mercoledì 28 novembre 2018

I ragazzi di Pino


I ragazzi di Pino non hanno voglia di studiare. E come si potrebbe quando si è rimasti affascinati? (Quando si è ancora dentro al tremore del fascino). Ma che cosa li affascina? Non sono i discorsi di un deputato o di un capocorrente di partito. Troppo poco: i ragazzi di Pino non sono mica scemi. E’ una storia, cioè lo sviluppo coerente di fatti che investono la tua vita e la vita degli altri. Avere una storia (e fare una storia) non è cosa semplice. Vuol dire cogliere l’unità degli eventi laddove vi è solo dispersione. E l’unità dà sempre senso e direzione. Ecco perché, ai loro occhi abituati alla storia, studiare significa accogliere la borghese prospettiva di una vita da individuo, magari una vita ben riuscita, magari ricca e piena di onori, ma dentro quella prigione che non ha muri che ti dice che, dove finisce il tuo mondo, lì anche finisce la tua avventura. I ragazzi di Pino invece lucidamente affermano di venire da un altro mondo e di volerne un altro ancora. Viaggiano fra tre mondi, seduti sulle spalle di giganti che hanno vissuto la bella tragedia dell’Italia, e vedono un po’ più lontano dei loro amici del presente. E quel futuro che scorgono li strappa a loro stessi. Essi hanno, grazie a quel futuro, una singolare vocazione a vivere il presente da militanti. Il vocabolo “militante” contiene la parola miles, cioè soldato, ma non riguarda il mondo della guerra guerreggiata. Il Maestro dice che la guerra guerreggiata è solo la piccola guerra santa. Il grande jihad è un’altra cosa. Diremmo che non è cosa da militari, ma da militanti, da coloro cioè che hanno trovato nella vita un tesoro spirituale, se ne fanno portatori coscienti e coerenti e ne fanno la milizia della loro esistenza. Bene: il tesoro ti strappa a te stesso, è il futuro dell’utopia che stira il tuo spirito verso le regioni iperboree della verità. Stira nel senso proprio del termine, perché intanto, mentre si allunga verso la meta, lo spirito vive nel presente e raffina gli artigli razionali della lotta. Sì, perché il militante è giovane e pertanto ingenuo sul novantanove per cento delle cose della vita, ma su quel centro utopico dell’esistenza è allenato da un lungo, appassionato e talora acrobatico esercizio della ragione e del corpo. I ragazzi di Pino non hanno voglia di studiare, a scuola tardano spesso, perché sono impegnati altrove a distribuire volantini…però sono dei razionalisti. L’utopia risveglia la ragione, perché è la messa a prova delle sue capacità, chiamate ad applicarsi fino all’impossibile assoluto che giace appena al di là dei suoi confini. I ragazzi di Pino hanno trovato un senso nella storia, sanno che questa è l’età oscura, vivono appieno lo sbandamento della post-modernità, ma possiedono un tesoro coltivato con la ragione e con la ragione tracciano una strada. E discutono negli scantinati, e si dividono in microcorrenti di pensiero, ma si aiutano, amano e si divertono, come quelli della loro età, solo che sono un po’ più ricchi. Un vecchietto li guida. Essi ben conoscono la fallibilità di tutti e sanno anche che, dopo aver fatto fuoco sul quartier generale, devono romana pietas ai loro capi. Essi ben sanno che è difficile per lui. Ma trovano che il cuore vibra alle stesse note. Trovano nell’uomo quella stessa esperienza utopica e razionale che li anima…e dunque per ora vanno.
E’ vietato solo essere nostalgici, ammanettando al passato quella tridimensionalità della storia nella quale si milita. Perché altrimenti tutto sarebbe morto, mentre i ragazzi di Pino cercano sempre, nel loro grande opus contra naturam, di vedere nella morte la bellezza del futuro, di quel futuro assoluto della Rivoluzione in cui sempre si sforzano di dislocare la propria vita. La morte viene anche per Pino, ma già i suoi ragazzi cercano l’oltre, lasciandosi dietro solo quella lacrima che non sono riusciti a ricacciare, come fanno gli uomini.

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