e, a maggior ragione, partitica, delle società occidentali, e stabilisce il criterio di una prospettiva collegata direttamente ai principi, orientamento che ha mostrato di mantenere in tutti i suoi testi e infine anche nella Crisi del mondo moderno, quello che, se vogliamo, si prestava di più e meglio a digressioni nell’attualità.

Risultano pertanto peregrine le accuse, mosse da più parti, di reazionarismo politico, perché se non interessa la politica attiva tantomeno le categorie contingenti di destra e di sinistra, riferentesi peraltro a un episodio paradigmatico di affermazione di una cultura radicalmente moderna come l’illuminismo. Non si tratta quindi di prendere una posizione storico-militante, ma di analizzare le conseguenze contingenti di un certo rapporto di oblio dei principi tradizionali in Occidente, nella consapevolezza che eventuali élites orientate al ripristino di una tradizione viva dovranno avere anzitutto un’attitudine contemplativa e solo in secondo luogo la capacità di tradurla in modello di vita civile, la cui realizzazione è affidata a una certa libera interpretazione dei supremi criteri spirituali, piuttosto che all’elaborazione di paradigmi astratti e rigidi di società più o meno perfette. Insomma “tutto deve cominciare dalla conoscenza; e quel che sembra essere più remoto dall’ordine pratico proprio in quest’ordine si dimostra maggiormente efficace essendo l’elemento senza il quale è impossibile conseguire qualcosa di realmente valido e di diverso da una vana e superficiale agitazione”[24].

12) Nemesi del materialismo

Nondimeno l’analisi di Guénon non teme certo di entrare nelle questioni fondamentali del proprio tempo, arrivando fino al dominio dell’economico, il cui presupposto materialista è espressione nella contemporaneità dell’avanzamento di un certo regno della quantità, al cui approfondimento dedicherà un testo intero nel 1945[25]. In tale mondo quantitativo si sviluppa una scienza articolata del sensibile e del misurabile che è tutta impegnata al dominio del reale immanente in chiave utilitaristica. A ciò si ricollega lo sviluppo tecnico e industriale che, privato di una sua cornice di senso metafisica, non può che portare a guerre e autodistruzione: “Forze della natura, o forze delle masse umane, o le une e le altre insieme, poco importa; son sempre le leggi della materia che qui agiscono ed esse travolgono inesorabilmente chi ha creduto di dominarle, senza essersi elevato al di là della materia. L’Evangelo dice di più: ‘Ogni casa divisa in se stessa crollerà’. Questo detto si applica a perfezione al mondo moderno, con la sua civilizzazione materiale che, per sua stessa natura, non può che suscitare ovunque lotte e divisioni. La conclusione è fin troppo facile a trarsi e non occorre passare ad altre considerazioni per predire, senza tema di errore, che questo mondo va incontro a una fine tragica, a meno che un cambiamento radicale, sviluppantesi fino a una vera e propria revulsione, non si produca a breve scadenza”[26].

13) Possibilità di rettifica e ruolo del cattolicesimo

In questo modo, nell’orizzonte della fine di un ciclo, Guénon conclude la sua analisi sulla modernità, valutando se vi siano concrete possibilità di un “ritorno” e di una rettifica del processo storico in atto. Infatti non sappiamo esattamente quando il ciclo finirà, sappiamo che finirà e che si preparerà l’avvento di un nuovo mondo e di una nuova storia, ma questi scaturiranno necessariamente da quei residui del vecchio che la decadenza non avrà intaccato. Il processo di allontanamento dal Principio non può mai essere totale perché dal raggio di emanazione della sua manifestazione, per quanto esteso a grande distanza dal centro, non si può mai uscire. Quindi, nel respiro cosmico/storico della manifestazione, alla diastole della dispersione non può che far da riscontro la sistole della concentrazione.

I residui di cui si è detto vanno rintracciati nell’Oriente ancora incontaminato dalla modernità, grazie a cui si potranno ravvivare le tradizioni occidentali, in particolare quella cattolica, che, per quanto in molti aspetti deviata e infiltrata, è l’unica ancora viva e operante in Occidente: “Senza nulla cambiare nella forma religiosa sotto la quale si presenta all’esterno, basterebbe restituire alla dottrina di questa il senso profondo che essa ha realmente, ma del quale i suoi rappresentanti attuali sembrano non aver più coscienza”[27]. È necessario, nella visione di Guénon, la riproposizione di una sorta di gnosi cattolica, in cui il Cristo viene interpretato come l’uomo universale – “in arabo Ei-Insânul-kâmil, l'Adam Qadmôn della Qabhalah ebraica il «re» (Wang) della tradizione estremo-orientale (Tao-te-king, XXV)”[28], Purusha nella tradizione indù e nella filosofia Samkhya[29] che così nomina l'"Uomo Cosmico", lo "Spirito" o la "Coscienza pura" ossia l'essere primordiale che, nel mito vedico, viene sacrificato per creare l'universo e che coincide con il Sé eterno, trascendente e non materiale, che entra in relazione con il principio naturale e materiale[30]. In  modo secondo Guénon perfettamente corrispondente a tale molteplice attestazione tradizionale, il Cristo media fra cielo e terra, e sale sulla croce come axis mundi, asse del mondo, che collega in un punto l’asse verticale  che si riferisce ai diversi stati dell’essere (dal Principio trascendente alla manifestazione) e l’asse orizzontale che rappresenta l’estensione del mondo manifestato (spazio, molteplicità)[31]. Questa è la sua funzione profetica e redentiva: raccogliere in sé estensivamente ed intensivamente il mondo per restituirlo alla sua origine e ricondurla alla sua fonte primigenia.

 L’assunzione di questo sguardo sul Crocifisso e di tutte le conseguenze spirituali in esso contemplate è inscindibile da una prospettiva intellettuale che punta, come si vede, ad una esegesi del simbolo quale espressione in forme sensibili di una verità metafisica. Benché Guénon avverta che non vuole sminuire il significato storico della vicenda narrata nei Vangeli, di fatto egli tende nel suo modo di vedere a dissolvere la specificità storica della Rivelazione cristiana in una universalità simbolica che, per richiamare analogie e corrispondenze con tradizioni di diversa matrice (induista, islamica etc.) –  atto a suo dire indispensabile per comprenderne a fondo la sua funzione anagogica -, finisce per perdere il senso ultimo della visione cristiana del mondo. Da ciò, nel particolare ambito del significato della croce, l’esempio della peculiare inversione guenoniana per cui Gesù sale sulla croce in quanto simbolo e non la croce assume una peculiare valenza simbolica perché Gesù vi è salito. Qui naturalmente il valore della croce come sofferenza redentiva e la funzione inaudita di Gesù come Messia sofferente, in base a Isaia 53, è del tutto ignorata, e con essa l’autentica, potente verità del cristianesimo[32].

14) Altre opportunità

In ogni caso il nostro Autore, come si è detto, rimane convinto che il cristianesimo cattolico possa ancora svolgere una certa funzione storica nell’Occidente decaduto, in quanto unica tradizione ancora in qualche modo vigente. Per il resto non si escludono in linea di principio esperienze individuali di soggetti di spiccate ed elevate qualità spirituali, per cui è comunque da sottolineare la necessità di un atteggiamento assai prudente, in epoca di confusione delle dottrine e delle idee: “Noi entriamo in un’epoca in cui sarà particolarmente difficile ‘distinguere il grano dalla mala erba’, effettuare realmente quel che i teologi  chiamano ‘discriminazione degli spiriti’; ciò, per via di manifestazioni disordinate che si intensificheranno e moltiplicheranno, e altresì per via del difetto di vera conoscenza in coloro, la funzione normale dei quali dovrebbe essere di guidare gli altri”[33]. Pertanto coloro che riusciranno a vincere gli innumerevoli ostacoli frapposti dallo spirito dei tempi a una nuova apertura dell’uomo alle verità primordiali, saranno pochi “ma ancora una volta non è il numero che importa, poiché qui siamo in un campo le cui leggi sono affatto diverse da quelle della materia. Non vi è dunque ragione di disperare e quand’anche non si potesse sperare di raggiungere un risultato sensibile prima che il mondo precipiti, questo non sarebbe un motivo per non cominciare un’opera la cui portata va ben oltre l’epoca attuale”[34]. Non bisogna cedere allo scoramento, ammonisce Guénon a conclusione del suo sforzo di analisi del mondo moderno, perché “nulla potrà mai prevalere in modo definitivo contro la potenza della verità […] vincit omnia veritas[35].

15) Guénon e la filosofia

Così chiude la sua ricerca il nostro Autore. Dopo di ciò non mi rimane che aggiungere qualche riflessione relativa alla destinazione di questa sintesi attorno al suo pensiero. Con la filosofia egli ha un rapporto ambivalente: ne svaluta la varietà di espressioni e l’impronta personale che vi lascia ogni filosofo, ma non è alieno da chiedere importanti prestiti per quanto attiene alla divulgazione delle dottrine orientali la cui comprensione è spesso mediata da categorie filosofiche (pensiamo a Spinoza e Leibniz, a Kant o alla filosofia aristotelico-platonica). Lo studioso francese si affretta a scaricare ogni responsabilità sulla dimensione appunto della comunicazione e tuttavia, con una considerazione più oggettiva, non si può negare che talora si tratta di una presenza massiccia[36]. Ma la filosofia è da lui, per altro verso, ritenuta tendenzialmente profana e viziata da un carattere discorsivo che risulta per sua natura incapace di produrre quella conoscenza intuitiva che si colloca alla radice di ogni autentica metafisica. Abbiamo già visto lo scetticismo che viene avanzato nei confronti della prassi dialogica e di discussione[37], uno scetticismo che talvolta sfocia in affermazioni apodittiche di cui si attesta la connotazione assolutamente impersonale, entrando anche qui in un pericoloso circolo: io sostengo il carattere impersonale di quello che io dico. Per avere un carattere assolutamente impersonale, un giudizio non deve essere pronunciato da nessuno, ma questo “nessuno”, ammesso che logicamente si possa pensare, non può essere, seguendo Guénon, altri che colui che esercita l’intuizione intellettuale mentre la esercita, cioè lo stesso impersonale intelletto agente con cui la esercita, dando come scontato e non problematico il suo rapporto con l’intelletto possibile e la sua forma individuale (cioè, mi sembra, tra quegli elementi che Guénon chiama rispettivamente il Sé trascendente e l’Io individuale)[38]. Ma essendo tale intuizione prodotta in modo adialettico, come si è già fatto notare, appare anche inevitabilmente solipsistica, e producendo l’immedesimazione totale con e nell’oggetto, in modo tale da non poter più distinguere soggetto e oggetto, si connota come infallibile, certo, ma solo dentro la sua logica, sembrando piuttosto dall’esterno incontrollabile. Viceversa se ne parla, si fa cioè un discorso a partire dalla possibilità offerte da quelle tradizioni storiche che trasportano il nucleo delle verità tradizionali primordiali dentro il divenire del mondo (con quale effetto in ordine al rapporto tra significato e segno e con quale scarto? Anche questo è un problema, non insolubile alla luce di una corretta dottrina del simbolo e dell’analogia, ma che permane, almeno per un certo tempo, con la sua carica destrutturante). In definitiva, volendo prendere seriamente l’iniziale apofatismo di Guénon, rimane il dubbio se il suo parlare non sia un parlare di qualcosa di cui, seguendo Wittgenstein, si dovrebbe tacere.

Nondimeno la filosofia ha questo difetto, oltre a quelli indicati da Guénon: che quand’anche riconosca la necessità di tacere, comunque ci prova, sopportando tutte le contraddizioni del caso. In tal senso Guénon è molto filosofo. E lo è anche per la passione della ricerca che lo contraddistingue, anche qui nonostante la sua scarsa considerazione per il ricercare fine a se stesso tipico della mentalità intellettualistica moderna. Sembra che allora dalla filosofia, nel bene e nel male, sia molto difficile dipartirsi definitivamente. Sarà di conseguenza una questione di fondamenti e di metodo, cioè di una certa qualità del pensare, a decidere di essa in ultima istanza. E la qualità del pensare non si decide mai in modo individualistico né solipsistico, ma solo dialetticamente, come Guénon ha mostrato di credere scrivendo libri e affermando, al pari di tutti, nessuno escluso, la verità dei loro contenuti.

16) Congedarsi dal proprio tempo: pregiudizi e distanza critica

Detto questo, non si può ritenere che il nostro Autore sia inservibile alla consulenza filosofica. Abbiamo già detto che l’aspetto di una presa di distanza dal proprio tempo è il macro argomento su cui si fonda la dimostrazione della sua rilevanza per detta disciplina. Ciò significa riconoscimento del proprio radicato pregiudizio in tutte le forme del ragionare. Un pregiudizio collegato a un sitz im Leben mai cancellabile, e soprattutto mai eliminabile con il pretenzioso programma di “superare ogni pregiudizio”. Ma immediatamente dopo un siffatto riconoscimento, quel che invece conta è che ci sia un concreto costrutto di pensiero che effettivamente conduca a un modo di vedere le cose radicalmente opposto agli orientamenti del presente. Non un’enunciazione programmatica di controcultura o controfilosofia, ma un reale e lampante sistema di pensiero altro. Questo ha rappresentato per me sedicenne e svogliato studentello del liceo classico la lettura della Crisi: l’incontro con un modello inaudito dalla inaudita potenza decostruttiva e ricostruttiva. E devo dire che, pur con il disincanto dell’età, questo carattere il testo non l’ha perso, almeno ai miei occhi.

Vi è, inoltre, sullo sfondo della mia personale (scusa René!) visione della consulenza filosofica, il mio (scusa ancora!)[39] assunto di metodo per cui filosofia e consulenza filosofica non si distinguono, dato il carattere sostanzialmente teoretico e dialettico della filosofia, che deve essere confermato dalla consulenza filosofica pena la totale perdita di rigore e di consistenza veritativa, che offrono precisamente alla disciplina la sua consistenza esistenziale e pratica (solo la verità fa liberi e chiunque si affacci alla consulenza filosofica credo che chieda verità e libertà, una verità liberante accolta nella libertà). La filosofia è sapere dell’uomo in statu viatoris. Essa è cammino e come tale è synfilosophein: esistenza, comunità, dialettica, e realizzazione di una vita buona sono da essa indisgiungibili. Ma lo status viatoris non può nemmeno essere pensato senza la giustapposizione di uno status comprehensoris (“fratelli, dice san Paolo, io non suppongo di aver toccato la meta - comprehendisse” - Fil 3, 13). Lo status comprehensoris è quello di chi ha raggiunto la meta alla fine del viaggio, cioè di coloro per cui il viaggio ha acquisito il compimento cui sin dall’inizio tendeva. Entrambi “indicano schiettamente l’originario modo di essere di tutte le creature, in primo luogo dell’uomo”[40].

In particolare “lo status viatoris non è, nel senso più ovvio ed esteriore, una designazione di luogo, designa invece la più intima costituzione dell’essere della creatura, il suo interiore, essenziale ‘non ancora’, che racchiude in sé un ‘negativo’ e un ‘positivo’: il non essere del compimento e la tendenza al compimento”[41]. Ovvio, si dirà, ma ricco di conseguenze. La filosofia è infatti nella sua dimensione del philein qualcosa che attiene allo status viatoris e quindi qualcosa che, pur scoperto dai greci, è intimamente e inequivocabilmente umano. Il nostro Guénon gnostico non assentirebbe perché tende a non vedere il grigio tra il nero dell’errore e il bianco della verità. Ma questo gli fa perdere proprio questa dimensione dell’accompagnamento: la filosofia accompagna gli uomini e gli uomini si accompagnano con la filosofia: de consolatione philosophiae, proprio nel senso del con-solare cioè del trasformare la solitudine in una compagnia.

Ma nel suo status viatoris l’uomo non si può nemmeno crogiolare facendo della contingenza il proprio idolo. Bisogna pensare e desiderare e sperare il compimento. E questa speranza è anche virtù teoretica, nel senso che ha un aspetto che ci rende capaci nel tempo di collocarci, per mezzo della ragione e della coscienza morale, al di là del tempo. È  un carattere tipico dell’essere razionale e personale: pensare il proprio futurum exactum in cui ciò che è in divenire, sarà stato fissato in un compimento oltre il divenire[42]. Perché non c’è adagio più superficiale di questo, nel suo ammantarsi di presunta saggezza: “Quello che conta non è la meta ma il viaggio”. Falsissimo: un viaggio senza meta è un errare, e dunque è anche un errore. Mentre nel viaggio siamo sempre in compagnia, ma anche sempre con noi stessi e soprattutto nel nostro tempo che alla lunga opprime con la sua apparente inevitabilità, noi abbiamo la straordinaria prerogativa di abbandonare il nostro tempo come segno di un distacco critico radicale anche da noi stessi, per acquisire, tornando nel tempo e a noi stessi, maggiore conoscenza e un pezzo di verità più grande. Pertanto la meta è essenziale. Noi possiamo anticipare non solo la fine ma anche il fine, ed è questo lo scopo della virtù teoretica della speranza, per farlo retroagire sulla nostra identità qui ed ora. Ernst Bloch e Jurgen Moltmann ce lo hanno insegnato, e le geniali intuizioni di entrambi si raccordano mirabilmente con la speciale utopia antiutopica di Guénon. Dentro le fecondità del distacco critico anche le gnosi – evocate peraltro con dovizia di particolari e con affreschi affascinanti da Bloch - con la loro illusione di onnipotenza gnoseologica, possono essere considerate positivamente. Così Guénon, filosofo suo malgrado, diventa, suo malgrado, nostro compagno di viaggio nella prassi filosofica e nella consulenza che reciprocamente di offriamo nella vita e nel lavoro. A noi prigionieri  della caverna, è capitato che qualcuno fuggisse per vedere che cosa c’era dietro le ombre, e costui ha scoperto che molto di ciò che il nostro mondo ritiene essenziale è solo “l’ombra della luce”. Dovremmo riservargli un’accoglienza diversa da coloro che rividero il filosofo dopo il suo excursus nel mito platonico, perché uscire dalla caverna divenga un’impresa comunitaria e quindi ancora più intensamente filosofica, perché noi possiamo aiutarci a diventare filosofi. Ciò, senza illusioni e guardando in faccia a una realtà difficile, faticosa, dura, che tramonta con violenza,  cosa che aveva appreso con chiarezza Franco Battiato quando diceva: “Il mio Maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”.

                                                                                                                                              Massimo Maraviglia



[1] J. Danielou, Saggio sul mistero della storia, tr. it., Morcelliana, Brescia  1977, p. 135.

[2]R. Guénon,  La crisi del mondo moderno, tr. it. di J. Evola, Mediterranee, Roma 1975.

[3] R. Guénon, Gli stati molteplici dell’essere, tr. it. di L. Pellizzi, Adelphi, Milano 1996, pp. 21-22. Si notano qui echi della filosofia moderna e dello spinoziano omnis determinatio est negatio.

[4] “È l’assenza di contraddizione interna che logicamente ma anche ontologicamente, definisce la possibilità”, Ivi p. 21.

[5] Ivi, p. 25 n. In tale occasione Guénon è quasi costretto a citare Leibniz, un filosofo “le cui vedute sono per molti aspetti meno ristrette”, ivi, p. 29.

[6] “La distinzione fra possibile e reale, sulla quale diversi filosofi hanno tanto insistito, non ha dunque alcun valore metafisico: ogni possibile è reale a modo suo, e nel modo che la sua natura comporta, altrimenti avremmo dei possibili che sarebbero niente, e dire che un possibile è niente è una contraddizione pura e semplice; è l’impossibile, e solo l’impossibile, a essere , come già detto, un puro nulla”, ivi, pp. 34-35

[7] Cioè di là dall’essere: “Al di fuori dell’Essere vi è dunque tutto il resto, cioè tutte le possibilità di non manifestazione e inoltre le possibilità di manifestazione allo stato non manifestato; l’Essere stesso vi si trova incluso, poiché non potendo appartenere alla manifestazione, in quanto né è il principio, è esso stesso non manifestato. Per designare ciò che è pertanto al di fuori e al di là dell’Essere, siamo costretti, in mancanza di ogni altro termine, a chiamarlo Non-Essere; e tale espressione negativa, che per noi non è in alcun modo sinonimo di ‘nulla’ – come nel linguaggio di certi filosofi – oltre ad essere direttamente ispirata dalla terminologia della dottrina metafisica estremo-orientale, è sufficientemente giustificata dalla necessità di impiegare una denominazione qualunque per essere in grado di parlarne […]. Aggiungeremo inoltre che Non-Essere nel senso indicato  è più che l’Essere o, se s vuole, è superiore all’Essere se con ciò si intende che quanto essa comprende è al di là dell’estensione dell’Essere, e contiene in principio l’Essere stesso […]. Possiamo anche esprimerlo in altro modo: la Possibilità universale contiene necessariamente la totalità delle possibilità, e si può dire che l’Essere e il Non-Essere ne sono i due aspetti: l’Essere in quanto manifesta le possibilità (o più precisamente alcune di esse); il non-Essere in quanto non le manifesta. L’Essere contiene dunque tutto il manifestato; il Non-Essere contiene tutto il non manifestato, incluso l’Essere stesso; ma la Possibilità universale comprende a un tempo l’Essere e il Non-Essere”; ivi, pp. 39-40.

[8] P. Di Vona, René Guénon e la metafisica, Sear Edizioni, Borzano (RE) 1997, p. 51.

[9] R. Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, tr. it. di P. Nutrizio, Edizioni studi tradizionali, Torino 1965, p. 134.

[10] Cfr. infra nota 29. In sostanza l’Essere, quale principio della manifestazione, possiede una sua dimensione maschile, Purusha-Coscienza e una femminile Prakti-Natura, la cui interazione produce tutti i tattva, o componenti del mondo sia a livello sottile, sia a livello grossolano. Uno di questi tattva è Buddhi, l’intelletto agente, unico e universale con cui si colgono i principi e si determina l’intuizione intellettuale.

[11] R. Guénon, Introduzione, cit., p. 57.

[12] J. Tourniac, Melkitsedeq e la tradizione primordiale, Irfan edizioni, San Demetrio Corone (CS) 2012, cap II, in https://scienzasacra.blogspot.com/2015/06/jean-tourniac-la-tradizione-primordiale.html

[13] La ruota cosmica di cui si parla anche in R. Guenon, La grande triade, tr. it. di F. Zambon, Adelphi, Milano 1980. nell’omonimo capitolo.

[14] R. Guénon, La crisi, cit., p. 67.

[15] Ivi, p. 71.

[16] Ivi, pp. 71-72.

[17] Ivi, p. 122.

[18] Evidentemente tale concezione adialettica della verità è il diretto portato dell’intuizionismo guenoniano, che ex parte subjecti ha una struttura radicalmente solipsistica e si determina propriamente in una concezione solo ancillare ed espositiva dei processi discorsivi, tale da escludere pure ogni possibilità di “scoperta della verità” (“procedendo ulteriormente nell'ordine delle conseguenze, possiamo aggiungere che in metafisica non è assolutamente possibile fare scoperte, perché, trattandosi di un modo di conoscenza che non ricorre all'uso di mezzi speciali ed esteriori di investigazione, tutto ciò che è suscettibile di essere conosciuto può esserlo stato in ugual modo da uomini diversi in tutte le epoche; ciò che risulta effettivamente da un esame profondo delle dottrine metafisiche tradizionali”, R. Guénon, Introduzione, cit., p. 88). Inutile dire che questo intuizionismo, ponendo l’identità di soggetto e oggetto e di conoscenza e verità nell’universalità del principio, cerca di sfuggire a quello che altrimenti sembrerebbe un ritorno dalla finestra dell’individualismo appena cacciato dalla porta. Specularmente preferirei accentuare con Platone e Plotino una dialettica veritativa che dà conto dello sforzo comune degli uomini in direzione di una riacquisizione razionale delle condizioni per accedere al sole dell’Uno. Queste condizioni implicano il rispetto di regole affinché il rapporto tra i soggetti impegnati nella ricerca della verità smettano i panni di un’individualistica competizione per assumere quelli di un cammino comune e armonico Questa sembra essere esattamente la preoccupazione che ha Guénon, il quale, però, sostiene che “lungi dal chiarire le questioni, come di solito si crede, la discussione spesso vale solo a spostarle, quand’anche non a imbrogliarle ulteriormente. E il risultato più comune è che ognuno, sforzandosi di convincere il proprio avversario,  si attacca più che mai alla propria opinione e vi si chiude in modo ancor più esclusivista. Qui, in fondo, non si mira alla conoscenza della verità, ma si cerca di aver ragione ad ogni costo o almeno di autopersuadersi di aver avuto ragione nel caso non si sia riusciti a persuadere gli altri” (R. Guénon, Crisi, cit. , p. 97). La prassi platonica e neoplatonica non può allora piacere a Guénon: c’è “una certa sottigliezza dialettica di cui i dialoghi di Platone offrono numerosi esempi, dai quali traspare il bisogno di esaminare indefinitamente una stessa questione sotto tutti gli aspetti, prendendola in considerazione nei minimi particolari per giungere a una conclusione più o meno insignificante”. Tale prassi nondimeno troverà corrispondenze rilevanti nell’attitudine dialogica che nel cristianesimo è sempre posta all’ inizio dei percorsi mistici di ritorno al Principio il quale è, esso stesso, Unità dialogante in sé medesima, cioè unitrina comunità di Persone. Qui evidentemente si trova una divergenza di fondo, tra le molte che è possibile individuare, tra la riflessione guenoniana e il cristianesimo e la sua teologia, ad onta della funzione restauratrice che il Nostro attribuisce alla Chiesa cattolica (cfr. ivi, p. 154 ss.).

[19] Ivi, pp. 83-84.

[20] Emerge chiara in Guénon la contrapposizione tra il termine  ordine, che evoca l’attività appunto ordinatrice e armonizzatrice di un principio che proviene dall’alto, e il termine organizzazione che indica un aspetto di apparato e di giustapposizione meccanica ed estrinseca di elementi tra loro per natura incompatibili (una sorta di hobbesianesimo senza autorità, ma che funziona per  virtù impersonale con eguale cogenza e forza impositiva).

[21] Ivi, pp. 102-103.

[22] Ivi, p. 103.

[23] Ivi, p. 105.

[24] Ivi, p. 150.

[25] Cfr. R. Guénon, Il regno della quantità e il segno dei tempi, tr. it. di P. Masera e P. Nutrizio, Adelphi, Milano, 20098 in cui l’autore, completando e approfondendo le indagini della Crisi del mondo moderno, chiarisce il concetto di “quantità” come principio dominante dell’epoca moderna, analizza le categorie metafisiche  di qualità/quantità, forma/materia, unità/molteplicità e interpreta fenomeni contemporanei come “segni dei tempi” della fine di un ciclo storico o manvantara e del pieno dispiegamento dei fenomeni connessi al Kali Yuga.

[26] R. Guénon, La crisi, cit., p. 133: da notare la parola “revulsione”: essa è  la traduzione dal francese “retournement”  che ha il significato di svolta radicale in cui però vi è il senso di un ritorno e di un rimettere a posto ciò che nel frattempo si è dis-ordinato. Insomma si potrebbe dire che il retournement guenoniano sia una Kehre ontologica – di heideggeriana memoria - cui si aggiunge una dimensione storico-politica.

[27] Ivi, p. 154.

[28] Cfr. R. Guénon, Il  simbolismo della croce, tr. it. di T. Masera, Rusconi, Milano 1973, p. 21. Più avanti nel testo di identifica l’uomo universale esplicitamente con il Cristo.

[29] Una delle sei scuole ortodosse dell’induismo; la figura di Purusha come uomo universale e principio maschile della manifestazione in relazione con il principio femminile Prakriti viene affrontata anche in R. Guénon, L’uomo e il suo divenire secondo Vedanta, tr. it. di C. Podd, Edizioni Studi Tradizionali, Torino,1965 pp. 44-63.

[30] È “il venticinquesimo tattwa, completamente indipendente dai precedenti; tutte le cose manifestate sono prodotte da Prakriti, ma senza la presenza di Purusha tali produzioni non avrebbero se non un'esistenza puramente illusoria. Contrariamente a quanto certuni pensano, il tener conto di questi due principi va senza la minima traccia di dualismo: pur non derivando l'uno dall'altro e pur non essendo l'uno all'altro riducibili, questi due principi procedono entrambi dall'Essere universale, nel quale formano la prima di tutte le distinzioni”: ibidem, cfr. anche R. Guénon, Introduzione, cit., p. 228.

[31] Temi ampiamente trattati in  R. Guénon, Il simbolismo della croce, tr. it. di T. Masera, Rusconi, Milano 1973, soprattutto nella prima parte.

[32] Su Guénon e il cristianesimo è stato scritto molto. Padre Danielou, che abbiamo citato all’inizio del presente saggio, ricorda alcuni punti inaccettabili per un cristiano. Anzitutto la questione del simbolismo naturale, che il cristianesimo riconosce ma che Guénon estende a criterio di interpretazione onnipervasivo, che tende a far rientrare anche l’inaudito cristiano, cioè l’originalità e irripetibilità storica della vicenda di Gesù, dentro l’universalità ripetitiva e in qualche modo normalizzatrice del simbolo (cfr. J. Danielou, Il mistero, cit., pp. 137-138). Connesso a ciò è la visione che minimizza il senso della novità storica rappresentata e soprattutto promessa da Gesù Cristo: nulla di realmente nuovo e sconvolgente può accadere nella concezione ciclica della storia di Guénon (cfr. ivi, p. 139-140). Il terzo punto riguarda il fatto che le verità cristiane, in questo sforzo di ritrovamento di analogie tra diversi mondo religiosi e tradizioni storiche, vengono piegate dentro uno schema che in realtà trova la sua matrice nell’induismo che “ci lascia incerti su problemi essenziali quali la trascendenza assoluta di Dio, l'immortalità personale, la creazione” (ivi, p. 140) – incertezze che in Guénon diventano certezza di una radicale incompatibilità tra il concetto di creazione libera ed ex nihilo e quello di manifestazione necessaria del Principio. Infine Danielou cita molto a proposito la questione dell’esoterismo e dell’iniziazione: nel cristianesimo ci può essere solo un esoterismo oggettivo relativo alla difficoltà intrinseca di comprensione di alcuni misteri, che è per sua natura preclusa ai più, ma non a chiunque volesse impegnarsi nella loro indagine (cfr. ivi, pp. 140-141). L’iniziazione sacramentale peraltro non è il collegamento a una qualche società ristretta e autoproclamatasi custode di verità nascoste, bensì l’entrata nel vasto popolo di Dio e nella comunità dei santi. Per ulteriori opinioni cfr. il saggio di A. M.  Baggio, René Guénon e il cristianesimo. Considerazioni su una gnosi contemporanea, in www.cittanuova.it e il testo di C. Andruzac, René Guénon nel pensiero cattolico, Edizioni Simmetria, Roma 2015.

[33] Ivi, p. 160.

[34] Ivi, p. 161.

[35] Ivi, p. 161.

[36] Che P. di Vona si preoccupa di segnalare nel suo testo su René Guénon e la metafisica, cit.

[37] Cfr. supra, nota 17.

[38] Tale rapporto, se non ulteriormente specificato, lascia inevaso il problema di chi realmente conosce ed esso si porta dietro quello di che cosa realmente si conosce.

[39] Per carità, non presumo che sia solo mio, o di averne il copyright, o di essere stato il primo a sostenerlo… no no, so che è una prospettiva ampiamente dibattuta e anche abbastanza condivisa nell’ambito delle cosiddette pratiche filosofiche. Ciò non toglie che sia mia, nel senso che io mi identifico pienamente in essa.

[40] J. Pieper, La speranza, tr. it. Morcelliana, Brescia 1960, p. 8.

[41] Ivi, p. 9.

[42] Cfr. R. Spaemann, Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, tr. it., Laterza, Roma 2005, pp. 110-118, parte del testo che ora è stata da me riassunta e commentata in La morte dell’essere-persona…una lettura di Spaemann, https://vendemmietardive.blogspot.com/2026/02/la-morte-dellessere-personauna-lettura.html

lunedì 16 febbraio 2026

Quentin


 Non ho molte notizie sulla morte di Quentin. Poche cose. È intervenuto a difesa di una ragazza, aggredita perché stava liberamente manifestando una critica nei riguardi di qualche uomo d’apparato. È stato linciato da un branco. Lupi resi feroci dall’ideologia degli agnelli, lupi sub pelle ovili. Una morte violenta per un motivo di rara infamità, ma anche una morte bella, di grande e sublime bellezza. Una morte bella imita la croce degli innocenti, la morte di chi resiste all’ingiustizia. La croce: la permanente e radicale contestazione dei principati e delle potenze che sacrificano per durare e dichiararsi perpetue. Luget in aeternum quae se iactabat aeterna, questa è la sentenza senz’appello contro il basso impero e la sua presunzione. È la sentenza che proviene dal sacrificio del crocifisso, sumputm de eo in servilem modum. È la condanna che l’innocenza proferisce in eterno contro l’ingiustizia, l’innocenza armata solo di sé stessa e del suo splendore. Quentin muore difendendo una ragazza. È entrato egli nel mistero del male e della sua forma pubblica e politica. Un piccolo katéchon che nel suo piccolo trattiene l’Avversario… e viene tolto di mezzo. Un piccolo grandissimo, che sovrasta ad infinitum la piccolezza reale dei suoi assassini. Ma noi che restiamo e viviamo dobbiamo pensare anche agli altri, a coloro che degradano inesorabilmente dall’uomo alla iena, a loro dobbiamo rivolgere un po' di attenzione e non solo nel modo sacrosanto della lotta. Non siamo allievi di Pelagio, ma della croce, e preghiamo moltiplicando orizzontalmente la bellezza del sacrificio con la forza verticale della grazia. Chiediamo al Figlio, fattosi servo sofferente, di elevare i servi recalcitranti, di piegare a sé le ginocchia di ladri e canaglie, di raddrizzare con il suo spirito questo legno storto, queste righe storte dove lui ha scritto diritto una volta per tutte. Caro Quentin, morto in un giorno di febbraio, la verità è che se penso a te, salita ed estinta la rabbia, giunto e partito lo sgomento, un po’ ti invidio: invidio la tua morte che è una vita buona, la tua sconfitta che è un grande dono per noi, il tuo gesto che è anche un’occasione da non perdere per i tuoi assassini, per tornare a sé e rianimare, salvando da vera morte, quella verità che in loro hanno torturato e soffocato.

Luget in aeternum quae se iactabat aeterna, “Piange in eterno, colei che pretendeva di essere eterna” è un’espressione del poeta Commodiano (III-IV sec. d.C.), Carmen apologeticum 923, riferita a Roma, quella Roma che da Diocleziano in poi entra nella fase terminale del suo impero.

Sumptum de eo in servilem modum: “Supplizio inflittogli  alla maniera degli schiavi”, locuzione che proviene da Tacito, Historiae, II, 72, in cui un certo Geta, uno schiavo fuggitivo viene condannato alla morte riservata appunto agli schiavi, per aver cercato di farsi passare per Scriboniano Camerino,  un senatore di alto rango. Gesù, del resto viene pure accusato di essere un impostore e di farsi passare per “il re dei giudei”.

Katéchon (San Paolo, Seconda Lettera ai tessalonicesi, cap. 2, vv. 6-7): “Colui o ciò che trattiene” il male dallo scatenarsi e che verrà sconfitto prima della seconda venuta di Cristo.

domenica 1 febbraio 2026

La morte dell'essere-persona...Una lettura di Spaemann

 

Robert Spaemann (1927-2018), filosofo e teologo di vasta risonanza europea e internazionale, professore all'Università Ludwig Maximilian di Monaco, ha scritto testi di inaudita profondità nel campo della metafisica, della morale, della filosofia della natura, e dell'antropologia. La sua scrittura mi risulta assai difficile perché, pur utilizzando molto prudentemente e solo quando vi è necessità una terminologia tecnica, è ellittica, cioè densa di entimemi, non nel senso di sillogismi con premesse non certe, ma di ragionamenti in cui le premesse sono sottointese per raggiungere una sintesi più immediata e tale da essere subito disponibile per altre considerazioni e deduzioni. Il risultato è spesso un testo assai concentrato che, per essere compreso, spesso non va riassunto ma dipanato, sbrogliato, districato. Perché tutto si tiene nelle ricerche di Spaemann, ma le catene a volte sono nascoste, perché non occupino spazi inutili e, nel medesimo spazio, si concentri e accosti il maggior numero di elementi, cioè tutti quelli che costituiscono la ricchezza intrinseca del tema. Di qui la richiesta di un approccio assai meditativo, lento, e "ruminativo" alla sua opera e la fatica di accedere a un pensiero complesso, che nondimeno, una volta compreso, non manca di ricompensare ampiamente il lettore. Presento qui il capitolo Morte e "futurum exactum", dell'opera Persone. Sulla differenza tra "qualcosa" e "qualcuno", Laterza, Roma, 2005, pp. 110-118. Naturalmente si tratta di quello che ho capito, non escludendo affatto la possibilità di errore, per l'eventualità del quale ascolterò volentieri chi volesse correggermi.

1

Epicuro fallisce nel suo ragionamento per cui essere morti è un attributo che nessuno può avere (“se c’è la morte, non ci siamo noi, se ci siamo noi non c’è la morte”) perché non possiamo fare a meno, come persone, di sapere che un giorno non saremo più ma saremo stati. Noi anticipiamo uno sguardo retrospettivo su noi stessi che non potrà essere il nostro sguardo: ci poniamo all'esterno di noi stessi anticipando questo "divenire essere stati". Tale momento non si può integrare con il resto del nostro passato, ponendo una discontinuità radicale tale per cui la vita precedente appare quella di un altro uomo. Solo le persone hanno una conoscenza anticipatrice della propria fine (non gli animali) e sono in grado di proiettare uno "sguardo da nessun luogo" sul mondo come sarà una volta morti. Esso è lo sguardo della ragione che sa che la propria morte è la fine del mondo perché il mondo esiste solo come mondo di qualcuno e come mondo mio esso finisce.

2

La conoscenza della propria morte è qualitativamente diversa da tutti gli altri tipi di sapere, con i quali per esempio possiamo pianificare qualche impresa che importi un certo impiego del tempo o anche superi per estensione la durata della vita. Si tratta qui di un sapere circa la durata oggettiva della vita commisurata con qualche attività che sarà possibile attuare solo parzialmente in prima persona. Qui c’è un semplice rapporto mezzi-fini. Ma quando consideriamo la vita stessa una di queste imprese che si pianificano dentro la vita, qui inizia un’illusione che ci sia stata consegnata una configurazione carica di senso come la vita, quale impresa definita. Ciò presuppone che noi possiamo trarre un bilancio della vita nella sua totalità. Questa è un’illusione perché si fonda sulla finzione di disporre un criterio di giudizio della vita nella sua totalità, come se ci trovassimo fuori dalla nostra vita.

Tale finzione

1) è possibile solo alla persona

2) altera ciò che costituisce la specificità della nostra vita personale, che consiste nel disporre della nostra vita e dunque nel poterla perdere.

Ma

Perdendo la vita, ciò che l’uomo perde è se stesso. Il poter perdere la vita non è quindi un’opzione equivalente a qualsiasi altra, in particolare non è espressione del possesso della vita, perché chi perde la sua vita non continua come soggetto dopo questa perdita, mentre chi perde qualsiasi altra cosa, persiste come soggetto che manca della cosa persa. Quindi, benché la persona possa attuare questa finzione, non c’è un criterio per poter dire in modo definitivo che la propria vita è priva di senso, anche qualora la si “perdesse”, cosa che farebbe mancare il soggetto del giudizio.

Infatti un conto è lo sguardo da nessun luogo della ragione che può esercitarsi sul complesso della nostra vita,  altro conto è l'individualità vivente che non ha un essere al di là della vita e quindi può solo fingersi un criterio esterno per giudicarla. Ogni criterio di giudizio della vita è dentro la vita e quindi determinato dalla vita, e non esterno. Giudicare dall’esterno sarebbe una fuga dall’essere se stesso personale

Ugualmente una considerazione del senso della vita in base a probabilità rientra nella fuga dall’essere-se-stesso personale perché la probabilità riguarda il ripetibile e la vita di ciascuno non è una vita fra le altre ma è unica.

 Gli animali non possono considerare la propria vita in generale da un qualche punto di vista comparativo. Sono sempre al centro del loro mondo e non anticipano la loro morte. Il punto di vista della ragione rende la propria vita commensurabile con quella di tutti gli altri. La scoperta della persona è equivalente alla scoperta dell'incommensurabilità della propria vita personale con quella degli altri. Non potendo avanzare alcuna probabilità di durata – perché la propria vita è unica e non comparabile con quella di altri – l’ignoranza del momento della morte è rilevante e fa sì che la morte “colori” ogni momento della propria vita.

Vedere la vita nella sua totalità non è un immaginario compimento da un qualche punto di vista esterno, ma accade nel mezzo della vita quando la persona si comporta in un determinato modo con la propria vita. Noi non sappiamo quando moriremo. In ogni momento occorre saper morire senza che si debba dire che si è morti troppo presto. Nessuno muore troppo presto. Quindi è nel mezzo della vita che si dà la possibilità del compimento definitivo – la morte – che ci consente di proiettare lo sguardo sulla totalità della nostra vita, e che dunque fa sì che in ogni momento noi siamo al cospetto della totalità della nostra esistenza.

3

La riflessione sulla morte e sulla sua presenza in ogni momento della nostra vita rivela il carattere relativo di ogni contesto vitale. Ciò che nella vita è sensato, esiste soltanto nel presupposto della vita; dunque, non può valere per la vita stessa. Così appare l'idea di una mancanza di senso della vita. Nella vita, infatti, abbiamo familiarità con le cose ma non con la vita stessa. L'assenza di senso sta nel fatto che il non aver familiarità con la vita ma solo con le cose della vita ci fa apparire la vita insensata. Ma, a partire da ciò, noi scopriamo qualcosa che è oltre il vitalmente rilevante: un orizzonte di senso o contesto di senso che c'è soltanto per chi ha scoperto che morirà cioè per chi ha scoperto la finitezza del finito. L'assurdità di ciò che è semplicemente vitale integra l'ambito vitale di rilevanza. Ciò significa che oltre a quel che interessa al prosieguo della vita, vi è un senso dell'assurdo che la mette in questione globalmente, eppure tale senso diviene parte della vita stessa, cioè la integra. Questo si chiama contesto di senso. Noi sappiamo che ad un certo punto, di fronte alla morte, nulla di ciò che è familiare conterà più.

Ma esiste un'altra possibilità su cui è decisivo soffermarsi.

C’è la possibilità che non ci si veda minacciati dalla fine di tutto, perché qualcosa di prezioso sottrae qualche evento alla contingenza. È un bene che resterà comunque, malgrado la sua fuggevolezza, nel senso che se qualcosa di bene è capitato, è un bene che rimane il fatto che sia capitato e sarà sempre bene che sia avvenuto. Il niente di ciò che scompare nel tempo diviene prezioso. Si veda con la trasformazione dell’espressione “adesso” che indica qualcosa che scompare subito e passa, con l’espressione il 17 marzo 1996 alle ore 10 in cui ciò che è accaduto adesso, 17 marzo 1996 alle ore 10, rimane per sempre. Già nel tempo e in modi temporali, quindi, possiamo esprimere la partecipazione dell’adesso all’atemporalità mediante il futurum exactum. Il sarà stato 17 marzo 1996 sarà sempre stato e sarà vero sempre se l’adesso lo è stato una volta.

Un’azione buona, che è stata pur inefficace , viene tramandata e onorata come tale e pertanto viene fissata come un bene che rimane. Questa fissazione come qualcosa che permanentemente sarà stato un bene, la rende eterna, è il futurum exactum. Ora, l’anticipazione della morte colloca la vita come un tutto nella dimensione del futurum exactum. La sua finitezza non la rende assurda ma è la condizione del fatto che essa sia esperita come qualcosa di prezioso. Tale anticipazione della fine rende dunque possibile l’esperienza del senso e risulterebbe possibile se la vita continuasse indefinitamente, perché qualsiasi cosa fatta potrebbe essere rifatta e l’anticipazione dell’infinitezza soffocherebbe ogni relazione umana come relazione di esseri finiti. Insomma l’anticipazione della morte rende possibile il fatto che noi assumiamo la nostra vita come un tutto, cioè rende possibile il possesso della vita che connota l’essere personale.

4

Solo una vita personale può essere offerta: il morire come dedizione della vita e non come puro soccombere, come lo concepisce l’epoca contemporanea impegnata a prolungare la vita. Il cristianesimo considera il morire non come semplice estinguersi, ma come un’ultima cosa che all’uomo morente viene chiesto di compiere. La morte non appartiene alla dinamica della vita, ma il morire sì, ed è un atto, perché è il finire il movimento da parte di colui che si muove. Nella morte personale vi è una passività che è un subire che viene realizzato come atto. Ciò è compatibile con l’idea che l’uomo ha ricevuto e accolto il suo essere e lo possiede come un compito da realizzare. Anche il soffrire è una forma dell’essere che è dato e subito ma in tale subire è incluso l’accogliere riconoscente. Accanto a tale accogliere vi è anche un dover dare, un consegnare tutta la vita, anche la passata che è già sottratta in quanto passata e che la morte non può sottrarre ulteriormente ma solo fissare nel ricordo collettivo degli altri uomini e così renderla da loro posseduta…Il consegnare la vita diventa così una vera e propria preservazione di un reale possedere e così il morire diventa atto per eccellenza. Ed è l’anticipazione della morte, la conoscenza dell’inevitabile perdere tutto che, attraversando e strutturando la nostra vita, rende personale una vita. Solo l’affermazione del futurum exactum lascia che il presente diventi reale in senso pieno.

martedì 27 gennaio 2026

La dialettica di Platone per tutti



Sin dalle opere della maturità, come il Fedro o La Repubblica, e poi nella fondamentale opera della vecchiaia intitolata Il Sofista, si trova in Platone la descrizione di uno specifico metodo di ricerca filosofico. Esso vuole dare indicazioni su come arrivare a definire alcune idee, per capire meglio l’articolazione del mondo ideale che rappresenta il modello e l’originale del nostro mondo. Comprendendo il mondo ideale, infatti, si comprende meglio la nostra realtà e il suo senso.

Ora il metodo è costruito sull’arte di dialogare. Il dialogo, che deve essere razionale e in cui i partecipanti devono tendere alla verità e non a prevalere sull’interlocutore, è il modo in cui si conduce una discussione filosofica. Nel dialogo si impara essenzialmente a trattare alcuni problemi (“Che cosa è la virtù?”; “Come deve essere organizzato lo Stato?”; “Come funziona il mondo ideale?” etc.), distinguendo soluzioni false o parzialmente tali da soluzioni vere o parzialmente tali, o distinzioni parzialmente vere da soluzioni maggiormente o completamente vere. Insomma fondamentale è distinguere bene (diairesis, cioè divisione, distinzione), ma anche saper identificare caratteri comuni a più elementi. Per esempio saper dire che cosa, a prescindere dalle diverse città, rende una città tale; che cosa a prescindere dai diversi esempi di coraggio, identifica e unisce tutte le persone coraggiose etc. (questo saper stringere assieme più cose, unificare, sintetizzare è chiamato synagoghé). Insomma in un dialogo filosofico due sono gli atti fondamentali: unire ciò che va unito e distinguere ciò che va distinto. Questo metodo dell’unire e del distinguere bene le realtà prende il nome di dialettica, un sostantivo che viene appunto da dialogo. 

Platone ha detto che il nostro mondo ha una realtà meno vera e meno forte del mondo ideale. Infatti il mondo ideale è il mondo dell’Essere, perfetto, eterno, e modello di tutto ciò che esiste quaggiù, che invece è caratterizzato da imperfezione e divenire. Parmenide aveva già detto che il divenire non era Essere e che l’imperfezione non poteva appartenere al vero Essere. Ma aveva anche detto che il vero Essere è assolutamente unico, perché se fosse stato molteplice si sarebbe introdotto il Non-essere. Ora, in Platone assistiamo ad una teoria che ci dice che l’Essere è molteplice: infatti le idee sono tante, anche se sono gerarchicamente ordinate in dipendenza dall’Uno. Come è possibile un Essere in cui unità e molteplicità convivono, come quando in Platone si dice che l’ Essere (singolare) sono le Idee (cioè l’intero mondo delle idee che è plurale)? Ecco allora che viene in aiuto la dialettica. La dialettica insegna a distinguere, e distinguere gli oggetti del mondo ideale significa vedere quali idee unificano altre idee e quali idee fanno parte di altre idee, cioè significa scomporre le idee, da un lato, e vedere assieme idee diverse. Per esempio io, discutendo con il mio interlocutore, posso giungere a capire che l’idea di Animale si scompone in quella di Animale Terrestre e Animale acquatico, quella di Animale acquatico in Animale d’acqua dolce e Animale d’acqua salata, e così via, fino a arrivare all’idea più particolare che non si può o non interessa più scomporre. Se io voglio definire l’idea cui corrisponde il mio pesciolino rosso, dovrò partire dall’idea più generale e scomporla fino a giungere all’idea della specie particolare cui appartiene il mio pesciolino rosso. Perciò dovrò partire dall’idea di Essere, quindi la scomporrò in Vivente e Non Vivente; poi quella di Vivente in Animale e Pianta, e così via fino ad arrivare a mettere assieme tutte le scomposizioni e a dire che il mio pesciolino rosso è un Essere, vivente, animale, acquatico, d’acqua dolce … etc. D’altro canto come faccio a capire che l’idea da cui parto è giusta, essendo quella più generale, cioè l’Essere? Lo faccio perché riesco a vedere che l’Essere accomuna tutte le idee degli enti di questo mondo e anche dunque l’idea cui corrisponde il mio pesciolino. Ciò significa che riesco a vedere assieme tutte le idee degli oggetti di questo mondo riunite in una sola, l’Essere (la stessa cosa accade quando vedo tutti gli atti eroici accomunati da una caratteristica comune, il Coraggio, o tutte le cose belle accomunate dalla Bellezza, o tutti i diversi oggetti triangolari accomunati da alcune proprietà che contraddistinguono il Triangolo, e cosi via). 

Questi processi razionali di distinzione e unificazione avvengono discutendo e dialogando cioè confrontandosi in modo dialettico. 

Che cosa scopre la dialettica? Che l’Essere, anche quello assoluto, perfetto ed eterno, è molteplice e non uno solo. Differentemente da quello che pensava Parmenide (contro il quale Platone compie il cosiddetto parricidio), infatti, introducendo una molteplicità di esseri, non si introduce il non essere cioè il nulla, che non si può né dire né pensare. Al contrario, quando dico che l’idea di Uomo non è quella di Cavallo, non introduco il non essere, ma sto dicendo che entrambe le idee partecipano di un’Idea comune che è la Diversità, che appunto fa parte del novero delle idee, anzi è importantissima al pari dell’Essere. Infatti dire che l’Uomo non è il Cavallo significa dire che l’Uomo è diverso dal Cavallo, dunque che ha in sé l’idea più generale di Diversità. Siccome è la Diversità a permettere che esistano più cose o enti o Idee, diverse appunto fra loro, e non un solo Essere, tale diversità consente di pensare l’Essere eterno e perfetto come a sua volta molteplice, cioè composto da un certo numero di idee in rapporto fra loro. Capire qual è questo rapporto, ossia quale idea partecipi dell’una o dell’altra - per es. l’idea di Quercia partecipa dell’idea di Pianta e quella di Pianta a quella di Vivente, oppure l’idea di Coraggio a quella di Virtù – quale si distingua in modo più netto -  per esempio l’idea di Terra dall’idea di Santità – e infine vedere come l’idea superiore a tutte, l’Uno-Bene unifichi tutto il mondo ideale, ma come un mondo articolato, in sè differente e non omogeneo, è compito della dialettica. Ogni volta che distinguiamo e unifichiamo con un’operazione di discussione razionale compiamo un atto conoscitivo e filosofico fondamentale, tanto che la filosofia stessa è la scienza che può essere chiamata dialettica – e di fatto lo fu, specialmente lungo tutto il periodo medioevale.

La dialettica come arte della distinzione e della sintesi ci insegna, dunque, a considerare l’articolazione e il legame fra tutte le realtà, un’articolazione e un legame che la ragione umana scopre e mette in chiaro. Non c’è un Essere che sia un tutto unico e omogeneo contrapposto a un assoluto e indicibile non-Essere (Parmenide): c’è l’Essere-differente, c’è la Diversità, ossia esiste una forma parziale di non-essere, che differenzia ogni essere da ogni altro, ma che anche lo lega a ogni altro: essere-simile ed essere-diverso significano complessivamente essere in relazione. Tutto ciò che esiste è in relazione con tutto il resto. Scoprire e capire queste relazioni, che per Platone hanno un modello assoluto nel mondo ideale, è compito imprescindibile della ragione e della scienza.

Per approfondire: "Platone 4: dialettica, cosmologia, etica, politica e dottrine non scritte nell'ultimo Platone", in: http://www.arete-consulenzafilosofica.it/schemi-filosofia.php


mercoledì 3 dicembre 2025

Fumo e fuliggini


 Tema: qualcuno si accende una sigaretta nei pressi della scuola, trasgredendo una legge che, essendo ingiusta, non è una legge ma la sua evidente corruzione.

All’amico Gatto

"La salute prima di tutto": verissimo... ma poi nemmeno tanto. Noi siamo animali corporei, vivi: ci pulsa il sangue nelle vene secondo leggi inesorabili e il nostro bene è anche il bene del nostro corpo. Ma siamo anche e soprattutto animali razionali... e liberi. La ragione valuta e discrimina. La volontà decide liberamente. Qual è il bene più grande? La libertà e la ragione o la salute? Tutti e tre diremmo. Ma le circostanze della vita sono complicate e a volte bisogna capire dove stanno i beni maggiori e i mali minori. Bisogna essere liberi di poter scegliere anche un male (minore), per esempio accendersi una sigaretta, senza la coercizione e il controllo, perché anche il bene più grande, come, per alcuni, la salute, se non è liberamente scelto smette di essere un bene. Abbiamo bisogno di consigli e di amicizia per vivere meglio. La legge è necessaria, ma non ci rende migliori. La legge non necessaria ci opprime. Un piacere immediato, sociale, presente, benché prevedibilmente dannoso secondo misure probabilistiche, si può scegliere, a condizione che non nuoccia ad altri (e nessuno nuoce a nessuno, all'aria aperta), al posto del male certissimo di una comunità di talebani della salute, di ultracorpi dell'ordine rigido, di secondini di una prigione prussiana, inflessibili e senza sorrisi, nella quale i polmoni si gonfiano solo della fuliggine nerissima del dispotismo.


Piccola bibliografia:

Ronald Bayer - Kathleen E. Bachynski, Banning Smoking In Parks And On Beaches: Science, Policy, And The Politics Of Denormalization, "Healt Affairs" 2013, https://www.otago.ac.nz/__data/assets/pdf_file/0022/331456/banning-smoking-in-parks-and-on-beaches-science-policy-and-the-politics-of-denormalization-452033.pdf

Simon Chapman, Banning smokin outdoors is seldom ethically justifiable, "Tobacco control" 2000, https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC1748313/pdf/v009p00095.pdf

Thom Lambert, The Case Against Smoking Bans, "University of Missouri School of Law Scholarship Repository", 2006,  https://scholarship.law.missouri.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1252&context=facpubs&utm_source=chatgpt.com

Charles Amos, Defending an outdoor smoke.There is no rational argument for prohibition, “The Critic” 2024, https://thecritic.co.uk/defending-an-outdoor-smoke/?utm_source=chatgpt.com

Jacob Grier, We Used Terrible Science to Justify Smoking Bans, https://www.tobaccofreeco.org/wp-content/uploads/2018/01/Grier-Article.pdf

Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Boroli editore, Milano 2005

Soshana Zubhoff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Milano 2023

Michel Foucault, Nascita della clinica. Una archeologia dello sguardo medico, Einaudi, Torino 1996

Giorgio Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 2005

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Milano 2024

Johannes M. Metzl - Anna Kirkland, Against Health: How Health Became the New Morality, NYU Press, 2010

Evgenij Ivanovič ZamjatinNoi, Fanucci, Roma 2021

P.S.
Un collega ha citato una research letter del 2016 - Ario Alberto Ruprecht, Cinzia De Marco, Paolo Pozzi, Outdoor second-hand cigarette smoke significantly affects air quality, "European Respiratory Journal 48 (2016), pp. 918-920 - in cui si dimostrerebbe che "il fumo, anche all'aperto, provoca un peggioramento della qualità dell'aria abbastanza rilevante da essere di interesse medico". Ma ha tralasciato di dire che lo studio è stato condotto non su generali condizioni "all'aria aperta" ma sui cosiddetti "canyon stradali", che sono strade strette con edifici alti  che implicano un aumento di tutti gli inquinanti. Dunque si tratta di un'affermazione chiaramente circolare: gli inquinanti da fumo aumentano nei luoghi in cui aumentano gli inquinanti anche da fumo. Quindi lo studio presuppone ciò che vuole dimostrare. Perché la sua affermazione fosse corretta, sarebbe stato necessario che tutti gli ambienti all'aria aperta fossero "canyon stradali", il che è palesemente falso. Inoltre lo studio in questione così precisa: "Un’esposizione di 3 ore allo SHS (fumo passivo, n.d.r.) all’aperto è sufficiente a consentire l’assorbimento di alcuni cancerogeni derivati dal tabacco, come le nitrosammine; ciò può verificarsi in un’area pedonale". Pertanto si tratta di un'esposizione assai prolungata, difficilmente riscontrabile in una via cittadina nella quale vi è solo un "passaggio pedonale". Infine lo stesso articolo dice che il dibattito scientifico sul divieto di fumare all'aria aperta è ancora in corso, speriamo con contributi meno deboli sotto il profilo logico. Sotto quest'ultimo profilo un altro collega, più orientato dal maestro di color che sanno, mi ha fatto notare che l'affermazione, contenuta nella breve nota di cui sopra, secondo la quale "nessuno nuoce a nessuno all'aria aperta", sarebbe falsificata dalla presenza di un caso "all'aria aperta" in cui i fumatori nuocerebbero ai non fumatori. Beh, in effetti la clausola di una permanenza, lunga e irrealistica, di tre ore nell'area dove si registrano aumenti degli inquinanti in concomitanza con la presenza di fumatori già è sufficiente a falsificare la presunta falsificazione. Poi la presenza nel genere "all'aria aperta" di una specie che non risponde alla regola "non nuoce", ammesso tale regola che possa essere certificata e sia coerente con criteri di aderenza a fatti reali, non falsifica tutti i casi compresi nel genere, ma dice solo che vi è un'eccezione alla regola, quella relativa ai casi dei cosiddetti "canyon stradali", in cui si afferma che il fenomeno "all'aria aperta" assomiglia, pur con tutte le formule dubitative dello studio citato, a quello "al chiuso". Ma siccome l'articolo specifica la locuzione "all'aria aperta" aggiungendovi una condizione eccezionale, la proposizione "nessuno nuoce a nessuno all'aria aperta" non risulta per nulla falsificata, perché essa sottointende condizioni normali. Se invece noi prendessimo il caso eccezionale e ne facessimo la regola per tutto l'insieme di casi "all'aria aperta", saremmo in presenza di una chiara generalizzazione indebita per induzione che, come prima notato, estende in modo scorretto ciò che varrebbe per i cosiddetti "canyon stradali" a tutti i casi possibili. Date queste osservazioni, le conclusioni critiche dei colleghi non risultano plausibili e non è possibile sostenerle logicamente né scientificamente.



sabato 25 ottobre 2025

Note sul transumanesimo


TRANSUMANESIMO: un accenno dottrinario

Che cos'è il transumanesimo? Per essere più precisi possibile, e anche sintetici, direi di affidarci alle parole di un membro di spicco di questo movimento culturale, Max More, peraltro espresse uno stile abbastanza suggestivo.

“Cara Madre Natura,

Mi spiace disturbarti, ma noi umani – la tua prole – veniamo a te con alcune cose da dirti (forse potresti riferirle al Padre, considerato che noi non lo vediamo mai in giro…) Vogliamo ringraziarti per le molte qualità meravigliose che ci hai donato con la tua lenta ma imponente intelligenza distribuita. Da semplici composti chimici auto-replicanti ci hai fatti diventare mammiferi con miliardi di cellule. Ci hai dato il massimo controllo del pianeta. Ci hai dato una aspettativa di vita fra le più lunghe nel regno animale. Ci hai dotato di un cervello complesso, dandoci la capacità di ragionare, parlare, prevedere, essere curiosi e creativi. Ci hai dato la capacità di comprendere noi stessi e gli altri.

Madre Natura veramente, ti siamo riconoscenti per ciò che ci hai fatto diventare. Indubbiamente hai fatto il meglio che potevi. Tuttavia, con tutto il dovuto rispetto, dobbiamo dire che sotto diversi aspetti avresti potuto fare di meglio con il nostro organismo.
Ci hai creati vulnerabili alle malattie e alle ferite. Ci obblighi ad invecchiare e a morire – proprio quando cominciamo a divenire saggi. Sei stata un po’ avara nel darci consapevolezza dei nostri processi somatici, cognitivi ed emotivi. Sei stata poco generosa con noi, donando sensi più raffinati ad altri animali. Possiamo funzionare solo in certe specifiche condizioni ambientali.
Ci hai dato una memoria limitata e scarso controllo sui nostri istinti tribali e xenofobi.
E ti sei dimenticata di darci il nostro libretto d’istruzioni! Quello che hai creato, in noi, è magnifico, eppure profondamente imperfetto. Sembra che tu abbia perso interesse per la nostra evoluzione futura circa 100,000 anni fa. O forse hai preferito attendere che noi facessimo da soli i passi successivi. In ogni caso, la nostra infanzia sta per finire.
Abbiamo deciso che è ora di emendare la “costituzione umana”. Non lo facciamo con superficialità, leggerezza o senza rispetto, ma con prudenza, intelligenza e con obiettivo l’eccellenza. Vogliamo che tu sia fiera di noi. Nei prossimi decenni perseguiremo una serie di cambiamenti al nostro organismo, con gli strumenti della biotecnologia, in maniera razionale e creativa. In particolare, dichiariamo i seguenti sette emendamenti alla costituzione umana:

Emendamento n. 1: Non sopporteremo più la tirannia dell’invecchiamento e della morte. Per mezzo di alterazioni genetiche, manipolazioni cellulari, organi sintetici e ogni altro mezzo necessario, ci doteremo di vitalità duratura e rimuoveremo la nostra data di scadenza. Ognuno di noi deciderà quanto a lungo potrà vivere.

Emendamento n. 2: Espanderemo la portata delle nostre capacità cognitive con strumenti computazionali e biotecnologici. Intendiamo superare le abilità percettive di ogni altra creatura e inventare nuovi sensi per espandere la nostra comprensione e il nostro apprezzamento del mondo intorno a noi.

Emendamento n. 3: Miglioreremo la nostra organizzazione e capacità neurale, incrementando la nostra memoria ed espandendo la nostra intelligenza.

Emendamento n. 4: Forniremo la neocorteccia di una “meta-mente”. Questa rete distribuita di sensori, processori di informazioni e intelligenza, incrementerà la nostra consapevolezza di noi stessi e ci permetterà di modulare le nostre emozioni.

Emendamento n. 5: Non saremo più schiavi dei nostri geni. Ci assumeremo la responsabilità dei nostri programmi genetici e otterremo il totale controllo dei nostri processi biologici e neurologici. Porremo rimedio a tutti i difetti individuali e della specie lasciatici in eredità della nostra storia evolutiva. Ma non ci fermeremo qui: potremo scegliere sia la forma del nostro corpo che le sue funzioni, raffinando ed aumentando le nostre abilità fisiche ed intellettuali, fino a livelli mai raggiunti da nessun altro essere umano nella storia.

Emendamento n. 6: Ridefiniremo, muovendoci allo stesso tempo con audacia e con cautela, i nostri modelli motivazionali e le nostre risposte emotive in modi che, come individui, riterremo salutari. Cercheremo una soluzione ai tipici eccessi emotivi umani, introducendo emozioni più raffinate. Avendo così rimosso le barriere emotive ad una razionale auto-correzione, potremo fare a meno di insalubri certezze dogmatiche.

Emendamento n. 7: Riconosciamo il tuo genio nell’uso di composti basati sul carbonio per crearci. Tuttavia, non limiteremo le nostre capacità fisiche, intellettuali ed emotive rimanendo puri organismi biologici. Nella ricerca del controllo sul nostro organismo, ci integreremo progressivamente con le nostre tecnologie.

Questi emendamenti alla nostra costituzione ci porteranno da una condizione umana ad una ultra-umana. Crediamo, inoltre, che “ultra-umanizzare” gli individui risulterà in relazioni, culture e ordinamenti politici di una innovatività, ricchezza, libertà e responsabilità senza precedenti.
Ci riserviamo il diritto di introdurre ulteriori emendamenti, sia collettivamente che come individui. Non cerchiamo una condizione di inalterabile perfezione e continueremo, quindi, nella nostra ricerca di nuove forme di eccellenza, sulla base dei nostri principi e delle nostre capacità tecnologiche.

La tua ambiziosa prole”[1].

Fin qui Max More. Viceversa, uno dei rappresentanti maggiori e più consapevoli di questo approccio alla realtà e alla storia umana in ambito italiano è indubbiamente Stefano Vaj. Egli offre del transumanesimo una peculiare interpretazione che attraversa il pensiero di alcuni importanti filosofi contemporanei ed europei - quindi la riflessione in ambito anglosassone con una cospicua eredità continentale - sottolineando che il post umano è un prodotto specifico della tecnoscienza europea che si associa alle suggestioni filosofiche di Nietzsche, di Spengler, di Juenger, del futurismo italiano, di Gehlen e altri. Egli insiste sulla semplice constatazione che la tecnoscienza cambia la vita e che sarebbe assurdo opporvisi, cercando di ritornare al passato (ma poi a quale passato: esiste forse un passato totalmente non tecnico?), mediante quella che non sarebbe altro che una forma di rimozione. Ciò sarebbe espressione solo di una malcelata paura dell'inquietante avvento di un Brave new world il quale, tuttavia, spesso è solo un’immaginazione distopica funzionale al mantenimento degli attuali equilibri di potere, che al contrario, un'incontrollata e felicemente anarchica diffusione della tecnologia potrebbe mettere a rischio. Il dinamismo che proviene dal progresso tecnologico è, infatti, imprevedibile e rischia di scardinare le strutture di coloro che della tecnologia vogliono mantenere un monopolio a proprio uso e consumo, prima di tutto la durata al comando. Il transumanesimo, che promuove l'abbattimento di ogni barriera che si frapponga agli ulteriori sviluppi delle tecniche in ogni campo e soprattutto in quello antropologico, diventerebbe allora una sorta di un nuovo spettro che si aggira non tanto per l'Europa, quanto per il mondo.

 Il contributo interessante di Stefano Vaj riguarda nondimeno la peculiare inclinazione sovrumanista che possiede il suo transumanesimo Alludiamo al riferimento reiterato del Nostro all'opera di Giorgio Locchi - autore di testi come Nietzsche, Wagner e il mito sovrumanista o L'essenza del fascismo – il raffinato intellettuale promotore di una peculiare interpretazione nietzschiana della storia e in particolare della svolta epocale del Ventesimo secolo, orientato ad una trasvalutazione superomistica dei valori e della vita, in cui si manifesta l'esplodere della volontà di potenza dei singoli e dei popoli, finalmente liberata dalle pastoie morali, metafisiche e cristiane, e dunque in grado di realizzare il sogno atavico dell'essere come Dio, ma in questo mondo, ma in questa vita. In tale condizione, la novità è che oggi il transumanesimo si avvale di quello straordinario amplificatore di potenza che è la tecnica, una tattica della vita, direbbe Spengler - per diventare più-che-vita, proprio in quella sfera dell’umanità corporea che Nietzsche aveva esaltato, rimanendo tuttavia ancora troppo ancorato alla dimensione spirituale.

 Vaj si sofferma su questi temi in diversi testi, tra cui citiamo Biopolitica. Il nuovo paradigma, SEB, Milano 2005, con appendice di G. Faye, e I sentieri della tecnica. Spirito faustiano, transumanesimo, nichilismo, Centro produzioni Moira. Milano 2021. Basta scorrere l'indice dei libri per capire quante implicazioni filosofiche, morali, scientifiche, possiede la tematica in questione. In questa sede non vogliamo naturalmente affrontare tutti gli argomenti approfonditi da Vaj ma soffermarci su due di essi: l'uomo nuovo, la natura e il naturale. Credo, infatti, che siano fondamentali per individuare l’identità profonda del movimento e mostrarne criticamente limiti e debolezze, di là da eventuali ulteriori digressioni e suggestioni per le quali rimando all’interezza delle ricerche di Vaj.

L’UOMO NUOVO

In Biopolitica il nostro Autore cita “l’uomo nuovo” come “idea non pre-moderna ma post-moderna” sottoscrivendo il programma di giungere, appunto, ad un “uomo nuovo, a facoltà superiori” mediante lo sviluppo libero di nuove tecniche. Questo è da farsi evitando qualsiasi “paralisi di ordine morale”, per reinterpretare in chiave rivoluzionaria lo specificamente umano. Quest’ultimo si identificherebbe con quello che lui chiama “terzo uomo”.

Il primo uomo è quello della cosiddetta ominazione che implica la nascita del linguaggio, la formazione di società di caccia e raccolta, lo sviluppo della magia sciamanica e l’identificazione con il proprio ambiente.

Il secondo uomo è quello della rivoluzione neolitica che implica l’agricoltura, la città, la politica, la religione, la divisione del lavoro e la tecnologia “pirica”. L’ambiente naturale diventa ambiente culturale e ha luogo un’azione collettiva plasmatrice della natura (come ha ben visto O. Spengler nel suo L’uomo e la macchina, vero e proprio punto di riferimento di Vaj): si passa dunque dall’esistenza organica a quella organizzata e nascono le nozioni di popolo, razza, ceto, Stato. Si avvia e cresce la domesticazione del mondo vivente e, parimenti, la domesticazione delle masse da parte delle élites. La natura si separa dalla cultura e l’uomo si manifesta come essere storico. A tal proposito tre sono le culture principali: quelle che vedono l’uomo soggetto della storia; quelle che lo vedono oggetto-preda; infine quelle culture, come la giudeo-cristiana, che, pur immerse nella storia, ne rifiutano moralmente il portato (“la torre di Babele”) auspicandone la fine escatologica. In tale modo, dice Vaj, evidentemente sulla scorta di Feuerbach, il divino viene “rovesciato”, da proiezione della propria volontà di potenza a sua condanna trascendente, che nel sistema moderno diventa l’ideologia della fine della storia (il richiamo evidente è qui a Fukuyama e al suo liberalismo pacificato e mondializzato, mediante il quale si entrerebbe in una sorta di regno immanente del benessere senza i noiosi incidenti delle differenze culturali, etiche, politiche e sociali che tanti conflitti hanno prodotto nel passato storico).

Il terzo uomo è quello nel quale avviene il passaggio dalla coscienza all’autocoscienza e dall’azione meramente trasformatrice del proprio ambiente naturale e culturale alla responsabilità dell’autodeterminazione diretta di un contesto ambientale e di un’identità biologica integralmente artificiali per condurre la civiltà ad esiti “più che umani” e “sovrumani”. A tal fine è necessario assumere l’azione in prima persona, sottraendosi ai meccanismi impersonali del Mercato e della Natura, e promuovendo una specifica volontà di potenza sul modello nietzschiano. Ecco allora la citazione di un Heidegger commentatore di Nietzsche: “Nietzsche è il primo a riconoscere il momento storico in cui l'uomo si prepara ad assumere il dominio di tutta la Terra. Nietzsche è il primo pensatore che, in vista di una storia mondiale per la prima volta emergente, pone la domanda decisiva e pensa tutte le sue più profonde implicazioni. La domanda è: l'uomo, in quanto uomo nella sua natura sinora, pronto ad assumere la signoria del pianeta? Se no, cosa deve succedere all'uomo perché egli sia capace di sottomettere la terra e rivendicare così un antico legato? Non deve l'uomo, così com'è ora, essere portato oltre se stesso per adempiere a questo compito? [...] Di una cosa, comunque, dovremo presto renderci conto: questo pensiero che mira alla figura di un maestro che insegnerà il Superuomo concerne noi, concerne l'Europa, concerne tutta la Terra. Non solo oggi, ma ancor più domani. E lo fa sia che lo accettiamo sia che ci opponiamo ad esso, lo ignoriamo o lo imitiamo con accenti falsi”. Il terzo uomo è pertanto l’incarnazione di una nuova volontà di potenza e di un nuovo superuomo che si staglia all’orizzonte del progresso tecnologico, il quale mette a portata di mano quel dominio che Nietzsche affidava quasi esclusivamente ad un’ impervia ascesi immanente e individuale.

Ma qui comincerei ad avanzare alcune notazioni critiche. Innanzitutto Heidegger: non vi sono dubbi che sia un’ottima fonte per cogliere il centro epocale della riflessione nietzschiana, ma non bisogna dimenticare che egli è uno dei suoi più potenti critici. Egli è il primo e più radicale accusatore del nichilismo della volontà di potenza che diviene volontà di volontà, cioè circolo nichilistico di ciò che aspira all’incremento di sé senza alcun senso e alcuna ulteriorità. La volontà di potenza, dice Heidegger ne La questione della tecnica si pone al culmine della metafisica come “entificazione” e “reificazione” dell’essere che, nel suo compimento tecnologico, manifesta l’essere stesso come “fondo” (Bestand), cioè come qualcosa a disposizione per essere infinitamente manipolato, obliandone la verità originaria. Il terzo uomo, come superuomo artificiale e tecnico, rientra appieno in questa critica heideggariana, così pure come l’uomo “tecnico” di Spengler. Questi, peraltro, in quanto compimento sovrumano dell’umanità, distrugge la storia in una forma immanente e secolarizzata di escatologia: che cosa viene dopo il terzo uomo, se non un immenso attivismo che nella sua apparente espansività non fa che riprodurre se stesso quale Soggetto infinitamente generatore di mondi migliori? Questa escatologia dei mondi migliori, tremendamente uguali a loro stessi, non ci condanna ad essere una moltitudine di ultracorpi felici che vivono e lavorano spostando masse e muovendo cose? Non è questo terzo uomo tristemente simile ad un ultimo uomo, sia in senso temporale sia in senso assiologico? Il suo fallimento non riproduce forse il fallimento del grande sogno positivista di una terra elettrificata dove godere delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità?

C’è una filosofia della storia, uno specifico storicismo che caratterizza il transumanesimo. Oggi è il tempo della trasvalutazione transumana dell’umanità. Da quest’oggi non si esce se non mediante velleità reazionarie e salti o fughe in avanti utopiche. Dal potere e dal fascino del Progresso non è possibile né auspicabile sottrarsi. C’è un determinismo macrostorico di fondo nel transumanesimo che attribuisce al Progresso un carattere addirittura più cogente che non l’usuale ottimismo illuministico. Tale determinismo finisce con un movimento dove la ricerca incessante della novità tradisce l’inquietante fissità e circolarità del nuovo, che divora nella sua artificialità tecnica ogni altra dimensione della vita umana, e nello specifico quella spirituale. Che c’è di più fisso del succedersi dei nuovi modelli di I-phone? Quale logica è più stringentemente ripetitiva nei nuovi prodotti della pubblicità? E noi affideremmo la nostra emancipazione morale a questo meccanismo di dominio che assolutamente abbiamo smesso di dominare?

Bisogna in ultimo notare che l’idea di uomo nuovo non è né pre né post moderna. Già il termine “terzo uomo”, contiene, senza volerlo, forti accenti escatologici. Malgrado Vaj rifiuti nettamente ogni concetto che provenga direttamente o  indirettamente dal cristianesimo, la sua (e nostra) cultura di riferimento agisce sottotraccia, producendo interessanti/imbarazzanti (dipende dal punto di vista) cortocircuiti. Ad essa si collega l’annuncio nietzschiano del superuomo, una potente novità evolutiva che genera nel Novecento diversi entusiasmi per la finale creazione di regni politici prodotti da  o nati per ospitare la “nuova umanità” interamente secolarizzata, uscita da tutte le favole metafisiche e pronta per il salto in un nuovo paradiso terrestre, sia esso quello della società senza classi, della nazione senza catene o della razza senza difetti.

Ma questa idea palingenetica, che tanto è criticata da conservatori e liberali di tutte le risme – fautori dell’eschaton realizzato del denaro/mercato senza limiti e confini -, appartiene in realtà al DNA cristiano della civiltà europea, non solo quanto al gioachimismo sospetto dell’età dello Spirito Santo – traduzione storico-salvifica e millenaristica della dottrina trinitaria - bensì in relazione alla ben più alta e profonda nozione di uomo nuovo di paolina memoria. Al santo di Tarso si deve, infatti, attribuire l’espressione   καινς νθρωπος (kainòs ànthropos) che non ha paralleli al di fuori del NT né antecedenti letterali. Ebbene qual è il suo significato? Per rispondere, pur brevemente e senza alcuna pretesa di esaustività, a questa domanda bisogna anzitutto vedere i luoghi in cui compare:

1)       Ef 2, 14-15

14 Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, 15 annullando, per mezzo della sua carne,

la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,

facendo la pace,  e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce,

distruggendo in se stesso l'inimicizia.

 

2)       Ef 4,21-24

21 se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, 22 per la quale dovete deporre l'uomo vecchio con la condotta di prima, l'uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici 23 e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente 24 e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.

3)       Col 3,9-10 (variante νέος νθρωπος – nèos ànthropos, con il medesimo significato di “uomo nuovo”)

8 Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. 9 Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni 10 e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. 11 Qui non c'è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.

1)       Qui si allude primariamente a una trasformazione ontologica: non c’è più il giudeo o il pagano, colui che ha ricevuto la promessa e colui che ne è rimasto escluso, ma è creato l’uomo nuovo, riconciliato con Dio per mezzo di Gesù, che fa la pace e distrugge in sé l’inimicizia. Fare la pace e distruggere l’inimicizia è un’espressione che riguarda l’essere profondo dell’umanità, dacché l’inimicizia, introdotta appunto dal Nemico, ha degradato la natura umana, penetrando sin nelle sue corde più profonde e togliendo all’uomo la pace della vita nella familiarità del Creatore. Ora, solo il fàrmakon sublime della Croce poteva toccare quelle profondità e risollevarle, ricostruendo da dentro l’essenza perduta e negata dell’uomo e facendo di lui un essere totalmente rinnovato.

2)       La trasformazione  ha anche, ovviamente, una ricaduta morale, che implica la deposizione dell’uomo vecchio e della sua condotta fatta di passioni ingannatrici: α πιθυμίαι τς πάτης, ai epithymiai tès apàtes, le passioni dell’inganno che nascono da quella contaminazione iniziale del peccato e che si sono patologicamente diffuse dalla carne – la sensibilità debole e corruttibile – all’uomo intero. Alla lotta contro la prigionia della carne deve seguire un rinnovamento interiore : τ πνεύματι το νος μν ,tò pneumati toù noòs ymoòn,  nello spirito della mente, cioè nell’intimità più radicale dell’uomo - lo spirito – che rende la mente, cioè l’anima, capace di produrre nuovi pensieri e determinazioni in grado di modificare concretamente e completamente la vita. Ecco la nuova creazione in cui l’umanità rinnovata rinasce dall’alto.

3)       La trasformazione ontologico-morale ha una dimensione universale che genera una nuova conoscenza del mistero, tale per cui risultano superabili e relativizzabili le particolari leggi e costumi e tutte le appartenenze, anche quelle religiose. La conoscenza è importante: sembra che Paolo concluda qui le sue riflessioni sull’uomo nuovo dicendoci che egli è rinnovato tanto nell’essere, quanto nell’agire e nel conoscere.

L’umanità nuova in Paolo risulta pertanto qualcosa di strappato a sé, quasi una dilacerazione del vecchio uomo che vede rimosso con una chirurgia finissima ma radicale un tumore profondo dello spirito, della mente e del corpo, ma non in modo anestetico, bensì attraverso l’iperestesia della croce, alla quale l’uomo è associato per inchiodare con violenza la sua violenta vecchiezza e liberarla per la novità assoluta, imprevedibile, improgrammabile, supererogatoria e ineffabile del Regno.

Ciò anticipa ed esprime al più alto livello quella via mistica che poi san Bonaventura avrebbe riformulato come un itinerarium mentis in Deum: via purgativa per liberare lo sguardo nel mondo; via illuminativa per trovare nell’anima la luce della verità, via unitiva per risalire dall’intimius intimo meo al superior summo meo (dal più intimo del mio intimo, alla altezza che sta oltre la mia altezza).

Qui allora si manifestano due alternative. Da un lato abbiamo un “terzo uomo” artificiale che affida la propria emancipazione a un prodotto del proprio ingegno, e che incessantemente si autodomestica, nella ripetizione di singole novità parziali dalle quali ci si aspetta, per una logica sommativa, la novità totale che mai arriverà come mai si giunge all’ontologicamente infinito per semplice addizione indefinita di unità.

Dall’altro lato abbiamo l’uomo nuovo che riposa nella pace della sua definitiva ulteriorità, come un albero rivoltato con le radici in una trascendenza che qui ed ora lo emancipa, pur per brevi e abbaglianti illuminazioni, dalla schiavitù del tempo, dello spazio, delle passioni ingannevoli (san Paolo), dell’occhio che non vede e dell’orecchio che rimbomba (Parmenide). Non un annuncio di potenza che vuole se stessa e mira al controllo della storia, ma che nella storia nasce, si corrompe e muore come tutta la storia che è la sfera dei suoi trionfi, ma anche della sua inevitabile corruttibilità e corruzione; non l’impero e Roma perché luget in auternum, quae se iactabat aeterna,/ Cuius et tyranni iam tunc iudicantur a Summo (Commodiano, Carmen de duobus populis – e se Roma piange, Washington non riderà); non tutto lo splendore e la gloria del cacciatore, ma l’orgoglio del pesce che è tutto nell’abboccare all’amo di un sublime Pescatore che lo strattona verso l’alto (L. Marechal): le acque che sempre cambiano, in cui siamo e non siamo, non sono tutto; il liquido amniotico della nostra immanente comodità pre parto preludono ad una nascita dall’alto, una rinascita nella quale ciò che è umido e caldo, simbolo della nostra dolce dipendenza dal mondo, sarà superato mediante il soffocamento e la perdita del nostro apparato branchiale, per crescere con nuovi polmoni all’aria libera.

Che cosa è più degno dell’uomo? In che cosa la condizione umana è realmente superata? In che cosa essa è prigioniera? Che cosa è favola, proiezione, illusione? Che cosa è verità e vita?

IL FINE E LA NATURA

Sempre in Biopolitica, Vaj esprime un concetto di natura che, tra le tante citazioni dell’Autore, noi riportiamo mediante concetti mutuati da Arnold Gehlen: “Per Gehlen, l'uomo è naturalmente sociale, ma anche naturalmente tecnico, poiché il mondo culturale che costituisce la casa in cui egli si trova a suo agio è un mondo che può evolversi e costruirsi solo grazie all'intervento tecnologico. [...] L'uomo, che si presenta biologicamente carente nei confronti degli animali meglio adattati e più specializzati, è tuttavia capace di prestazioni imprevedibili e di attività insospettate, ma Gehlen si rifiuta di ascrivere queste caratteristiche ad una scintilla divina, ad un'anima immortale impressa da Dio nella sua creatura prediletta. Nell'antropologia elementare non c'è più posto per la divinità, è quindi l'uomo tecnologico che con le sue sole forze è in grado di superare le necessità e proiettarsi nel regno della libertà. La riflessione antropologica di Gehlen si avvicina alla concezione volta a fare dell'uomo l'essere capace di costruire il proprio futuro. E' la libertà di determinare il proprio destino che ripaga l'uomo di tutte le sue carenze organiche, realizzando ciò che tutti gli altri esseri, pur non limitati da ‘inadattamenti’, ‘non-specializzazioni’ e ‘primitivismi’, non riuscirebbero mai a costruire: un "mondo culturale", un ‘ambiente artificiale’, atto a garantire l'esistenza e a soddisfare le esigenze di quell'essere particolarissimo che è l'essere umano. Dalla costruzione dei più rudimentali utensili alla creazione delle più sofisticate apparecchiature odierne, la tecnica ha costantemente aiutato l'uomo ad aprirsi al mondo, a conquistare e a dominare tutta la terra...”. Sulla stessa linea di pensiero si situa Oswald Spengler che nel suo L’uomo e la macchina dice: “[In tale prospettiva] la lotta della natura interna dell'uomo contro la natura esterna non è più sentita come una sofferenza (così Schopenauer e Darwin si rappresentavano lo struggle for life), ma come il grande senso della vita, che la nobilita; così pensava Nietzscheamor fati. E l'uomo appartiene a questa specie”.

La sostanza di queste considerazioni è che riguardo al concetto di natura è possibile stabilire una continuità “naturale” tra il mondo dato e, dentro di esso, l’uomo con la sua vocazione tecnica. Insomma per Vaj  è del tutto bizzarra l’“idea della Natura astratta ed universalista, percepita da un lato come statica, immutabile, da sempre e per sempre data, dall'altro come nettamente separata, anzi in opposizione all'uomo rispetto all'uomo e alla cultura, trascurando il fatto che l'uomo, in quanto essere vivente, della natura fa comunque parte, per quanto vi sia chi arrivi a sostenere che la nostra specie è un "incidente", una manifestazione "patologica" o un "cancro". In realtà, però, è la stessa scienza ecologica a rimettere in discussione questa visione paradisiaca (non estranea del resto al fatto che i suoi propugnatori vivono come tutti gli intellettuali occidentali in un ambiente iperprotetto), nel momento in cui ci mostra come gli ecosistemi evolvano e decadano, come gli equilibri che si vengono a creare siano in realtà risultanti dinamiche provvisorie, che possono variare e variano nel tempo anche senza nessun intervento "umano", risultanti dalla lotta di tutte le specie (o meglio dei loro geni) per mantenersi ed espandersi, e dai caratteri di quel biotopo in quel momento dato. Non esiste in realtà alcun equilibrio naturale prefissato ed indefinitamente autosufficiente che possa essere ‘turbato’ […]. La natura di per sé non è né incontaminata, né benigna, né adatta, ma solo adattabile, alla vita umana”. Così, aggiungo io, il nostro Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese:

 “NATURA — Tu non sai quello che ti dici. Tu ignori che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue fra loro di maniera che ciascheduna serve continuamente all’altra, e alla conservazione del mondo: il che se cessasse, il mondo verrebbe parimente in dissoluzione. Così la distruzione è una cosa necessaria all’universo; e per tanto la natura la fa continuamente.

ISLANDESE — Dunque la natura non si cura del bene e del male de’ mortali?

NATURA — Io non ho fatto né il piacere né il bene vostri: io non ho fatto le cose per vostro vantaggio: né mi giova se voi vivete, né mi dispiace se voi perite.

ISLANDESE — Ma dunque la vita di ciascun animale non è altro che un continuo patire?

NATURA — E ciò che chiami male e patimento è parte necessaria di quell’ordine delle cose che io mantengo; parte del disegno mio, e dell’universo”.

Sulla scorta di Pico della Mirandola, un transumanista, sottoscrivendo al tempo stesso la critica leopardiana, direbbe che la natura ha dato all’uomo la possibilità di scegliersi la propria natura. E tale possibilità è la tecnica. Essa proviene dalla natura umana, perché appunto l’uomo è naturalmente tecnico, e, mediante la tecnica, produce continuamente nuove possibilità naturali, rispetto alle quali l’idea di preservare una natura tutt’altro che benigna contro i rischi di una tecnicizzazione integrale del mondo, perde senso.

Sulla base di questi assunti perde parimenti senso l’idea ecologica della preservazione dei ritmi naturali dall’intervento antropico. Tutto insomma va bene. Tale concezione realistica della natura, scevra di romanticismi e irenismi, posta accanto a quell’antropologia che non distingue tra natura e tecnica, da un lato giustifica l’intervento trasformatore dell’uomo, dall’altro ne legittima un’indefinita estensione. Se tutto va bene, perché qualunque cosa faccia l’uomo esprime una possibilità offertagli naturalmente, non può esistere alcun criterio che stabilisca limiti e valutazioni nei termini di bene o male.

Qui possiamo cominciare una fase critica del nostro resoconto. Iniziamo con l’osservare che se tutto va bene, non esiste alcun discrimine per la decisione umana, nemmeno qualora essa si orientasse verso la riproposizione di un criterio stringente di rispetto della natura considerata come dato e come spontaneità. Siccome tutto dipende dall’arbitrio umano, che è un fattore intimamente naturale, il futurismo e il naturalismo romantico rimarrebbero opzioni equivalenti, la città di Blade runner o il sistema di Matrix, non sarebbero distinguibili dal mito del buon selvaggio  e dalla letteratura bucolica. Il fatto che Vaj cerchi di sottolineare che ogni scelta contraria allo sviluppo della tecnica sia assurdamente antistorica, inefficace, irrazionale e un po’ ridicola (come lo è per esempio lo stile di vita degli Amish in America), non ha dunque alcun fondamento nei presupposti che egli stesso pone alla base del suo discorso, a meno che egli non avanzi surrettiziamente l’idea di una natura tecnica dell’uomo statica, fissa e immutabile, indipendente dalla sua decisione. Vale a dire: a meno che egli non riproponga per la tecnica quella stessa idea romantica del rispetto di una natura umana “data” a prescindere dalla sua cultura e dalla sua libertà.

Riguardo alla spietatezza di una natura meccanica e senza fini, bisogna andare oltre a questo che è un pregiudizio tipicamente illuministico, che non tanto sovrappone natura a tecnica, quanto tecnica a natura, in modo da far apparire il grande orologio naturale (sprovvisto di orologiaio) come un immenso meccanismo di tortura in mezzo al quale sono concessi solo brevi intervalli di piacere. Tale inversione speculare del romanticismo è parimenti unilaterale e fuorviante. Una considerazione della Natura come di un sistema sprovvisto di fini, quale reazione galileiano-cartesiana al prevalente finalismo aristotelico, è stata fina da Kant ritenuta almeno parziale. Kant dedica una delle sue critiche, la prima, alla natura-meccanismo, e un'altra ai fini naturali, la terza. In quest’ultima Critica del Giudizio si insiste sul fatto che la natura è anche bella e si propone la nozione di bellezza come forma della finalità senza scopo che genera nell’uomo la risonanza di un piacere senza concetto e senza interesse. In coerenza con il suo soggettivismo di fondo e senza derogare ai principi della scienza, qui si adombra un’idea che, senza tradire troppo le intenzioni dell’Autore, possiamo semplificare così: pare che il mondo che mi circonda sia fatto apposta in modo che io mi possa sentire profondamento a mio agio. Quando ciò accade io riferisco a me una sua certa finalità, che ne articola tutte le leggi affinché si adattino alle mie facoltà percettive e mentali, come se l’intero sistema naturale avesse l’armonia che hanno gli enti ideati per uno scopo, senza che io possa dire né che vi sia uno scopo nella natura né quale sia, a parte il fatto che tale forma armonica della finalità si adatta splendidamente al mio sguardo, facendomi provare, mentre solamente la contemplo, uno specifico piacere, scevro da ogni utile o da qualsiasi secondo fine. Quando così accade, io, di fronte allo spettacolo della natura, dico: “Che bello!”

Ora, noi, di là dalla vocazione kantiana a ribadire la forza della sua rivoluzione copernicana che tutto riconduce al soggetto, possiamo ardire ad affermare, sulla scorta di una nobile tradizione, che il fenomeno della finalità bella ha la sua cosa in sé, ha il suo scopo profondo, ha il suo assoluto oggettivo. La tradizione parla di splendor veri (splendore del vero, Platone), splendor formae (splendore della forma, Tommaso), splendor ordinis (splendore dell’ordine, Agostino): i genitivi dicono l’assoluto, la cosa in sé, l’essenza che risplende nella bellezza del mondo e della natura, e che ne rappresenta anche la tensione fondamentale, il verso dove, appunto il suo scopo. I genitivi sono la verità che affiora splendendo dalle cose; l’essere che ha una sua chiarezza  formale definita, piena come ben rotonda sfera, esatta per ogni ente che è esattamente e straordinariamente quello che è; e infine l’ordine che offre a tutto la sua singolare collocazione nel tutto dello spazio e del tempo con infinita intelligenza musicale.

Accanto al giudizio estetico relativo alla bellezza, vi è anche in Kant un giudizio teleologico che non riguarda la natura in rapporto al soggetto che la contempla, ma in rapporto a se stessa. Si tratta di una teleologia piuttosto timida che sostiene che  “un organo di un organismo vivente, sia esso una pianta, un animale o un essere umano, non ha senso se non in vista del fine della vita dell’organismo nella sua interezza: il braccio, la mano, il fegato, le radici, le foglie, non hanno senso di per se stessi, ma solo in quanto servono al fine di mantenere in vita un determinato organismo vivente” (A. Gargano) così che, appunto, le singole parti hanno il loro fine nello sviluppo del tutto. Come se le parti di un organismo fossero fatte apposta per generare determinate funzioni, come se in sostanza l’occhio fosse fatto apposta per vedere e le gambe per camminare, affinché chi possiede occhi e gambe possa sviluppare certi caratteri e compiere proprio certe azioni.

Orbene, il biologo Jacques Monod in Il caso e la necessità, aggiorna e modernizza le osservazioni kantiane sostenendo che non si può evitare di comprendere la natura come qualcosa di apparentemente finalistico (perché non si può fare a meno di dire che l’occhio c’è per vedere), ma che in realtà tale finalismo è il risultato di cause meccaniche e cieche. Ecco l’emergere della prospettiva teleonomica: “Non esiste alcuno scopo nell'apparente armonia della natura e nei suoi  multiformi adattamenti, ma tutto è, come affermava Epicuro, frutto del caso e della necessitàGli organismi non hanno un fine ad essi esterno, dettato da un ente estraneo, ma proprietà teleonomiche che li distinguono dalla materia inanimata; la loro struttura, infatti, non ha un fine ad esso esterno, ma è determinata dal codice genetico, che detta loro, dall’interno, il programma a cui i viventi si attengono fedelmente; è questo che permette loro di essere strutture organizzate, la cui ‘armonia’ emerge semplicemente non a causa di un artefice, ma grazie a una complessa serie di reazioni chimiche regolate da enzimi codificati da geni a loro volta controllati da altri” (www.anisn.it, sv Jaques Monod).

La filosofia di Robert Spaemann costituisce la più radicale contestazione di un simile orientamento. Il filosofo tedesco ritiene infatti che non si possa interpretare il progetto immanente allo sviluppo naturale come effetto del caso o, il che è lo stesso, della selezione naturale. Infatti, secondo Spaemann, non si può descrivere un organismo come orientato a uno scopo (anche solo apparentemente) se nella realtà non c’è niente che fondi tale orientazione. Pertanto c’ è un motivo reale, c’è una cosa in sé in nome della quale la biologia parla di funzioni, adattamento, riproduzione per la sopravvivenza etc. e questo motivo è un fine cui tendono gli enti naturali e in vista del quale si organizzano in modo non casuale (il caso, nota Spaemann, non è la causa di una data configurazione della realtà, ma è una categoria epistemica che indica il fatto che appunto noi non conosciamo la suddetta causa). In  verità senza una finalità nulla è veramente comprensibile perché è da tale concetto che si evince il senso profondo di un oggetto di conoscenza.

Su questo assunto vorremo articolare una critica alla posizione di Vaj che formula due accuse nei riguardi coloro che propongono il concetto di una morale del rispetto della natura:

1)       Quella di  di tralasciare la continuità tra il naturale e il tecnico;

2)       Quella di considerare la natura come un dato fisso, un oggetto dato che deve fungere da criterio dei nostri comportamenti ecologici, così com’è in una forma originaria, perfetta e immutabile.

In realtà tra la visione irrealistica e romantica di uno spontaneismo naturale fisso e immutabile e la prospettiva di un arbitrio assoluto fondato sull’idea che la tecnica è natura e tutto ciò che compie va bene, si colloca l’alternativa di Spaemann: la natura è finalistica, è come tutta la realtà in statu viatoris, possiede un dinamismo interno, esistono in sostanza “fini naturali” che designano un criterio essenziale (di verità, d’essere) per la sua valutazione. Ma non si tratta di un’essenza data come presupposto (se non solo parzialmente e incompiutamente) ma offerta come meta. Anche il creato “geme e soffre nella speranza” come dice san Paolo (Rm 8,22). La teleonomia, al contrario, inverte la teleologia perché sostiene che “l’attività dell’ente non manifesta più un ulteriore grado di perfezione del medesimo rispetto al semplice esserci, da leggersi come teleologia che trascende se stessa nella partecipazione all’Assoluto, ma si riduce all’autoconservazione dell’ente stesso” (D. Saccoccioni, recensione a R. Spaemann, R. Low, Fini naturali).

Il giudizio teleologico kantiano e la teleonomia in sostanza vedono il senso delle cose dentro le cose stesse, e la loro finalità come immanente ad esse: l’autoconservazione “cieca”. Spaemann ammette ovviamente che l’organismo tende a mantenersi in vita, ma la vita, proprio in questa tensione, rimanda a qualcosa che va oltre se stessa: “La finalità naturale è il modo in cui la Natura partecipa dell’Assoluto”. Vale a dire: l’autoconservazione non è un ciclo chiuso ma un movimento verso l’Oltre, che è fonte di senso dell’essere. Sopravvivenza e riproduzione come uniche finalità trasformano la vita e l’intero processo naturale dal cui seno essa sgorga, in un processo senza senso. La mancanza di senso è tipica dei processi circolari, serrati in loro stessi e condannati alla ripetizione. Il senso è invece una direzione lineare in cui la fine coincide con il fine, e in cui il fine possiede una pienezza definitiva tale da non abbisognare della ripetizione del processo. Si dirà che ciò coincide con una forma di ideologia storica del progresso? Non so se il fatto di dire che natura e storia tendono a un fine che si manifesterà solo nella trascendenza della fine, cioè escatologicamente, implica la statuizione di un meccanismo del divenire per il quale, più si avvicina la fine più si è ontologicamente vicini al fine. Le Scritture non dicono così, anzi la letteratura apocalittica tende a smentire un simile pregiudizio. Al contrario essa non smentisce affatto la tensione, la tendenza, il conatus verso la pienezza che solo dà senso alla vita del cosmo, e che non aumenta né diminuisce storicamente e in modo progressivo, ma è presente in ogni fibra dello spazio e del tempo.

Che ne è allora della tecnica? I fini naturali tornano ad essere un criterio possibile che precisamente consiste nella commisurazione etica della finalità tecnica al bene essenziale cui tende la natura esterna e la natura umana  stessa. Certo: vi è una qualche continuità tra la natura e tecnica, ma come la natura non è data tutta in una volta, non è pura spontaneità, ma è organizzata secondo fini, allo stesso modo la tecnica non è data tutta in una volta, ma secondo fini. Il legame fra tecnica e natura allora si riformula come qualcosa di necessario. Tolti i fini dalla natura, si priva la tecnica del suo naturale meccanismo di autoregolazione. “Una volta spogliata del proprio carattere entelechiale (finalistico, n.d.r.), ‘non c’è più quella natura che prova avversione di fronte a qualcosa’. Caduta la distinzione tra movimento naturale e movimento violento, la natura si consegna definitivamente, - con Cartesio – al meccanicismo. In natura nulla si oppone alla nostra manipolazione, in quanto la natura si riduce a pura estensione e movimento locale: ‘la natura diventa semplice materia per la posizione umana di fini’ (Spaemann, in Amori, Il pensiero di Robert Spaemann tra critica della modernità e ontologia teleologica).                                  

Ciò significa che oggi essa può manifestare l’essere come Bestand (fondo a disposizione, Heidegger), come una tattica della vita finalizzata al dominio e alla potenza (Spengler) oppure come il modo in cui l’operaio, il lavoratore (l’homo faber, n.d.r.) mobilita il mondo (Jünger). Ma, anche alla luce di Spaemann, mi pare di poter dire questa non è una direzione definitiva perché è soggetta a giudizio, valutazione e commisurazione con la tendenza naturale dell’essere al Bene, una tendenza che può essere contrastata, deviata “per violenza”, ma le cui deviazioni possono essere analizzate, comprese e soggette a reindirizzo. Il meccanismo accumulativo del progresso tecnico è di per sé cieco, perché manifesta una continuità indefinita e procede appunto per aggiunte successive senza direzione (cioè è un’accumulazione moralmente indifferente). L’uomo può esercitare un confronto tra la cecità di un processo meccanico di accumulazione – che non esclude, tutt’altro, momenti creativi ma che non è in grado di governarli criticamente per distinguere un nuovo strumento di tortura da un impianto per risonanze magnetiche – e un divenire coerente con un Bene fondamentale seppur solo intravisto per speculum in aenigmate (1Cor 13,12: “Ora vediamo come in uno specchio e in maniera confusa”), verso il quale orientare la sua prassi in armonia con il conatus del mondo.

 E quando Ernst Jünger formula l’auspicio  o la profezia di una nuova fase dello sviluppo tecnico, di là del muro e oltre la linea dei nostri tempi nichilistici, forse allude a tale possibilità. La possibilità di una riconciliazione finale, io direi finalistica, tra il meccanico e l’organico in cui la tecnica si potrà fare più vicina alla vita … per natura e non per violenza. Il bel romanzo di fantascienza di Francesca Conforti, intitolato Spine, descrive un mondo simile, dove l’artificio tecnico incontra l’organico e il biologico, e l’opera manipolativa si apre ai fini naturali senza rinunciare alla sua vocazione creativa.

 È questa una possibile alleanza tra il sacro della creazione e il profano dell’invenzione? Dove c’è un tempio, lì c’è Dio, ma davanti a ogni tempo c’è lo spazio che Dio ha consegnato all’uomo. Dall’esterno noi entriamo togliendoci il cappello e genuflettendoci perché lì v’è ciò che vale veramente, il nostro destino ultimo; dall’interno noi usciamo pieni di spirito e di voglia di vivere con la libertà dei figli. Quando smettiamo di entrare e uscire, il legame tra le dimensioni della nostra vita, tra la contemplazione e l’azione, tra la teoria e la prassi, tra la preghiera e la carità si recide. E tutti, in un mondo fantasmagorico di miracoli artificiali, diventiamo più poveri.

 

 

 

 

 



[1] In www.estropico.com.