Ringrazio Fabrizio Fratus per aver organizzato questo incontro nella sede milanese di Fratelli d'Italia, promuovendo un'occasione graditissima e salutare di confronto e approfondimento culturale. Presento qui sotto il testo cui il mio intervento ha dato origine.
INTRODUZIONE:
LA FLUIDITÀ DELLE CATEGORIE POLITICHE
Tutte
le categorie politiche mantengono una certa fluidità, poiché si collocano
all'incrocio tra il concetto logico e la prassi storica. L'uno e l'altro, in
politica più che in altri ambiti, sono in continua, reciproca osmosi e si
modificano e influenzano a vicenda. Pertanto, quando si fissa una definizione
di una certa famiglia politica o di un certo modo di agire relativo alla
società civile, questa, come il noto fiume di Eraclito, subito cambia, si
rinnova, si altera. Così quella che noi chiamiamo filosofia politica si
contraddistingue per una tipica mobilità dei contenuti e dei confini. Ciò non
toglie che sia necessario arrischiare definizioni per non essere travolti dal
fluire degli eventi e delle prassi che nella loro pura immediatezza sarebbero
confinati nella più oscura irrazionalità. Quindi, della politica, in quanto
scienza dello spirito, non dovremmo cercare l'esattezza sperimentale propria
delle scienze cosiddette "dure", accontentandoci di una epistemologia
considerata più "dolce", ma a ben vedere non meno rigorosa, perché il
rigore di un sapere consiste anche e soprattutto nell'essere conforme alla
natura del suo oggetto.
Ciò
emerge in modo particolare quando si tratta di affrontare concetti che, per il
loro uso frequente nel dibattito pubblico, esasperano la loro vaghezza, giacché
le sfumature che comprendono si allargano proporzionalmente alla quantità di
persone che li utilizzano a partire dalla propria esperienza e pre-comprensione
del mondo.
Quello
che di conseguenza io vado a tentare nelle righe seguenti è solo l'abbozzo di
un ritratto che, cercando la migliore aderenza al suo modello reale, è
condannato ad una certa insuperabile opinabilità, difetto che si può accettare
solo ammettendo che, laddove esista un sapere opinabile, vi è anche spazio
maggiore per la libera critica e il libero approfondimento.
ESSERE
CONSERVATORI: CONSERVATORISMO LIBERALE E RADICALE
Dunque,
entrando in medias res, che cosa vuol dire essere conservatori?
"Conservatorismo"
un termine che designa un tema politico di particolare rilevanza nella
tradizione anglosassone. Esso allude alla classica contrapposizione tra Tories
e Wighs, cioè tra partigiani del re e partigiani del parlamento nel Seicento,
alternativa che nella storia successiva ha anche contemplato tipici
"connubi", a partire dalla Gloriosa Rivoluzione del 1688, in cui
tutti si sono trovati uniti contro Giacomo II.
Nell'Europa
continentale, che più ci riguarda, il conservatorismo, come indirizzo politico
organizzato, si mostra nella Francia rivoluzionaria, dove se ne possono rintracciare
due forme peculiari:
1)
un conservatorismo radicale che contesta complessivamente la rivoluzione del
1789, sia nei suoi esiti monarchico-costituzionali (1791), sia nei suoi esiti
democratico-giacobini (1793). Da qui viene la tradizione della destra comunemente
definita reazionaria (De Maistre, Donoso Cortés nel campo della
riflessione ideologica e filosofica, i Vandeani, i Carlisti, i Cristeros sotto
il profilo dei movimenti politici e della prassi storica);
2)
un conservatorismo moderato e vuole mantenere i "progressi" del
costituzionalismo, ma evitare ogni "avventura" democratica. Da qui l’orientamento
liberale con il quale lo qualificheremo da adesso in avanti (riguardo a
tale indirizzo politico potrai fare i nomi di Locke, che certamente non nasce
conservatore ma che dai conservatori ampiamente utilizzato, Montesquieu, Croce
nel campo ideologico-filosofico; La Fayette, Talleyrand, Guizot, Cavour nel
campo pratico-politico).
Naturalmente nemmeno qui si tratta di una
contrapposizione da intendersi in modo rigido. Pensiamo solamente alla
riflessione di enorme importanza condotta da Edmund Burke sulla rivoluzione
francese: una critica di assoluto valore reazionario avanzata da un liberale wigh
che centra la sua argomentazione sulla cosiddetta "saggezza dei
secoli", ossia sul valore intrinseco di ciò che nell'esperienza storica è
stato selezionato come la migliore e più efficace forma di convivenza civile e
di gestione del potere, la monarchia.
Pensiamo altresì agli intrecci tra liberalismo conservatore e conservatorismo
radicale in autori più contemporanei come Eric Voegelin e Leo Strauss quando
criticano il fanatismo apocalittico rivoluzionario, il suo utopismo
irrealistico, e le conseguenze violente alle quali conducono le ambizioni degli
entusiasti di ogni epoca nel voler rinnovare dalle fondamenta e a tutti i costi
il mondo secondo il criterio: "Se i fatti ci danno torto tanto peggio per
i fatti". Questi studiosi stigmatizzano come forme inaccettabili di
totalitarismo tutti gli esperimenti antiliberali del Novecento, di “destra”
come di “sinistra”, e tuttavia sviluppano dottrine che, cogliendo alla radice
le derive della cultura progressista e rivoluzionaria, costituiscono un'ottima
base di riflessione per un conservatorismo consequenziale, radicale e altresì
critico nei confronti del liberalismo
Nondimeno
esistono anche ragioni cogenti per distinguere nettamente le due famiglie. Tra
i tanti fattori in gioco possiamo sottolinearne tre.
A)
La questione metafisica e/o religiosa.
-Il
conservatorismo liberale è tendenzialmente agnostico e
accetta l'idea che il potere politico debba essere legittimato dal basso. Il
potere viene consegnato alle élites dal popolo, inteso come le classi
economiche emergenti, e viene esercitato in loro nome e a loro vantaggio, visto
che l'utile della borghesia, cioè della classe che porta progresso e sviluppo,
diventerà alla lunga l'utile di tutta la società.
-Il
conservatorismo radicale è metafisico e religioso (nell'Europa continentale
soprattutto, ma non solo, cristiano-cattolico) e ritiene che il potere sia
legittimato dall'alto, cioè da Dio ("non est auctoritas nisi a Deo",
Rm 13,1). Il potere è consegnato alle élites da Dio (anche "per
popolum") e a Dio
deve rendere conto in ultima istanza. Di conseguenza l'assolutismo monarchico è
costitutivamente limitato anche quando sulla carta può agire proprio
arbitrio. Donoso Cortés osserva: "Possiede
la verità politica chi conosce le leggi alle quali sono soggetti i governi;
possiede la verità sociale chi conosce le leggi che governano le società umane;
conosce queste leggi chi conosce Dio, e conosce Dio chi ascolta quel che lui
dice di sé medesimo e crede in ciò che ascolta. La teologia è la scienza che ha
per oggetto queste affermazioni. Ne segue che ogni affermazione concernente la
società o il governo presuppone un'affermazione relativa a Dio, per cui ogni
verità politica o sociale inventa necessariamente una verità teologica”.
Tale fondazione teologica della politica ha due conseguenze: da un lato libera
il potere dalle preoccupazioni liberali relative a un suo supposto abuso,
proponendo uno sfondo mediante il quale gli atti sovrani possono essere
valutati e compresi, fatti salvi ovviamente gli arcana imperii (questi
alludono agli strumenti per la salvezza dello Stato e della comunità che sono
accessibile solo dal punto di vista del potere stesso).
Dall’altro preserva la politica dall’attacco concentrico della ragion di Stato
– che ne farebbe un gioco autoreferenziale – e della rappresentanza di
interessi che la sottometterebbe alla dimensione economica. Infine, la teologia
diventa un criterio euristico, perché consentirebbe di estrarre da una certa
prassi storico sociale i contenuti essenziali, chiarificandoli fino
all’assoluto, dimodoché se ne possano leggere i caratteri mediante la lente di
ingrandimento metafisica e teologica in modo molto più chiaro e netto (ammesso
che i processi di generalizzazione ed estrazione dell’essenza siano condotti
con la dovuta prudenza e con l’ausilio di un metodo storico-critico raffinato).
B)
La questione istituzionale
-
Il conservatorismo liberale è costituzionale, monarchico o repubblicano, cioè esprime
la necessità che ogni comunità politica si doti di una legge fondamentale che
rappresenta il criterio di ogni futuro atto del potere legislativo e di ogni
futuro comportamento degli organi esecutivi e giuridici. La carta fondamentale
è pensata come strumento oggettivo che garantisce i cittadini da ogni forma di
arbitrio del potere. In essa viene istituita a tal fine la separazione dei tre
poteri così come teorizzato da Locke e da Montesquieu e
realizzato prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti e nell'Europa
continentale.
-Il
conservatorismo radicale è monarchico assoluto. Lo è almeno nella sua origine.
Quando tale forma di potere ha mostrato di non essere più adeguata ai tempi, i
conservatori radicali hanno elaborato dottrine che accoglievano forme
istituzionali diverse. La nota distintiva rimaneva tuttavia quella che il
potere doveva essere legittimato dall'alto, quantomeno da una tradizione che facesse
riferimento a valori e statuti etico-spirituali; in secondo luogo, doveva
essere risolutamente evitato quell’atteggiamento di rifiuto del potere che,
lungi da pensare alle forme del suo migliore esercizio, tendeva a considerarlo
un fattore di disturbo della normale vita della società, in particolare della
sua vita economica. Assolutezza del potere in questo senso vuol dire libertà da
vincoli e lacci che, se nella prospettiva liberale costituivano altrettante
garanzie nei confronti del cittadino, in quella tradizionale rappresentavano e
rappresentano altrettanti impedimenti alla realizzazione del bene comune.
C)
La questione sociale
-
Il conservatorismo liberale, da Cavour alla Thatcher, non ha alcuna sensibilità
sociale: l'uguaglianza formale dei cittadini è semplicemente lo strumento per
combattere le vecchie élites aristocratiche. Per il resto, in uguali
condizioni formali, ci si attende di più abbienti - cioè i migliori - guidino
la società. La miseria delle masse è il prezzo da pagare per lo sviluppo
economico che solo escatologicamente arricchirà tutta la società e la libererà
dal bisogno. Dice l'anarco-liberale Murray Rothbard:"In una società
libertaria la crescita economica sarebbe rapida, perché lo Stato non la
fermerebbe più con i suoi prelevamenti e le sue regolamentazioni: i poveri
sarebbero quindi molto meno numerosi. E la carità verrebbe riabilitata perché
non dovrebbe più essere delegata allo Stato. Nello Stato libertario rinascerebbero
sentimenti di solidarietà e aiuto reciproco”.
Il meccanismo dovrebbe essere il seguente: abbassare le tasse ai ricchi per
creare ulteriore ricchezza della quale, per effetto di
"sgocciolamento" (trickle down economy)
beneficerebbero anche i poveri. Ogni ulteriore forma di welfare dovrebbe
essere demandata alla carità privata che, magicamente e paradossalmente,
sorgerebbe dalla libertà degli attori economici di perseguire i propri
interessi senza alcun vincolo, guidati esclusivamente da considerazioni di
mercato. Dunque, una società di privati dove il valore fondamentale diverrebbe
la massimizzazione del profitto individuale, proprio per questo aprirebbe le
porte alla solidarietà. Come dire: la libertà dei lupi finirebbe per
avvantaggiare gli agnelli.
-
Il conservatorismo radicale recupera il sociale attraverso il cristianesimo. Il
conservatorismo radicale può così essere popolare. La solidarietà
interclassista tra signori e contadini, questo mistero grande per tutti i democratici
e i socialisti che per consolarsi si sono inventati la bufala della cosiddetta servitù
volontaria, è sempre mediata dalla pietà cristiana e dalla comune
appartenenza alla Chiesa. Non si tratta qui di costruire una visione
irrealistica dei rapporti sociali. Non si tratta di tacere l'oppressione del
ricco nei confronti del povero come tentazione costante della storia umana. Si
tratta, al contrario di promuovere uno sguardo realistico che riconduca alle
sue radici ideologiche ed etiche ciò che viceversa è sempre stato
sbrigativamente e poco scientificamente derubricato nella facile e consolatoria
categoria di "paternalismo". Il paternalismo dei ricchi nei confronti
dei poveri come liberalità che in ultima istanza si fondava sull'immobilità dei
rapporti di dominio, trovava un potente antidoto ideologico nel messaggio
evangelico e nella forma radicale in cui, contro le logiche del mondo, era
stata valorizzata dai cristiani "Madonna povertà". Ciò fino al punto
di arrivare a mettere in crisi gli stessi criteri etici signorili, e a far
paradossalmente incontrare le categorie di "povertà" e
"nobiltà". Se questo è lo sfondo della società euro-occidentale, si
comprende come al momento della recisione del filo rosso della tradizione
cristiana, settori importanti delle masse contadine e proletarie si siano
trovati spesso e volentieri dalla stessa parte dei loro presunti oppressori per
combattere i loro presunti liberatori.
IL
CONSERVATORISMO LIBERALE
Nel
conservatorismo liberale l'uscita dalla metafisica implica l'abbandono della
tradizione ideologica e politica del passato per assumere l'interesse di classe
come bussola di una prassi di governo che si orienta a un futuro di prosperità
dimenticando le ingiustizie del presente. Se in dottrina il regime della
separazione dei poteri e del primato del legislativo garantisce i diritti
dell'individuo e la libertà di impresa economica, determinando un positivo
interregno che, malgrado i suoi difetti, prelude alla felicità del maggior
numero in un punto indeterminato del futuro; in pratica nel presente viene
lasciato spazio libero al diffondersi incontrollato della miseria, all'egoismo
sociale dei ricchi,
al costituirsi di un relativismo della discussione parlamentare e della disputa
sofistica che mina i fondamenti spirituali della vita di un popolo.
Naturalmente
i liberali, garantiti i propri interessi, profondono il più ampio ottimismo
circa le sorti della società civile: "In tutte le società tollerabilmente
costituite, la giustizia e l'interesse generale dell'umanità sono quasi sempre
separati; qualcuno è interessato a ciò che è sbagliato; qualcuno anche ha il
suo privato interesse dalla parte di ciò che è giusto. Coloro che sono guidati
da alte considerazioni, benché pochi e deboli per prevalere contro tutti gli
altri, usualmente dopo una sufficiente discussione diventano abbastanza forti
per volgere la bilancia a favore della corporazione privata che sta dalla loro
stessa parte. Il sistema rappresentativo dovrebbe essere costituito per
mantenere questo stato di cose".
La vita sociale, e quella politica come suo riflesso, dovrebbe essere
costituita da una serie interminabile di compromessi e negoziazioni, che per
loro proprietà intrinseca, determinata in modo apodittico, consentirebbe il
prevalere della ragione e della “parte giusta”, proprio grazie composizione
“razionale” dei diversi interessi e all’esclusione di quelli illegittimi.
In
realtà, come assodato dall'esperienza plurisecolare della disciplina retorica,
i discorsi che non siano guidati da una specifica consapevolezza etica e da una
speciale ingiunzione collaborativa che escluda ogni forma di filonichia
(amore per la vittoria nella tenzone retorica), fatalmente scadono nella
ricerca dell'artificio argomentativo più convincente, non sotto il profilo
della razionalità e della conoscenza, ma sotto quello tutto estetico e
superficiale del fascino, dell'attrattiva e della perizia carismatica e
comunicativa.
Per
questo motivo il regime della discussione e il trionfo della clasa
discutidora, come la chiamava Donoso Cortés, preludono a quello scadimento
spirituale cui testé si è accennato e che lo stesso Donoso così ci rappresenta:
"La scuola liberale domina soltanto quando la società vacilla; il periodo
della sua supremazia è quello passeggero e fugace in cui il mondo non sa
decidersi né per Barabba né per Gesù, sospeso tra un'affermazione dogmatica e
una negazione suprema. La società si lascia allora guidare di buon grado da una
scuola che non dice mai affermo o nego, ma che in ogni situazione
usa la parola distinguo. Principale interesse del liberalismo è di non
arrivare mai al giorno delle negazioni radicali o delle affermazioni sovrane; e
affinché esso non arrivi, servendosi della discussione confonde i principi e
diffonde lo scetticismo, poiché sa bene che un popolo che ascolta continuamente
dalla bocca dei suoi sofisti il pro e il contro di tutto finisce
col non saper più a che cosa credere e col domandarsi se la verità e l'errore,
il giusto e ingiusto, l'onestà e l'infamia siano cose tra loro contrarie ovvero
siano una stessa cosa osservata da punti di vista diversi. Ma - aggiunge
Donoso, anch'egli con una certa dose di ottimismo, in lui cristianamente
fondata - un periodo così angoscioso, per molto che possa durare, è sempre
breve. L'uomo è nato per agire e la discussione perenne è contraria alla natura
umana, giacché è nemica delle opere. Verrà un giorno in cui i popoli, sospinti
dalla loro indole più violenta, invaderanno le strade e le piazze per chiedere
risolutamente Barabba o Cristo, abbattendo nella polvere le cattedre dei
sofisti”
Fino
ad allora, nondimeno, il liberalismo, mentre continuerà a produrre alienazione
materiale, non potrà fare a meno di generarne anche una spirituale. Alla
miseria economica dei più si aggiungerà una particolare degenerazione del
dibattito politico indirizzato senza rimedio da maghi e illusionisti della
parola nelle sabbie mobili dell'ignavia, della vuotezza, dell'inconcludenza e
della falsità. Questo accadrà fino ai giorni nostri, a prescindere dalle
ibridazioni con cui il liberalismo nel corso della sua storia avrà ceduto parte
delle sue prerogative per meticciarsi con le dottrine democratiche e
socialiste. Per loro mezzo avrà ottenuto
a)
l'effetto di esternalizzare la miseria e, mediante la sua componente
socialista, promuovere sistematicamente l'ottundimento edonistico delle masse;
b)
l'effetto di promuovere attraverso la propria componente democratica una
selezione delle élites mediante il suffragio universale. Per suo mezzo,
malgrado la retorica della virtù popolare, le élites stesse diventeranno
non la guida ma lo specchio dei vizi delle masse che esse, ci avverte Platone
nella Repubblica, sollecitano e seducono come quando si ammaestrano
bestioni senza ragione.
c)
La componente originariamente liberale, ben difesa da una cintura retorica di
argomenti democratici e socialisti ad hoc, potrà tranquillamente
diventare l'articolazione multinazionale del sistema produttivo che si
autonomizza dal potere politico il quale, dal canto suo, risulterà sempre più
debole, prigioniero di un sistema interno e internazionale di vincoli, pesi e
contrappesi orientati a escludere il politico dalla vita civile dei popoli per
sostituirlo con il primato indiscusso dell'economico. Attorno a questi ambito
si eserciterà il meglio della retorica liberale, sotterfugio dialettico di
esperti pronti a chiedere sacrifici a tutti per preservare il sistema e i
propri privilegi, che in una dialettica falsa e confusionaria fatta di
asserzioni senza fondamento e di fondamenti impresentabili e indifendibili,
lascerà emergere dalla leggerezza di una verità evaporata il peso naturale
degli interessi più opachi, oscuri e incrostati.
IL
CONSERVATORISMO RADICALE, LA SUA METAFISICA E LA SUA FILOSOFIA DELLA STORIA
Il
conservatorismo radicale possiede una metafisica che non solo gli consente di
recuperare – come detto – una sensibilità sociale, benché all’interno di una
visione gerarchica della società e delmondo,
ma offre una visione della storia e dell’uomo nettamente alternativa a quella
dominante. Ci
sono tante versioni di una filosofia della storia conservatrice: il loro tratto
comune è l’analisi spietata del presente come esito di un processo di
dissoluzione e di allontanamento da un principio, che non è solo un “inizio” ma
è un “fondamento”, cioè non possiede solamente una funzione cronologica, ma ne
svolge una più profondamente assiologica: “Se l’uomo moderno fino a ieri aveva
concepito ed esaltato come un’evoluzione il senso della storia a lui nota, la
verità conosciuta dall’uomo tradizionale è stata l’opposta. In tutte le antiche
testimonianze dell’umanità tradizionale si può sempre ritrovare, nell’una o
nell’altra forma l’idea di un regresso e di una caduta: da stati superiori o
originari gli esseri sarebbero scesi in stati sempre più condizionati
dall’elemento umano, mortale, contingente. Un tale processo involutivo avrebbe preso
inizio in tempi lontanissimi e il temine èddico ragna-rökkr, ‘oscuramento degli
dèi’ è quello che meglio lo caratterizza”.
La prospettiva conservatrice è compatibile con
il cristianesimo che considera Dio come il “Signore della storia”? Questa
domanda non è peregrina, perché la dimensione religiosa è strutturalmente
connessa all’orientamento conservatore, e in Europa, benché non tutti i
conservatori radicali la pensino nello stesso modo, il cristianesimo ha un
ruolo assolutamente dominante. Ebbene vi sono qui due possibilità. La prima
consiste nella secolarizzazione del principio teologico della signoria di Dio
sulla Storia che conduce direttamente dall’ottimismo escatologico (il mondo è
destinato ad essere redento dalla finale parousia del Cristo)
all’ottimismo progressista (la storia cammina verso una redenzione), laddove il
processo di secolarizzazione via via tende a sostituire la chiusura
trascendente dello sviluppo storico con una immanente, passando
dall’escatologia all’utopia … cioè dalla fondazione soprannaturale del Regno di
Dio all’idea che il regno finale possa essere l’esito di un processo storico di
autoredenzione dell’uomo orientato a costruire la città terrena come luogo
ultimo della definitiva emancipazione e felicità. È questa la prospettiva che
va da Gioacchino da Fiore a Marx. La seconda possibilità è quella che vede
agire nella storia il peccato. Lowith così sintetizza la riflessione di Orosio:
“Considerata sotto la prospettiva del peccato originale, tutta la storia umana,
sia quella di Babilonia, sia quella di Roma, è essenzialmente la stessa.
Infatti, qualsiasi cosa venga costruita dalle mani degli uomini nel corso del
tempo decade e trova la sua fine”.
Il cristianesimo è molto pessimista quando vede lo sviluppo storico sub
specie peccati. La storia si allontana dal suo centro, che è e deve essere
Cristo. Ciò è possibile in virtù della libertà umana: “’Storicità vuol dire che
la volontà dell’uomo è libera ed è libera non soltanto per ciò che è
irrilevante, banale o accessorio, ma anche per ciò che è importante anzi
perfino per ciò che ha valore di decisione circa il senso supremo
dell’esistenza … presuppone cioè la possibilità di decidersi per Dio o contro
Dio’ La libertà caratterizza l’essenza della storia e ne fa il luogo
paradossale in cui l’uomo può assumere la tragica illusoria pretesa prometeica
di escludere Dio dal proprio orizzonte vitale”. Proprio
a partire dalla consapevolezza di una libertà che tragicamente fallisce nella
storia e ne determina un decorso infausto, nel medioevo ogni progresso è
concepito come un altrettanto libero – ma di una libertà attivata dalla grazia
- ritorno alle origini e la Chiesa è ritenuta semper reformanda con lo
sguardo al suo inizio, descritto negli Atti degli Apostoli.
Addirittura, il compimento escatologico può essere visto come una restaurazione
della condizione edenica, in cui la fine riproduce e perfeziona l’inizio,
ritornandovi. E allora non può essere considerata un’eccezione la riflessione
di Plinio Correa De Oliveira sul processo “rivoluzionario” che ha
caratterizzato l’età moderna, come progressivo allontanamento dalla forma più
compiuta di civiltà cristiana che la storia abbia conosciuto: il medioevo
europeo. Dentro quale dimensione antropologica ha potuto determinarsi il processo
storico della rivoluzione? Il peccato, certamente, nella sua forma più
manifesta dell’orgoglio e della sensualità: “Due nozioni concepite come valori
metafisici esprimono adeguatamente lo spirito della Rivoluzione: uguaglianza
assoluta, libertà completa. E due sono le passioni che più la servono:
l’orgoglio e la sensualità. Poiché facciamo riferimento alle passioni, dobbiamo
chiarire il significato che diamo al termine in questo saggio. Per maggior
brevità, conformandoci all’uso di diversi autori spirituali, tutte le volte che
parliamo delle passioni come fautrici della Rivoluzione ci riferiamo alle
passioni disordinate. E, in accordo con il linguaggio corrente, includiamo
nelle passioni disordinate tutti gli impulsi al peccato esistenti nell’uomo in
conseguenza della triplice concupiscenza: quella della carne, quella degli
occhi e la superbia della vita”.
Queste
brevi osservazioni non hanno avuto difficoltà a rintracciare una filosofia
della storia come caduta, regresso e allontanamento da un principio,
all’interno della riflessione cristiana.
C’è nel conservatorismo un particolare pathos del “tramonto”.
Ma, d’altro canto non manca affatto la dimensione della speranza: coloro che vi
accedono da un punto di vista diremmo “classico”, religioso ma non cristiano,
confidano in uno sviluppo dei cicli storici
che consenta una palingenesi della società, fatta salva per l’individuo
l’opzione di un cammino personale di ritorno ai valori incorrotti dello
spirito, pur dentro il contesto della decadenza della propria civiltà.
Chi assume un punto di vista cristiano, propende invece per un atteggiamento che
J. De Maistre magistralmente riassume: “Poiché l’uomo agisce, egli crede di
agire soltanto, e poiché ha coscienza della sua libertà, dimentica la sua
dipendenza […]. L’uomo è senza ombra dubbio intelligente, libero, sublime,
tuttavia non è che uno “strumento di Dio” […]’. L’uomo ‘agisce’, cioè fa la
storia; ma la sua azione, che deriva dalla sua natura umana così costituita da
Dio, pur essendo di fatto libera, è sostanzialmente, ontologicamente,
dipendente sempre e comunque da Dio – anche quando si ribella a Dio, perché è
una ribellione solo formale, non può essere sostanziale. Dio è presente nella
storia, e la Sua presenza è la Provvidenza; e in quanto Creatore, è più
presente nella storia di quanto lo siano le creature, in quanto questo sono
dipendenti nel loro stesso essere da Lui. Ergo: la libertà dell’Uomo che fa la
storia è dipendente dalla Provvidenza, che orienta necessariamente tutto verso
il Bene perché è il Bene – così che la storia dell’Umanità, nonostante le sue
convulsioni, nonostante le sue perversioni, le sue sciagure, i suoi lutti,
nonostante insomma tutto il male in essa presente, si risolverà infine nel
trionfo del Bene”.
Possiamo dire che una filosofia della storia conservatrice mantenga un
carattere complesso, dato dalla costitutiva ambiguità della libertà umana e dal
rifiuto conseguente di ogni forma di determinismo, senza rinunciare a valutare
criticamente e in modo assolutamente disincantato il corso degli eventi.
REGRESSISMO
CONTRO PROGRESSISMO?
La
filosofia della storia conservatrice qui accennata rappresenterebbe una sorta
di ribaltamento speculare dell’ideologia del progresso, con il medesimo
significato razionalistico e lo stesso esito “astratto”? Forse sì, ma ha dalla
suo il rispetto rigoroso di un principio metafisico: dal meno non viene il
più ma al contrario vale che dal più vene il meno, che è corollario
dell’altro principio: ex nihilo nihil fit,
dal nulla non viene nulla. Dunque, è pensabile un
processo di allontanamento da un principio di pienezza, inteso come perdita e
caduta, ma non un avvicinamento, inteso come guadagno e salita, a meno che non sia
inteso presupponendo il primato dell’atto sulla potenza, che implica l’idea di
una forza centripeta di ciò-che-è verso ciò-che-diviene, come quella dell’amato
nei confronti dell’amante. Ma non è questa la modalità storica intesa dalla
lettura progressista del divenire delle civiltà, che, viceversa, ha come
criterio di fondo quello dell’accumulazione il cui soggetto è solo l’homo
faber fortunae suae. Di qui sorge l’idea di un fine immanente della storia
verso il quale si commina, progredendo, appunto, per accumulo di beni, saperi,
ricchezze, terre, denaro, virtù, patrimonio genetico etc. Si accumulano
quantità, cosa che non può implicare altro che la fiducia irrazionale nella
trasformazione della quantità in qualità e l’avvicinarsi a una meta che è
semplicemente una fine e surrettiziamente viene trasformata in un fine. Tale è
il pre-giudizio fondamentale dell’etica capitalistica e del suo fondamentale
materialismo.
LEOPOLDO
MARECHAL
Una
filosofia della storia, viceversa, radicalmente conservatrice, qualitativa e
metafisica è possibile rinvenire nella riflessione del poeta, filosofo e
letterato argentino Leopoldo Marechal. La sua originalità feconda risiede nel
fatto che egli si concentra sul tipo umano che contraddistingue i diversi
momenti del divenire della civiltà. Non si tratta pertanto di una meccanica
della storia, ma di un’antropologia storica, che ritorna al fatto umano che
incarna e sorregge le diverse epoche e ne esprime al meglio il significato
spirituale.
Per
Marechal ai periodi originari di integrità/espansione, prosperità corrisponde
quello che egli chiama l’uomo d’azione;
ai periodi di decadenza e dissoluzione corrisponde l’uomo del tradimento e, infine, dentro il parossismo della
dissoluzione nasce e cresce un altro tipo umano: l’uomo della riparazione. Il tutto risulta incarnato nella storia
argentina, anzi nella storia di una famiglia. Nella sua Divina Commedia
nazionale, il romanzo Adán Buenosaires,
che per una buona parte è dedicato a un viaggio ultraterreno del tutto simile a
quello dantesco, il protagonista incontra nel quinto girone del suo inferno,
rinominato Cacodelphia, la città dei fratelli cattivi, un tipico
rappresentante della borghesia rapace e affaristica del suo paese, che vive di business
e corruzione e che, occupato il suo posto nella burocrazia statale, svende ogni
giorno la patria a ricchi e potenti stranieri. Questo “personaggio” ricorda la
sua vita terrena e anzi le sue vicende familiari, ricostruendo la parabola
discendente che in tre generazioni aveva trasformato una casa di eroi
dell’indipendenza, esploratori e colonizzatori di terre, con l’animo nobile di
coloro che lavorano alla costruzione di una patria grande, degna e generosa con
i suoi uomini, in professionisti borghesi, urbanizzati e corrotti, intenti solo
a sfruttare le occasioni per arricchirsi a spese della propria comunità. Ma uno
dei figli dell’ultima generazione si ribella e vuole scrivere un Canto del
sangue, che almeno letterariamente nel ricostruire la storia della
famiglia, insiste sui valori originari per ripristinare la condizione etica perduta.
Il destino di questo ragazzo sarà quello dell’esilio: non una cacciata né una
fuga, ma la salvezza in terra europea – forse quella dell’origine – dalla marea
montante della dissoluzione. Forse la riparazione rimarrà un progetto
letterario, destinato ad una realizzazione escatologica in una Calidelphia
(città dei fratelli buoni) futura. Ma quello che conta è che almeno uno, nella
corruzione generale, non si sarà abbandonato alla corrente nefasta del
tradimento, trovando nella letteratura e nella poesia la forza per abbozzare un
contromovimento.
Forse è la storia dello stesso poeta Marechal, più fortunato, perché
l’occasione di vivere un momento di riparazione nazionale gli fu data e fu da
lui vissuta da vero protagonista nella pur breve stagione di Perón.
Nella
direzione generalizzatrice e simbolica imboccata suggerita dallo stesso autore
e seguita da Roy Williams, e in accordo con la
visione filosofico storica di Marechal, potremmo rivedere sotto il profilo
macrostorico questa storia familiare, che è già storia patria, per alludere
infine a una sorta di storia cosmico-antropologica. Le tre figure quindi
diventano immagini guida, simboli universali e criteri di giudizio.
Il
primo uomo, l’uomo d’azione potrebbe ritrovarsi nell’Adamo originario
che scompare nella lontananza dei miti edenici e che la tradizione religiosa
presenta tuttavia come un modello positivo di umanità, una sorta di ideale
regolativo con cui immaginarsi la virtù perduta e una prassi incorrotta.
Il
secondo, l’uomo del tradimento, si deve identificare il rivoluzionario
borghese che fa dell’oblio la propria bandiera e combatte, come residui
oppressivi, la natura delle cose, la pienezza dei valori etici e l’ordine
tradizionale della politica, per accogliere l’ideale prometeico del mondo nuovo
rifatto a misura dell’arbitrio dell’individuo emancipato e tutto rivolto alla
coltivazione del sé terreno e della potenza storica. Il rivoluzionario opera un
tradimento di se stesso e della sua natura, dell’identità del mondo e di Dio
come alfa e omega di tutte le cose. Egli si trova nella condizione di chi
abbandona la casa, uccide il padre, rinnega il passato per conseguire un
nomadismo ostinato, un’erranza metafisicamente e storicamente cosmopolita e
senza patria che diviene madre di ogni errore. L’erranza-errore inizia politicamente
nel cielo delle utopie costruite a tavolino e finisce nella tragedia terrestre
del terrore e della ghigliottina, simbolo eminente della potenza minacciosa e
omicida della rivoluzione.
Il
terzo uomo è quello della riparazione, cioè, potremmo dire, il
conservatore. Egli, immerso nel contesto della dissoluzione prende coscienza
della propria condizione spirituale di esiliato e sperimenta su di sé l’enorme
potenza del nulla. Attraversando con coraggio la totalità nichilistica moderna
e le sue rovine, sviluppa lentamente in
interiore homine la nostalgia
dell’origine e la ferma volontà del ritorno, cioè la prospettiva di un cammino
inverso a quello della caduta alla ricerca dell’unità della propria vita
dispersa.
La
radice metafisica che garantisce la sua possibilità è la coscienza teologicamente
fondata che nessuna meccanica del divenire possa cancellare la dimensione
interiore della libertà, e nemmeno un destino metafisico del mondo, innescato
dal peccato e dall’esodo dall’origine, possa mettere a repentaglio la graziosa
vigilanza di Dio sulla sua creazione, pur orientata all’oblio del Creatore.
Tale individuo umano rema in direzione contraria a partire da una chiamata che
rompe con la routine del disastro e
con l’abitudine alla quiescenza, una chiamata che risuona innanzitutto nelle
regioni profonde dello spirito:
“Sento
che mi si chiama e penso che tutte le chiamate vengono da qualcuno che chiama.
Mi dico allora che dalla natura della chiamata si dà a conoscere la natura di
colui che chiama.
Se
quella che ascolto è una vocazione o chiamata d'amore, Amato è il nome di chi
mi chiama; se è d'amore infinito, Infinito è il nome dell’Amato.
Se
la mia vocazione amorosa tende il possesso del bene unico, infinito ed eterno,
Bontà è il nome di chi mi chiama.
Se
il Bene è celebrato come bello, Bellezza è il nome di chi mi chiama.
Se
la bellezza è splendore del vero, Verità è il nome di chi mi chiama.
Se
questa verità è il principio di tutto il creato, Principio è il nome di chi mi
chiama.
Se
riconosco ora il mio destino finale nel possesso perpetuo del Bene così
celebrato e così conosciuto, Fine è il nome di chi mi chiama.
E
siccome tutti questi nomi attribuiti a colui che mi chiama solo convengono alla
divinità, Dio è il nome di chi mi chiama”[30]
Questo
è l’universo delle ragioni, dei valori e dei sentimenti dell’uomo della
riparazione. Ma non esiste riparazione de sé che non presupponga uno sguardo
sull’Altro. L’essere umano è essere-in comune (famiglia, società, Stato).
Quindi ricostruire il sé è impossibile senza riparare l’essere in comune. Il conservatore
lavora stereofonicamente su di sé e sul mondo, riparando pazientemente i guasti
del soggetto e dell’umanità con lo sguardo fisso verso l’alto, cioè verso
quella vita assoluta che si rivela nella tradizione come meta e sostegno della
sua avventura mondana. Certo egli sa che è difficilissimo invertire le tendenze
macrostoriche e i processi che superano di gran lunga la sfera individuale, ma
il suo sin dall’inizio non è un agire utilitaristico: “Agire senza guardare ai
frutti, senza che sia determinante la prospettiva del successo e
dell'insuccesso, della vittoria e della sconfitta, del guadagno o delle
perdite, e nemmeno quella del piacere e del dolore, dell'approvazione e della
disapprovazione altrui” [31], questa è
la sua linea di condotta.
IL
KATÉCHON OSSIA UN’INTERPRETAZIONE CRISTIANA DELLA STORIA
La
tradizione cristiana offe un concetto di straordinaria pregnanza per
determinare la funzione metafisica e storica dell’uomo della riparazione, il
concetto paolino di katéchon.
“1
Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con
lui, vi preghiamo, fratelli, 2 di non lasciarvi troppo presto confondere la
mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta
passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. 3
Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima, infatti, verrà l'apostasia e si
rivelerà l'uomo dell'iniquità, il figlio della perdizione, 4 l'avversario,
colui che s'innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a
insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. 5 Non ricordate che,
quando ancora ero tra voi, io vi dicevo queste cose? 6 E ora voi sapete che
cosa lo trattiene perché non si manifesti se non nel suo tempo. 7 Il mistero dell'iniquità
è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo
trattiene. 8 Allora l'empio sarà rivelato e il Signore Gesù lo distruggerà con
il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta” (2
Ts 2,1-8).
Katéchon nel
testo paolino è colui o ciò che trattiene (vv. 6-7) e rimanda a
una forza che si oppone al dilagare del male storico e politico nel mondo, a un
soggetto che rema “in direzione ostinata e contraria” rispetto alla corrente
del mondo, presso la quale è in atto il “mistero dell’iniquità”. Le
interpretazioni politiche del concetto, nel corso della storia del
cristianesimo, sono state le più diverse. Collegato al nostro specifico
argomento, possiamo dire che identifica la figura di chi non vuole un mondo
nuovo, perché la novità è il culto della rivoluzione e si fonda sul suo
peculiare cupio dissolvi. Al
contrario egli può essere considerato colui che testimonia la presenza attiva
dell’origine nell’epoca del suo oblio, quando, appunto, “il mistero dell’iniquità
è in atto”, ossia quando la civiltà mostra la sua deriva ed è preda di forze
oscure. Qui la sua diviene una presenza sociale, storica, testimoniale ed
esemplare: un faro luminoso nella notte e nella lotta che però è destinato a
spegnersi e a soccombere. Infatti, il ritorno cui prima si accennava, in
ultima istanza è opera del Principio stesso e non delle forze umane. Di
conseguenza il katéchon e tutte le
sue opere storico-politiche hanno un destino crocifisso che, alla fine, lascia
spazio all’unico Signore della storia, cioè il Dio di Gesù Cristo e la sua
opera escatologica. Ma il suo destino, pur fallimentare, non manca di esibire
un lato luminoso: il katéchon non
rimane prigioniero dei suoi progetti e financo dei suoi provvisori successi
perché, oltre la contingenza storica, ha di mira il modello dell’inizio e il compimento
della fine. Tutto ciò dischiude la più netta alternativa e la più profonda
separazione fra tradimento e riparazione, che è quella che separa un
avventurismo falsamente autoredentivo, affidato alla sola presunzione umana, e
l’umile determinazione di chi è consapevole di essere “servo inutile” benché
nobile. Nella sua inutilità, ancora, la funzione del katéchon è di
enorme rilevanza: quando il tradimento diventa norma, la riparazione si mostra
nondimeno come l’alternativa che incrina la sua apparente legalità. La parola e
la prassi di chi disobbedisce a ingiunzioni illegittime, scontandone le
conseguenze e portandone la responsabilità dà nuovo valore all’esistenza e al
cammino umano nella storia. È a partire da tale valore che agli occhi del mondo
il conservatore si mostra come un minaccioso rivoluzionario.
LA
CONTRORIVOLUZIONE NON SARÀ UNA RIVOLUZIONE OPPOSTA, MA L'OPPOSTO DI UNA
RIVOLUZIONE[34].
“Della
controrivoluzione esiste, anzitutto, un mito formulato nel modo più efficace da
Joseph De Maistre nel 1797: ‘La restaurazione della monarchia, che viene
chiamata controrivoluzione, non sarà una rivoluzione contraria, ma il contrario
della rivoluzione’. È questo il programma che inalberarono gli avversari del
nuovo regime (quello del 1789, n.d.r.): la loro vittoria non dovrà essere
quella réaction che paventava
Benjamin Constant, altrettanto violenta e anacronistica quanto lo erano stati i
metodi di governo giacobini; sarà invece un semplice ritorno alla stabilità, al
benessere, alla douceur de vivre
dell’Antico Regime. La controrivoluzione non sarà dunque l’ennesima fazione
partigiana in un universo ormai lacerato, ma lo strumento di una restaurazione
dell’ordine sconvolto dalla crisi. Al fondo di questo mito rassicurante sta
un’interpretazione chirurgica del fenomeno rivoluzionario, diagnosticato come
un male oscuro venuto ad aggredire un corpo sostanzialmente sano, che deve
essere estirpato perché il male guarisca. È l’idea, insomma, della rivoluzione
come parentesi nefasta, voragine improvvisamente aperta nella storia della
Francia e del mondo, che va semplicemente richiusa per riannodare il filo della
continuità interrotta”[35]. Un mito,
appunto. Le convinzioni di De Maistre, ben riassunte qui da M. Boffa, appaiono
oggi un wishful thinking, benché il
concetto fondamentale da lui espresso sia di una ricchezza straordinaria, a
patto che lo si riguardi da un punto di vista più profondo, complice non la nostra
presunzione, ma qualche decennio di storia che non dovrebbe essere passato
invano. La visione irenistica dell’Antico Regime è quella di un’origine troppo
vicina. Lo spietato realismo analitico che i conservatori radicali applicano ai
fenomeni rivoluzionari dovrebbe immediatamente escluderla. Così pure
bisognerebbe escludere ogni tranquilla continuità, solamente da restaurare.
Ecco l’inganno dei reazionari, che alla fine risulta speculare al
fatalismo dei più tranquilli rivoluzionari marxisti-positivisti: la storia
condurrà per forza di Provvidenza ad un ritorno, così come, dall’altra parte,
per forza dialettica avrebbe dovuto condurre al suo compimento utopico. Ma la
Provvidenza non è una meccanica e non agisce in solidarietà e continuità con
divenire amartiologico del mondo. Essa al contrario sorprende non con una
novità che sia il semplice prodotto delle condizioni precedenti, che riconduce
dolcemente la storia in un alveo rassicurante, ma con un’alterità verticale,
che rispetto al mondo non potrà non risultare di un’estraneità disarmante.
Allora
che cosa potrà essere il contrario della rivoluzione? Semplicemente il
contrario di una lacerazione, cioè semplicemente una ricucitura? De Maistre non
ha visto la rivoluzione diventare stabile, cioè appunto normalità. Ne ha colto
il suo carattere eccezionale, e non poteva essere altrimenti, date le
circostanze, e non la sua costanza, la sua permanenza. Il
nichilismo ha invece un carattere ripetitivo, circolare, reiterativo, e questa
è la sua legge di continuità. Per questo motivo l’uscita dalla sua gabbia
d’acciaio implica la disponibilità di una certa forza dirompente. Ma non per
fare le stesse cose dei rivoluzionari, alla ricerca di un’impossibile marcia
indietro, bensì per il suo contrario: una contrarietà di stile politico, di
visione del mondo, di approccio alla vita. Il rivoluzionario è un
professionista del potere, che riconduce ogni verità all’interesse della
rivoluzione, e ogni mezzo al fine della rivoluzione. È tutto rivolto alla
logica dell’efficacia e dell’utile. È responsabile solo di fronte al futuro che
è semplicemente una proiezione del suo ego utopico, cioè delle sue
pulsioni desideranti dislocate su scala sociale e confermate solo da un potente
apparato ideologico il quale, in nome del desiderio, nega la realtà e la datità
della natura. Il contrario della rivoluzione è precisamente il possesso umile
di una metafisica; la lotta contro se stessi in nome della forma, la lotta
contro il mondo in nome della forma del mondo, cioè della sua verità interna
data per grazia e non prodotta dalla volontà. Lo stile del conservatore
radicale è fare ciò che va fatto, quello del rivoluzionario è fare
ciò che dà risultati…
È
mai possibile che questa radicale alternativa si manifesti come una tranquilla
continuità e non come un bomba che esplode dentro il Leviatano borghese e
rivoluzionario, respingendone ogni frammento nelle più siderali lontananze?
La
prassi conservatrice deve mantenere tutto il suo carattere esplosivo. Ci sono
battaglie terrestri e celesti da combattere, per citare ancora Marechal, e se è
vero che nessuna vittoria sarà mai definitiva, il conservatore sa che ciò conta
relativamente, dato che la sua funzione è ultimamente quella di un testimone e
la sua prassi trova il suo significato più pregnante nella dimensione
simbolica. Ciò che si fa richiama e simboleggia le nostre radici nell’Essere,
le rap-presenta, le rende vive ed operanti, schizzando fuori dal nulla con
forza incontenibile. Il cammino
pratico-politico del conservatore è bensì una rivoluzione, pur rimanendo il
contrario della rivoluzione. Commetteremo in questo cammino molti errori, ma
finché questa società, questa vita, questa realtà stabilmente diminuita,
sovvertita e invertita ci percepirà come una tremenda minaccia, potremo con
verisimiglianza e qualche buona ragione, pensare di essere nel giusto.
Mentre si domanda da dove viene in
lui l’idea di Dio, Cartesio enuncia chiaramente entrambi i principi quei
accennati, riassumendo una tradizione antica che viene da Parmenide, Platone,
Aristotele, Lucrezio, Tommaso e prosegue con Spinoza, Leibniz e Kant: Se le
idee del cielo della terra, della luce e del calore potevano essere tratte da
se stesso perché vi ravvisa nulla che li facesse “a sé superiori”, “ciò non
poteva accadere riguardo all’idea di un essere più perfetto di me (Dio, n.d.r.);
derivare tale idea dal nulla, infatti, era cosa manifestamente impossibile; e poiché non è meno contraddittorio che il
più perfetto segua e dipenda dal meno perfetto che qualcosa derivi dal nulla, non potevo nemmeno avere quella idea da me
stesso”. Cartesio, Discorso sul metodo, IV.
[30] L. Marechal,
Descenso y ascenso del hombre por la
belleza, Perfil, Buenos Aires, 2020, pp. 15-72, qui pp. 62-63 (trad. mia).
[31] J. Evola, Cavalcare, cit., pp.
69-70.
[34] Joseph de Maistre, Considerazioni sulla Francia, tr. It. Editori Riuniti, Roma 1985,
p. 96.
[35] M. Boffa, La rivoluzione e la
controrivoluzione, in F. Furet (cur.), L’eredità
della rivoluzione francese, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 101, qui p. 75.
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