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lunedì 21 luglio 2025

Blossio di Cuma, filosofo e politico

 


Fernando La Greca, Tiberio Gracco e Blossio di Cuma. Filosofia e politica a Roma nel secolo degli Scipioni, Licosia edizioni, Ogliastro Cilento 2016, pp. 145, E. 18

 

Tiberio Gracco fu tribuno della plebe nella Roma repubblicana della prima metà del secondo secolo a. C. Il suo destino politico è legato alla Lex sempronia con cui redistribuiva le terre di pubblico dominio (ager publicus) espropriando coloro che se ne erano accaparrati una porzione maggiore di  500 iugeri, la cui parte eccedente sarebbe stata divisa tra i cittadini più poveri, e al contempo confermando nella proprietà coloro che ne possedevano un’estensione minore. Si tratta di una misura rivolta a ingraziarsi la plebe romana ma anche gli italici che avevano servito Roma senza avere ufficialmente ricevuto una ricompensa idonea, rimanendo solo ufficiosamente detentori di una porzione di terra sufficiente al sostentamento loro e della famiglia. In generale erano pochi in Italia coloro che possedevano più di 500 iugeri, così che la legge sembrava destinata principalmente  a rendere fedeli a Roma quei membri della piccola borghesia rurale, i cosiddetti possessores,  assai importanti sotto il profilo politico-militare, ma oggetto di disinteresse da parte delle élites dell’Urbe. Così Tiberio con la sua legge avrebbe ottenuto un duplice effetto: “Da una parte si proponeva alla plebe romana una redistribuzione dell’ager publicus, lasciando che si immaginassero chissà quali eccedenze, dall’altra [...], prima di queste redistribuzioni,  si sistemavano come piena proprietà molte situazioni di possesso precario, forse migliaia, includendo e regolarizzando anche possessores latini e italici, e rendendoli così cittadini a pieno titolo”. In questo modo si sarebbe potuto “attenuare il divario tra le classi sociali [...] rafforzare la classe media con un redistribuzione delle risorse,  assicurando un lavoro dignitoso, possibilità di crescita e pari diritti alle masse popolari romane e italiche”. Tutto ciò è spiegato con documentatissima precisione da Fernando La Greca, nella prima parte del suo testo. Qui emerge un Tiberio certamente “popolare”, ma incline anche a valorizzare la piccola proprietà e gli alleati italici senza per questo poter evitare la furia degli optimates che temevano non solo le conseguenze a lungo termine della legge, ma anche il consolidamento e forse l’ulteriore espansione del potere dei Gracchi e del loro “partito”,  sostenuto dall’importante famiglia degli Scaevolae, e poi da un vasto consenso “di popolo” in tutta la Penisola. Dunque, come si può cogliere in un Sallustio ritradotto e rivisto, “la nobiltà colpevole e perciò atterrita proprio dagli alleati, dai Latini e dai cavalieri,  si scaglia contro i Gracchi”, e ordisce la congiura che nel giugno del 133 metterà fine alla vita del tribuno. L’immagine di Tiberio che si delinea dalla disanima di La Greca lo conferma perciò come politico accorto, innovatore, consapevole delle esigenze della Repubblica di allargare il bacino della cittadinanza per mantenere la pace sociale a Roma e in Italia e garantirsi nuove prospettive di espansione e di potenza. Insomma, di là dalla conclusione infelice della sua vicenda, si tratterebbe di una figura di rivoluzionario “realista” o di un ardito riformista, perfettamente a suo agio, tuttavia, nei meccanismi e nella cultura del potere romano.

Non estranea alle scelte del politico è la costante presenza al suo fianco di due figure interessanti: il retore Diofane di Mitilene e il filosofo Blossio di Cuma. Quest’ultimo, su cui si concentra l’Autore,  sembra offrire a Tiberio un quadro di giustificazioni etico-metafisiche alla sua prassi, rimanendovi legato ostinatamente anche al declinare improvviso e violento delle fortune del Gracco. Disgraziatamente del nostro filosofo non ci è stato trasmesso niente eccetto le testimonianze di Plutarco, Valerio Massimo e Cicerone. Da loro risulta che “Blossio, filosofo originario di Cuma fu discepolo ad Atene dello stoico Antipatro di Tarso, di cui conquistò l’amicizia e la stima; a Roma fu hospes degli Scaevolae ed ebbe una parte importante nei piani di riforma di Tiberio Gracco di cui fu probabilmente maestro e sicuramente amico fedele; dopo la tragica fine di Tiberio si recò in Asia minore presso Aristonico, il quale, aspirando al trono di Pergamo, aveva suscitato una rivolta contro Roma; allorché Aristonico fu fatto prigioniero dei Romani, Blossio si uccise”.

La Greca anzitutto fa parlare le fonti dirette, aggiungendovi qualche ulteriore testimonianza che potrebbe alludere a Blossio. Ma più o meno non si esce dalle notizie che abbiamo testé riassunto. Allora lo studioso campano opta per una strategia, diremmo, di accerchiamento, passando in rassegna tutti i contesti che possono gettare una qualche luce sul testo-Blossio. Si parte da un excursus sulle sue origini familiari  nella città di Cuma. Poi si affronta il rapporto generale tra lo stoicismo e la politica per vedere come esso trova una particolare declinazione nella riflessione del suo maestro Antipatro di Tarso. Di seguito si analizza lo stoicismo romano, contrapponendo la sua ala conservatrice che fa riferimento a Panezio, a quella rivoluzionaria del gruppo di Tiberio. Infine si affronta l’utopia eliopolita che probabilmente orienta ideologicamente il ribelle Aristonico che Blossio finisce per sostenere con un impegno diretto e definitivo.

Tale strategia di avvicinamento progressivo al nostro protagonista cumano, mediante tutto ciò che più o meno direttamente lo riguarda, parte dall’ unico dato teorico assodato: il valore assoluto dato da Blossio all’amicizia e la conseguente venerazione per l’amico Tiberio, assieme ovviamente al ruolo esistenziale e filosofico dell’impegno politico evidente dai dati biografici. Che cosa dunque aggiungere? Un’analisi dei retaggi familiari della gens Blossia, conduce a ipotizzare un preciso orientamento ideologico. I Blossii erano una famiglia proveniente da Capua, città tradizionalmente ribelle a Roma. Essi non solo condividevano tale orientamento ma lo promuovevano attivamente, distinguendosi nel 210  come guide di un fallito attacco al presidio romano della città, riconquistata da appena un anno, dopo la sua alleanza con Annibale del 215. Appartenenti alla fazione democratica e antiromana, i Blossii, si disperdono dopo la caduta della città e alcuni di loro si stabiliscono a Cuma, senza perdere una virgola delle loro convinzioni politiche. È interessante notare come i democratici potessero farsi portatori di una fierezza indipendentistica e nazionalistica, a fronte degli aristocratici che cedono ben presto a una solidarietà di casta e preferiscono passare dalla parte di Roma collegandosi con le élites dirigenti dell’Urbe. Nondimeno, di là da questo orientamento generale dei membri della gens, Cuma, a differenza di Capua, è fedele a Roma - e i suoi abitanti, quali membri di una civitas sine suffragio, a Roma non sono stranieri ma cittadini (municipes). Ciò consente al discendente Blossio di inserirsi nella clientela di Tiberio e di fare, diremmo oggi, politica attiva, portandosi dietro quel retaggio popolare che era appartenuto alla sua stirpe. A Roma egli giunge come filosofo già formato e forse con una certa fama. Già, infatti, aveva compiuto il suo cursus studiorum presso Antipatro ad Atene. La stima del maestro nei confronti dell’allievo è indubbia e ciò lascia supporre che il primo vedesse nel secondo un continuatore legittimo delle proprie dottrine e del proprio stile filosofico. In particolare nell’ambito di quella che oggi chiameremmo filosofia politica, se la tradizione stoica aveva evidenziato l’idea di un cosmopolitismo universale fondato sulla comune appartenenza degli uomini al Logos divino, ciò non esimeva il saggio dal prodigarsi anche in un presente ancora ordinato secondo una suddivisione dell’umanità in popoli e Stati. In questo quadro poteva essere superata l’apparente contraddizione della chiamata del saggio a servire lo Stato, mettendo a sua disposizione la conoscenza e la pratica della verità e della giustizia. Quindi, contrariamente ad ogni forma di “ritiro dal mondo”, per il filosofo stoico se è necessario passare a forme di convivenza sempre più razionali, è pure indispensabile partire dal dato di realtà di una pluralità di differenti organizzazioni politiche, per compenetrarlo di ragione in modo sempre più marcato. Di qui, sin dall’allievo di Zenone, Perseo di Cizio, e dal successivo Sfero di Boristene, l’invito all’impegno presso i re e le autorità per influenzarne la politica secondo principio etico-razionali.

Non estraneo a tale impostazione era Antipatro, il cui pensiero si connota di accenti particolarmente realistici quando associa al perseguimento del sommo bene, quello di beni intermedi che in qualche misura lo preparino e lo annuncino. In tale senso è significativa la distinzione tra due sostantivi che riguardano la sfera semantica del concetto di “fine o scopo”: skopos, cioè l’obiettivo esterno e diremmo oggettivo di un’azione e telos, l’azione morale che insiste sull’impegno personale nel realizzare l’obiettivo sottolineando il ruolo del coinvolgimento soggettivo nell’agire. Se bisogna colpire un bersaglio, le circostanze esterne “possono fare sì che il bersaglio sia colpito oppure no; ciò, tuttavia, non solleva il soggetto dal dovere di fare tutto ciò che è in suo potere per colpirlo”. Blossio deve aver recepito tale prospettiva nel momento in cui tende sempre “a raggiungere anche obiettivi minimi in vista dell’ideale stoico di una comunità di eguali, a cominciare dalla redistribuzione delle terre nel progetto agrario di Tiberio e dall’eliminazione della schiavitù nella Eliopoli di Aristonico”, realizzando al contempo uno skopos reale e sociale, e il telos della quella concreta militanza politica che non teme sconfitte provvisorie e che nella quotidianità dell’impegno non perde di vista il fatto che il bene da conseguire non è solo squisitamente politico ma eminentemente etico e interiore. Su questo doppio binario non stupisce che Blossio abbia potuto non sentire lo stacco tra la ricerca filosofica e la dimensione dell’agorà. Qui Antipatro sosteneva particolarmente il valore della famiglia e del matrimonio per il bene e la continuità della patria, tema sul quale insiste Tiberio confortato non solo dalla tradizione romana, ma anche evidentemente dalla mediazione filosofica di Blossio, attento ad un bene intermedio assai rilevante per il complessivo miglioramento della vita comunitaria.

Recependo infine il dibattito tra Antipatro e Diogene di Babilonia sul rapporto tra l’utile e l'onesto, cioè tra una condotta strategica e spregiudicata e una consapevole di un valore intrinseco, universale e perciò obbligante dell’azione, Blossio deve aver su questo fondato quella sua peculiare intransigenza rivoluzionaria che qualcuno in secoli recenti avrebbe indicato con l’impegnativa parola “virtù”.

 Di qui anche  la radicale opposizione che lo stile di Blossio avrebbe incontrato presso i circoli conservatori degli Scipioni, legati allo stoicismo reazionario di Panezio, tutto potere e  proprietà privata. Al contrario il filosofo cumano potrebbe, senza alcuna forzatura, essere indicato come l’ispiratore di Tiberio, il maggior innovatore della politica romana, colui che aveva potuto retoricamente chiedere “se non fosse giusto che i beni comuni fossero divisi in comune, se un cittadino non fosse più autentico di uno schiavo, e se un soldato più utile di un non combattente, e se uno che avesse parte nei beni pubblici non fosse meglio disposto verso gli interessi dello Stato”. Il legame fra i due, cementato dalla comune passione popolare,  appare una sorta di destino che attraversa anche le altalenanti sorti della politica. Si può ben comprendere allora il resoconto di Cicerone, del tutto simile a quello di Plutarco: “[Blossio sostenne] di avere tanta stima di Tiberio Gracco da fare qualunque cosa egli volesse. Allora gli dissi ‘Anche se avesse voluto che tu dessi fuoco con le fiaccole al Campidoglio?’ ‘ Non avrebbe mai ordinato una cosa del genere - disse - ma se lo avesse fatto avrei ubbidito”.

Ebbene, conservando nel cuore quest’intimità fiduciosa e fedele, nel 133, alla fine dell’avventura del tribunato, Blossio fugge da Roma e si reca a Pergamo, altro luogo di rivolta e sperimentazione politica. Aristonico, pretendente al trono del regno ellenistico dopo la morte di Attalo III Filometore, che aveva nel testamento lasciato i suoi domini al popolo romano, si fa banditore nel medesimo territorio della costruzione di una nuova compagine politica, lo Stato utopico di Eliopoli. Qui sotto la sua sovranità caratterizzata da un’intensa devozione al Sole, dio benvolente ed egualitario, tutti, anche gli schiavi, avrebbero vissuto in una condizione di libertà, indipendenza, uguaglianza e prosperità.

 L’utopia eliopolita ha origini letterarie lontane, provenendo dal resoconto su una mitica “isola del sole”,  steso dal viaggiatore Giambulo (forse anch’egli invenzione poetica) e tramandato in forma di riassunto da Diodoro Siculo (90-30 a. C. circa) nella sua Biblioteca storica: “Gli abitanti di quest’isola utopica sono distribuiti in piccole comunità  che vivono in pace e armonia ; la loro massima divinità è il sole. L’isola abbonda per natura di frutti e animali, tuttavia tutti sono tenuti a lavorare, eseguendo a turno vari tipi di lavoro, per soddisfare le esigenze essenziali della comunità. Si dedicano anche ad attività culturali, specialmente all’astronomia. Le donne e i bambini sono in comune;  il più anziano è il capo della comunità; altre magistrature sono assunte da ciascuno a rotazione. Vivono fin oltre 150 anni e muoiono volontariamente addormentandosi sotto piante velenose. La caratteristica principale di questa ‘isola del sole’ è la completa uguaglianza fra gli abitanti: tutti lavorano [...], a turno assumono cariche civili e religiose [...] e infine non vi sono schiavi. Si tratta di un'utopia filosofico-letteraria, una descrizione di un paese immaginario, ma che pure presenta un’ ideale di organizzazione sociale e politica”. Non mancavano nel mondo greco elaborazioni simili e soprattutto la visione di Giambulo sembrava adattarsi benissimo alle prospettive politicamente egualitarie elaborate dall’antico stoicismo zenoniano. Non è poi da tralasciare il fatto che in Cleante, secondo scolarca stoico, esiste un’esaltazione del sole quale “principio fisico e spirituale del mondo, sovrano dispensatore di giustizia a tutti in parti uguali”. Quanto a Blossio, a tali tradizioni letterarie e filosofiche si aggiunga la diffusione del culto di Apollo a Cuma, ricco di simboli solari e componente fondamentale dell’orgoglio identitario della città.

È del tutto plausibile allora che Blossio, trasferendosi a Pergamo, abbia trovato terreno favorevole a una sorta di missione emancipatrice collegata con le riflessioni stoiche più politicamente ardite e con la letteratura utopica di cui si è detto. Di qui l’ulteriore spinta che può aver dato al progetto rivoluzionario di Aristonico, al tempo stesso egualitario e antiromano, diremmo oggi radicalmente democratico e nazionale.

Ecco dunque delinearsi l’immagine di un Blossio eroe dei due mondi, capace di spendersi ovunque si presenti un' occasione propizia e promotore di un' ideologia di rivolta sociale che è al tempo stesso una filosofia e una teologia politica. Qui gli aspetti egualitari giungono a fondersi con una dimensione di rivalsa popolare e indipendentistica, perché sia nel caso del passato capuano dei Blossii, sia nel caso dell’opposizione aristocratica a Tiberio, sia infine nella vicenda di Pergamo, una caratteristica mi sembra emergere dal preciso approfondimento di La Greca: le aristocrazie sono tendenzialmente internazionalistiche, cioè mostrano indifferenza all’eventualità che la comunità di appartenenza possa essere assorbita da una potenza straniera o non vedono, nel caso di Roma, l’utilità di una solidarietà interclassista dove l’appartenenza comune e una missione politica vissuta come ideologia mobilitante possa alimentare un ulteriore incremento della propria potenza. L’importante appare l'immutabilità del quadro e delle gerarchie sociali. Viceversa laddove vi sia una proposta di mutamento o financo rovesciamento delle suddette gerarchie, lì si diffonde anche una peculiare sensibilità per un destino comune, dove un certo orgoglio nazionale non manca di associarsi a percorsi di militanza politica di risveglio utopico connotati da grande afflato religioso e, nei circoli più consapevoli, filosofico-razionale.

 Caio Blossio di Cuma - filosofo dell’amicizia, promotore ovunque di una coscienza politica elevata, in cui il servizio alla comunità diventava un dovere assoluto delle élites e un principio etico che poteva ricondurre la convivenza sociale a una superiore e divina razionalità - sembra dall’ indagine preziosa di La Greca essere il crocevia di queste tensioni e tendenze. Pertanto, confortati  dall’idea crociana ed ermeneutica che ogni storia è storia del presente, corriamo volentieri il rischio dell'anacronismo dicendo che egli può dire molto alla nostra contemporaneità che ha irresponsabilmente cacciato le utopie sociali e nazionali nella spazzatura della storia, accontentandosi del grigiore di un presente monocratico e globalista sotto l’impero, certo a suo modo egualitario, ma innaturale,  violento, straccione e criminale, del denaro.

venerdì 15 dicembre 2023

Carl Schmitt: un'introduzione

 


Carl Schmitt e l’ordine politico

Carl Schmitt è essenzialmente un giurista, cioè uno studioso di diritto, con una particolare vocazione a un pensiero radicale, cioè a risalire ai fondamenti e ai pilastri della scienza giuridica, cosa che lo conduce fuori dai confini tecnici della sua disciplina, verso altri ambiti di pensiero come la storia, la politica, la sociologia, la filosofia. Il suo pensiero copre un arco di tempo molto vasto, dagli anni Dieci del Novecento fino agli anni Ottanta. In questa vastissima produzione cercheremo il filo conduttore nel concetto di ordine politico, che sembra essere propriamente il nocciolo della sua vocazione scientifica. Come si costruisce un ordine politico, con quale obiettivi e quali fondamenta razionali? Che cosa accade invece quando l’ordine si dissolve e prevale in conflitto indiscriminato e la guerra civile? Perché un ordine tiene e quali sono i suoi fattori di disgregazione?

Perché un giurista si interroga sull’ordine politico? Perché contrariamente al senso comune non sono le norme che consentono la vita civile in una certa società. Le leggi non sono la condizione di una società ordinata e funzionante, bensì la presuppongono: solo in una società “normale” valgono e vigono le norme. Le leggi provengono da una certa vita, da una certa esistenza, e non la producono. La riprova è che le leggi non si applicano da sole. Sempre tra una legge e una fattispecie (un caso, un fatto, un accadimento che chiama in causa l’applicazione della legge) vi è un’auctoritatis interpositio, l’interposizione di un’autorità. Quest’ultima è una certa volontà di un uomo o di un gruppo di uomini reali, viventi, esistenti in una situazione concreta che “si mette in mezzo”, cioè si interpone, determina l’applicazione di una legge generale e astratta a un caso particolare e concreto. Senza tale attività la legge rimarrebbe lettera morta.  La volontà che applica la legge deve avere una certa forza per imporsi, cioè deve essere autorevole e deve aver prodotto una situazione in cui essa può far rispettare un certo dettato normativo. Quando un gruppo di uomini ha generato un’organizzazione tale per cui la loro volontà produce leggi e le fa applicare, determinando una situazione sociale prevedibile e ordinata, tale gruppo va sotto il nome di Stato quale “entità giuridica il cui senso risiede esclusivamente nel realizzare il diritto” (C. Schmitt, Il valore dello Stato e il significato dell’individuo, tr. it., Il Mulino, Bologna 2013, p. 58). Gli organi dello Stato hanno esattamente il compito di esprimere quell’autorità che realizza il diritto, rendendo efficaci le leggi in una situazione dove i conflitti, il disordine, la violenza, il caos sono minimizzati.

 La rappresentazione e la forza delle idee

Nel saggio Cattolicesimo romano e forma politica del 1923, Schmitt insiste su un fattore fondamentale dell’ordine politico. Usualmente con il termine “rappresentanza” si indica la dinamica propria delle elezioni per cui l’eletto rappresenta i suoi elettori. In ogni regime elettivo, sia esso liberale e censitario o democratico e universalistico, il soggetto che viene eletto per partecipare a un’assemblea, o per occupare un organo dello Stato, rap-presenta i suoi elettori, li rende presenti, come se essi fossero lì ad occupare il posto del loro rappresentante e a fare quello che egli fa. La rappresentanza riguarda non solo quelli che lo hanno votato, ma, come un’adeguata finzione giuridica, tutto il corpo elettorale. Ciò per sottolineare la funzione di ricerca del bene comune che deve avere l’eletto, senza limitarsi agli interessi di una parte dell’elettorato. Che cosa accade in questa situazione per cui il deputato al parlamento, o il presidente eletto, rappresenta la volontà degli elettori?  Vi è una dottrina squisitamente democratica, per la quale il rappresentante sarebbe un semplice esecutore della volontà degli elettori, ogni volta a loro giudizio liberamente revocabile. Si pensi alla Comune di Parigi che prevedeva l’elettività di tutte le funzioni di governo e una brevissima permanenza in carica, con elezioni molto ravvicinate, in modo tale da esprimere il più completo controllo dell’azione politica “dal basso”.  Questa è la modalità in cui i cittadini danno un mandato (un compito) imperativo ai loro rappresentanti che sono declassati a semplici strumenti della volontà dei loro elettori. Viceversa, esiste una dottrina, che appartiene alla tradizione liberale, per la quale il mandato è libero, cioè il rappresentante ottiene la fiducia dei rappresentati, interpretando liberamente la loro volontà e adattando l’interpretazione alle mutevoli circostanze politiche, dove si considera il consenso come presupposto. La presenza del corpo elettorale nelle decisioni politiche è così molto meno attiva, in compenso ne guadagna la dignità dell’azione del rappresentante: se nella dottrina del mandato imperativo potrebbe paradossalmente essere anche una macchina, che riceve input e agisce di conseguenza, nel mandato libero sono implicate cultura, virtù, capacità e qualità umane che fanno del rappresentante il membro di un’élite, di un corpo di “migliori” che per tale motivo è legittimato a decidere in nome del “popolo”. In questo secondo caso il rappresentante non “sta” semplicemente “al posto di”, non è un semplice sostituto di una moltitudine che non può essere presente contemporaneamente per deliberare, al contrario egli rappresenta un’“idea”. Le qualità personali del rappresentante sono rilevanti e corrispondono a un certo tipo di umanità, a certi valori etici, a una certa visione del mondo e delle cose che è componente essenziale della fiducia che in lui ripone il corpo elettorale. La rappresentanza è dunque non solo dal basso, mediante il meccanismo elettorale, ma anche dall’alto: l’uomo che viene votato al tempo stesso incarna un certo progetto di società e una certa concezione del bene comune. Ciò è importantissimo perché la “forma politica”, cioè l’ordine che si produce in una società non proviene solo da un qualsiasi meccanismo tecnico di selezione delle élites, ma anche da un’immagine forte di come la vita, l’uomo, le relazioni dovrebbero essere per essere buone.  Questo tipo di rappresentanza dall’alto, indispensabile perché l’ordine politico non sia una pura imposizione e un puro apparato amministrativo, senza senso e senza responsabilità, trova il suo modello, nella storia europea all’interno della Chiesa cattolica. Essa infatti rappresenta, fa presente, la trascendenza divina di Cristo nella storia. La Chiesa prosegue l’Incarnazione di Cristo: è il modo in cui Cristo crocifisso, morto, risorto e asceso al cielo è ancora presente nella storia degli uomini. Tale presenza fa sì che l’intero popolo di Dio, cioè l’intera comunità dei cristiani, viva concretamente al cospetto del proprio Capo, Gesù Cristo, reso presente continuamente nel culto eucaristico, ma anche in ogni atto di magistero religioso e morale della comunità guidata dal papa, vicario di Cristo stesso. Per un cattolico, dunque, grazie alla Chiesa e al papa, Cristo viene rappresentato, cioè fatto presente nella storia umana e nella vita dei fedeli. La persona del sacerdote e in modo particolare quella del vescovo di Roma, rende presente Cristo qui ed ora. Questa dinamica, tipicamente personale, per la quale un uomo incarna una realtà trascendente e se ne fa veicolo vivente, è importantissima sotto il profilo religioso, ma anche per la politica. Quest’ultima infatti, nel proprio campo, cioè la vita civile e laica, riproduce la medesima dinamica. Il rappresentante politico non rappresenta solo i suoi elettori e i loro interessi, ma il popolo intero, la sua idea, i suoi valori, la sua cultura e la sua storia. Solo con questa rappresentanza ideale, il cui modello è la rappresentanza ecclesiale del Cristo, si può determinare una forma politica, cioè un ordine stabile, legittimo, autentico e non solo un apparato amministrativo e organizzativo di puro potere. Infatti, il rapporto tra la comunità e le sue istituzioni in questo caso è umano, etico, ideale, valoriale e non solo tecnico. L’ordine che ne deriverà avrà dunque il carattere di un bene, considerato e creduto tale, e pertanto guadagnerà in affidabilità, solidità e durata a tutto beneficio del popolo che lo avrà acquisito.

 La sovranità, lo stato di eccezione

Nel saggio intitolato Teologia politica del 1922 Schmitt nota che c’è un’analogia strutturale tra mondo della politica e i concetti teologico/metafisici: “Il quadro metafisico che una determinata epoca si costruisce del mondo ha la stessa struttura che si presenta a prima vista come la forma della sua organizzazione politica” (C. Schmitt, Teologia politica, in Idem, Le categorie del politico, tr. it., Il Mulino, Bologna 1972, p. 69). La monarchia è un sistema che manifesta un ruolo analogo a quello di Dio onnipotente nell’universo e dell’onnipotente legislatore nello Stato. Nello Stato di diritto liberale che separa i poteri, dà primato al legislativo e alle procedure costituzionali, cioè in cui tutto funziona come un grande meccanismo, diremmo noi di cheks and balances, in modo che sia escluso il comando diretto di una persona, perché con esso di ricadrebbe in forme di potere assoluto, questa modalità di organizzazione politica ricorda il deismo, cioè quella teologia illuminista che considera Dio semplicemente come la ragione delle cose, ossia una sorta di principio impersonale che organizza il mondo mediante leggi razionali, ma che non ha né personalità, né volontà, né amore e che dunque di fatto non esercita un potere se non mediante il meccanismo delle leggi di cui il Dio è semplicemente un altro nome. Il “naturalismo assoluto” dell’anarchico Michail Bakunin, che, sulla base del suo ottimismo antropologico (l’uomo per natura buono), nega ogni forma di potere e autorità, ha come contraltare teologico l’ateismo, che nega Dio e attribuisce al mondo una naturale autosufficienza. L’analogia più importante, però, tra la sfera teologica e quella politico-giuridica, viene individuata da Schmitt quasi di passaggio tra il miracolo e lo stato di eccezione. Che cosa è lo Stato d’eccezione? Nel precedente saggio sulla Dittatura del 1921, Schmitt rileva che Arnold Clapmar, un rilevante giurista del sec. XVII, l’epoca d’oro della Stato moderno, intende per “iura dominationis (diritti di dominio, n.d.r.) il diritto pubblico di creare l’eccezione, in forza della quale chi ne è titolare può derogare dal jus commune (la legislazione ordinaria e vigente nella comunità, n.d.r.) in casi di emergenza nell’interesse dello Stato e del mantenimento della quiete e della sicurezza pubblica (tranquillitas, pax et quies). Guerra e disordini interni sono i due casi più importanti di questo diritto […] Esso significa la potestà giuridicamente e per principio illimitata, che può anche usurpare uffici legittimi e diritti acquisiti” (C. Schmitt, La Dittatura, tr. it., Settimo Sigillo, Roma 2006, pp. 37-38). Quindi nello stato d’eccezione, a causa di un’emergenza che mette in pericolo la pace, la tranquillità e la quiete, cioè la vita stessa di un popolo e la sua possibilità di prosperare, si determina l’esercizio più tipico di un potere che non incontra limiti – e in ciò richiama e aiuta storicamente a comprendere il concetto di “dittatura” - nel suo compito di preservare i beni più importanti per un popolo e financo la sua stessa esistenza. Per questo lo stato di eccezione è una situazione in cui l’attività del governante assomiglia a quella di un dio che, per un motivo superiore che è lui stesso a decidere, rompe e infrange le leggi che lui stesso ha determinato a beneficio delle creature che egli governa. L’importanza dell’analogia miracolo/stato di eccezione sta nella sottolineatura del concetto di sovranità. Come il miracolo fa emergere in modo peculiare la presenza e l’onnipotenza sovrana di Dio, così lo stato di eccezione in politica fa emergere la sovranità di chi veramente comanda in un certo gruppo umano. Tant’è vero che la Teologia politica esordisce proprio con la famosa e icastica frase: “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Ciò significa che quando qualcuno può determinare se è il caso di sospendere le leggi ordinarie per promuovere una condizione di pace e normalità necessaria alla stessa continuazione dell’esistenza di un popolo, quello è colui che veramente comanda in una comunità. Ciò dice una cosa fondamentale riguardo al potere in qualsiasi società. La cosa fondamentale non è la normalità. La situazione normale in cui vigono leggi, prescrizioni e diritti viene dopo e deve essere determinata da un potere che per sua natura è antecedente alle leggi e ne consente l’attuazione e la vigenza. Tale potere è del tutto analogo a una forma di dittatura, dove per essa si intende la capacità di “dettare”, cioè di indicare cose da fare coattivamente e senza possibilità di rimostranza. Il dettato del potere avviene di necessità perché, come detto, le leggi hanno bisogno della normalità per essere efficaci: “Non esiste nessuna norma che sia applicabile a un caos. Prima deve essere stabilito l’ordine: solo allora ha un senso l’ordinamento giuridico. Bisogna creare una situazione normale e sovrano è colui che decide in modo definitivo se questo stato di normalità regna davvero” (C. Schmitt, Teologia politica, cit., p. 39). Quanto di tutto ciò è arbitrio e quanto no? Qui è la realtà a discriminare. Alcuni autori come G. Agamben, hanno ritenuto che la decisione sullo stato d’eccezione, cioè la decisione se esiste una condizione che rende necessario un potere di principio illimitato per ripristinare l’ordine, è totalmente soggettiva: “La necessità, lungi dal presentarsi come dato obiettivo, implica con ogni evidenza, un giudizio soggettivo e […] necessarie ed eccezionali sono ovviamente soltanto quelle circostanze che sono dichiarate tali” (G. Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 41), altri come il giurista Santi Romano no. Qui ci limitiamo a osservare che qualcuno che decretasse un’emergenza, cioè uno stato di eccezione, che non fosse percepita minimamente come tale da una cospicua parte della società, verrebbe rapidamente smascherato come un mentitore con puri interessi di potere. D’altro canto, una guerra o una sedizione interna, cioè i casi citati da Schmitt, hanno una certa evidenza oggettiva e difficilmente possono essere considerati pretesti. I casi più complicati sono quelli la cui sussistenza non è manifesta ma neppure del tutto pretestuosa. Un esempio potrebbe essere la pandemia da Covid 19; all’inizio si è trattato di affrontare un’emergenza con la sospensione di molti diritti garantiti costituzionalmente; l’eccezione sembra tuttavia essere stata procrastinata ben al di là dello stretto necessario, configurando più da vicino quella che Agamben ha indicato come una forma di democrazia governamentale in cui la lettera e lo spirito delle libertà costituzionali viene scavalcato senza che vi sia una reale necessità.

 La decisione

Prima di concludere su questi temi soffermiamoci su un altro elemento della definizione di sovranità. Sovrano è chi “decide”. La decisione è un elemento importantissimo della prassi politica.  Il politico non è un intellettuale che pensa, né un tecnico che fa, né un religioso che prega, né un attore che recita, né un artista che crea: l’azione precipua del politico è decidere. Il comando in cui si sostanzia la sovranità politica è una decisione che sempre sceglie tra alternative concrete in una determinata circostanza. La decisione avviene anzitutto perché è necessaria. È la concreta esistenza di un popolo e le minacce cui è sottoposta a renderla necessaria. Se è procrastinata, rimandata, dissimulata, delegata, la decisione è sicuramente sbagliata. Se è presa con senso di responsabilità, fedeltà al proprio popolo, onore, intransigenza, coraggio e forza, se insomma coincide con quella che Schmitt ha chiamato “l’orgogliosa decisione morale”, allora può essere corretta e produrre le sue più benigne conseguenze, cioè l’ordine politico, la configurazione di una realtà caotica, di guerra civile, di conflitto, caos, angoscia, sopraffazione e bellum omnium contra omnes (guerra di tutti contro tutti), in una situazione di pace, sicurezza e ordine. Potremmo con un’immagine dire, senza timore di tradire Schmitt, che l’“orgogliosa decisione morale” fa passare dalla situazione del “cattivo” a quella del “buon governo” dell’affresco di Ambrogio Lorenzetti al palazzo comunale di Siena. Potremmo anche dire che la decisione fa passare l’ordine politico dalla potenza all’atto, dal “non ancora” al “già”, dalla virtualità alla realtà. Qui Schmitt è molto hobbesiano. Il sovrano, per mettere ordine in un mondo di individui “pericolosi” e tutt’altro che pacifici, deve essere soggetto di una potestas directa, ossia di un potere effettivo e diretto, che monopolizza la decisione, proprio perché il conflitto tra gli uomini è dato dal fatto che ciascuno decide per sé, in modo egoistico e conflittuale. La guerra, infatti, è sempre lo scontro tra decisioni opposte e incompatibili che devono essere risolte con la sottomissione forzata di uno dei contendenti. Ora, se in una comunità deve essere costruito un ordine pacifico, è naturale che l’ultima istanza decisionale deve competere a un solo soggetto (non importa se collettivo o individuale, ma, dice Hobbes, meglio individuale), perché altrimenti, se più di uno pretendesse legittimamente di esercitare la facoltà di decidere, lo scontro si riproporrebbe e la pace si rivelerebbe impossibile. Anche in questo caso, però, con realismo, Schmitt nota che la decisione del sovrano non è totalmente senza presupposti. Non c’è, come in Hobbes la finzione dello stato di natura e di un patto che origina la società. Molto più realisticamente Schmitt osserva nel suo testo I tre tipi di pensiero giuridico del 1934 che ogni popolo possiede una certa creatività e vitalità istituzionale: vi sono degli ordinamenti concreti che nascono spontaneamente dalla società, in cui gli uomini sviluppano legami, solidarietà, gruppi di carattere familiare, economico, culturale, ludico, amicale, tali da sfociare in articolazioni stabili del vivere collettivo, come una famiglia, un clan, un ceto, un campo di lavoro, un esercito, una Chiesa (cfr. C. Schmitt, I tre tipi di scienza giuridica, tr. it., Giappichelli, Torino 2002, pp. 16-17) e da sollevarli dalla condizione di individui isolati (come erroneamente le pensa il contrattualismo individualista di Hobbes, Locke e Rousseau). La decisione arriva a coronare questo processo spontaneo, evitando che all’interno di una società etnicamente, linguisticamente, culturalmente storicamente omogenea l’intensità di associazioni e dissociazioni spontanee determini conflitti distruttivi (pensiamo alla conflittualità interna ai comuni del medioevo italiano). Il sovrano pertanto verrà a detenere il monopolio dell’ultima istanza, cioè della decisione definitiva, lasciando alla società solo decisioni parziali e sempre suscettibili di revisione sovrana.

 Il politico, l’amicizia e l’inimicizia

Ora siamo pronti per comprendere uno dei guadagni fondamentali della riflessione schmittiana sulla politica, il criterio amico-nemico. Scrive il giurista ne Il concetto di politico del 1927: “Si può raggiungere una definizione concettuale del politico solo mediante la scoperta e la fissazione delle categorie specificamente politiche. Il politico ha infatti i suoi propri criteri che agiscono, in modo peculiare, nei confronti dei diversi settori concreti, relativamente indipendenti, del pensiero e dell’azione umana, in particolare del settore morale, estetico, economico. Il ‘politico’ deve perciò consistere in qualche distinzione di fondo alla quale può essere ricondotto tutto l’agire politico in senso specifico. Assumiamo che sul piano morale le distinzioni di fondo siano buono e cattivo; su quello estetico, bello e brutto; su quello economico, utile e dannoso oppure redditizio e non redditizio. Il problema è allora se esista e dove risieda, come semplice criterio del ‘politico’, una distinzione specifica, autonoma e valida in sé, anche se non dello stesso tipo delle precedenti bensì anzi indipendente da esse. La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici è la distinzione tra amico (Freund) e nemico (Feind). Essa offre una definizione concettuale, cioè un criterio, non una definizione esaustiva o una spiegazione del contenuto. Nella misura in cui non è derivabile da altri criteri, non corrisponde per la politica ai criteri autonomi delle altre contrapposizioni: buono e cattivo per la morale, bello e brutto per l’estetica e così via […]. Il significato della distinzione amico-nemico è di indicare l’estremo grado di intensità di un’unione o di una separazione, di un’associazione o di una dissociazione; essa può sussistere teoricamente e praticamente senza che nello stesso tempo debbano venir impiegate tutte le altre distinzioni morali, estetiche, economiche o di altro tipo. Non vi è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo, o esteticamente brutto; egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può apparire vantaggioso concludere affari con lui. Egli è semplicemente l’altro, lo straniero (der Fremde) e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero, per modo che nel caso estremo siano possibili conflitti che non possono venir decisi né attraverso un sistema di norme prestabilite, né mediante l’intervento di un terzo ‘disimpegnato’ e perciò ‘imparziale’”. (C. Schmitt, Il concetto di politico, in Idem, Le categorie, cit., pp. 87-208, qui p.109-109). Questa lunga citazione

1) offre un criterio e non un’essenza: non ci dice come agiscono i politici, o quali sono i loro scopi e come raggiungerli, non ci parla della polis e dello stato, delle forme di governo, dei partiti e delle ideologie, ci offre al contrario un concetto che aiuta a distinguere la presenza della politica e il carattere politico di un comportamento da tutti gli altri. Dove c’è amicizia e inimicizia, là c’è politica.

2)Il criterio riguarda l’intensità di un’associazione e di una dissociazione. Il fatto che gli uomini si associano e si dissociano è dunque presupposto: è il presupposto fenomenologico della distinzione ed è la sua forza descrittiva. Chi può negare questa dinamica di associazione e dissociazione come un fattore intrinseco e costante delle relazioni umane? Non esiste politica se non in presenza di gruppi umani, coesi al proprio interno (associazione) e contrapposti all’esterno (dissociazione), benché tale contrapposizione abbia diversi gradi, non sempre raggiunga il caso estremo della guerra, e ciononostante lo contempli sempre come una possibilità.

3) La distinzione è autonoma e non coinvolge altre sfere dell’esistenza. Rilevantissima è l’osservazione per cui il nemico non è per forza il “cattivo”. Morale e politica non vanno sovrapposte. Il fatto che qualcuno sia l’ “altro”, e sia potenzialmente anche una minaccia, non lo qualifica come cattivo. Soprattutto nelle relazioni internazionali è facilissimo constatare che l’amico non è sempre buono e il nemico non è sempre cattivo, malgrado le propagande di tutti i colori tentino sempre di qualificare moralmente il nemico e di santificare l’amico. Questo abbaglio propagandistico può far presa per un altro peculiare fenomeno. Sebbene l’amicizia e l’inimicizia siano sfere esistenziali autonome dalle altre occupazioni della vita, esse possiedono una specifica “forza di gravità” tale per cui, superando una sorta di “massa critica”, cioè un dato livello di intensità, attraggono a sé e sottomettono ai loro scopi tutte le altre. Il nemico, quindi, non diviene più semplicemente l’altro, ma è il cattivo, spietato, traditore che viene dipinto con caratteri mostruosi, deformi, repellenti; è ladro, è furbo, si insinua; è barbaro, incivile, crudele; contro di lui è necessario mobilitare tutte le forze a disposizione per colpirlo in ogni aspetto della sua vita, che è tale da costituire di per sé una grave minaccia, anche nelle attività più innocenti. La descrizione che Oliver Cromwell fa degli spagnoli è eloquente e per questo Schmitt la cita nel suo scritto: “Consideriamo dunque i nostri nemici i nemici dell'esistenza stessa di questa nazione. Perché infatti, il vostro grande nemico è lo Spagnolo. Egli è un nemico naturale. Ed è naturalmente così, a causa di ciò che è in lui contro tutto ciò che è di Dio, tutto ciò che di Dio è in voi, o potrebbe essere in voi […].lo Spagnolo è il vostro nemico e la sua inimicizia è posta in lui da Dio, egli è il nemico naturale, il nemico provvidenziale, chi lo ritiene un ‘nemico accidentale’ non conosce la Scrittura e le cose di Dio, il quale ha detto: «Io porrò inimicizia fra il tuo seme e il suo seme» (Genesi III, 15)” (in C. Schmitt, Il concetto, cit., p.154). D’altro canto, il nostro giurista lo aveva potuto notare nella Prima guerra mondiale: la forza del conflitto era divenuta tale che tutta la vita dei popoli veniva coinvolta nella grande macchina bellica. Questa si nutriva di un’inimicizia estrema che, come in un grande buco nero, era in grado di non lasciar cadere nulla fuori dal parossismo della lotta tra le nazioni. Schmitt, nel corso della sua attività successiva, cercherà di pensare, sulla scorta della grande tradizione giuridica europea, possibili vie d’uscita da questo vortice della guerra totale. Probabilmente non conosceva l’episodio raccontato dal grande romanziere e intellettuale francese Pierre Drieu la Rochelle, quando egli partì per il fronte occidentale nella Grande Guerra portando con sé nello zaino un testo di Friedrich Nietzsche, un filosofo tedesco, il maître à penser del nemico. Si può fare la guerra, per una serie di circostanze che fatalmente pongono gli uomini e i popoli gli uni contro gli altri. Al tempo stesso si può riconoscere grandezza e la verità ovunque si trovino, anche nel campo avverso. Il nostro Autore non conosceva l’episodio biografico dello scrittore parigino, ma i temi della sua ricerca sulla limitazione della guerra, sviluppata negli anni Quaranta/Cinquanta, ne assumono in qualche modo lo stile.

Ancora tre precisazioni sul concetto di politico. La prima, cui già si è fatto accenno, riguarda la dimensione esistenziale dell’amicizia e dell’inimicizia. Ciò significa che non vi sono particolari ragioni, non v’è un artificio, o una volontà che raduni gli uomini in amici e nemici, semplicemente accade così. E accade che l’umanità si divida in schieramenti contrapposti, le cui relazioni variano a seconda della loro amicizia e inimicizia. E pure accade che in determinate circostanze qualcuno avverta l’altro come un’alternativa alla propria esistenza. Esistenzialmente si avvertono i nemici della propria sussistenza, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, così come accade per gli amici. Questo è un fatto … che tuttavia appare un corollario ineludibile dell’autonomia del politico. Se il politico riguarda una modalità del vivere con proprie dinamiche e caratteri, non c’è bisogno che ci si prendano a prestito categorie da altre sfere dell’esistenza per giustificare i fenomeni ad esso connaturati. Agli uomini basta essere, per essere politici, e ogni gruppo umano per sua natura finirà col trovarsi prima o poi di fronte alla decisione su chi è amico e chi no. Ciò è un fattore fondamentale della sua vita oltre che della sua libertà e sovranità.

La seconda precisazione riguarda il tipo di amicizia e inimicizia di cui si tratta. Sia il greco sia il latino hanno due modi di indicare il nemico, a seconda che sia pubblico o privato: echthròs e inimicus per quanto riguarda i nemici privati; polémios e hostis per ciò che concerne i nemici pubblici. Inutile precisare che il nemico politico è quello pubblico, che si riferisce a raggruppamenti umani e a interi popoli. Schmitt aggiunge assai significativamente che Gesù non esorta ad amare i nemici politici, ma quelli personali (diligite inimicos vestros, Mt 5,44; Lc 6,27) e conclude: “Nella lotta millenaria tra cristianità e Islam, mai un cristiano ha pensato che si dovesse cedere l’Europa, invece che difenderla, per amore verso i Saraceni o i Turchi. Non è necessario odiare personalmente il nemico in senso politico, e solo nella sfera privata ha senso amare il proprio ‘nemico’, cioè il proprio avversario” (C. Schmitt, Il concetto, cit., p. 112).

Infine bisogna sottolineare il ruolo che ha lo Stato nella gestione del politico. Lo Stato nella tradizione europea è un’istituzione imprescindibile per mettere ordine nella dinamica amico-nemico. Esso deriva dal fatto che un certo popolo si unisce e si dà una forma, un certo assetto istituzionale che corrisponde alle consuetudini prevalenti fra i propri cittadini, che vivono in un territorio, parlano una lingua, adorano un Dio etc. Ovunque un popolo si unisca stabilmente e si dia una forma riconoscibile, lì c’è uno Stato. Quando ciò accade, le rivalità interne a una data comunità, come quelle che per esempio possono sorgere tra famiglie, clan, tribù, corporazioni, città, regioni, chiese, etc. sono relativizzate nello e dallo Stato che impone la pace tra i gruppi e rende vigenti le leggi che ne regolano le relazioni. Ecco allora che si è in presenza dell’“unità politica di un popolo” che espelle l’inimicizia, per dirigerne l’energia all’esterno, verso coloro che esistenzialmente vengono percepiti come nemici. L’efficacia di questa pacificazione interna deriva dal fatto che lo Stato monopolizza il politico e impedisce il sorgere di conflitti che porterebbero divisione, lotte e la malattia mortale della stàsis (la guerra civile, la peggiore e più devastante tra tutte le forme di guerra). Per adempiere a questo compito lo Stato deve presentarsi come terzo rispetto alle parti, giudice imparziale delle controversie, affidabile e prevedibile mediante il suo diritto che garantisce ai cittadini una vita pacifica nella migliore approssimazione possibile alla giustizia. Infine, deve naturalmente essere ultima istanza decisiva: solo la detenzione esclusiva di un potere sovrano è condizione sufficiente per imporre la pace e svolgere tutte le altre funzioni.

Se ciò avviene al suo interno, all’esterno dello Stato le cose stanno in maniera differente. Come aveva già precisato Thomas Hobbes, tra gli Stati vige lo stato di natura, un dis-ordine in cui ciascuno è legge a se stesso e giudice nella propria causa, e non potrebbe essere altrimenti visto che a ciascuno compete un potere sovrano. Le relazioni internazionali e il loro tentativo di regolamentazione si scontrano con questa ineliminabile condizione, per la quale ogni Stato, pur ammettendo che bisogna perseguire la pace, i buoni rapporti, il reciproco rispetto, il progresso, la cooperazione etc., ogni volta decide che cosa si debba intendere con questi concetti e lo fa in totale autonomia. Quando evidentemente confliggono gli interessi degli Stati, le decisioni pure risulteranno divergenti, e ognuno offrirà la propria interpretazione, non rinunciando alla soluzione estrema della guerra, quando ogni mediazione risulterà inefficace. La possibilità della guerra è dunque una conseguenza necessaria della libera sovranità degli Stati, cioè della decisione ultimativa sull’amico e il nemico che essi avocano a sé. Nondimeno i processi giuridici di contenimento dei conflitti messi in atto nella storia dell’Europa moderna, hanno consentito allo Stato di affermarsi come l’istituzione maggiormente in grado di garantire una relativa prosperità alle proprie comunità che, malgrado le guerre che sempre hanno interessato le potenze del Vecchio continente, hanno promosso un’apprezzabile tranquillitas rei publicae, una discreta pace sociale e i benefici che queste condizioni apportano alla vita civile e culturale dei popoli. La preoccupazione di Schmitt è che i processi di democratizzazione degli Stati tipici dei secc. XIX e XX, con il coinvolgimento delle masse nella vita politica mediante la dialettica di partiti e movimenti più o meno radicali, distrugga quest’opera di pacificazione riportando l’intensità dei conflitti interni a livelli pericolosi per la sopravvivenza dell’unità politica. Lo Stato, quando si fa totale, cioè quando estende a tutta la società le divisioni della politica, prepara la propria tomba nella guerra civile, una guerra esacerbata dalle motivazioni morali e ideologiche, dai fanatismi dei partiti rivoluzionari o borghesi, e che invece nella tradizionale politica delle potenze europee trovavano la porta sbarrata dalla depoliticizzazione della società (fanno politica i funzionari dello Stato, gli altri godono della pace che essa garantisce per tutte le altre attività umane e sociali) e dalla considerazione razionale degli interessi.

 

 La costituzione


Con la Dottrina della costituzione del 1928 Schmitt elabora un manuale di diritto costituzionale che si propone di illustrare la struttura dello Stato borghese di diritto, ossia di quello Stato, monarchico o repubblicano, che, assumendo una prospettiva liberale, si dà una costituzione finalizzata a limitare l’elemento politico, cioè la sovranità che decide e l’ordine che ne discende. Ciò però gli offre anche il pretesto per determinare un concetto di costituzione diverso dalla tradizione liberale. Quest’ultima insisteva sulla nozione di legge fondamentale e sull’idea di Stato come “servitore, rigidamente controllato, della società; […] soggetto a un sistema chiuso di norme giuridiche, ovvero […] semplicemente identificato con questo sistema di norme” (C. Schmitt, Dottrina della Costituzione, tr. it., Giuffré, Milano 1984, p. 173). In questo modo si conferma l’idea per cui “l’organizzazione dello Stato è posta sotto un punto di vista negativo e critico nei confronti del potere statale – protezione dei cittadini di fronte all’abuso del potere statale -. Lo Stato stesso è meno organizzato che i mezzi e i metodi del suo controllo; sono create garanzie contro gli interventi statali e si cerca di introdurre ostacoli all’esercizio del potere statale” (C. Schmitt, Dottrina, cit., p. 64). Per Schmitt nell’ipotesi che “una costituzione non contenesse altro che queste garanzie dello stato borghese di diritto”, non vi sarebbe alcuna unità politica, giacché le norme contro lo Stato non possono fondare lo Stato stesso come unità politica sovrana, capace di ordinare la vita di un popolo. Ecco allora che “lo Stato borghese di diritto può rappresentare solo una parte della costituzione complessiva di uno Stato, mentre un’altra parte contiene la decisione positiva sulla forma dell’esistenza politica” (ibidem). Insomma, come aveva già affermato in diverse occasioni, per Schmitt il liberalismo è un capitolo della lotta contro la sovranità: non una decisione su come darsi un destino politico da parte di una comunità, ma una contro-decisione su come limitare ogni destino e concreto orientamento in nome dell’individuo borghese e delle sue pretese di libertà, le quali storicamente rimandano alla contestazione borghese della monarchia e alla ricerca dell’emancipazione della sfera economica dagli obblighi inerenti la vita comune e politica. Ma questa modalità di concepire la costituzione funziona, quasi per necessità logica, solo dove un’unita politica già esiste ed è operante, cioè dove la decisione sull’unità ed esistenza politica di un popolo è già stata presa. Ecco allora il secondo e più pregnante significato di costituzione: la costituzione in senso assoluto come la concreta condizione generale dell’unità politica e dell’ordinamento sociale di un dato Stato. In questo senso lo Stato è la costituzione, cioè uno status di unità e di ordine. La costituzione è la sua anima e la sua esistenza individuale. La Francia e l’Inghilterra non hanno una costituzione, sono la loro costituzione. Quindi tutto ciò che in Francia e in Inghilterra ha fatto sì che tali Stati esistano e continuino a esistere - le loro istituzioni, i loro uomini, il loro popolo unito - esprimendo una certa politica nei confronti dei propri cittadini e degli altri Stati, tutto ciò è la loro costituzione.

Siffatta costituzione si regge su due principi: l’identità e la rappresentanza. Il primo, fondato sulla consapevolezza che lo Stato è res populi, implica la presenza del popolo come soggetto fondamentale della vita politica di uno Stato. Si potrebbe trattare di un principio radicalmente democratico, per il quale tutto il potere appartiene al popolo. Tutto il potere - ossia quell’illimitato potere costituente con il quale un popolo inizia a vivere esprimendo se stesso nella storia, quel potere di darsi forma, di darsi una configurazione concreta, il potere che rende un gruppo umano, diremmo con parole non schmittiane, una soggettività politica cosciente – è del popolo. Ma il popolo, che nello Stato è tutto e quindi può tutto, dice Schmitt, solo in rarissimi casi è capace di esprimere la sua volontà e solo in forme assai semplici, come l’acclamazione che dice di sì o di no. Emerge dunque la necessita di una rappresentanza. Cioè: non la presenza effettuale del popolo agisce, ma la sua rappresentazione per mezzo di una persona o un gruppo di persone che del popolo interpretano la volontà. Il potere costituente del popolo è infatti essenzialmente muto, benché illimitato. Esso ha bisogno di costituirsi in una serie di istituzioni in cui alcune persone lo rappresentano dando voce alla sua volontà. Ma tale rappresentazione è fatalmente dall’alto. Il mandato ha da essere libero, perché altrimenti il rappresentante, come puro megafono dei suoi elettori, perderebbe ogni valore e dignità, e per garantirne la fedeltà al dettato popolare si dovrebbe procedere a una votazione continua su ogni provvedimento, tale da rendere nulla la rappresentanza stessa. Quindi nella dimensione della rappresentanza è d’obbligo liberare il mandato e farvi entrare la rappresentazione di un’idea che, come già precisato in Cattolicesimo romano e forma politica è il fondamento della fiducia che il popolo ripone nel rappresentante che sia in grado di dare una forma alta e densa di significato etico-spirituale alla sua prassi politica. Il rappresentante per questo motivo dà forma allo Stato: “In ogni Stato devono esistere uomini che possano dire: ‘L’État, c’est nous’” (Dottrina della costituzione, cit, p. 273), cioè tali da determinare con la loro azione quella più alta specie d’essere in grado di trasformare l’esistenza naturale di un qualsiasi gruppo di uomini che vivono assieme in un’esistenza “come unità politica”. Ad essa si attagliano parole come “grandezza, altezza, maestà , gloria, dignità e onore”(ivi, p. 277).

In questo senso si determina il forte realismo schmittiano, che è sempre attento alla volontà che pone il diritto, ma non come puro arbitrio, bensì come volontà legittimata da una qualità ideale, superiore, rappresentativa, in modo che la fondazione di una comunità ordinata non è mai opera di pura violenza che si impone, bensì di una forza che viene riconosciuta e che è sempre aperta a ciò che la trascende. Tale attenzione alla reale configurazione dell’ordine non può accogliere il formalismo di colui che rappresenta la controparte teorica del nostro giurista, l’altrettanto famoso e importante studioso Hans Kelsen. Costui insisteva sullo Stato come sistema di norme e sulla possibilità di normare e rendere prevedibile l’intera vita politica e giuridica. Il problema fondamentale di “chi decide” doveva essere ricondotto a una norma che stabiliva alcune competenze e che indicava di volta in volta chi e come si doveva decidere per affrontare un dato evento giuridicamente e politicamente rilevante. Le leggi positive dovevano per lui essere a loro volta ricondotte a leggi più generali contenute in una carta costituzionale e non poste da qualcuno, ma logicamente presupposte dalle norme vigenti, e approvate da un’assemblea apposita. Semplificando molto, il ragionamento di Kelsen era insomma il seguente: siccome esistono e sono valide leggi, deve esistere una legge fondamentale che produce queste leggi come sua conseguenza. Questa legge fondamentale o norma delle norme o costituzione vige perché è necessaria logicamente alla vigenza delle norme di rango secondario, a prescindere da ogni considerazione riguardo alla giustizia, all’ordine, alla volontà concreta di esistere di un popolo. Così “per Kelsen hanno vigenza soltanto le norme positive, cioè quelle norme che hanno effettiva vigenza; esse vigono non perché debbono vigere per la loro maggiore giustezza, ma senza riguardo a qualità come razionalità, giustizia etc., solo perché sono positive. Qui cessa improvvisamente il dovere e cade la normatività; al suo posto appare la tautologia di una cruda effettività: qualcosa vige, se vige e perché vige” (ivi, p. 22). Il formalismo conduce a questo sistema di norme – cioè il diritto effettivamente vigente e riconosciuto - di cui la costituzione è semplicemente il fondamento logico, anonimo, tecnico, che è lì solo perché è necessario che ci sia. Questa cruda effettività, da un lato si limita a descrivere l’esistenza di qualcosa come delle leggi, senza alcuna valutazione critica e di contenuto, dall’altro le riconduce a un fondamento totalmente astratto che allontana il diritto dalla concreta vita dei popoli.

 

Il nomos della terra e la politica internazionale


Di fronte alle astrazioni del normativismo liberale e del positivismo kelseniano, per molti versi coincidenti nel comune intento di sottomettere all’imperio di una legge ogni aspetto della vita politica di un popolo, Schmitt insiste nel fondare il diritto e le leggi in una radicale concretezza esistenziale: dalla vita procede la legge e la legge non deve mai dimenticare la vita. Il nomos della terra (1950) rappresenta questo ulteriore passo di fissazione esistenziale del diritto. Dalla Dottrina della costituzione molta acqua è passata sotto i ponti. Ci sono stati gli anni Trenta con l’avvento del nazionalsocialismo e il tentativo fallito di influenzare ideologicamente gli orientamenti giuridici del Terzo Reich; c’è stata la guerra mondiale con il suo corollario di tragedie e distruzioni (Schmitt, accusato di aver collaborato con il regime hitleriano, subisce un breve periodo di detenzione e viene sottoposto a indagine e a interrogatori da parte degli alleati: da questa esperienza verrà fuori il testo autobiografico Ex captivitate salus – 1950); sta consolidandosi ora la divisione del mondo in due blocchi ed esordisce il lungo periodo della guerra fredda tra oriente comunista e occidente liberal-capitalista. Schmitt ha continuato nel suo percorso di ricerca sulla questione dell’ordine politico, estendendo i suoi interessi al di là dello Stato, verso le sempre più pressanti questioni di diritto internazionale. Come sappiamo tra gli Stati non c’è un terzo superiore che possa imporre coattivamente una legge. Se ciò è vero, è altrettanto vero che in Europa si è determinato il tentativo di dare una regolazione dei rapporti internazionali, per evitare una loro indiscriminata degenerazione, quale si era vista nella crudele e devastante guerra dei Trent’anni (1618-1648), a conclusione di un periodo travagliato di conflitti religiosi originati dal trauma della Riforma del 1517. Dalla pace di Westfalia si consolida uno jus publicum europaeum, un diritto pubblico europeo, nel quale gli Stati del Vecchio continente, riconoscendosi reciprocamente come soggetti sovrani, istituiscono tuttavia delle procedure che cristallizzano e quasi ritualizzano una lunga consuetudine diplomatica in cui la pace e la guerra non appaiono più rispettivamente la normalità e l’eccezione, ma vengono imbrigliati in una rete ideale di convenzioni giuridiche che limita fortemente le distruttività dei conflitti e consentono la reciproca convivenza. Pensiamo per esempio alle statuizioni per le quali la guerra si inizia con una dichiarazione e si conclude con un trattato, pensiamo al jus belli che descrive le condizioni che rendono un belligerante un soggetto riconosciuto dallo stesso nemico e dagli Stati neutrali, pensiamo alla determinazione giuridica dello stesso concetto di neutralità, pensiamo alle procedure militari, alla distinzione civile-militare, alla questione della divisa e al concetto di prigioniero di guerra. Pensiamo infine a quella forma concreta di politica europea, chiamata politica della bilancia, in cui ogni potenza agisce all’interno di un equilibrio complessivo che tutte le altre sorvegliano, intervenendo nei confronti di quella potenza che, con ambizioni espansionistiche che travalicano la misura accettabile da tutti gli altri, minaccia l’equilibrio stesso. Ciò implica che lo Stato sovrano, mantenendo la sua libertà di azione, si viene pur collocando in una comunità di pari al cui cospetto le sue azioni vengono valutate e considerate. Non c’è qui alcun superiore, ma un concerto di autonomie, fondato anzitutto su una comunanza di civiltà e di storia istituzionale. Ogni Stato europeo è libero e sovrano, ma condivide con tutti gli altri un nomos della terra. Ciò lo pone strutturalmente e inevitabilmente insieme-agli-altri. Ma che cosa è questo nomos, questa legge che si fonda sulla terra? La terra è justissima tellus, il luogo in cui si radica la vita concreta dei popoli. La terra retribuisce il lavoro umano con i suoi frutti, evidenzia nel terreno dissodato e coltivato nette linee di suddivisione e reca in sé recinzioni, case, delimitazioni e pietre di confine che rendono palese un ordine visibile e pubblico. Nella terra si radica l’ordine. Il confine segna la linea entro la quale c’è una legge. Nella terra si ripartisce lo spazio secondo giustizia. Essa accoglie appunto un nomos, una legge. Infatti, secondo Schmitt non c’è ordinamento (Ordnung) senza localizzazione (Ortung): “Alle occupazioni di terra e alle fondazioni di città è […] sempre legata una prima misurazione e ripartizione del suolo utilizzabile. Nasce così un primo criterio di misura che contiene in sé tutti i criteri successivi. Esso resterà riconoscibile fintanto che la costituzione rimarrà riconoscibilmente la stessa. Ogni successiva relazione giuridica con il suolo del territorio ripartito dalla tribù o dal popolo occupante, ogni istituzione di una città protetta da mura o di una nuova colonia sono determinati da questo criterio originario di misura e ogni giudizio ontonomo, ontologicamente giusto procede dal suolo” (Carl Schmitt, Il nomos della terra, tr. i.t, Adeplhi, Milano 1991, p. 23). La giustizia proviene dal suolo e dalla sua delimitazione/ripartizione che è mezzo di un’equità visibile, pubblica, oggettiva, quanto pubblica, visibile e oggettiva è la linea tracciata nella terra. Questo è un minimo comun denominatore storico-giuridico della civiltà europea nel suo complesso, che emerge in particolar modo in contrapposizione con il mare, la liquidità di un spazio s-confinato dove non esiste linea di demarcazione, dove tutto è libero, sregolato, piratesco: le scoperte di nuovi continenti e la navigazione oceanica rendono dal XIV secolo evidente tale contrapposizione (il libretto Terra e mare del 1942 descrive con grande suggestione la rivoluzione spaziale che ha comportato l’affacciarsi della civiltà europea agli spazi marittimi dell’oceano e la nascita di specifiche potenze marittime, come l’Inghilterra, l’Olanda o il Portogallo).

 

La guerra giusta, l’unità del mondo e il grande spazio


Gli Stati europei nascono con le seguenti caratteristiche: un legame con la terra, cioè un ordinamento concreto spaziale; la capacità di neutralizzare i conflitti interni; la relativizzazione, mediante il mutuo riconoscimento tra Stati sovrani del conflitto esterno. Tale ultimo obiettivo è ottenuto mediante il passaggio fondamentale dal criterio della justa causa belli a quello del justus hostis. Nel momento in cui, infatti, gli Stati europei si riconoscono, confermano reciprocamente anche il diritto sovrano di fare guerra, secondo le consuetudini invalse. Ciò fa di loro dei potenziali nemici, ma tali da avere nell’altro un nemico non assoluto, bensì partner in una comunità. Il nemico diventa “giusto” perché con lui si può combattere come tra duellanti che hanno preventivamente accettato regole del confronto. E, come nel duello d’onore, così anche tra gli Stati l’avversario è un pari e come tale, quand’anche sconfitto, deve essere ritenuto. Ciò configura la peculiare considerazione statuale della guerra: lo Stato, solo per il fatto di essere tale ha il diritto di fare la guerra, senza bisogno di ragioni. Non c’è alcuna necessità di una “giusta causa”, che peraltro ogni Stato normalmente avoca a sé con ragioni che nessun altro può smentire, se non limitando di fatto la sua sovranità. Anzi, la giusta causa finisce per avere un effetto boomerang: nata come dottrina ecclesiale per limitare i conflitti, quando nel medioevo la Chiesa pur poteva virtualmente presentarsi come organo super partes, essa finisce per incrementarli, perché nella distribuzione delle responsabilità, quando ciascun contendente aggiunge al suo diritto di far guerra un motivo essenzialmente morale, tende irresistibilmente a presentare il nemico come un partigiano del maligno, hors-la-loy, hors-l’humanité (fuori dalla legge, fuori dall’umanità). La guerra, relativizzata come duello interstatale, diventa nuovamente una guerra morale e infine una guerra di religione che punta all’annientamento del nemico come obiettivo essenziale per far trionfare il bene nel mondo. È con la Rivoluzione francese che la morale e la religione tornano a interagire con la dimensione bellica, diventando strumento del politico e finendo per essere poste al servizio. Esse tornano sotto le vesti secolarizzate dell’ideologia, cioè di una filosofia politica, quella dell’illuminismo, assunta in modo dogmatico e trasformata in surrogato laico e mondanizzato delle aspettative di redenzione metafisica dell’umanità. Come i cristiani preparavano un regno ultraterreno, i rivoluzionari intendono costruire un regno terreno. Come i cristiani confidavano nella salvezza dell’umanità per mezzo di Dio, così i rivoluzionari confidano in una salvezza tutta terrena e prodotta dall’uomo. Il regno dell’égalité, della liberté e della fraternité dovrà essere fondato mediante la prassi rivoluzionaria. Questa differenza, non da poco, rispetto alla tradizione religiosa lascia libero campo alla radicalizzazione fanatica del dogma, perché mentre l’opera di redenzione è nella religione sottratta all’uomo e parimenti lo è la vittoria contro il male, qui è proprio una parte dell’umanità che, in nome di un futuro di totale emancipazione, si arroga il diritto di indicare il cammino e i nemici da combattere e vincere durante il cammino. Così il politico con le sue dinamiche amico-nemico, lungi dal venire contenuto e gestito mediante reciproci riconoscimenti, intensifica le proprie dinamiche di associazione e dissociazione fino al grado massimo di violenza: la violenza dei buoni per estirpare il male dal mondo, l’ultima e definitiva violenza, che è pure la più crudele e devastante. Ecco allora che inizia, con la Vandea, la triste storia degli sterminii ideologici aventi lo scopo di purificare il mondo dalle contaminazioni del Male. Uguale impostazione di ideologia di redenzione collettiva e terrena avrà il comunismo, che assumerà la guerra civile (di classe) e la violenza purificatrice come strumento necessario di emancipazione degli oppressi e di instaurazione definitiva di una società giusta. Allo stesso modo il razzismo novecentesco assumerà la discriminazione razziale come analoga modalità di liberazione dell’umanità. Il liberalismo promette dal canto suo la redenzione mediante l’indefinita crescita economica in un paradiso terrestre di abbondanza nella compiuta società del godimento e parimenti si comporta con i suoi nemici con la massima spietatezza come dimostra l’atomica di Hiroshima e Nagasaki, Dresda e financo il processo di Norimberga. Ciascuna ideologia ha la sua guerra giusta da combattere per portare una pace definitiva all’umanità. Ciascuna a suo modo rifiuta l’idea di un’ineliminabile dimensione conflittuale che attraversa i gruppi umani e, volendo superarla, finisce per radicalizzarla. Perché il politico ha questa straordinaria forza d’attrazione e sottomette alla sua logica tutti gli ideali e le morali che non vogliano fare i conti con la sua pervasività. Tutte le ideologie hanno a loro modo combattuto lo Stato tradizionale westfaliano: qualcuno apertamente, parlando di un’estinzione dello Stato nella società senza classi, qualcun altro cercando di svuotarlo dall’interno mediante strumenti costituzionali. Qualcuno infine propone l’utopia di uno Stato mondiale, dove il politico venga sublimato nel tecnico e nell’economico, dove l’umanità acceda a una sola grande ecumene culturale e dove le differenze sopravvivano solo come folklore e non come idee di un destino storico autonomo e libero. Questo Stato senza nemici considererebbe tutti i conflitti come fattispecie di reato contro l’unica e uniforme legge mondiale, e li tratterebbe mediante operazioni di polizia. Esso renderebbe universale il grande sogno materialista del comfort generalizzato, di una pace universale, di un'unica fratellanza globale, pagata evidentemente con la fine delle differenze, delle identità popolari, del pluralismo delle visioni del mondo e della vita, della pluralità politica, culturale, religiosa. Paradossalmente quando Schmitt constata, nel saggio L’unità del mondo del 1951 la fine del primato europeo e della civiltà giuridico-politica continentale, che ha lasciato il campo a due blocchi contrapposti e ugualmente lontani dalla tradizione moderna, non può non notare che sotto il profilo delle idealità ultime, entrambi i blocchi tendono a una forma molto simile di Stato tecnico, centralizzato, globale ed estremamente oppressivo nella volontà di promuovere l’amministrazione generalizzata della vita umana mediante burocrazie e apparati freddi, anonimi, impersonali e onnipervasivi (siano essi i meccanismi della finanza capitalistica internazionale, o quelli delle burocrazie sovietiche).

La guerra fredda sovietico-americana, dunque, appare a Schmitt una delle ultime propaggini della nuova organizzazione mondiale, bipolare nei fatti, unipolare negli scopi, in cui, senza che le ideologie abbiano ottenuto ancora una vittoria definitiva, lo Stato è stato consegnato al novero delle esperienze superate dalla storia. 

Di fronte a tale deriva che ne è dell’ordine politico? Dove finisce la grande tradizione dello jus publicum europaeum? Dove la grande opera di civilizzazione e gestione dell’endemica conflittualità umana? Lo Stato muore e con esso tramonta l’occidente, come direbbe Oswald Spengler, ma per Schmitt non esiste un determinismo storico insuperabile. Come Toynbee egli ritiene che la storia sia caratterizzata dalla dialettica sfida-risposta  - i tempi sfidano, gli uomini rispondono pensando e agendo - e quindi mantenga una fondamentale apertura. La fine della statualità europea è una sfida al pensiero e alla creatività umana. Essa presenta, al di là della cupa religione dell’unità tecnico-economico-amministrativa del mondo, la possibilità di una nuova risposta a partire dalla concreta situazione storico-mondiale. “Ciò implica la possibilità di un equilibrio di forze, un equilibrio di vari grandi spazi, che creino tra loro un nuovo diritto delle genti, ad un nuovo livello e con dimensioni nuove, però, nello stesso tempo dotato di certe analogie con il diritto delle genti europeo dei secoli XVIII e XIX, che pure si basava su un equilibrio di potenze grazie al quale conservava la sua struttura. Anche lo jus publicum europaeum implicava un’unità del mondo. Era un’unità eurocentrica; non era il potere politico di un unico padrone di questo mondo, ma di una formazione pluralista e di equilibrio di varie forze […]. È molto probabile che l’attuale dualità sua molto più vicina alla pluralità che all’unità definitiva, e che siano troppo affrettati i pronostici e le combinazioni del One World” (Carl Schmitt, L’unità del mondo, in Idem, L’unità del mondo e altri saggi, tr. it., Antonio Pellicani Editore, Roma 1994, pp. 303-319, qui p. 309). Ma che cos’è questa positiva alternativa allo Stato? Il concetto di grande spazio (Grossraum) si riferisce a una specie di “espansione” dell’unità politica statale su una scala più grande, la cui condizione di possibilità è data dal territorio effettivamente influenzabile e controllabile da un soggetto politico attivo. Questi, all’interno di uno spazio maggiore di quello assegnato allo Stato tradizionale, articolerebbe sovranamente una pluralità di comunità (senza cancellarle) e costruirebbe una nuova sintesi politico-territoriale capace di entrare in rapporto con altri soggetti simili. Rimanendo legata ad una precisa collocazione spaziale, eviterebbe al contempo di ricadere nell’utopia liberal-comunista di uno Stato mondiale fondato su ideologie astratte. Al tempo stesso preserverebbe il pluralismo delle unità politiche, dei paesaggi del mondo, delle vocazioni geopolitiche, delle culture. Pensiamo, con un esempio nostro, a una serie di macro-soggetti continentali, come Europa, Nordamerica, Sudamerica, Russia, Cina, India, Australia, Umma musulmana, Africa centro-meridionale: essi andrebbero a costituire una nuova forma di organizzazione politica mondiale pluralistica, in grado di garantire i destini dei popoli in un contesto multipolare e al tempo stesso di articolare forme giuridiche di convivenza e di reciproco riconoscimento, capaci di limitare e depotenziare i conflitti. La riflessione di Schmitt pensa i grandi spazi ancora come estensione “imperialistica” di uno Stato nazionale, ed è questo forse il suo punto debole. L’intuizione feconda sta nell’opporre all’egemonia dei blocchi mondiali della guerra fredda la forza maggiore di unità politiche più estese e capaci di porsi da pari e pari nei confronti delle pretese egemoniche russo-americane e della loro tendenza a mondializzarsi. Naturalmente la prospettiva dei Grandi Spazi, rivista e corretta tenendo conto degli sviluppi storici del nuovo secolo, diventa ora ancor più necessaria di fronte all’ostinazione dell’Occidente americano, vittorioso nella guerra fredda, nel pensarsi come unico modello di vita politica e sociale e fine della storia.

 

Il katéchon


“Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima, infatti, verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità, il figlio della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, io vi dicevo queste cose? E ora voi sapete che cosa lo trattiene (katéchon) perché non si manifesti se non nel suo tempo. Il mistero dell'iniquità (mystérion tès anomìas) è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene (katéchon). Allora l'empio sarà rivelato e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta” (2 Ts 2, 3-9).

Che cosa ha a che fare questo passo di san Paolo - riguardante la fine dei tempi e l’antecedente lotta tra l’Avversario , o Anticristo, e “ciò, colui che lo trattiene (katéchon)” - con la riflessione politico-giuridica schmittiana?

Il gesto del nostro giurista, quando ha parlato dei grandi spazi e delle innovazioni epocali avvenute con la guerra mondale e dopo la sua fine, è stato quello di allargare gli orizzonti, dall’ordine politico interno a quello internazionale, in un quadro storico che, pur non avendo mai travalicato gli ultimi secoli dell’Europa moderna, avverte vieppiù il carattere epocale degli eventi da lui vissuti negli ultimi anni. In linea con tale percezione, Schmitt cerca un ulteriore ampliamento di prospettive che riguarda il senso del destino di crisi e dissoluzione dell’ordine politico. Le Scritture paoline, in particolare la Seconda Lettera ai Tessalonicesi, con la lunga tradizione interpretativa dei Padri e dei grandi dottori della Chiesa, offrono un eccezionale strumento interpretativo. Infatti, la “forza” che trattiene il dilagare del mistero dell’iniquità o dell’anomia (mancanza di legge), è stata associata all’Impero Romano e poi alla sua versione cristiana. Quindi ha ricevuto una declinazione “politica”, del resto plausibile a partire dall’uso paolino del termine nomos (che in lui mantiene ambedue i significati, religioso e politico). Per contro l’anomia, in quanto mancanza di legge, è facilmente associabile a tutto quanto concerne il venire meno e la dissoluzione dello stesso ordine politico che “trattiene” e al prevalere delle forze dell’Avversario. Con questo schema apocalittico il nostro giurista legge “teologicamente” il significato  storico della ricerca dell’ordine politico: a fronte dell’anomia che attraversa un’umanità sempre alle prese con la propria tendenza all’errore e al conflitto, l’ordine politico, proveniente da una forza storica, pur destinata alla provvisorietà, riceve il compito provvidenziale nel cammino della salvezza di testimoniare la signoria di Cristo sulle vicende umane anche nel mezzo degli eventi del secolo, anche nella realtà pienamente terrestre delle relazioni politiche e sociali. Ecco, in poche parole, il compito del katéchon, ossia di colui o ciò che trattiene (trattiene il divenire delle società verso il disordine, il caos, la guerra indiscriminata quali sintomi di un male operante nella storia)

Schmitt, nondimeno, è molto lontano dal proporre una filosofia o una teologia della storia. Egli non è incline a cedere alle forme di determinismo che i grandi affreschi filosofici impongono al divenire storico. Niente è determinato in un mondo in cui un piccolo resto di libertà ci è sempre riservato, quand’anche all’ultimo momento. Nondimeno egli pure conosce qualcuno dei grandi pittori come Spengler e Toynbee, ma soprattutto è consapevole che la forza del marxismo, suo grande avversario spirituale prima che teoretico, proviene dall’avere una teoria dello sviluppo storico. Perciò, influenzato dalle dottrine dei filosofi cattolici della controrivoluzione (Donoso Cortés, De Bonald e De Maistre), non costruisce uno schema compiuto della successione delle epoche, ma, non rinuncia nemmeno, per così dire, a esprimere una sensibilità e un orientamento generale sulla questione.

 Anzitutto nel mondo agisce il peccato. Diremmo che esso è la forza entropica della storia e della creazione. Dal peccato viene la consapevolezza del fatto che l’uomo è “pericoloso”, uno degli assiomi antropologici di Schmitt, e che tutto ciò che è costruito dagli sforzi della civiltà non si consuma solo per ragioni naturali, ma è sottoposto alla violenza di una forza dissolvitrice tipicamente amartiologica (dal greco hamartànein, verbo che significa sbagliare, peccare). Tale pericolosità della specie umana si manifesta in senso sincronico nel conflitto e nell’inimicizia e in senso diacronico nella progressiva perdita del centro da parte della civiltà europea e cristiana: l’affermarsi dei sistemi ideologici del Novecento in un clima di radicale secolarizzazione e di crisi dell’ordine politico lo dimostra. Tuttavia, lo studio dell’epoca della secolarizzazione e delle sue manifestazioni non diventa mai uno schema pessimista da contrapporre all’ingenuo ottimismo illuministico del progresso, bensì si configura come una vigilanza realistica e disincantata sul fatto storico.

Il fatto storico è una sfida che chiede risposte, ma l’interrogazione dialettica che viene dalla storia è sempre anche una provocazione e una minaccia. La storia quando sfida ad agire lo fa spesso in modo mortale e mettendo in questione radicalmente l’esistenza di un singolo e di un gruppo. L’atteggiamento può essere quello del ritrarsi nella molle condiscendenza ai processi in atto, che gode dello spettacolo dell’erosione dell’eticità – cioè di quella sostanza etico/metafisica del vivere civile, ossia di un ordine aperto alla trascendenza – aspettando l’avvento di ingannevoli “età dello Spirito Santo”, di millenni di pace e godimento, assicurati dai fanatici dell’apocalisse mondana, dai rivoluzionari di professione e dai puritani del mondo nuovo, assetati del sangue del nemico di turno, oppure può condurre a prassi diverse.

Da qui il riferimento di Schmitt alla figura del katéchon come perno di un’interpretazione autenticamente cristiana della storia che è consapevole della tragedia della vita dei popoli, ma sa guardare sempre all’assoluto e alla trascendenza, traendone la forza per opporsi alle derive del mondo, al suo male, alle sue degenerazioni, alle sue piccolezze politiche e sociali.

Così si determina la chiusura teologico-politica della riflessione schmittiana, che scrive alla fine della sua lunga carriera la Teologia politica II (1970), un testo che ribadisce la legittimità di istituire un’analogia tra la sfera della politica e quella della religione, in particolare cristiana, in risposta alle critiche di alcuni teologi come Erik Peterson. Dentro tale relazione analogica, diventa possibile pensare una legittimità superiore dell’azione politica, senza tradurla nella ricerca di forme teocratiche, ossia mantenendo l’essenziale distinzione tra le due sfere del potere e dell’autorità spirituale. Al tempo stesso ci si preserva dalle indebite forme di fanatizzazione morale e ideologica della politica che propongono l’assoluta autosufficienza tecnica ed economica di nuovi modelli di società, che prospettano l’avvento di ere di pace, uguaglianza e abbondanza e che finiscono più spesso con produrre inferni totalitari e liberticidi.


N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

venerdì 20 ottobre 2023

Essere conservatori

 


Ringrazio Fabrizio Fratus per aver organizzato questo incontro nella sede milanese di Fratelli d'Italia, promuovendo un'occasione graditissima e salutare di confronto e approfondimento culturale. Presento qui sotto il testo cui il mio intervento ha dato origine.

INTRODUZIONE: LA FLUIDITÀ DELLE CATEGORIE POLITICHE

 Tutte le categorie politiche mantengono una certa fluidità, poiché si collocano all'incrocio tra il concetto logico e la prassi storica. L'uno e l'altro, in politica più che in altri ambiti, sono in continua, reciproca osmosi e si modificano e influenzano a vicenda. Pertanto, quando si fissa una definizione di una certa famiglia politica o di un certo modo di agire relativo alla società civile, questa, come il noto fiume di Eraclito, subito cambia, si rinnova, si altera. Così quella che noi chiamiamo filosofia politica si contraddistingue per una tipica mobilità dei contenuti e dei confini. Ciò non toglie che sia necessario arrischiare definizioni per non essere travolti dal fluire degli eventi e delle prassi che nella loro pura immediatezza sarebbero confinati nella più oscura irrazionalità. Quindi, della politica, in quanto scienza dello spirito, non dovremmo cercare l'esattezza sperimentale propria delle scienze cosiddette "dure", accontentandoci di una epistemologia considerata più "dolce", ma a ben vedere non meno rigorosa, perché il rigore di un sapere consiste anche e soprattutto nell'essere conforme alla natura del suo oggetto.

Ciò emerge in modo particolare quando si tratta di affrontare concetti che, per il loro uso frequente nel dibattito pubblico, esasperano la loro vaghezza, giacché le sfumature che comprendono si allargano proporzionalmente alla quantità di persone che li utilizzano a partire dalla propria esperienza e pre-comprensione del mondo.

Quello che di conseguenza io vado a tentare nelle righe seguenti è solo l'abbozzo di un ritratto che, cercando la migliore aderenza al suo modello reale, è condannato ad una certa insuperabile opinabilità, difetto che si può accettare solo ammettendo che, laddove esista un sapere opinabile, vi è anche spazio maggiore per la libera critica e il libero approfondimento.

 ESSERE CONSERVATORI: CONSERVATORISMO LIBERALE E RADICALE

 Dunque, entrando in medias res, che cosa vuol dire essere conservatori?

"Conservatorismo" un termine che designa un tema politico di particolare rilevanza nella tradizione anglosassone. Esso allude alla classica contrapposizione tra Tories e Wighs, cioè tra partigiani del re e partigiani del parlamento nel Seicento, alternativa che nella storia successiva ha anche contemplato tipici "connubi", a partire dalla Gloriosa Rivoluzione del 1688, in cui tutti si sono trovati uniti contro Giacomo II.

Nell'Europa continentale, che più ci riguarda, il conservatorismo, come indirizzo politico organizzato, si mostra nella Francia rivoluzionaria, dove se ne possono rintracciare due forme peculiari:

1) un conservatorismo radicale che contesta complessivamente la rivoluzione del 1789, sia nei suoi esiti monarchico-costituzionali (1791), sia nei suoi esiti democratico-giacobini (1793). Da qui viene la tradizione della destra comunemente definita reazionaria (De Maistre, Donoso Cortés nel campo della riflessione ideologica e filosofica, i Vandeani, i Carlisti, i Cristeros sotto il profilo dei movimenti politici e della prassi storica);

2) un conservatorismo moderato e vuole mantenere i "progressi" del costituzionalismo, ma evitare ogni "avventura" democratica. Da qui l’orientamento liberale con il quale lo qualificheremo da adesso in avanti (riguardo a tale indirizzo politico potrai fare i nomi di Locke, che certamente non nasce conservatore ma che dai conservatori ampiamente utilizzato, Montesquieu, Croce nel campo ideologico-filosofico; La Fayette, Talleyrand, Guizot, Cavour nel campo pratico-politico).

 Naturalmente nemmeno qui si tratta di una contrapposizione da intendersi in modo rigido. Pensiamo solamente alla riflessione di enorme importanza condotta da Edmund Burke sulla rivoluzione francese: una critica di assoluto valore reazionario avanzata da un liberale wigh che centra la sua argomentazione sulla cosiddetta "saggezza dei secoli", ossia sul valore intrinseco di ciò che nell'esperienza storica è stato selezionato come la migliore e più efficace forma di convivenza civile e di gestione del potere, la monarchia[1]. Pensiamo altresì agli intrecci tra liberalismo conservatore e conservatorismo radicale in autori più contemporanei come Eric Voegelin e Leo Strauss quando criticano il fanatismo apocalittico rivoluzionario, il suo utopismo irrealistico, e le conseguenze violente alle quali conducono le ambizioni degli entusiasti di ogni epoca nel voler rinnovare dalle fondamenta e a tutti i costi il mondo secondo il criterio: "Se i fatti ci danno torto tanto peggio per i fatti". Questi studiosi stigmatizzano come forme inaccettabili di totalitarismo tutti gli esperimenti antiliberali del Novecento, di “destra” come di “sinistra”, e tuttavia sviluppano dottrine che, cogliendo alla radice le derive della cultura progressista e rivoluzionaria, costituiscono un'ottima base di riflessione per un conservatorismo consequenziale, radicale e altresì critico nei confronti del liberalismo

Nondimeno esistono anche ragioni cogenti per distinguere nettamente le due famiglie. Tra i tanti fattori in gioco possiamo sottolinearne tre.

A) La questione metafisica e/o religiosa.

-Il conservatorismo liberale è tendenzialmente agnostico[2] e accetta l'idea che il potere politico debba essere legittimato dal basso. Il potere viene consegnato alle élites dal popolo, inteso come le classi economiche emergenti, e viene esercitato in loro nome e a loro vantaggio, visto che l'utile della borghesia, cioè della classe che porta progresso e sviluppo, diventerà alla lunga l'utile di tutta la società.

-Il conservatorismo radicale è metafisico e religioso (nell'Europa continentale soprattutto, ma non solo, cristiano-cattolico) e ritiene che il potere sia legittimato dall'alto, cioè da Dio ("non est auctoritas nisi a Deo", Rm 13,1). Il potere è consegnato alle élites da Dio (anche "per popolum"[3]) e a Dio deve rendere conto in ultima istanza. Di conseguenza l'assolutismo monarchico è costitutivamente limitato anche quando sulla carta può agire proprio arbitrio.  Donoso Cortés osserva: "Possiede la verità politica chi conosce le leggi alle quali sono soggetti i governi; possiede la verità sociale chi conosce le leggi che governano le società umane; conosce queste leggi chi conosce Dio, e conosce Dio chi ascolta quel che lui dice di sé medesimo e crede in ciò che ascolta. La teologia è la scienza che ha per oggetto queste affermazioni. Ne segue che ogni affermazione concernente la società o il governo presuppone un'affermazione relativa a Dio, per cui ogni verità politica o sociale inventa necessariamente una verità teologica”[4]. Tale fondazione teologica della politica ha due conseguenze: da un lato libera il potere dalle preoccupazioni liberali relative a un suo supposto abuso, proponendo uno sfondo mediante il quale gli atti sovrani possono essere valutati e compresi, fatti salvi ovviamente gli arcana imperii (questi alludono agli strumenti per la salvezza dello Stato e della comunità che sono accessibile solo dal punto di vista del potere stesso[5]). Dall’altro preserva la politica dall’attacco concentrico della ragion di Stato – che ne farebbe un gioco autoreferenziale – e della rappresentanza di interessi che la sottometterebbe alla dimensione economica. Infine, la teologia diventa un criterio euristico, perché consentirebbe di estrarre da una certa prassi storico sociale i contenuti essenziali, chiarificandoli fino all’assoluto, dimodoché se ne possano leggere i caratteri mediante la lente di ingrandimento metafisica e teologica in modo molto più chiaro e netto (ammesso che i processi di generalizzazione ed estrazione dell’essenza siano condotti con la dovuta prudenza e con l’ausilio di un metodo storico-critico raffinato[6]).

B) La questione istituzionale

- Il conservatorismo liberale è costituzionale, monarchico o repubblicano, cioè esprime la necessità che ogni comunità politica si doti di una legge fondamentale che rappresenta il criterio di ogni futuro atto del potere legislativo e di ogni futuro comportamento degli organi esecutivi e giuridici. La carta fondamentale è pensata come strumento oggettivo che garantisce i cittadini da ogni forma di arbitrio del potere. In essa viene istituita a tal fine la separazione dei tre poteri così come teorizzato da Locke e da Montesquieu[7] e realizzato prima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti e nell'Europa continentale.

-Il conservatorismo radicale è monarchico assoluto. Lo è almeno nella sua origine. Quando tale forma di potere ha mostrato di non essere più adeguata ai tempi, i conservatori radicali hanno elaborato dottrine che accoglievano forme istituzionali diverse. La nota distintiva rimaneva tuttavia quella che il potere doveva essere legittimato dall'alto, quantomeno da una tradizione che facesse riferimento a valori e statuti etico-spirituali; in secondo luogo, doveva essere risolutamente evitato quell’atteggiamento di rifiuto del potere che, lungi da pensare alle forme del suo migliore esercizio, tendeva a considerarlo un fattore di disturbo della normale vita della società, in particolare della sua vita economica. Assolutezza del potere in questo senso vuol dire libertà da vincoli e lacci che, se nella prospettiva liberale costituivano altrettante garanzie nei confronti del cittadino, in quella tradizionale rappresentavano e rappresentano altrettanti impedimenti alla realizzazione del bene comune.

C) La questione sociale

- Il conservatorismo liberale, da Cavour alla Thatcher, non ha alcuna sensibilità sociale: l'uguaglianza formale dei cittadini è semplicemente lo strumento per combattere le vecchie élites aristocratiche. Per il resto, in uguali condizioni formali, ci si attende di più abbienti - cioè i migliori - guidino la società. La miseria delle masse è il prezzo da pagare per lo sviluppo economico che solo escatologicamente arricchirà tutta la società e la libererà dal bisogno. Dice l'anarco-liberale Murray Rothbard:"In una società libertaria la crescita economica sarebbe rapida, perché lo Stato non la fermerebbe più con i suoi prelevamenti e le sue regolamentazioni: i poveri sarebbero quindi molto meno numerosi. E la carità verrebbe riabilitata perché non dovrebbe più essere delegata allo Stato. Nello Stato libertario rinascerebbero sentimenti di solidarietà e aiuto reciproco”[8]. Il meccanismo dovrebbe essere il seguente: abbassare le tasse ai ricchi per creare ulteriore ricchezza della quale, per effetto di "sgocciolamento" (trickle down economy[9]) beneficerebbero anche i poveri. Ogni ulteriore forma di welfare dovrebbe essere demandata alla carità privata che, magicamente e paradossalmente, sorgerebbe dalla libertà degli attori economici di perseguire i propri interessi senza alcun vincolo, guidati esclusivamente da considerazioni di mercato. Dunque, una società di privati dove il valore fondamentale diverrebbe la massimizzazione del profitto individuale, proprio per questo aprirebbe le porte alla solidarietà. Come dire: la libertà dei lupi finirebbe per avvantaggiare gli agnelli.

- Il conservatorismo radicale recupera il sociale attraverso il cristianesimo. Il conservatorismo radicale può così essere popolare. La solidarietà interclassista tra signori e contadini, questo mistero grande per tutti i democratici e i socialisti che per consolarsi si sono inventati la bufala della cosiddetta servitù volontaria, è sempre mediata dalla pietà cristiana e dalla comune appartenenza alla Chiesa. Non si tratta qui di costruire una visione irrealistica dei rapporti sociali. Non si tratta di tacere l'oppressione del ricco nei confronti del povero come tentazione costante della storia umana. Si tratta, al contrario di promuovere uno sguardo realistico che riconduca alle sue radici ideologiche ed etiche ciò che viceversa è sempre stato sbrigativamente e poco scientificamente derubricato nella facile e consolatoria categoria di "paternalismo". Il paternalismo dei ricchi nei confronti dei poveri come liberalità che in ultima istanza si fondava sull'immobilità dei rapporti di dominio, trovava un potente antidoto ideologico nel messaggio evangelico e nella forma radicale in cui, contro le logiche del mondo, era stata valorizzata dai cristiani "Madonna povertà". Ciò fino al punto di arrivare a mettere in crisi gli stessi criteri etici signorili, e a far paradossalmente incontrare le categorie di "povertà" e "nobiltà". Se questo è lo sfondo della società euro-occidentale, si comprende come al momento della recisione del filo rosso della tradizione cristiana, settori importanti delle masse contadine e proletarie si siano trovati spesso e volentieri dalla stessa parte dei loro presunti oppressori per combattere i loro presunti liberatori. 

IL CONSERVATORISMO LIBERALE

 Nel conservatorismo liberale l'uscita dalla metafisica implica l'abbandono della tradizione ideologica e politica del passato per assumere l'interesse di classe come bussola di una prassi di governo che si orienta a un futuro di prosperità dimenticando le ingiustizie del presente. Se in dottrina il regime della separazione dei poteri e del primato del legislativo garantisce i diritti dell'individuo e la libertà di impresa economica, determinando un positivo interregno che, malgrado i suoi difetti, prelude alla felicità del maggior numero in un punto indeterminato del futuro; in pratica nel presente viene lasciato spazio libero al diffondersi incontrollato della miseria, all'egoismo sociale dei ricchi[10], al costituirsi di un relativismo della discussione parlamentare e della disputa sofistica che mina i fondamenti spirituali della vita di un popolo.

Naturalmente i liberali, garantiti i propri interessi, profondono il più ampio ottimismo circa le sorti della società civile: "In tutte le società tollerabilmente costituite, la giustizia e l'interesse generale dell'umanità sono quasi sempre separati; qualcuno è interessato a ciò che è sbagliato; qualcuno anche ha il suo privato interesse dalla parte di ciò che è giusto. Coloro che sono guidati da alte considerazioni, benché pochi e deboli per prevalere contro tutti gli altri, usualmente dopo una sufficiente discussione diventano abbastanza forti per volgere la bilancia a favore della corporazione privata che sta dalla loro stessa parte. Il sistema rappresentativo dovrebbe essere costituito per mantenere questo stato di cose"[11]. La vita sociale, e quella politica come suo riflesso, dovrebbe essere costituita da una serie interminabile di compromessi e negoziazioni, che per loro proprietà intrinseca, determinata in modo apodittico, consentirebbe il prevalere della ragione e della “parte giusta”, proprio grazie composizione “razionale” dei diversi interessi e all’esclusione di quelli illegittimi.

In realtà, come assodato dall'esperienza plurisecolare della disciplina retorica, i discorsi che non siano guidati da una specifica consapevolezza etica e da una speciale ingiunzione collaborativa che escluda ogni forma di filonichia (amore per la vittoria nella tenzone retorica), fatalmente scadono nella ricerca dell'artificio argomentativo più convincente, non sotto il profilo della razionalità e della conoscenza, ma sotto quello tutto estetico e superficiale del fascino, dell'attrattiva e della perizia carismatica e comunicativa.

Per questo motivo il regime della discussione e il trionfo della clasa discutidora, come la chiamava Donoso Cortés, preludono a quello scadimento spirituale cui testé si è accennato e che lo stesso Donoso così ci rappresenta: "La scuola liberale domina soltanto quando la società vacilla; il periodo della sua supremazia è quello passeggero e fugace in cui il mondo non sa decidersi né per Barabba né per Gesù, sospeso tra un'affermazione dogmatica e una negazione suprema. La società si lascia allora guidare di buon grado da una scuola che non dice mai affermo o nego, ma che in ogni situazione usa la parola distinguo. Principale interesse del liberalismo è di non arrivare mai al giorno delle negazioni radicali o delle affermazioni sovrane; e affinché esso non arrivi, servendosi della discussione confonde i principi e diffonde lo scetticismo, poiché sa bene che un popolo che ascolta continuamente dalla bocca dei suoi sofisti il pro e il contro di tutto finisce col non saper più a che cosa credere e col domandarsi se la verità e l'errore, il giusto e ingiusto, l'onestà e l'infamia siano cose tra loro contrarie ovvero siano una stessa cosa osservata da punti di vista diversi. Ma - aggiunge Donoso, anch'egli con una certa dose di ottimismo, in lui cristianamente fondata - un periodo così angoscioso, per molto che possa durare, è sempre breve. L'uomo è nato per agire e la discussione perenne è contraria alla natura umana, giacché è nemica delle opere. Verrà un giorno in cui i popoli, sospinti dalla loro indole più violenta, invaderanno le strade e le piazze per chiedere risolutamente Barabba o Cristo, abbattendo nella polvere le cattedre dei sofisti”[12]

Fino ad allora, nondimeno, il liberalismo, mentre continuerà a produrre alienazione materiale, non potrà fare a meno di generarne anche una spirituale. Alla miseria economica dei più si aggiungerà una particolare degenerazione del dibattito politico indirizzato senza rimedio da maghi e illusionisti della parola nelle sabbie mobili dell'ignavia, della vuotezza, dell'inconcludenza e della falsità. Questo accadrà fino ai giorni nostri, a prescindere dalle ibridazioni con cui il liberalismo nel corso della sua storia avrà ceduto parte delle sue prerogative per meticciarsi con le dottrine democratiche e socialiste. Per loro mezzo avrà ottenuto

a) l'effetto di esternalizzare la miseria e, mediante la sua componente socialista, promuovere sistematicamente l'ottundimento edonistico delle masse;

b) l'effetto di promuovere attraverso la propria componente democratica una selezione delle élites mediante il suffragio universale. Per suo mezzo, malgrado la retorica della virtù popolare, le élites stesse diventeranno non la guida ma lo specchio dei vizi delle masse che esse, ci avverte Platone nella Repubblica, sollecitano e seducono come quando si ammaestrano bestioni senza ragione[13].

c) La componente originariamente liberale, ben difesa da una cintura retorica di argomenti democratici e socialisti ad hoc, potrà tranquillamente diventare l'articolazione multinazionale del sistema produttivo che si autonomizza dal potere politico il quale, dal canto suo, risulterà sempre più debole, prigioniero di un sistema interno e internazionale di vincoli, pesi e contrappesi orientati a escludere il politico dalla vita civile dei popoli per sostituirlo con il primato indiscusso dell'economico. Attorno a questi ambito si eserciterà il meglio della retorica liberale, sotterfugio dialettico di esperti pronti a chiedere sacrifici a tutti per preservare il sistema e i propri privilegi, che in una dialettica falsa e confusionaria fatta di asserzioni senza fondamento e di fondamenti impresentabili e indifendibili, lascerà emergere dalla leggerezza di una verità evaporata il peso naturale degli interessi più opachi, oscuri e incrostati. 

IL CONSERVATORISMO RADICALE, LA SUA METAFISICA E LA SUA FILOSOFIA DELLA STORIA

 Il conservatorismo radicale possiede una metafisica che non solo gli consente di recuperare – come detto – una sensibilità sociale, benché all’interno di una visione gerarchica della società e delmondo[14], ma offre una visione della storia e dell’uomo nettamente alternativa a quella dominante[15]. Ci sono tante versioni di una filosofia della storia conservatrice: il loro tratto comune è l’analisi spietata del presente come esito di un processo di dissoluzione e di allontanamento da un principio, che non è solo un “inizio” ma è un “fondamento”, cioè non possiede solamente una funzione cronologica, ma ne svolge una più profondamente assiologica: “Se l’uomo moderno fino a ieri aveva concepito ed esaltato come un’evoluzione il senso della storia a lui nota, la verità conosciuta dall’uomo tradizionale è stata l’opposta. In tutte le antiche testimonianze dell’umanità tradizionale si può sempre ritrovare, nell’una o nell’altra forma l’idea di un regresso e di una caduta: da stati superiori o originari gli esseri sarebbero scesi in stati sempre più condizionati dall’elemento umano, mortale, contingente. Un tale processo involutivo avrebbe preso inizio in tempi lontanissimi e il temine èddico ragna-rökkr, ‘oscuramento degli dèi’ è quello che meglio lo caratterizza”[16].

 La prospettiva conservatrice è compatibile con il cristianesimo che considera Dio come il “Signore della storia”? Questa domanda non è peregrina, perché la dimensione religiosa è strutturalmente connessa all’orientamento conservatore, e in Europa, benché non tutti i conservatori radicali la pensino nello stesso modo, il cristianesimo ha un ruolo assolutamente dominante. Ebbene vi sono qui due possibilità. La prima consiste nella secolarizzazione del principio teologico della signoria di Dio sulla Storia che conduce direttamente dall’ottimismo escatologico (il mondo è destinato ad essere redento dalla finale parousia del Cristo) all’ottimismo progressista (la storia cammina verso una redenzione), laddove il processo di secolarizzazione via via tende a sostituire la chiusura trascendente dello sviluppo storico con una immanente, passando dall’escatologia all’utopia … cioè dalla fondazione soprannaturale del Regno di Dio all’idea che il regno finale possa essere l’esito di un processo storico di autoredenzione dell’uomo orientato a costruire la città terrena come luogo ultimo della definitiva emancipazione e felicità. È questa la prospettiva che va da Gioacchino da Fiore a Marx. La seconda possibilità è quella che vede agire nella storia il peccato. Lowith così sintetizza la riflessione di Orosio: “Considerata sotto la prospettiva del peccato originale, tutta la storia umana, sia quella di Babilonia, sia quella di Roma, è essenzialmente la stessa. Infatti, qualsiasi cosa venga costruita dalle mani degli uomini nel corso del tempo decade e trova la sua fine”[17]. Il cristianesimo è molto pessimista quando vede lo sviluppo storico sub specie peccati. La storia si allontana dal suo centro, che è e deve essere Cristo. Ciò è possibile in virtù della libertà umana: “’Storicità vuol dire che la volontà dell’uomo è libera ed è libera non soltanto per ciò che è irrilevante, banale o accessorio, ma anche per ciò che è importante anzi perfino per ciò che ha valore di decisione circa il senso supremo dell’esistenza … presuppone cioè la possibilità di decidersi per Dio o contro Dio’ La libertà caratterizza l’essenza della storia e ne fa il luogo paradossale in cui l’uomo può assumere la tragica illusoria pretesa prometeica di escludere Dio dal proprio orizzonte vitale”[18]. Proprio a partire dalla consapevolezza di una libertà che tragicamente fallisce nella storia e ne determina un decorso infausto, nel medioevo ogni progresso è concepito come un altrettanto libero – ma di una libertà attivata dalla grazia - ritorno alle origini e la Chiesa è ritenuta semper reformanda con lo sguardo al suo inizio, descritto negli Atti degli Apostoli[19]. Addirittura, il compimento escatologico può essere visto come una restaurazione della condizione edenica, in cui la fine riproduce e perfeziona l’inizio, ritornandovi. E allora non può essere considerata un’eccezione la riflessione di Plinio Correa De Oliveira sul processo “rivoluzionario” che ha caratterizzato l’età moderna, come progressivo allontanamento dalla forma più compiuta di civiltà cristiana che la storia abbia conosciuto: il medioevo europeo. Dentro quale dimensione antropologica ha potuto determinarsi il processo storico della rivoluzione? Il peccato, certamente, nella sua forma più manifesta dell’orgoglio e della sensualità: “Due nozioni concepite come valori metafisici esprimono adeguatamente lo spirito della Rivoluzione: uguaglianza assoluta, libertà completa. E due sono le passioni che più la servono: l’orgoglio e la sensualità. Poiché facciamo riferimento alle passioni, dobbiamo chiarire il significato che diamo al termine in questo saggio. Per maggior brevità, conformandoci all’uso di diversi autori spirituali, tutte le volte che parliamo delle passioni come fautrici della Rivoluzione ci riferiamo alle passioni disordinate. E, in accordo con il linguaggio corrente, includiamo nelle passioni disordinate tutti gli impulsi al peccato esistenti nell’uomo in conseguenza della triplice concupiscenza: quella della carne, quella degli occhi e la superbia della vita”[20].

Queste brevi osservazioni non hanno avuto difficoltà a rintracciare una filosofia della storia come caduta, regresso e allontanamento da un principio, all’interno della riflessione cristiana[21]. C’è nel conservatorismo un particolare pathos del “tramonto”[22]. Ma, d’altro canto non manca affatto la dimensione della speranza: coloro che vi accedono da un punto di vista diremmo “classico”, religioso ma non cristiano, confidano in uno sviluppo dei cicli storici[23] che consenta una palingenesi della società, fatta salva per l’individuo l’opzione di un cammino personale di ritorno ai valori incorrotti dello spirito, pur dentro il contesto della decadenza della propria civiltà[24]. Chi assume un punto di vista cristiano, propende invece per un atteggiamento che J. De Maistre magistralmente riassume: “Poiché l’uomo agisce, egli crede di agire soltanto, e poiché ha coscienza della sua libertà, dimentica la sua dipendenza […]. L’uomo è senza ombra dubbio intelligente, libero, sublime, tuttavia non è che uno “strumento di Dio” […]’. L’uomo ‘agisce’, cioè fa la storia; ma la sua azione, che deriva dalla sua natura umana così costituita da Dio, pur essendo di fatto libera, è sostanzialmente, ontologicamente, dipendente sempre e comunque da Dio – anche quando si ribella a Dio, perché è una ribellione solo formale, non può essere sostanziale. Dio è presente nella storia, e la Sua presenza è la Provvidenza; e in quanto Creatore, è più presente nella storia di quanto lo siano le creature, in quanto questo sono dipendenti nel loro stesso essere da Lui. Ergo: la libertà dell’Uomo che fa la storia è dipendente dalla Provvidenza, che orienta necessariamente tutto verso il Bene perché è il Bene – così che la storia dell’Umanità, nonostante le sue convulsioni, nonostante le sue perversioni, le sue sciagure, i suoi lutti, nonostante insomma tutto il male in essa presente, si risolverà infine nel trionfo del Bene”[25]. Possiamo dire che una filosofia della storia conservatrice mantenga un carattere complesso, dato dalla costitutiva ambiguità della libertà umana e dal rifiuto conseguente di ogni forma di determinismo, senza rinunciare a valutare criticamente e in modo assolutamente disincantato il corso degli eventi.

 REGRESSISMO CONTRO PROGRESSISMO?

 La filosofia della storia conservatrice qui accennata rappresenterebbe una sorta di ribaltamento speculare dell’ideologia del progresso, con il medesimo significato razionalistico e lo stesso esito “astratto”? Forse sì, ma ha dalla suo il rispetto rigoroso di un principio metafisico: dal meno non viene il più ma al contrario vale che dal più vene il meno, che è corollario dell’altro principio: ex nihilo nihil fit, dal nulla non viene nulla[26]. Dunque, è pensabile un processo di allontanamento da un principio di pienezza, inteso come perdita e caduta, ma non un avvicinamento, inteso come guadagno e salita[27], a meno che non sia inteso presupponendo il primato dell’atto sulla potenza, che implica l’idea di una forza centripeta di ciò-che-è verso ciò-che-diviene, come quella dell’amato nei confronti dell’amante. Ma non è questa la modalità storica intesa dalla lettura progressista del divenire delle civiltà, che, viceversa, ha come criterio di fondo quello dell’accumulazione il cui soggetto è solo l’homo faber fortunae suae. Di qui sorge l’idea di un fine immanente della storia verso il quale si commina, progredendo, appunto, per accumulo di beni, saperi, ricchezze, terre, denaro, virtù, patrimonio genetico etc. Si accumulano quantità, cosa che non può implicare altro che la fiducia irrazionale nella trasformazione della quantità in qualità e l’avvicinarsi a una meta che è semplicemente una fine e surrettiziamente viene trasformata in un fine. Tale è il pre-giudizio fondamentale dell’etica capitalistica e del suo fondamentale materialismo. 

LEOPOLDO MARECHAL

 Una filosofia della storia, viceversa, radicalmente conservatrice, qualitativa e metafisica è possibile rinvenire nella riflessione del poeta, filosofo e letterato argentino Leopoldo Marechal. La sua originalità feconda risiede nel fatto che egli si concentra sul tipo umano che contraddistingue i diversi momenti del divenire della civiltà. Non si tratta pertanto di una meccanica della storia, ma di un’antropologia storica, che ritorna al fatto umano che incarna e sorregge le diverse epoche e ne esprime al meglio il significato spirituale.

Per Marechal ai periodi originari di integrità/espansione, prosperità corrisponde quello che egli chiama l’uomo d’azione; ai periodi di decadenza e dissoluzione corrisponde l’uomo del tradimento e, infine, dentro il parossismo della dissoluzione nasce e cresce un altro tipo umano: l’uomo della riparazione. Il tutto risulta incarnato nella storia argentina, anzi nella storia di una famiglia. Nella sua Divina Commedia nazionale, il romanzo Adán Buenosaires, che per una buona parte è dedicato a un viaggio ultraterreno del tutto simile a quello dantesco, il protagonista incontra nel quinto girone del suo inferno, rinominato Cacodelphia, la città dei fratelli cattivi, un tipico rappresentante della borghesia rapace e affaristica del suo paese, che vive di business e corruzione e che, occupato il suo posto nella burocrazia statale, svende ogni giorno la patria a ricchi e potenti stranieri. Questo “personaggio” ricorda la sua vita terrena e anzi le sue vicende familiari, ricostruendo la parabola discendente che in tre generazioni aveva trasformato una casa di eroi dell’indipendenza, esploratori e colonizzatori di terre, con l’animo nobile di coloro che lavorano alla costruzione di una patria grande, degna e generosa con i suoi uomini, in professionisti borghesi, urbanizzati e corrotti, intenti solo a sfruttare le occasioni per arricchirsi a spese della propria comunità. Ma uno dei figli dell’ultima generazione si ribella e vuole scrivere un Canto del sangue, che almeno letterariamente nel ricostruire la storia della famiglia, insiste sui valori originari per ripristinare la condizione etica perduta. Il destino di questo ragazzo sarà quello dell’esilio: non una cacciata né una fuga, ma la salvezza in terra europea – forse quella dell’origine – dalla marea montante della dissoluzione. Forse la riparazione rimarrà un progetto letterario, destinato ad una realizzazione escatologica in una Calidelphia (città dei fratelli buoni) futura. Ma quello che conta è che almeno uno, nella corruzione generale, non si sarà abbandonato alla corrente nefasta del tradimento, trovando nella letteratura e nella poesia la forza per abbozzare un contromovimento[28]. Forse è la storia dello stesso poeta Marechal, più fortunato, perché l’occasione di vivere un momento di riparazione nazionale gli fu data e fu da lui vissuta da vero protagonista nella pur breve stagione di Perón.

Nella direzione generalizzatrice e simbolica imboccata suggerita dallo stesso autore e seguita da Roy Williams[29], e in accordo con la visione filosofico storica di Marechal, potremmo rivedere sotto il profilo macrostorico questa storia familiare, che è già storia patria, per alludere infine a una sorta di storia cosmico-antropologica. Le tre figure quindi diventano immagini guida, simboli universali e criteri di giudizio.

Il primo uomo, l’uomo d’azione potrebbe ritrovarsi nell’Adamo originario che scompare nella lontananza dei miti edenici e che la tradizione religiosa presenta tuttavia come un modello positivo di umanità, una sorta di ideale regolativo con cui immaginarsi la virtù perduta e una prassi incorrotta.

Il secondo, l’uomo del tradimento, si deve identificare il rivoluzionario borghese che fa dell’oblio la propria bandiera e combatte, come residui oppressivi, la natura delle cose, la pienezza dei valori etici e l’ordine tradizionale della politica, per accogliere l’ideale prometeico del mondo nuovo rifatto a misura dell’arbitrio dell’individuo emancipato e tutto rivolto alla coltivazione del sé terreno e della potenza storica. Il rivoluzionario opera un tradimento di se stesso e della sua natura, dell’identità del mondo e di Dio come alfa e omega di tutte le cose. Egli si trova nella condizione di chi abbandona la casa, uccide il padre, rinnega il passato per conseguire un nomadismo ostinato, un’erranza metafisicamente e storicamente cosmopolita e senza patria che diviene madre di ogni errore. L’erranza-errore inizia politicamente nel cielo delle utopie costruite a tavolino e finisce nella tragedia terrestre del terrore e della ghigliottina, simbolo eminente della potenza minacciosa e omicida della rivoluzione.

Il terzo uomo è quello della riparazione, cioè, potremmo dire, il conservatore. Egli, immerso nel contesto della dissoluzione prende coscienza della propria condizione spirituale di esiliato e sperimenta su di sé l’enorme potenza del nulla. Attraversando con coraggio la totalità nichilistica moderna e le sue rovine, sviluppa lentamente in interiore homine la nostalgia dell’origine e la ferma volontà del ritorno, cioè la prospettiva di un cammino inverso a quello della caduta alla ricerca dell’unità della propria vita dispersa.

La radice metafisica che garantisce la sua possibilità è la coscienza teologicamente fondata che nessuna meccanica del divenire possa cancellare la dimensione interiore della libertà, e nemmeno un destino metafisico del mondo, innescato dal peccato e dall’esodo dall’origine, possa mettere a repentaglio la graziosa vigilanza di Dio sulla sua creazione, pur orientata all’oblio del Creatore. Tale individuo umano rema in direzione contraria a partire da una chiamata che rompe con la routine del disastro e con l’abitudine alla quiescenza, una chiamata che risuona innanzitutto nelle regioni profonde dello spirito:

“Sento che mi si chiama e penso che tutte le chiamate vengono da qualcuno che chiama. Mi dico allora che dalla natura della chiamata si dà a conoscere la natura di colui che chiama.

Se quella che ascolto è una vocazione o chiamata d'amore, Amato è il nome di chi mi chiama; se è d'amore infinito, Infinito è il nome dell’Amato.

Se la mia vocazione amorosa tende il possesso del bene unico, infinito ed eterno, Bontà è il nome di chi mi chiama.

Se il Bene è celebrato come bello, Bellezza è il nome di chi mi chiama.

Se la bellezza è splendore del vero, Verità è il nome di chi mi chiama.

Se questa verità è il principio di tutto il creato, Principio è il nome di chi mi chiama.

Se riconosco ora il mio destino finale nel possesso perpetuo del Bene così celebrato e così conosciuto, Fine è il nome di chi mi chiama.

E siccome tutti questi nomi attribuiti a colui che mi chiama solo convengono alla divinità, Dio è il nome di chi mi chiama”[30]

Questo è l’universo delle ragioni, dei valori e dei sentimenti dell’uomo della riparazione. Ma non esiste riparazione de sé che non presupponga uno sguardo sull’Altro. L’essere umano è essere-in comune (famiglia, società, Stato). Quindi ricostruire il sé è impossibile senza riparare l’essere in comune. Il conservatore lavora stereofonicamente su di sé e sul mondo, riparando pazientemente i guasti del soggetto e dell’umanità con lo sguardo fisso verso l’alto, cioè verso quella vita assoluta che si rivela nella tradizione come meta e sostegno della sua avventura mondana. Certo egli sa che è difficilissimo invertire le tendenze macrostoriche e i processi che superano di gran lunga la sfera individuale, ma il suo sin dall’inizio non è un agire utilitaristico: “Agire senza guardare ai frutti, senza che sia determinante la prospettiva del successo e dell'insuccesso, della vittoria e della sconfitta, del guadagno o delle perdite, e nemmeno quella del piacere e del dolore, dell'approvazione e della disapprovazione altrui” [31], questa è la sua linea di condotta. 

IL KATÉCHON OSSIA UN’INTERPRETAZIONE CRISTIANA DELLA STORIA

 La tradizione cristiana offe un concetto di straordinaria pregnanza per determinare la funzione metafisica e storica dell’uomo della riparazione, il concetto paolino di katéchon[32].

“1 Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, 2 di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. 3 Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima, infatti, verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità, il figlio della perdizione, 4 l'avversario, colui che s'innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. 5 Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, io vi dicevo queste cose? 6 E ora voi sapete che cosa lo trattiene perché non si manifesti se non nel suo tempo. 7 Il mistero dell'iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene. 8 Allora l'empio sarà rivelato e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta” (2 Ts 2,1-8).

Katéchon nel testo paolino è colui o ciò che trattiene (vv. 6-7) e rimanda a una forza che si oppone al dilagare del male storico e politico nel mondo, a un soggetto che rema “in direzione ostinata e contraria” rispetto alla corrente del mondo, presso la quale è in atto il “mistero dell’iniquità”. Le interpretazioni politiche del concetto, nel corso della storia del cristianesimo, sono state le più diverse. Collegato al nostro specifico argomento, possiamo dire che identifica la figura di chi non vuole un mondo nuovo, perché la novità è il culto della rivoluzione e si fonda sul suo peculiare cupio dissolvi. Al contrario egli può essere considerato colui che testimonia la presenza attiva dell’origine nell’epoca del suo oblio, quando, appunto, “il mistero dell’iniquità è in atto”, ossia quando la civiltà mostra la sua deriva ed è preda di forze oscure. Qui la sua diviene una presenza sociale, storica, testimoniale ed esemplare: un faro luminoso nella notte e nella lotta che però è destinato a spegnersi e a soccombere. Infatti, il ritorno cui prima si accennava, in ultima istanza è opera del Principio stesso e non delle forze umane. Di conseguenza il katéchon e tutte le sue opere storico-politiche hanno un destino crocifisso che, alla fine, lascia spazio all’unico Signore della storia, cioè il Dio di Gesù Cristo e la sua opera escatologica. Ma il suo destino, pur fallimentare, non manca di esibire un lato luminoso: il katéchon non rimane prigioniero dei suoi progetti e financo dei suoi provvisori successi perché, oltre la contingenza storica, ha di mira il modello dell’inizio e il compimento della fine. Tutto ciò dischiude la più netta alternativa e la più profonda separazione fra tradimento e riparazione, che è quella che separa un avventurismo falsamente autoredentivo, affidato alla sola presunzione umana, e l’umile determinazione di chi è consapevole di essere “servo inutile” benché nobile. Nella sua inutilità, ancora, la funzione del katéchon è di enorme rilevanza: quando il tradimento diventa norma, la riparazione si mostra nondimeno come l’alternativa che incrina la sua apparente legalità. La parola e la prassi di chi disobbedisce a ingiunzioni illegittime, scontandone le conseguenze e portandone la responsabilità dà nuovo valore all’esistenza e al cammino umano nella storia. È a partire da tale valore che agli occhi del mondo il conservatore si mostra come un minaccioso rivoluzionario[33]. 

LA CONTRORIVOLUZIONE NON SARÀ UNA RIVOLUZIONE OPPOSTA, MA L'OPPOSTO DI UNA RIVOLUZIONE[34].

 “Della controrivoluzione esiste, anzitutto, un mito formulato nel modo più efficace da Joseph De Maistre nel 1797: ‘La restaurazione della monarchia, che viene chiamata controrivoluzione, non sarà una rivoluzione contraria, ma il contrario della rivoluzione’. È questo il programma che inalberarono gli avversari del nuovo regime (quello del 1789, n.d.r.): la loro vittoria non dovrà essere quella réaction che paventava Benjamin Constant, altrettanto violenta e anacronistica quanto lo erano stati i metodi di governo giacobini; sarà invece un semplice ritorno alla stabilità, al benessere, alla douceur de vivre dell’Antico Regime. La controrivoluzione non sarà dunque l’ennesima fazione partigiana in un universo ormai lacerato, ma lo strumento di una restaurazione dell’ordine sconvolto dalla crisi. Al fondo di questo mito rassicurante sta un’interpretazione chirurgica del fenomeno rivoluzionario, diagnosticato come un male oscuro venuto ad aggredire un corpo sostanzialmente sano, che deve essere estirpato perché il male guarisca. È l’idea, insomma, della rivoluzione come parentesi nefasta, voragine improvvisamente aperta nella storia della Francia e del mondo, che va semplicemente richiusa per riannodare il filo della continuità interrotta”[35]. Un mito, appunto. Le convinzioni di De Maistre, ben riassunte qui da M. Boffa, appaiono oggi un wishful thinking, benché il concetto fondamentale da lui espresso sia di una ricchezza straordinaria, a patto che lo si riguardi da un punto di vista più profondo, complice non la nostra presunzione, ma qualche decennio di storia che non dovrebbe essere passato invano. La visione irenistica dell’Antico Regime è quella di un’origine troppo vicina. Lo spietato realismo analitico che i conservatori radicali applicano ai fenomeni rivoluzionari dovrebbe immediatamente escluderla. Così pure bisognerebbe escludere ogni tranquilla continuità, solamente da restaurare. Ecco l’inganno dei reazionari, che alla fine risulta speculare al fatalismo dei più tranquilli rivoluzionari marxisti-positivisti: la storia condurrà per forza di Provvidenza ad un ritorno, così come, dall’altra parte, per forza dialettica avrebbe dovuto condurre al suo compimento utopico. Ma la Provvidenza non è una meccanica e non agisce in solidarietà e continuità con divenire amartiologico del mondo. Essa al contrario sorprende non con una novità che sia il semplice prodotto delle condizioni precedenti, che riconduce dolcemente la storia in un alveo rassicurante, ma con un’alterità verticale, che rispetto al mondo non potrà non risultare di un’estraneità disarmante.

Allora che cosa potrà essere il contrario della rivoluzione? Semplicemente il contrario di una lacerazione, cioè semplicemente una ricucitura? De Maistre non ha visto la rivoluzione diventare stabile, cioè appunto normalità. Ne ha colto il suo carattere eccezionale, e non poteva essere altrimenti, date le circostanze, e non la sua costanza, la sua permanenza. Il nichilismo ha invece un carattere ripetitivo, circolare, reiterativo, e questa è la sua legge di continuità. Per questo motivo l’uscita dalla sua gabbia d’acciaio implica la disponibilità di una certa forza dirompente. Ma non per fare le stesse cose dei rivoluzionari, alla ricerca di un’impossibile marcia indietro, bensì per il suo contrario: una contrarietà di stile politico, di visione del mondo, di approccio alla vita. Il rivoluzionario è un professionista del potere, che riconduce ogni verità all’interesse della rivoluzione, e ogni mezzo al fine della rivoluzione[36]. È tutto rivolto alla logica dell’efficacia e dell’utile. È responsabile solo di fronte al futuro che è semplicemente una proiezione del suo ego utopico, cioè delle sue pulsioni desideranti dislocate su scala sociale e confermate solo da un potente apparato ideologico il quale, in nome del desiderio, nega la realtà e la datità della natura. Il contrario della rivoluzione è precisamente il possesso umile di una metafisica; la lotta contro se stessi in nome della forma, la lotta contro il mondo in nome della forma del mondo, cioè della sua verità interna data per grazia e non prodotta dalla volontà. Lo stile del conservatore radicale è fare ciò che va fatto, quello del rivoluzionario è fare ciò che dà risultati…

È mai possibile che questa radicale alternativa si manifesti come una tranquilla continuità e non come un bomba che esplode dentro il Leviatano borghese e rivoluzionario, respingendone ogni frammento nelle più siderali lontananze?

La prassi conservatrice deve mantenere tutto il suo carattere esplosivo. Ci sono battaglie terrestri e celesti da combattere, per citare ancora Marechal, e se è vero che nessuna vittoria sarà mai definitiva, il conservatore sa che ciò conta relativamente, dato che la sua funzione è ultimamente quella di un testimone e la sua prassi trova il suo significato più pregnante nella dimensione simbolica. Ciò che si fa richiama e simboleggia le nostre radici nell’Essere, le rap-presenta, le rende vive ed operanti, schizzando fuori dal nulla con forza incontenibile.  Il cammino pratico-politico del conservatore è bensì una rivoluzione, pur rimanendo il contrario della rivoluzione. Commetteremo in questo cammino molti errori, ma finché questa società, questa vita, questa realtà stabilmente diminuita, sovvertita e invertita ci percepirà come una tremenda minaccia, potremo con verisimiglianza e qualche buona ragione, pensare di essere nel giusto.



[1] Cfr. E. Burke, Riflessioni sulla rivoluzione francese, tr. it., Ciarrapico, Roma 1984.

[2] L'agnosticismo proclama una sorta di sospensione del giudizio nei riguardi delle tematiche religiose. Tuttavia, l'esito di tale atteggiamento non si distingue sia teoricamente sia praticamente dall'ateismo. Anzi appare una forma di ateismo dissimulato e quindi più subdolo. Vediamo in un piccolo testo di Montesquieu un esempio di come si dispiegano le considerazioni oblique di un agnostico nei confronti della fede religiosa dei semplici, quella fede che, per i suoi contenuti autentici e anche nelle sue apparenti ed immediate contraddizioni, rappresenta il cammino tracciato da Gesù verso l'elevazione della propria persona e infine verso la salvezza. Nella lettera che citiamo qui sotto, l'autore francese non sembra voler negare dignità alla religione, ma cogliere al contrario un nucleo di verità misconosciuto dai credenti e invece individuato da chi, a partire da una posizione intellettuale privilegiata, è in grado di cogliere l’essenziale nocciolo morale sotteso alla credenza religiosa, e tuttavia dai più sottovalutato. Ma in questa sua presuntuosa riduzione dello spirituale al morale, l'autore perde esattamente la misura del senso religioso nella sua specifica vocazione metafisica e trascendente, custodita, al contrario di quello che egli pensa, dal gesto simbolico e dalla forza anagogica del rito. Ecco che cosa dice Montesquieu: "(nella finzione letteraria, si trova a Venezia) Qui incontro persone che discutono a non finire sulla religione, ma sembra che nello stesso tempo facciano a gara a chi la osserverà meno. Non solo non sono i migliori cristiani, ma neppure i migliori cittadini, ed è ciò che mi colpisce, perché, in qualunque religione si viva, l'osservanza delle leggi, l'amore per gli uomini e la pietà verso i genitori sono sempre i primi atti religiosi. In effetti, lo scopo principale di un uomo religioso non deve essere forse quello di piacere alla divinità che ha stabilito la religione che egli professa? Ma il modo più sicuro per riuscirci è senza dubbio di osservare le regole della società e i doveri dell'umanità, poiché, in qualunque religione si viva, non appena se ne accetta una, bisogna pure ammettere che Dio ami di uomini, dato che è per renderli felici che stabilisce una religione; e se Egli ama gli uomini, possiamo essere certi di piacerGli amandoli a nostra volta, cioè praticando nei loro confronti tutti i doveri della carità e dell'umanità, e non violando le leggi sotto le quali essi vivono. In questo modo, si è molto più sicuri di piacere a Dio che non osservando tale o tal altra cerimonia: infatti, le cerimonie non hanno in se stesse alcun grado di bontà ma sono buone solo in considerazione, e nella presupposizione, che Dio le abbia prescritte. Questa, però, è materia di infinite discussioni: ci si può sbagliare facilmente, perché bisogna scegliere le cerimonie di una religione tra quelle di duemila altre [...]. 'Non so se mi sbaglio, ma credo che il modo migliore per riuscirci [ossia per riuscire a piacere a Dio, n.d.r.] sia vivere da buon cittadino nella società in cui [voi o Signore] mi avete fatto nascere e da buon padre nella famiglia che mi avete donato'". Montesquieu, Lettera XLIV, in Idem, Lettere Persiane, tr. it., Feltrinelli, Milano 2020. Dietro alla superficiale ragionevolezza del discorso, si cela il tentativo di ridurre l’assoluto al mondano, determinando, come abbiamo osservato, il cuore del precetto religioso in modo morale, civile e politico. In realtà il modo di piacere a Dio qui adombrato appare troppo simile a un modo di piacere ai philosophes e proprio nella sua autosufficienza morale e razionale sta in piedi benissimo etsi Deus non daretur. Il passaggio è proprio questo: comportarsi bene per piacere a Dio, etsi Deus non daretur: siamo esattamente nel cuore del più radicale ateismo. Infatti, siccome la forma del precetto manifesta il più evidente non senso, giacché non si può finalizzare un’azione all’apprezzamento di un essere che non esiste, non appena la contraddizione si affaccia alla ragione, si è pronti all’ultimo passaggio: eliminare la nozione di Dio … affinché tutto funzioni!

[3] Sulla lunga tradizione del concetto di auctoritas a Deo per populum che parte dall’Antico Testamento, giunge alle Glosse medievali al Corpus iuris civilis, e poi a Marsilio Da Padova, Francisco De Vitoria, Francisco Suarez, per arrivare alla sintesi poetica del Tasso nella Gerusalemme liberata, cfr. A Borrelli, «A Deo sed per populum»: la duplice elezione di Goffredo nella Gerusalemme liberata, “Inerba” 1 (2020-2021), <https://inerba.fileli.unipi.it/articoli/inerba-1-2020-2021-borrelli>.

[4] J. Donoso Cortés, Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo, tr. it. Rusconi, Milano 1972, p.51.

[5] J. Pieper sottolinea quest’aspetto connaturato all’autorità: chi è in alto vede cose che chi è in basso non vede. Perciò è necessario che vi sia chi sta in alto, e che colui che sta in basso conceda a quest’ultimo una certa libertà d’azione riconoscendo la sua posizione politicamente privilegiata.

[6] È questo, in sintesi, il progetto teologico-politico di Carl Schmitt, Teologia politica. Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, Idem, Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 33-86 e Teologia politica II. La leggenda della liquidazione di ogni teologia politica, tr. it., Giuffré, Milano 1992. Qui prima si statuisce l’analogia strutturale tra le due discipline – sviluppando l’intuizione donosiana - e poi la si difende contro i suoi critici, e in particolare contro Erik Peterson, teologo protestante convertito al cattolicesimo e sostenitore dell’impossibilità di ogni rappresentazione mondana del Dio trinitario e quindi della necessità di liquidare ogni forma di teologia politica.

[7] In questa nota affronto una questione particolare che tuttavia può illustrare alcuni elementi istituzionali previsti dalla dottrina liberale che in realtà non rappresentano che una concessione alla tradizione monarchica. La questione dei cosiddetti corpi intermedi sembrerebbe ricondurre all’idea di una certa strutturazione/stratificazione originaria della società che il governo dovrebbe rispettare come naturale limite alla propria autorità. Il freno dei corpi intermedi nei confronti dell’esercizio di una sovranità di natura dispotica – anche in assenza di separazione dei poteri -  è sicuramente un’intuizione importante di Montesquieu, che ne fa esattamente un liberale conservatore, in ciò lontano dai radicalismi giacobini, o meglio, per dirla con Chevalier, “… un nobile liberale. Suddito fedele della più vecchia monarchia d’Europa, malgrado la sua nostalgia per le repubbliche antiche” (J.J. Chevalier, Le grandi opere del pensiero politico. Da Machiavelli ai giorni nostri, tr. it. Il Mulino, Bologna 1968, p. 156). Nondimeno  tale valorizzazione delle istituzioni che si collocano a metà tra la società e l’autorità: la nobiltà, la Chiesa, ma anche quei corpi che si formano per autonoma aggregazione di interessi – si pensi alle corporazioni medioevali – non appartiene tuttavia all’originale Stimmung liberale, ma costituisce la valorizzazione di un’eredità tradizionale che lo stesso autore stabilisce essere un carattere distintivo della monarchia (cfr. C.L. De Secondat de Montesquieu, Lo spirito delle leggi, tr. it, Rizzoli, Milano 1996, vol I, pp. 162 e segg.), una sorta di freno naturale, aggiunge lui, che impedisce allo Stato monarchico la precipitazione nelle decisioni, ma che, noto io, non inficia per nulla le prerogative del re. Dunque, si tratta di qualcosa che logicamente non si oppone al riconoscimento di un diritto divino del governo monarchico e alla sua prassi di unificazione e gestione del proprio regno. Certo, i sovrani assoluti, ma non solo nell’età dell’assolutismo bensì anche in pieno medioevo, hanno sempre affrontato assieme alla frammentazione feudale, quella comunale, quella che affidava alla dimensione locale la custodia di franchigie e privilegi che non di rado ostacolavano la realizzazione e implementazione degli editti e delle decisioni del governo centrale, infine i complicati rapporti con la Chiesa e le varie fronde nobiliari. Per questo motivo, ad esempio, Federico II, sulla scorta delle esperienze passate dei missi dominici di Carlo Magno, degli intendenti di Guglielmo il conquistatore, dei legati papali e di altre consimili figure istituzionali, promuoveva la creazione di uno specifico corpo di funzionari finalizzato a superare le resistenze locali all’implementazione delle leggi, mentre con le costituzioni di Melfi cercava di limitare fortemente il potere dei grandi feudatari. In ciò sarà seguito da sovrani successivi: si pensi a Carlo V alle prese con i fueros e ai re francesi alle prese con il dirotto di rimostranza dei parlamenti locali. Dall’età comunale in poi, è da notare ulteriormente che la borghesia ebbe un ruolo non indifferente nel consolidamento, attorno alle istituzioni locali, dei propri interessi economici. Tuttavia, tale conflitto tra la dimensione locale e quella centrale va considerata una costante della storia politica europea, che è storia dello sviluppo della monarchia e che mai, se non in casi rari e situazioni particolari – e di limitata estensione geografica, come nota De Maistre quando dice che la estensione territoriale è di per sé un argomento a favore dell’assolutismo monarchico - ha rinunciato a quella che veniva ritenuta la forma più efficace di governo. Di qui la diffusa trattazione di uno storico controrivoluzionario come Pierre Gaxotte, dell’articolazione complessa del sistema politico-sociale dell’Ancien Régime, per nulla snaturato dalle politiche di un Luigi XIV, contro quello che è invece descritto come il fanatismo centralizzatore dei giacobini (P. Gaxotte, La rivoluzione francese, Mondadori, Milano 1997, pp. 11-28). Dunque, si tratta evidentemente in Montesquieu e nel liberalismo conservatore di concedere alla storia passata e alla saggezza dei secoli un elemento di giustizia e di efficace strutturazione della vita politica per poi giocarlo in una chiave antiassolutistica e liberale, di cui i reiterati attacchi a Richelieu sono testimonianza, che originariamente e di per sé non possedeva.

[8] M. Rothbard, Lo Stato è un furto, intervista a Guy Sorman, “Figaro Magazine” 24/6/1989

[9] L. Elliot, Liz Truss favours trickle down economics but results can be trickle up, “The Guardian” 20/9/2022, Liz Truss favours trickle down economics but results can be trickle up | Economics | The Guardian. Rimando a questo breve articolo giornalistico che allude sinteticamente una dottrina alquanto scandalosa, che pochi studiosi rivendicano, ma che molti politici del conservatorismo liberale, anglosassone e no, praticano. Giustamente è stato notato che potrebbe essere considerata un corollario della fiducia milliana nella “mano invisibile del mercato”, la quale, producendo sviluppo economico a favore della classe dei possidenti, in teoria farebbe ricadere indirettamente i suoi effetti su tutta la società.

[10]Questa dinamica che lega strettamente i temi istituzionali a quelli economici e “di classe” si può ricondurre a quanto a suo tempo scritto da Carl Schmitt nella Dottrina della costituzione, tr. It., Giuffré, Milano 1984, pp. 63-64 in cui è evidenziato come la dottrina liberale dello Stato borghese di diritto è in sé non una teoria politica ma una teoria della limitazione del potere politico che ha solamente un valore polemico contro ogni forma di esercizio del potere in quanto tale. Ciò avviene storicamente a partire da quel coagulo di interessi borghesi che agli albori della modernità ha dichiarato guerra al regime monarchico inglese e che viene assunto come criterio in ogni paese europeo dove la borghesia, ad un dato momento del suo sviluppo, per usare una terminologia hegeliano-marxista, prende coscienza di se stessa e dei propri comuni interessi. Su questa falsariga, come nota giustamente A. Zhok, Critica della ragion liberale, Meltemi, Milano 2020, ed. dig. pos. 1347 e segg., la riflessione di M. Foucault tende a vedere nel liberalismo “essenzialmente un principio di limitazione del governo, come arte del governo che limita la sovranità statale. Ma ciò che determina il carattere propriamente liberale di questa limitazione è il fatto di non rifarsi a concetti di giustizia o verità trascendenti, non a idee di legittimità o giustizia divina, bensì a un principio di efficienza immanente alla pratica di governo stessa, il principio del mercato […]. Al centro del liberalismo stanno in effetti categorie che conducono innanzitutto alla tutela dei diritti indispensabili per il funzionamento del libero scambio commerciale. Le ‘libertà personali’, spesso invocate come matrice del liberalismo, comparirebbero secondo Foucault (The Birth of Biopolitics Lecturers at the College de France, Palgrave-Mc Millan, New York 2008, p. 63) come una sorta di sottoprodotto del processo produttivo: il sistema economico per essere efficiente ‘consuma’ alcune libertà, come quella di commercio, di iniziativa e anche di parola, e perciò si fa carico di produrle”.

[11] J. Stuart Mill, Considerazioni sul governo rappresentativo (1851), in C. Schmitt, Democrazia e liberalismo, tr. it., Giuffré Milano 2001, p. 121.

[12] J. Donoso Cortés, Saggio sul liberalismo, il cattolicesimo e il socialismo, tr. it., Rusconi, Milano 1972, pp. 232-233.

[13] Platone, La Repubblica, 493a

[14] Il principio di gerarchia è un principio di organizzazione sociale aristocratico ed è fondato sulle naturali differenti attitudini e vocazioni degli uomini. I conservatori si rifanno generalmente a Platone (Repubblica 580-581 e 444 a-b) e dopo di lui a chiunque abbia elaborato, nella storia europea, una concezione organica della società: dalla scuola di San Tommaso (De regimine principum, cap. 1) secondo la quale la società necessita di un’articolazione e di una gerarchia, allo stesso modo che i corpi viventi, fino a Jean Bodin che sostiene nel quinto dei suoi Sei libri sulla Repubblica che il compito del moderno “potere sovrano dotato della ‘prudenza’, e della ‘virtù del comando’, è  […]tenere unite insieme tutte le parti – ossia raccogliere come in un unico organismo tutte le sue membra, dalle famiglie ai collegi, dai corpi ai privati”;  al Fichte della Missione del dotto e dei Discorsi alla nazione tedesca, in cui è sottolineato il ruolo delle differenze organiche nella società in relazione al suo fine ultimo e al Mazzini dei Doveri dell’uomo, che concepisce il popolo come un organismo che si differenzia nelle sue attività e nei suoi gruppi sociali, tutti chiamati a sostenere il bene comune dell’organismo stesso. Anche i conservatori di matrice più moderata e liberale insistono sulla gerarchia. Interessante, per la sua efficacia e anche per una certa tipicità, è l’argomentazione dell’autrice contemporanea M. E. Roca Barea, Imperiofobia e leyenda negra. Roma, Rusia, Estados Unidos y el Imperio español, Siruela, Madrid 2016 - edizione digitale – trad. mia: “Da quando abbiamo notizia di noi stessi vediamo che gli esseri umani hanno avuto la tendenza a creare enormi strutture sociopolitiche che chiamiamo imperi” Esse sono compagini che esaltano l’altra tendenza umana a vivere in comunità gerarchizzate e istituzionalizzate dove l’organizzazione dei membri prevede la presenza di un potere guida e di una stratificazione sociale che da tale potere è gestita. Questa capacità di “organizzare (gerarchizzare) gruppi numerosi” (pos. 63) è forse la ragione per cui l’Homo sapiens ha prevalso sull’uomo di Neanderthal, che viveva in piccoli gruppi egualitari di 20 persone al massimo. Dunque, potere e “impero” sono costanti della storia umana sin dai suoi inizi preistorici e l’organizzazione è alla base di un certo desiderio di sviluppo: “Piaccia o no a coloro che perseguono utopie, la verità è che la maggioranza degli esseri umani preferisce essere ricca che povera e non c’è gruppo della nostra specie che non viva sotto un’organizzazione gerarchizzata. La gerarchia e il potere esistono in tutte le società umane e anche in molte altre società non umane. Forse sarebbe più bello che non fosse così, però per nostra disgrazia non conosciamo come si organizzano i corpi senza questa legge di gravità sociale” (pos. 55)”. Tale legge, infatti, è quella che, secondo l’autrice, una volta che sia adeguatamente conosciuta, permette altrettanto rapide forme di sviluppo e prosperità. La differenza tra la prospettiva ora menzionata e quella del conservatorismo radicale risiede nel tipo di argomentazione: all’utile e all’efficace viene preferita dai conservatori radicali la ricerca del giusto. Relativamente a questo  tema della gerarchia e del potere, ecco un testo egualmente tipico, che ripropone, nella forma di una critica contemporanea, nozioni platoniche: “In effetti ciascun uomo, in virtù della natura propria, è adatto a esercitare certe funzioni definite a esclusione di altre; in una società regolarmente fondata su basi tradizionali, queste attitudini devono essere determinate secondo regole precise affinché, grazie alla corrispondenza dei differenti generi di funzioni con le grandi divisioni della classificazione delle ‘nature individuali’, e salvo eccezioni dovute a errori di applicazione sempre possibili, ma ridotti in certo modo al loro minimo, ciascuno si ritrovi nel posto che normalmente deve occupare e l’ordine sociale traduca in tal modo esattamente i rapporti gerarchici che sono conseguenza della natura propria degli esseri”: R. Guénon, Autorità spirituale e potere temporale, tr. it., Edizioni Studio Europeo, Sondrio, 1972, p. 18.

[15] “Tutti coloro che oggi elaborano dei progetti e coinvolgono grandi masse nella loro realizzazione, fanno, in un modo o nell’altro, filosofia della storia [in particolare] la teoria marxista, più che una ontologia, ha la certezza di aver costruito esattamente il decorso dialettico della Storia. Il marxismo – e con esso tutto il credo ufficiale del comunismo – è filosofia della Storia nel grado più eminente; lo è in maniera tale che ogni avversario si vede obbligato a riflettere sulla sua situazione storica e sulla propria visione della storia”: C. Schmitt, L’unità del mondo, in Idem, L’unità del mondo e altri saggi, tr. it., Antonio Pellicani, Roma 1994, pp. 303-319. Qui Schmitt sottolinea, negli anni Cinquanta, all’inizio della guerra fredda – di qui i riferimenti obbligati al marxismo – il peso ineludibile che ha in ogni progetto politico il possesso di una chiara visione della storia, suggerendo implicitamente che anche gli avversari del marxismo dovevano giocoforza interrogarsi su questi temi…cosa assolutamente valida anche per noi.

[16] J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma 1988, p. 221.

[17] K. Löwith, Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia. Est, Milano, 1998, p. 201.

[18] R. Guardini, La storia, in Idem, L’esistenza del cristiano, pp. 436-449 in S. Zucal, La Weltanschauung cattolica di Romano Guardini, EDB, Bologna, 1988, p. 407-408.

[19] “Il desiderio di vivere la propria fede (nella società medievale europea a partire dalla metà del sec. XI, n.d.r.) […] si traduce innanzitutto in una volontà di ritorno alle origini. Per gli uomini del XII secolo, consapevoli di essere eredi di un passato brillante, il progresso si colloca nella riscoperta di una tradizione che la precarietà dei tempi aveva fatto perdere di vista. Il fascino esercitato dalle origini è contraddistinto, nell’ambito dell’espressione letteraria, dalla preoccupazione di ispirarsi alla latinità di cicerone e di Virgilio, preferita a quella di Macrobio e di Lattanzio. A Bologna Irnerio e i glossatori ridanno lustro al diritto romano, i cui testi vengono progressivamente ricostruiti integralmente, eliminando le collezioni incomplete e le compilazioni contaminate dall’influenza dei diritti barbari. In tutti i campi della vita intellettuale ci si richiama a una tradizione più autentica. La Chiesa non restò ai margini di questo movimento, anche se, secondo i suoi principi, la perfezione risiedeva nel passato, cioè nell’ epoca degli apostoli e dei martiri. Agli occhi del clero, a mano a mano che ci si allontanava da questa epoca benedetta, il mondo progressivamente deteriorava e declinava. I riformatori dell’XI secolo ebbero il merito di credere e di mostrare con l’esempio che la Chiesa avrebbe ritrovato una nuova giovinezza ispirandosi a quel passato, che nella sua storia ebbe spesso la funzione di un mito dinamico e stimolante. Gregorio VII illustra efficacemente questo stato d’animo allorché scrive: ‘ Il Signore non ha detto: il mio nome è consuetudine, ma: il mio nome è verità’. Donde il suo rifiuto di considerare valide pratiche che, nel corso dei secoli, erano penetrate nel mondo dei chierici, in nome della fedeltà a un’autentica Tradizione di cui la Chiesa romana è l’unica garante e l’unica interprete. Vediamo nella medesima epoca un gran numero di eremiti abbandonare le comunità monastiche per ritrovare il genere di vita praticato un tempo dai padri del deserto e, un po’ più tardi, i Cistercensi separarsi da Cluny in nome di un ritorno alla regola di san Benedetto, che veniva distorta e velata dalle osservanze che si rifacevano alla consuetudine. In breve, tutte le esperienze religiose del tempo sono state caratterizzate dal proposito di ritornare all’originale purezza del cristianesimo. L’ideale della Ecclesiae primitivae forma diventa riferimento obbligato della nuova spiritualità che, in maniera apparentemente paradossale, ricerca attraverso un’accresciuta fedeltà alla testimonianza degli Apostoli e al messaggio evangelico la risposta ai problemi posti da una società in mutamento”: A. Vauchez, La spiritualità dell’occidente medioevale, Vita e Pensiero, Milano 1988, pp. 91-92

[20] P. Correa de Oliveira, Rivoluzione e contro-rivoluzione, Cristianità, Piacenza 1977, p. 98

[21] D’altronde rileva De Maistre, Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche e delle altre istituzioni umane, tr. it., Il Falco, Milano 1982, pp. 68-69: “Il celebre Zanotti ha detto: ‘È difficile mutare le cose in meglio’. Questo pensiero nasconde, sotto l’apparenza di un’estrema semplicità, una verità di grande significato, accordandosi perfettamente con un altro pensiero di Origene che da solo vale un bel libro. ‘Niente - scrive questi – può cambiare tra gli uomini indivinamente’. Tutti gli uomini avvertono questa verità anche senza sapersene rendere conto. L’istintiva avversione di ogni spirito retto per le innovazioni nasce da questo”. Tale convinzione può dunque convivere, in De Maistre come in ogni cristiano, con un certo ottimismo escatologico. Perché da un lato “se c’è qualcosa di evidente nell’uomo è l’esistenza di due forze contrapposte – e io aggiungerei disuguali – che si combattono senza tregua nell’universo. Non vi è nulla di buono che non sia contaminato o alterato dal male; ma dall’altro “non vi è male che non sia incalzato e attaccato dal bene che spinge incessantemente tutto ciò che esiste verso uno stato più perfetto”. Ecco, se v’’è forse una debolezza in queste considerazioni è nella locuzione “stato più perfetto” che effettivamente sembra alludere, in modo contraddittorio, ad una qualche forma di progresso. Ma se nella storia si progredisce, allora il male non agirebbe liberamente, pur con il “permesso” di Dio, e non potrebbe dispiegare la sua potenza, puntando a fare dell’umanità intera una massa damnata. Se la Provvidenza intervenisse nella storia modificando la sua fondamentale struttura di peccato, anche quanto alle conseguenze permanenti della caduta, che persistono dopo l’opera redentrice del Cristo come propensione alla ribellione contro Dio (“concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita”- 1 Gv, 2,16),  allora la storia stessa si concluderebbe nel punto “più perfetto”, non ci sarebbe nessun bisogno di una seconda venuta del Messia e vi sarebbe, tra secolo e Regno, non un salto ma una tranquilla continuità, come auspicato da tutte le forme gnostiche, neo gnostiche, pelagiane o neo pelagiane di ideologia del progresso. Inoltre, tutta la letteratura apocalittica cristiana sarebbe smentita, a partire da Mt 24. Tutto ciò, come afferma Pieper rifiutando ogni progressismo e anche ogni forma una “filosofia sconsolata del più radicale pessimismo”, fa sì che non “ci si possa attendere un’immagine della storia che si offra con i caratteri della semplicità o della facilità” (J. Pieper, La fine del tempo, tr. it., Morcelliana, Brescia 1954, p. 31). In realtà la Provvidenza, come si dice popolarmente, scrive dritto su righe storte: le righe sono i binari della storia post peccatum, la scrittura “dritta” è la mancanza di un determinismo storico assoluto, tale per cui nel complesso degli eventi, alcuni contraddicono il corso generale, e una civitas Dei può crescere in direzione contraria alla civitas Diaboli, come sua eccezione e contraddizione, che rimane a testimonianza di un regno quale enclave in un territorio nemico (come attesta la spiritualità monastica), prima della battaglia finale. Quindi Dio rimane Signore della storia non perché occasionalisticamente essa diventi il pretesto per un suo continuo intervento - con sovrana indifferenza per le cause seconde – ma perché essa mai si può sottrarre alla sua vigilanza e all’amore che egli porta ad ogni singolo attore umano, che viene gratificato a prescindere dal suo merito, in misura di un’iniziativa divina che supera ogni cogenza delle circostanze, dei tempi, dei luoghi, e delle loro dinamiche amartiologiche.

[22] Il pensiero di O. Spengler, esposto nel Tramonto dell’occidente, Longanesi, Milano 2008, non accoglie una filosofia strettamente involutiva della storia, perché quest’ultima è il teatro di una pluralità di civiltà che nascono, crescono e muoiono. Ciò non toglie che l’autore si sofferma in modo particolare sulla fase finale della civiltà occidentale, resa comprensibile mediante l’intera costruzione della mappa delle forme civili in cui si manifesta il divenire dell’umanità. Rimane pertanto vivo nel grande autore tedesco, appunto, il pathos del tramonto.

[23] Cfr. la visione ciclica della storia e la dottrina delle quattro età esposta sinteticamente da R. Guénon, La crisi del mondo moderno, tr. it. Mediterranee, Roma, 1985, p. 25: “La dottrina indù insegna che la durata di un ciclo dell’umanità terrestre, al quale essa dà il nome di manvantara, si divide in quattro età che segnano altrettante fasi di un oscuramento progressivo della spiritualità primordiale. Si tratta degli stessi periodi che, da parte loro, le tradizioni dell’antichità occidentale designarono come le età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro. Noi ci troviamo presentemente nella quarta età, nel kali-yuga o età oscura”. J. Evola si diffonde maggiormente in Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma 1988, p. 221 e segg..

[24] J. Evola, Cavalcare la tigre, Scheiwiller, Milano 1971: Per Evola siamo l’inverno della civiltà, proprio in quello che ci rende orgogliosi: scienza, tecnica, economia, società. Bisogna leggere ogni successo del moderno come una corrispondente malattia dello spirito, perché è legato indissolubilmente alla fiducia nell’incremento della potenza materiale e nella deformazione dell’uomo nell’ideale del gregge e delle masse: il moderno è il regime del autolimitazione scientifica del sapere all’immanenza; il regime della fiducia nell’autoemancipazione tecnologica dell’umanità limitato al dominio della materia; è il regime della demonìa dell’economia e dell’accumulazione infinita fino al soffocamento di ogni energia non quantificabile e monetizzabile; è il regime dell’ultimo uomo che glorifica la dimensione gregaria di un’umanità abbruttita dall’orgia oclocratica della relazione di gruppo, indeterminata, informe, senza qualità e senza differenza. Cavalcare la tigre è una rassegna delle possibilità che si aprono all’uomo che voglia differenziarsi dal proprio mondo e dalla propria epoca per saltare in groppa alla bestia trionfante della modernità, alla tigre che tutto aggredisce distrugge, senza farsi divorare. Più che un manuale di sopravvivenza, è una riflessione su come vincere se stessi in un mondo ostile, sapendo che l’adulazione che esercita la realtà sull’interiorità umana è potente e pericolosa. Solo un riferimento forte a una tradizione metafisica e religiosa primordiale, considerata nei suoi aspetti attivistici, in certa misura superomistici e militari e non certo devozionali, può offrire un valido appoggio costituendo un assoluto pratico da opporre al prevalere del relativo, dell’opaco e dell’informe.

[25] N. Mochi-Poltri, A duecento anni dalla morte di De Maistre, “Il pensiero storico”

[26] Mentre si domanda da dove viene in lui l’idea di Dio, Cartesio enuncia chiaramente entrambi i principi quei accennati, riassumendo una tradizione antica che viene da Parmenide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Tommaso e prosegue con Spinoza, Leibniz e Kant: Se le idee del cielo della terra, della luce e del calore potevano essere tratte da se stesso perché vi ravvisa nulla che li facesse “a sé superiori”, “ciò non poteva accadere riguardo all’idea di un essere più perfetto di me (Dio, n.d.r.); derivare tale idea dal nulla, infatti, era cosa manifestamente impossibile; e poiché non è meno contraddittorio che il più perfetto segua e dipenda dal meno perfetto che qualcosa derivi dal nulla, non potevo nemmeno avere quella idea da me stesso”. Cartesio, Discorso sul metodo, IV.

[27] Così R. Guenon, La crisi, cit., p. 26: “Ci si domanderà senza dubbio perché lo sviluppo ciclico deve compiersi in un tale senso discendente, dal superiore verso l’inferiore, cosa che, come lo si rileverà senza fatica, è la negazione stessa dell’idea di “progresso” quale i moderni la intendono. Il fatto è che lo sviluppo di ogni manifestazione implica necessariamente un allontanamento sempre maggiore dal principio da cui essa procede. Partendo dal punto più alto, essa tende per forza al basso e, come i corpi pesanti, vi tende con una velocità sempre crescente, finché essa trova un punto d’arresto”, che rappresenta la fine del ciclo e una nuova apocatastasi o ricostituzione del tutto.

[28] Cfr. L. Marechal, Adán Buenosaires, tr. it. Vallecchi, Firenze 2010, pp. 555-563.

[29] R. Williams, Fenomenologia del peronismo: comunidad, individuo y nación, Biblos, Buenos Aires 2015, ed. dig., pos 1567 e segg.

[30] L. Marechal, Descenso y ascenso del hombre por la belleza, Perfil, Buenos Aires, 2020, pp. 15-72, qui pp. 62-63 (trad. mia).

[31] J. Evola, Cavalcare, cit., pp. 69-70.

[32] Per un approfondimento rimando al mio La penultima guerra. Il katéchon nella dottrina dell’ordine politico di Carl Schmitt, LED, Milano 2006, senza dimenticare, tra i tanti, l’importante testo di M. Cacciari, Il potere che frena, Adelphi, Milano 2013.

[33] Sulla funzione rivoluzionaria del katéchon, rimando ancora al mio testo, M. Maravigla, cit., p. 288.

[34] Joseph de Maistre, Considerazioni sulla Francia, tr. It. Editori Riuniti, Roma 1985, p. 96.

[35] M. Boffa, La rivoluzione e la controrivoluzione, in F. Furet (cur.), L’eredità della rivoluzione francese, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 101, qui p. 75.

[36] Ho rilevato questo mostruoso relativismo nel mio commento a Lenin, Stato e rivoluzione, tr. it., Oaks, Milano 2020, soffermandomi sul seguente assioma gramsciano: “La verità è la tattica della rivoluzione proletaria” (pp. XXXVI-XLII).

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