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mercoledì 28 agosto 2024

Leopoldo Marechal saluta Filippo Tommaso Marinetti

 

Probabilmente lo sbarco del futurismo in Argentina risale al 5 aprile 1909, quando il poeta modernista Rubén Darío pubblica nel giornale La Nación di Buenos Aires l'articolo "Marinetti e il futurismo", dando notizia del Manifesto  diffuso a Parigi il 20 febbraio su Le Figaro. Nel 1926 il fondatore del movimento, ormai riconosciuto a livello mondiale, si reca in Argentina nel primo dei suoi viaggi oltreoceano. Lo accolgono i giovani entusiasti della rivista d'avanguardia Martín Fierro, un gruppo nel quale già i pittori Emilio Pettoruti e Xul Solar avevano viaggiato in Italia e incontrato diversi artisti futuristi. La rivista nel 1924 aveva informato i suoi lettori della pubblicazione del tabloid “Rovente futurista”, calco dell’omonima rivista parmense nata da un'iniziativa di Pietro Illari, che il suo fondatore replica a Buenos Aires dopo esservi trasferito. Quindi l’interesse per le innovazioni italiane si era già manifestato e, in coerenza con tale orientamento, nel 1926 i martinfierristi dedicano buona parte del numero 29-30 del luglio 1926 al futurismo e al suo fondatore. Tra i molteplici interventi, si incontra questo importante, simpatico e poetico articolo di Leopoldo Marechal, giovane promessa delle lettere argentine, mantenuta nelle decadi successive con opere di rilievo assoluto come il romanzo Adán Buenosaires (1948, tradotto in Italia da Vallecchi), la raccolta poetica Heptamerón (1966), i saggi di estetica tra cui il Descenso y ascenso del alma por la belleza (1939), o le opere teatrali tra le quali  La batalla de José Luna (rappresentato per la prima volta nel 1967).


Non è vero che Marinetti l’è morto, Pun!

Marinetti, Pun!

Marinetti, Pun!


Così dovrebbe modificarsi la canzone sabbatica del volgari - rumorosi parvenu della notte - che all'alba delle domeniche musicano gli omnibus ebbri di caffè e dell'Orchestra delle Signorine.

Marinetti sopravvive al suo mezzo secolo di pugilato. In America sta regalando a volte un eccesso delle sue autorevoli pastiglie di stupore. È un Messia con gilet di futuro; e davanti all'indignazione degli uomini accarezzò molte volte la nutrita barba della sua svergognatezza geniale.

Non ricorderò la sua opera, nemmeno ai suoi proseliti: Marinetti poté evitare l'opera scritta, inutile appendice del suo lavoro dinamico. Una lettura dell'antologia futurista pone in evidenza la travagliata esplorazione di uomini entusiasti, ma con mortali cadute nell'ieri, nell'avant'ieri e nel sempre della volgarità.

Io cerco Marinetti nei palcoscenici, quando verificava la produzione orticola del suo paese, una specie di stregone che cambiò l'ammirazione in applauso e lo scetticismo in legumi. Elogio la sua mira contro i vecchi bluff, la sua violenza da Girolamo Pagliano, la sua chirurgia brutale che infieriva sull’Italia sofferente il mal di Carducci e l'appendicite dannunziana.

                                                                                



C'è un'epoca dell'arte nella quale le rotte appaiono esaurite definitivamente. Le idee e i sistemi arrivano a quello stato di maturità, vicino alla putrefazione, che rende imminente la caduta di una sensibilità.

L'artista sente gravare il tedio delle vecchie fonti; un astio desolante si impossessa di lui a fronte del cadavere delle cose irrimediabilmente concluse.

Tutto il mattutino, tutto l'imprevisto e l’agilità del suo essere cerca un'espressione distinta che lo riveli nella sua forza totale e nella grazia libera dei suoi movimenti.

Allora il creatore si situa nell'altezza, come una vedetta docile a tutti i venti della possibilità. Il suo piede entusiasmante inaugura cammini a caso; tutti i giorni si sveglia accanto alla sua speranza, diventa guida nella topografia del dubbio e sa ricostruirsi, meraviglioso architetto.

Brandisce il suo fanatismo come una daga: è un incendiario, dinamitardo pugilatore. Ha l'orgoglio dell'uomo che possiede un angolo inedito di mondo e traccia un segno di quelli che mai arrivano, perché nella temporaneità del suo giorno si è avvicinato alla notte necessaria.

Questa è la gloria di Marinetti. Infuriò come il vento sopra l'albero di frutta andata a male; sfrondò le terre e rese suggestiva la facilità di un sentiero, perché al camminarvi quelli della mattina possano innalzare il loro sguardo. È il lato negativo di tutto il Rinascimento e una negazione annuncia la vicinanza di grandi affermazioni.

Niente rimarrà della sua opera: Marinetti è il gesto, l'atteggiamento superbo, il manifesto urlante fissato a un angolo del tempo. Strappò alla vita la sua cintura di castità che una retorica in menopausa le aveva allacciato, grazie a lui può rivelarsi una volta di più la nudità di Eva.

Io saluto in Marinetti tutti gli uomini liberi, tutti quelli che si azzardarono a dire che la bellezza non è una divinità statica, ma un movimento che assume la larghezza del nostro passo e diventa perfetta con la nostra stessa perfezione.


(tr. it. di M. Maraviglia)


mercoledì 8 luglio 2020

Chiamata e chiamante


“Sento che mi si chiama e penso che tutte le chiamate vengono da qualcuno che chiama. Mi dico allora che dalla natura della chiamata si dà a conoscere la natura di colui che chiama.
Se quella che ascolto è una vocazione o chiamata d'amore, Amato è il nome di chi mi chiama; se è d'amore infinito, Infinito è il nome dell’Amato.
Se la mia vocazione amorosa tende il possesso del bene unico, infinito ed eterno, Bontà è il nome di chi mi chiama.
Se il Bene è celebrato come bello, Bellezza è il nome di chi mi chiama.
Se la bellezza è splendore del vero, Verità è il nome di chi mi chiama.
Se questa verità è il principio di tutto il creato, Principio è il nome di chi mi chiama.
Se riconosco ora il mio destino finale nel possesso perpetuo del Bene così celebrato e così conosciuto, Fine è il nome di chi mi chiama.
E siccome tutti questi nomi attribuiti a colui che mi chiama solo convengono alla divinità, Dio è il nome di chi mi chiama”.  

                           Leopoldo Marechal, Descenso y ascenso del alma por la belleza

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

giovedì 25 giugno 2020

Lettera di Juan Domingo Perón per la morte di Ernesto Che Guevara


Quando negli anni '80 collaborai alla diffusione e alla strenua difesa delle tesi contenute in un volantino del Fronte della Gioventù milanese su Che Guevara, che ne difendeva la memoria e ne rivalutava la figura, non conoscevo questo testo. Viaggiando per il web in cerca di altre cose, mi ci sono imbattuto e ho creduto necessario tradurlo velocemente e presentarlo. E' l'omaggio a un uomo che rappresenta qualcosa di alto e nobile e che credo appartenga più alla mia tradizione politico culturale che non a quella cui egli stesso si affiliò. In ciò sono confortato dall'autorità morale e politica che parla attraverso questa lettera e che ricorda quanto la bellezza della causa nazionale debba tenersi lontano da tentazioni borghesi, destrorse, conservatrici, oligarchiche, tracciando sul piano etico prima ancora che politico una ben precisa linea di demarcazione. 


Compagni, con profondo dolore ho ricevuto la notizia di un'irreparabile perdita per la causa dei popoli che lottano per la loro liberazione. Noi che abbiamo abbracciato questo ideale ci sentiamo affratellati con tutti quelli che in qualsiasi luogo del mondo e sotto qualsiasi bandiera lottano contro l'ingiustizia, la miseria, la schiavitù. Ci sentiamo affratellati con tutti coloro che con coraggio e decisione affrontano la voracità insaziabile dell'imperialismo che, con la complicità degli oligarchi apolidi, sostenuta dai militari burattini del Pentagono, mantiene i popoli nell’oppressione.
 Oggi è caduto in questa lotta, come un eroe, la figura giovane più straordinaria che ha dato la rivoluzione in Latinoamerica: è morto il comandante Ernesto Che Guevara.
 La sua morte mi lacera l'anima perché era uno dei nostri, forse il migliore: un esempio di condotta, di distacco, di spirito di sacrificio e di rinuncia.  La profonda convinzione nella giustizia della causa che abbracciò gli diede la forza, il coraggio, il valore che oggi lo elevano alla categoria di eroe e martire.
Ho letto alcuni cablogrammi che pretendono di presentarlo come un nemico del peronismo. Nulla di più assurdo. Ammesso e non concesso che nel 1951 sia stato coinvolto in un progetto golpista, quale età aveva allora? Io stesso, essendo un giovane ufficiale, ho partecipato al golpe che spodestò il governo popolare di Ippolito  Yrigoyen. Anch'io in quel momento sono stato strumentalizzato dall’oligarchia. L'importante è rendersi conto di quegli errori e cercare di emendarli. E il Che li emendò, eccome!!!
Nel 1954, quando in Guatemala lottò in difesa del governo popolare di Giacomo Arbenz, prima del prepotente intervento armato degli yankees, io personalmente diedi istruzioni alla cancelleria perché risolvesse la difficile situazione che si presentava di fronte a questo valente giovane argentino; e fu così che partì verso il Messico.
 La sua vita, la sua epopea, è l'esempio più puro in cui si devono specchiare i nostri giovani, i giovani di tutta l'America Latina.
Non mancheranno coloro che pretendono di sbiadire la sua figura: l'imperialismo, timoroso dell’enorme prestigio che già aveva guadagnato presso le masse popolari; altri che non vivono la realtà dei nostri popoli soggiogati. Già mi sono giunte notizie che il Partito Comunista Argentino, furtivamente, prepara le calunnie. Ciò non deve sorprendere, poiché sempre (tale partito) si è caratterizzato per marciare contromano rispetto al processo storico nazionale. Sempre è stato contro i movimenti nazionali e popolari. Di questo possiamo, da peronisti, offrire ampie testimonianze.
L'ora dei popoli è giunta e le rivoluzioni nazionali in Latinoamerica sono un fatto irreversibile. L'attuale equilibrio sarà rotto perché è infantile pensare che si possano superare senza rivoluzione le resistenze delle oligarchie e dei monopoli finanziari dell’imperialismo.
Le rivoluzioni socialiste si devono realizzare; che ciascuno abbia la sua, non importa il marchio. Perciò e a tal fine devono collegarsi tra loro tutti i movimenti nazionali, nella stessa forma nella quale sono solidali tra loro gli usufruttuari del privilegio. La maggioranza dei governi dell'America Latina non può risolvere i problemi nazionali semplicemente perché non risponde agli interessi nazionali. Di fronte a questo non credo che le espressioni rivoluzionarie verbali bastino. È necessario entrare nell’azione rivoluzionaria con una base organizzativa, con un programma strategico e tattiche che rendano effettiva la concretizzazione della rivoluzione. E questo compito deve essere portato avanti da coloro che se ne sentono capaci. La lotta sarà dura, però il trionfo definitivo sarà dei popoli.
 I nemici avranno una forza materiale superiore alla nostra, ma noi contiamo nella straordinaria forza morale che ci offre la convinzione della giustizia della causa che abbiamo abbracciato e della ragione storica che ci conforta.
Il peronismo, coerente con la sua tradizione e con la sua lotta, come Movimento Nazionale, Popolare e Rivoluzionario, rende il suo omaggio emozionato all'idealista, al rivoluzionario, il comandante Ernesto Che Guevara, guerrigliero argentino morto in azione impugnando le armi nel perseguire il trionfo delle rivoluzioni nazionali in Latinoamerica.


Juan Domingo Perón,
Madrid, 24 ottobre 1967

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venerdì 15 maggio 2020

Leopoldo Marechal: La scoperta della Patria




Leopoldo Marechal (1900-1970) è uno dei più grandi scrittori argentini del Novecento. A noi che nel calcio godiamo dei dualismi  – Mazzola-Rivera; Baggio-Del Piero – non sarebbe difficile immaginare il centrocampo della letteratura argentina dilaniato dal contrapposizione Borges-Marechal. Malgrado l’enorme diversità di risonanza mondiale del primo, il secondo è genio altrettanto vitale, fecondo e assoluto. In più mantiene quel fascino politicamente scorretto  di un’orgogliosa capacità di soffrire per le sue idee che ce lo rende simpatico ed empatico: soffrì una grande congiura del silenzio e la solitudine dell’emarginazione culturale in quel Paese che, potremmo dire, vendicandosi della sua militanza peronista, “gli fece del male”, benché non nella misura in cui la Francia colpì Robert Brasillach.  E come lo scrittore francese pubblicò nel 1939 I sette colori, dove sperimentò i sette prismi del romanzo, l’argentino nel 1966 diede alle stampe l’Heptamerón in cui sgranò i sette giorni di una poesia cosmica e totale che ambiva a dar conto del significato complessivo della vita. E come nel Francese lo scorrere della vita e della giovinezza è il luogo della ricerca incessante di una Patria che è sogno, esperimento, entusiasmo di un destino comune finalmente ritrovato; nell’Argentino la Patria è componente essenziale della Bildung di sé e del mondo, che trova il suo senso finale nel compimento escatologico … la Patria è sempre  nel tempo e nelle età cerniera metafisica che “eleva in virtù dell’ordine della grazie al soprannaturale”[1]. La sensibilità storico-epocale che vede con Brasillach nel fascismo “immenso e rosso” la “poesia del Ventesimo Secolo”, in Marechal è sostituita dal pathos metastorico di una dimensione verticale tramite la quale, dopo essersi immerso entusiasticamente nei gorghi della storia, Marechal la giudica dall’alto, senza perdere nulla delle ferite e delle lezioni che essa ha lasciato nei corpi e nell’anima.  Scrittore giustiziato l’uno, poeta deposto[2] l’altro, ma tutti e due artisti attraverso la Patria, che attraversano e si lasciano attraversare dalla Patria, dalle sue frecce che trafiggono, dalle sue gioie guerresche, dalla sua gioventù acerba, quella che fa capolino in particolare  nell’eccezionale prova di grandezza creativa del Descubrimiento de la Patria che vi sottopongo dopo aver tentato di  tradurla, facendo del mio meglio, senza alcuna pretesa se non quella di condividere una bellezza. Il Descubrimiento fa parte di una delle sette giornate dell’ Heptamerón, intitolata La Patriótica e offre un peculiare concentrato delle tematiche metafisico e teologico-politiche di  Marechal. In lui c’è tutta la grande ambiguità dell’occidente latino americano: l’esito della migliore civiltà europea, il suo definitivo tramonto, ma anche il suo distillato giovanissimo. Come se proprio dove finisce l’Occidente, nella mistura indefinita di avventurieri, militari, mistici ed ecclesiastici, immigrati, lavoratori e cercatori di fortuna, che si portano dietro il vecchio mondo cancellando per sempre la costa dalla quale provengono, si raccogliesse tutta la grandezza della sua eredità.  Come se quest’eredità trovasse nuova giovinezza negli altipiani delle Ande o nelle pianure dell’Argentina del Sud, in quel Sud dove la nuova Patria si incarna, rinasce e rivive dalle profondità della terra verso le altezze del cielo, malgrado corra sempre il rischio di perdersi nelle preoccupazioni per la sopravvivenza che invadono i nuovi arrivati, o anche nelle nuove seduzioni della ricchezza e del denaro. Questo ci racconta la Scoperta della Patria che è anche un suo più intimo e mistico disvelamento, sempre sul crinale posto tra l’evanescenza spiritualistica e onirica e la grossolanità materialistica, un disvelamento che è propriamente il senso di un’incarnazione: spirito che si fa carne, carne e terra che nutrono lo spirito. Ciò avviene non senza dolore: la scoperta della Patria è la condivisione della sofferenza connessa al venire al mondo e al crescere. La Patria è una bambina che cresce nel dolore, che dà preoccupazione e che lascia dolore … ma che al tempo stesso porta con sé le gioie della giovane terra del Sud dove si è stabilita e dove fiorirà, di là dalla vita e dalle vicende di ciascuno. Vita e morte, gioia e dolore, sangue e sorrisi, armi e lavoro, innocenza e disincanto, tutto si incontra in questo grande affresco della Patria, tutto si trova nel tutto della Patria!

Descubrimiento de la Patria

               1
Dije yo en la ciudad de la Yegua Tordilla:
“La Patria es un dolor que aún no tiene bautismo”.
Los apisonadores de adoquines
me clavaron sus ojos de ultramar;
y luego devoraron su pan y su cebolla
y en seguida volvieron al ritmo del pisón.

                2

¿Con qué derecho yo definía la Patria,
bajo un cielo en pañales
y un sol que todavía no ha entrado en la leyenda?
Los apisonadores de adoquines
escupieron la palma de sus manos:
en sus ojos de allende se borraba una costa
y en sus pies forasteros ya moría una danza.
“Ellos vienen del mar y no escuchan”, me dije.
“Llegan como el otoño: repletos de semilla,
vestidos de hoja muerta.”
Yo venía del Sur en caballos e idilios:
“La Patria es un dolor que aun no sabe su nombre”.

                3

Una lanza española y un cordaje francés
riman este poema de mi sangre:
yo también soy un hijo del otoño,
que llegó del oriente sobre la tez del agua.
¿Qué harían en el Sur y en su empresa de toros
un cordaje perdido y una lanza en destierro?
Con la virtud erecta de la lanza
yo aprendí a gobernar los rebaños furiosos;
con el desvelo puro del cordaje
yo descubrí la Patria y su inocencia.

                4

La Patria era una niña de voz y pies desnudos.
Yo la vi talonear los caballos frisones
en tiempo de labranza;
o dirigir los carros graciosos del estío,
con las piernas al sol y el idioma en el aire.
(Los hombres de mi estirpe no la vieron:
sus ojos de aritmética buscaban
el tamaño y el peso de la fruta.)

                5

La Patria era un retoño de niñez
en el Sur aventado, en la llanura
tamborileante de ganaderías.
Yo la vi junto al fuego de las yerras:
¡estampaba su risa en los novillos!
O junto al universo de los esquiladores,
cosechando el vellón en las ovejas
y la copla en las dulces guitarras de setiembre.
(No la vieron los hombres de mi clan:
sus ojos verticales se perdían
en las cotizaciones del Mercado de Lanas).

                6

Yo vi la Patria en el amanecer
que abrían los reseros con la llave
mugiente de sus tropas.
La vi en el mediodía tostado como un pan,
entre los domadores que soltaban y ataban
el nudo de la furia en sus potrillos.
La vi junto a los pozos del agua o del amor,
¡niña, y trazando el orbe de sus juegos!
Y la vi en el regazo de las noches australes,
dormida y con los pechos no brotados aún.

                7

Por eso desbordé yo en mi copa de tierra
y un cachorro del viento pareció mi lenguaje.
Por eso no he logrado todavía
sacarme de los hombros este collar de frutas,
ni poner en olvido aquel piafante
cinturón de caballos
ni esta delicia en armas que recogí en Maipú.

                8

Guardosos de semilla,
vestidos de hoja muerta,
los hombres de mi clan ignoraron la Patria.
Con el temblor sin sueño del cordaje
la descubrí yo solo allá en Maipú.
Y de pronto, en el mismo corazón de mi júbilo,
sentí yo la piedad que se alarmaba
y el miedo que nacía.
“La Patria es un temor que ha despertado”,
me dije yo en el Sur y en su empresa de toros.
“Niña y pintando el orbe de su infancia,
en su mano derecha reposa la del ángel
y en su izquierda la mano tentadora del viento.”
El temor de la Patria y su niñez
me atravesó encostado (la cicatriz me dura).

                9

Tal fue la enunciación, el derecho y la pena
que traje a la Ciudad de la Yegua Tordilla.
Y así les hablé yo a los inventores
de la ciudad plantada junto al Río,
y a sus ensimismados arquitectos,
o a sus frutales hombres de negocio:
“La Patria es un dolor en el umbral,
un pimpollo terrible y un miedo que nos busca.
No dormirán los ojos que la miren,
no dormirán ya el sueño pesado de los bueyes.”
(Los apisonadores de adoquines
masticaban su pan y su cebolla.)

                10

Y así les hablé yo a los albañiles:
“La Patria es un peligro que florece.
Niña y tentada por su hermoso viento,
necesario es vestirla con metales de guerra
y calzarla de acero para el baile
del laurel y la muerte”.
(Los albañiles, desde sus andamios
hacían descender cautelosas plomadas).

                11

Y dije todavía en la Ciudad,
bajo el caliente sol de los herreros:
“No solo hay que forjar el riñón de la Patria,
sus costillas de barro, su frente de hormigón:
es de urgencia poblar su costado de Arriba,
soplarle en la nariz el ciclón de los dioses.
La Patria debe ser una provincia
de la tierra y del cielo”.

                12

Me clavaron sus ojos en ausencia
los amontonadores de ladrillos.
Los abismados hombres de negocio
medían en pulgadas la madera del norte.
Nadie oyó mis palabras, y era justo:
yo venía del Sur en caballos y églogas.

                13

Y descubrí en mi alma: “Todavía no es tiempo:
no es el año ni el siglo ni la edad.
La niñez de la Patria jugará todavía
más allá de tu muerte y la de todos
los herreros que truenan junto al río”.

                14

La Patria no ha de ser para nosotros
una madre de pechos reventones;
ni tampoco una hermana paralela en el tiempo
de la flor y la fruta;
ni siquiera una novia que nos pide la sangre
de un clavel o una herida.

                15

Yo la vi talonear los caballos australes,
niña y pintando el orbe de sus juegos.
La Patria no ha de ser para nosotros
nada más que una hija y un miedo inevitable,
y un dolor que se lleva en el costado
sin palabra ni grito.

                16

Por eso, nunca más
 hablaré de la Patria.
Scoperta della Patria



1
Io lo dissi nella città della Cavalla Learda:
“La Patria è un dolore non ancora battezzato”.
Cantonieri e stradini
fissarono su me i loro occhi d’oltremare;
e poi divorarono il loro pane e cipolla
e subito tornarono al ritmo del martello.

2

Con quale diritto definivo io la Patria
sotto un cielo in fasce
e un sole che ancora non è entrato nella leggenda?
Cantonieri e stradini
sputarono sul palmo delle loro mani:
nei loro occhi transmarini si depennava una costa
e nei loro piedi stranieri già moriva una danza.
“Vengono dal mare e non ascoltano”, mi dissi.
“Arrivano come l’autunno: pieni di semenza,
vestiti di foglia morta”.
Io venivo dal Sud su cavalli e idilli:
“La Patria è un dolore che ancora non sa il suo nome”

3

Una lancia spagnola e corde francesi
rìmano questo poema del mio sangue:
anch’io sono un figlio dell’autunno
che arrivò dall’oriente sulla pelle dell’acqua.
“Che cosa farebbero nel Sud e nelle loro fattorie taurine
corde perdute e una lancia in esilio?
Con la virtù dritta della lancia
ho imparato a governare le greggi furiose;
con la veglia pura delle corde
io scoprii la Patria e la sua innocenza.

4

La Patria è una bambina dalla voce e dai piedi nudi.
Io la vidi tallonare i cavalli frisòni
nel tempo dell'aratura;
o guidare i carri graziosi dell’estate
con le gambe al sole e parole all’aria.
(Gli uomini della mia stirpe non la videro:
i loro occhi d’aritmetica cercavano
la grandezza e il peso della frutta).

5

La Patria era un germoglio d’infanzia
nel Sud ventoso, nella pianura
tambureggiante d’armenti.
Io la vidi vicino al fuoco delle marchiature:
stampava le sue risa sui vitelli!
O vicino all’universo dei tosatori,
raccogliere il manto delle pecore
e la solfa[3] nelle dolci chitarre di settembre.
(Non la videro gli uomini del mio clan:
i loro occhi verticali si perdevano
nelle quotazioni del Mercato della Lana).

6

Io vidi la Patria all’alba
che i mandriani aprivano con la chiave
muggente dei loro branchi.
La vidi nel mezzogiorno tostato come un pane
tra i domatori che slacciavano e legavano
il nodo della furia sui loro puledri.
La vidi vicino ai pozzi d’acqua e d’amore,
bambina,  tratteggiare l’orbita dei suoi occhi!
E la vidi nel grembo delle notti australi
addormentata coi seni non ancora germogliati.

7

Per questo traboccai nel mio calice di terra
e un cucciolo di vento sembrò il mio parlare.
Per questo non sono ancora riuscito
a togliermi dalle spalle questo collare di frutta,
né a dimenticare quella scalpitante
cintura di cavalli
né questa gioia guerresca che raccolsi a Maipù[4].

8

Custodi di semenza,
vestiti di foglia morta,
gli uomini del mio clan ignorarono la Patria.
Con il vibrare senza sonno delle corde
la scoprii io solo là a Maipù.
E subito, nel cuore stesso del mio tripudio,
io sentii la pietà che si allarmava
e la paura che nasceva.
“La Patria è un timore che si è svegliato”,
mi dissi io nel Sud e nelle sua fattoria di tori.
“Dipingendo, bambina, l’orbita della sua infanzia,
nella sua mano destra riposa quella dell’angelo
e nella sua sinistra la mano tentatrice del vento”.
Il timore della Patria e la sua infanzia
mi attraversò il costato (la cicatrice mi dura).

9

Tale fu l’enunciazione, il diritto e la pena
che trassi alla Città della Cavalla Learda.
E così parlai io agli inventori
della città piantata vicino al fiume
e ai suoi architetti assorti,
o ai suoi fruttanti uomini d’affari:
“La Patria è un dolore alla soglia,
un bocciolo terribile e una paura che ci cerca.
Non dormiranno gli occhi che la guardino,
non dormiranno  il sonno pesante dei buoi”.
(Cantonieri e stradini
masticavano il loro pane e cipolla).

10

E così io parlai ai muratori:
“La Patria è un pericolo che fiorisce.
Bambina,  tentata dal suo bel vento,
è necessario vestirla con armature da guerra
e calzarla d’acciaio per il ballo
del lauro e della morte”.
(I muratori dai loro ponteggi
calavano prudenti fili a piombo).

11

E dissi ancora nella Città
sotto il caldo sole dei fabbri:
“Non solo bisogna forgiare le reni della Patria,
le sue costole di fango, la sua fronte di calcestruzzo:
è urgente riempire il suo costato dall’Alto,
soffiarle nel naso il ciclone degli dèi.
La Patria dev’essere una provincia
della terra e del cielo”.

12

Fissarono i loro occhi in un’assenza
quelli, ammonticchiando mattoni.
Gli assorti uomini  d’affari
misuravano in centimetri il legno del nord.
Nessuno udì le mie parole, ed era giusto:
io venivo dal Sud su cavalli ed egloghe.

13

E scoprii nella mia anima: “Ancora non è tempo:
non è l’anno, né il secolo, né l’era.
L’infanzia della Patria giocherà ancora
più in là della tua morte e di quella di tutti
I fabbri che tuonano vicino al fiume”.

14

La Patria non dev’essere per noi
una madre di petti rigonfi;
e nemmeno una sorella parallela nel tempo
del fiore e della frutta;
e neanche una fidanzata che ci chiede il sangue
di un garofano o di una ferita.

15

Io la vidi spronare i cavalli australi,
e, bambina,  dipingere l’orbita dei suoi occhi.
La Patria non dev’essere per noi
nulla più che una figlia e una paura inevitabile,
e un dolore che si porta nel costato
senza parola né grido.

16

Per questo mai più
parlerò della Patria.
                                    tr. it. di Massimo Maraviglia



[1] Carlos Solanes, El concepto cristiano de Patria: Francisco l. Bernárdez, Leopoldo Marechal, “Revista de Literaturas Modernas”, 2 (2013), pp. 103-113, qui p. 111.
[2] Così si autodefinì dopo l’ostracismo seguito alla caduta di Peron, alla cui prima esperienza politica (1946-1955) egli partecipò da protagonista.
[3] Traduco così il termine “copla” che significa “cobbola” cioè canzone (dal provenzale)  o appunto “solfa” nel senso arcaico di solfeggio, o più volgarmente “ritornello”.
[4] “Mi universo infantil era la llanura de Maipú, abierta de horizonte a horizonte, y la casa erigida en terrenos bajos que favorecían la presencia del agua y el afincamiento de un mundo volátil cuyo millón de alas negras, blancas y rosas herían el aire y escandalizaban la luz por cualquier motivo, ya fuera la irrupción de un jinete que se abría paso en los juncales, ya las evoluciones de algún nutriero que armaba sus trampas en el cañadón” (L. Marechal, Adán Buenosayres. Edición crítica, introducción y notas de Javier de Navascués. Ediciones Académicas de Literatura Argentina Siglos XIX y XX. Buenos Aires,  2013, p. 472): “Il mio universo infantile era la pianura di Maipù, aperta da orizzonte a orizzonte, e la casa costruita in terre basse che favorivano la presenza di acqua e la nidificazione di un mondo di volatili le cui ali nere, bianche e rosa ferivano l’aria e scandalizzavano la luce per qualsiasi motivo, e fuori la irruzione di un cavallerizzo che si apriva il passo tra i giunchi, e le evoluzioni di qualche cacciatore di lontre che armava le sue trappole nel canalone…”.

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

martedì 20 agosto 2019

La doppia identità del Perù (e dell'America latina): tra indigenismo-incaismo ed europeismo




Solo americani?
La questione se il Sudamerica possa appartenere ai suoi abitanti è interessante e complessa. Su questo tema, che non si analizza nel giro di un articolo, mi limito intanto a rilevare qui dal Perù  un fatto innegabile: c’è qualcuno che vuole convincere i popoli di questo continente ad essere soltanto americani. L’essere americani degli americani sembrerebbe un fatto di solare evidenza, ma si tratta in realtà della falsa evidenza di un luogo comune, purtroppo sempre più diffuso.

Bellezze di due mondi
 Sono a Cuzco, splendida capitale andina dell’impero Inca. Sono affascinato da questi monti rigogliosi, dopo le secchezze desertiche dei tre vulcani di Arequipa, il Chachani, il Misti, il Picchu Picchu. Da qui in un’oretta di treno e venti minuti di pullman si raggiunge il Machu Picchu, le rovine di una città che il popolo del Tawantinsuyu (nome dell’impero in lingua quechua) aveva costruito non sapendo che cosa avrebbe lasciato immaginare ai posteri … a volte le rovine dicono più delle forme intatte, perché condividono con la natura il pregio di saper alludere senza esaurire i propri contenuti. In questa allusione c’è molto del fascino incaico. Posso capire che vi si possa addirittura costruire un mito, se appena come in un facile giochetto enigmistico si uniscono i puntini: Machu Picchu, Qochirancha, la Valle sacra, Moray, Ollantaytambo,  Sillustani (più lontano, nei pressi del Lago Titicaca) … testimonianze, misteri, silenzi, accenni monumentali, altari e pietre, cielo e terra.

Ma a Cuzco c’è anche la splendida cattedrale, c’è il convento dei Mercedarios, con un magnifico chiostro a due piani, il primo adornato con un bellissima serie di dipinti raffiguranti episodi della vita di san Pedro Nolasco, il secondo con la vita di san Domenico … per non parlare del preziosissimo ostensorio barocco, tempestato di gemme, cesellato con arte da finissimi orefici, con la scultura di una sirena dal gigantesco corpo perlaceo al centro (la seconda perla più grande al mondo). A Cuzco ci sono ulteriori importanti esempi di architettura religiosa e soprattutto c’è la scuola cuzqueña, una tendenza artistica che fonde stili andini e temi cristiani, con una fecondità straordinaria, apprezzabile in alcune opere che ricordano il primitivismo di Gauguin o il naïf di Ligabue come il cristo Crocifisso del convento di santo Domingo, o come, ad Arequipa, l’eccezionale decorazione di una cappella della chiesa dei Gesuiti.


Insomma il visitatore viene continuamente sballottato di qui e di là, tra mondi diversi, eccezionalmente accostati e straordinariamente compenetrantesi.

Canzoni stonate
A rompere la magia di tale fantastico contrappunto interviene il ripetitivo ritornello di coloro che sono incaricati di “spiegare al turista” quello che vede. Qui comincia un vero e proprio festival della superficialità e del luogo comune che declina in tutti i modi il tema: “Quanto sono stati cattivi gli spagnoli e la Chiesa cattolica; quanto erano buoni gli Inca”.
Una guida magnifica la capacità architettonica inca, per poi lamentarsi di come le pietre dei templi precolombiani siano state utilizzate per costruire le chiese della città spagnola (io mi provo a far notare che ciò è accaduto, senza alcuna cattiveria, anche al Colosseo). Alla mia domanda sulle tecniche di costruzione di detti templi e su quale tipo di manodopera faceva il lavoro pesante del trasporto e dell’assemblamento delle parti degli edifici, mi sento rispondere così: “Gli inca non avevano schiavi, ma era il popolo che con tanto amore si sacrificava per la costruzione di tutte queste meraviglie” (ovviamente ciò è è falso: come tutti i popoli antichi, anche gli Inca schiavizzavano in parte o in tutto i popoli vinti).
In un’altra occasione una diversa professionista dimostra una buona dose di ideologizzazione con un ardito parallelo tra capitalismo, socialismo, comunismo e sistema socio politico incaico. Infatti c’era scambio di merci, tra diverse parti dell’impero con diverse vocazioni agricolo-produttive, capitalismo, ma tutti erano uguali, socialismo, e lo Stato provvedeva a distribuire le terre assegnandone una porzione coltivabile ad ogni famiglia, comunismo … forse un piccolo ripasso di storia contemporanea sulla natura delle “redistribuzioni di terre” e dell’organizzazione social comunista dell’agricoltura potrebbe giovare, a prescindere dalla compatibilità di questa uguaglianza socialista con una società gerarchica e piramidale, dominata da un aristocrazia di sangue con a capo un imperatore-dio…
Questa stessa signora, in totale accordo con chi l’aveva preceduta, ha occasione di segnalare che presso gli Inca non esisteva un sistema carcerario. Un po’ perché essi erano “innocenti” (sic!), un po’ per la straordinaria efficacia dei tre comandamenti dell’etica inca: Ama sua, Ama llulla y Ama quella (non rubare, non mentire, non essere pigro), un po’ perché, non senza una qualche contraddizione con la supposta bontà di quel popolo, in modo molto semplice e sbrigativo, chi trasgrediva veniva cacciato o fatto fuori.
Queste sono solo alcune delle mistificazioni che ho ascoltato, e di cui fra qualche riga cercherò di dare ragione. Alla tradizione orale, però, bisogna aggiungere qualche documento scritto, che mi permetterà di approfondire il loro quadro ideologico.

Frammenti romanzeschi e mito del buon selvaggio
Nel convento di Santo Domigo di Qochirancha a Cuzco è conservato un sito inca, proprio perché i domenicani lo hanno sfruttato come fondamento della loro sede. Trasformato in museo, ospita diverse architetture interessanti, più o meno adattate e restaurate, tutte adeguatamente, benché sinteticamente, spiegate da un’audioguida. In aggiunta a quest’ultima, ho potuto giovarmi della lettura un volantino riassuntivo che in due pagine, per il turista frettoloso, forniva un quadro della civiltà in questione. Nulla di pretenzioso, per carità, ma proprio per questa attitudine divulgativa, il documento è risultato assai sintomatico! Vi ho potuto leggere, infatti, tra le altre cose la seguente affermazione: “Gli Inca avevano una società molto organizzata, se reggevano mediante leggi giuste che tutti rispettavano, per questo non esistevano ladri, si proteggeva il prossimo e l’indifeso, non esisteva la proprietà privata, non vi era fame e non si conosceva il denaro. Queste leggi erano LLANK’AY (lavorare), MUNAY (amare) e YACHAY (sapere). Solo così essi poterono fare quello che fecero”. Di contro “quando arrivarono gli spagnoli iniziarono guerre sanguinose e tantissime persone morirono” anche se “molti furono vittime delle malattie che gli spagnoli portarono e che prima gli Inca non conoscevano, come l’influenza, il morbillo, il vaiolo” (non si capisce se il redattore attribuisce agli spagnoli anche la colpa di essere portatori sani di malattie…).
Potremmo qui dire: “Grazie Rousseau!!! Senza di te gli Inca non sarebbero mai esistiti!!!”, almeno in questa fantastica rappresentazione. C’è da dire, però, che in tale quadretto, che naturalmente falsifica i dati storici - per esempio, quando arrivarono gli spagnoli gli Inca erano appena usciti da una sanguinosa guerra civile tra i due pretendenti al trono, Athaualpa e Huáscar -, v’è pure qualche traccia dell’idealizzazione cristiana della Chiesa primitiva negli Atti degli Apostoli, un testo che dai cronisti spagnoli, o indigeni di lingua spagnola, era certamente ben conosciuto. In effetti, a ben vedere, vi è una parentela stretta tra l’utopia edenica, di cui la rappresentazione della Chiesa primitiva è una versione “terrena”, e la sua secolarizzazione illuminista nel mito del buon selvaggio, del quale la descrizione succitata possiede tutti gli stilemi[1]. Di qui l’inca per l’appunto innocente, privo di malizia, incapace di far male, senza la conoscenza del denaro cespite di tutte le corruzioni, che vive in una condizione di sereno lavoro e di uguaglianza con il prossimo, laddove può finalmente trovare spazio la vocazione escatologica all’amore e alla conoscenza. Poi arriva il serpente spagnolo, tentatore ed uccisore, e si passa all’umanità decaduta e violenta di oggi.
Chi sono allora gli Inca? Alla luce di quanto ho visto e sentito, sembrerebbero proprio una bella proiezione dei nostri sogni più rosei e dolciastri.

Un “confronto” con l’occidente
Un’ulteriore documento confermerà questa impressione. Si tratta di due manifesti che in un altro museo della civiltà inca, adiacente a Qochirancha, illustrano, da un lato, la differenza tra la religione cristiana e religione inca, e dall’altro, tra filosofia occidentale e quella che viene chiamata “cosmovisione” andina.

Vediamo solo pochissimi punti anzitutto del manifesto religioso. Vi si elencherebbero una serie di caratteristiche in dialettica contrapposizione fra loro,  una contrapposizione peraltro non sempre chiaramente individuabile. Quello che conta tuttavia è che nelle coppie dialettiche la visione “occidentale e cristiana” viene presentata in termini sottilmente svalutativi rispetto a quella incaica. Per esempio: ad un orientamento “teocentrico e dogmatico” del cristianesimo viene contrapposta una “esperienza ciclica vissuta in comunità”: non capisco bene di che cosa si tratti ma sono chiari i marcatori “etici”: “dogmatismo” contro “esperienza” e “comunità”.  Vediamo successivamente un’altra coppia in cui si fronteggiano una “verità rivelata al popolo eletto da Dio”, contrapposta a un’ “ebbrezza festiva e sacrale”: anche qui non si vede molto la contrapposizione ma si capisce la valutazione: il termine “verità” allude a qualcosa di rigido, definito e tendenzialmente oppressivo mentre “popolo eletto” allude a una forma di discriminazione e di privilegio concesso a qualcuno e negato ad altri; viceversa il termine ebbrezza e festivo riguardano una celebrazione allegra e gioiosa della vita. Prendiamo l’ulteriore contrasto tra una “filosofia che stabilisce un fine della storia, con contenuto salvifico” e un “sentimento cosmocentrico che accetta le differenze culturali”: qui è molto chiara l’idea che stabilire un fine della storia rappresenti una sorta di riduzione ad uno finale delle differenze, come se tutti dovessero andare nella stessa direzione con una sorta di omogeneità imposta dal Dio trascendente sugli sviluppi del mondo e dell’uomo. Di contro ecco comparire il grande chiavistello delle “differenze culturali”: anche gli inca erano multiculturalisti grazie al loro rispetto della varietà naturale (“cosmocentrismo”) non  solo delle specie, bensì delle “visioni del mondo”. Il manifesto si conclude in modo assai significativo con la giustapposizione della “religione eurocentrica, utile per giustificare propositi di conquista e colonizzazione” alle “credenze comunitarie condivise in modo previsto o occasionale”… era giusto finire in modo esplicito con una reprimenda contro l’Europa, la conquista e la colonizzazione, le ultime due delle quali evidentemente sconosciute all’ impero degli Inca.

Passiamo ora al manifesto che tratta l’argomento filosofico: quanto si differenziano le due filosofie o Weltanschauungen euro occidentale e incaica? L’esordio già dice molto: per la visione occidentale del mondo siamo in presenza di “concezioni e attitudini antropocentriche che controllano l’elemento ecologico e il mondo circostante e dominano la natura”; per gli inca abbiamo “un sentimento di carattere cosmocentrico che sottomette  l’uomo ad un ordine cosmico che si esprime nella natura e nella società”: dominio contro ecologia, siamo noi europei gli inquinatori, gli Inca sono una società di Greta Thurnberg. Proseguiamo con la “supposizione che gli oggetti si scoprono essendo quello che sono  e stando in un mondo”, cui fa da contraltare “l’assunzione della interdipendenza organica del mondo” che implica una “visione olistica e l’ipotesi Gaia” della Terra come un grande organismo vivente. Certo: proviamo a vedere il film di fantascienza Avatar e già abbiamo bene chiaro di che si tratta, ci manca solo che gli inca vengano dipinti di blu e il gioco è fatto. Sotto i profilo della forma di pensiero, poi, quella occidentale si qualifica in base alla “validità indiscutibile della logica formale e dei suoi principi di identità, terzo escluso, non contraddizione e ragion sufficiente”, mentre quella inca è una “logica trivalente” che implica il “terzo incluso, un’avalutatività grammatologica, ossequio, conflitto, opportunismo, tradimento e contraddizione”, insomma: Aristotele contro Derrida. La colpa è sempre dell’Occidente, in questo caso perché si fa capire. In questa linea di interpretazione non poteva mancare “l’individualismo possessivo” quale tratto distintivo degli europei, opposto alla “valorizzazione della reciprocità, del mutuo aiuto e della vita sociale” presso gli Inca.

Due “Occidenti” a confronto
Mi sembra che quanto a semplificazioni e arbitrii possano bastare gli esempi qui riportati. Si potrebbero contestare uno ad uno e senza nemmeno grande sforzo tutte le affermazioni dense di pregiudizi di questi manifesti. Tuttavia a mio parere l’argomento definitivo contro la plausibilità di entrambi, sia quello religioso, sia quello filosofico, è il seguente:  sono perfettamente autosufficienti, cioè non è necessaria per la loro comprensione alcuna nozione o categoria culturale che non sia tipicamente occidentale. Gli inca qui sono solo un pretesto: il confronto è tra due prospettive che, benché imprecisamente delineate e frettolosamente semplificate, appartengono all’Occidente. Gli inca ancora una volta, nel migliore dei casi, rappresentano una proiezione dei desideri, dei sogni e delle utopie politicamente corrette elaborate nelle università statunitensi, in polemica con la tradizione filosofica continentale ma da questa strettamente dipendente. Si tratta di definitiva di quel panteismo filosofico e teologico in chiave new age, totalmente de-centrato rispetto alla tradizione metafisica, che si accosta ai contenuti delle riflessioni sul post-moderno, sulla società liquida, sul cosmopolitismo naturalistico contemporaneo.  Ciò comporta una peculiare avversione alle idee chiare e distinte, e la sopravvivenza in forma de-potenziata e confusa di spunti positivistici, marxisti, heideggeriani piegati alle esigenze ideologiche e agli scrupoli di coscienza della società contemporanea americana.  C’è qui un paradosso colonialista: i difensori di una supposta identità incaica sono i paladini della sovrapposizione a tale identità di una più invasiva e prepotente prospettiva occidentale.
Ciò è reso facile dal fatto che si elude, sotto il profilo storico ed ermeneutico, una fondamentale “questione incaica” che riguarda la mancanza di fonti dirette e documenti scritti per delineare con precisione i confini ideologici della civiltà precolombiana.  I nostri riferimenti sono i cronisti che si rifanno ad una tradizione orale, ricevuta da membri della comunità inca dopo l’invasione  e tradotti in spagnolo con l’intervento non indifferente della cultura, dei giudizi e talora dei pregiudizi degli autori. A ciò si sommano fonti archeologiche che, per i suddetti motivi, risultano più difficilmente interpretabili nei loro autentici significati. Questo appunto, se non determina, almeno favorisce le integrazioni surrettizie,  gli anacronismi e le distorsioni date dall’interesse e dalla pre-comprensione dei contemporanei, di cui i manifesti sono palese testimonianza.

Indigenismo e incaismo
Ecco allora che complessivamente si manifesta la prepotente interpolazione di quel mito del buon selvaggio cui avevamo prima accennato, inteso a costruire a sua volta il mito dell’incaismo quale versione localmente definita di un più generale “indigenismo”. Di che si tratta? Per una sua definizione  di prim’acchito ci riferiamo a Wikipedia che cita a proposito uno studio, non a caso edito dalla Duke University statunitense: Indigenismo […] is a political ideology in several Latin American countries emphasizing the relation between the nation state and indigenous nations and indigenous minorities[2]. In questa “enfasi” c’è una chiara scelta di campo: qualsiasi siano i contorni delle civiltà, degli usi e dei costumi pre-spagnoli, e malgrado  la complessità del compito di una loro ricostruzione storico-ideologica, essi sono “originari”, dunque migliori, dunque in grado di fondare l’identità nazionale e popolare delle genti dell’America latina ben al di là dell’ovvia ed esecrabile tradizione degli invasori europei. A tale indigenismo, il cosiddetto “incaismo”, facendo dell’incertezza e genericità delle fonti un pregio, offre oggi un’ulteriore interpretazione innocentista e primitivista che  fa della semplificazione non il retaggio delle difficoltà storiografiche bensì il riflesso della veridica e autentica “semplicità” del mondo pre-colombiano, una semplicità che si assume essere il più chiaro contraltare alla distruttiva e criminale opacità delle civiltà moderne. La coppia semplicità-innocenza viene dunque contrapposta a quella complessità-corruzione. Ciò ha peraltro un’ ulteriore gradita conseguenza: il grande spazio che si apre alla ricostruzione mitica. Nel maggiore museo Inca di Cuzco, (che è andato ad aggiungere, nel mio personale percorso, a quello di Qochiranca e all’altro nelle sue immediate adiacenze) su circa 20 sale più di un terzo sono dedicate all’incaismo, cioè alla ricostruzione contemporanea del “senso” della civiltà inca, adottato come elemento identitario da proporre alla nazione peruviana quale antidoto alle persistenti tradizioni europee in campo religioso, filosofico e non ultimo politico-sociale. Insomma ancora una volta gli inca colonizzati, gli inca come pretesto e supplenza ad una carenza identitaria… quando il mito viene chiamato appunto a colonizzare la realtà!

Ragioni dell’incaismo
La domanda che viene spontanea a questo  punto è la seguente: “Ma allora esistono autentiche tradizioni inca?”. Sì certamente. Da un lato non bisogna dimenticare le ragioni dell’incaismo, soprattutto tra la fine del XVIII e il periodo della lotta per l’indipendenza. Dalla rivolta di Túpac Amaru - nel 1780 con il tentativo da parte degli eredi di sangue della civiltà inca di contrapporre i loro diritto (diremmo oggi) all’autodeterminazione, al potere spagnolo, il quale procederà ad una severa e spietata repressione - al periodo del conflitto per l’indipendenza negli anni Venti dell’Ottocento è perfettamente comprensibile che la contrapposizione alla Spagna assumesse la tradizione indigena come rilevante fattore identitario.
 Diversa è però la situazione odierna. Malgrado le difficoltà strutturali relative alle fonti, la ricerca su questo popolo di sacerdoti e conquistatori, architetti e contadini ha potuto approfondire i caratteri del suo dominio su una vasta area del Sudamerica andino durante circa due secoli, dal XIII al XV. Si è potuto offrire il quadro della sua originale strutturazione politico sociale,  con la vertice la nobiltà di sangue, comandata sotto il profilo religioso da un sommo sacerdote sottomesso solo all’Inca, l’imperatore, considerato figura divina e detentrice del massimo potere. Dentro una complessa organizzazione territoriale del potere trovava spazio la quotidianità dei contadini riuniti in vasti nuclei familiari cui era assegnato una certa porzione di terra. In questo contesto politico sociale - in cui ogni sovrano era stimolato a ingrandire territorialmente l’impero con conquiste di sua mano per consolidare la sua autorità[3], e nel quale l’autorità stessa era legittimata religiosamente mediante articolate ritualità - trovano la loro collocazione i grandi architetti che diedero origine alla monumentalità religiosa e civile di quel popolo. Insomma si tratta di accedere ad un mondo dagli orizzonti vasti e complessi che se da un lato può offrire numerosi spunti di carattere ideologico concernenti la sua più generale visione del mondo, dall’altro non sopporta le semplificazione cui troppo spesso lo si sottomette.

Ragioni dell’europeismo
Su questo sfondo appare del tutto arbitrario il tentativo stornare l’Europa dalla storia del Sudamerica. Cinquecento anni dopo la conquista e duecento anni dopo l’indipendenza politica (dalla Spagna) dei popoli sudamericani, il proposito di mitizzare gli inca  risulta non tanto il frutto di una sostanziale ingenuità filosofico-politica, quanto l’esito di un operazione decisamente torbida e obliqua. Tanto più se ciò avviene mediante quadretti rassicuranti ad uso delle masse in cerca di una storia da far propria con la speranza che l’esclusiva garantisca al tempo stesso libertà, autodeterminazione, sviluppo e prosperità. Si tratta propriamente della strategia di cui parlavo all’inizio: convincere i sudamericani che sono solo sudamericani. Il che è una grande menzogna. Gli inca erano solo sudamericani, come lo erano  maya e aztechi nel centro e nord America. I popoli che oggi vivono nel continente no!
I peruviani oggi, come i boliviani e gli altri abitanti del continente sono culturalmente il risultato di quell’incontro-scontro tra le civiltà pre-colombiane e la Spagna, sono una sintesi vivente di quei due mondi. Tale sintesi iniziò certo in modo violento, secondo la modalità di una conquista, nella quale un impero ne sconfisse un altro. La storia è intrisa delle sofferenze connesse all’ “ascesa e declino delle grandi potenze” e tuttavia ciò è la condizione di ulteriori sviluppi di civiltà. Nate da interessi e cupidigia, spesso evolvono in splendore di opere, pensiero e bellezza.

 Mario Vargas Llosa, il grande scrittore arequipegno, sottolinea nel caso dell’America latina la profonda valenza civilizzatrice che ebbe la lingua spagnola: “Né gli storici, né i linguisti, né i sociologi si sono messi d’accordo su quante lingue esistevano in America all’arrivo degli spagnoli e dei portoghesi. Ciò che si sa è che gli americani non si capivano e per questo si combattevano e uccidevano tra loro. L’America era una Torre di Babele quando arrivarono gli europei, ed era letteralmente bagnata di sangue”; al contrario, in virtù della lingua spagnola, i latino-americani si sono “affratellati in una grande comunità […]. Una lingua […] suppone certi valori, conoscenze, cultura. Perciò con la lingua spagnola arrivò sulle nostre coste molto di più: la Grecia di Aristotele e Platone o Roma, con i suoi giuristi [e assieme a loro] una coscienza morale che giudica gli atti”… insomma “il meglio della cultura occidentale”[4]… il meglio di quella cultura in base alla quale gli stessi indigeni hanno pensato la loro storia e hanno potuto avanzare richieste di autodeterminazione, indipendenza, verità, libertà. La cultura degli oppressori è divenuta pertanto strumento di emancipazione.

Europa o USA?
Ciò deve promuovere un diverso approccio. I problemi del Perù e dell’America latina non si risolvono con un’involuzione autoreferenziale sul proprio passato indigeno. I sudamericani respirano con due polmoni, quello andino e quello spagnolo: non si può asportarne uno senza produrre una grave perdita di efficienza di tutto il corpo. Ciò vale ancor più se si tiene conto di quali sarebbero i chirurghi interessati a questa mutilazione: il nuovo colonialismo yankee, che a due anni dall’indipendenza peruviana, nel 1823 già elaborava la dottrina Monroe per tagliare le radici europee dei popoli americani e penetrare economicamente, culturalmente e politicamente nel continente al fine di trarne ricchezze senza nulla offrire in cambio. Certo un Perù, una Bolivia, un Cile, un’Argentina solo americani fanno comodo, perché hanno meno sponde cui appoggiarsi, sono più isolati e disponibili alle “generose” profferte neo-coloniali degli USA. Se poi tale penetrazione è sostenuta da un fattore religioso, con la irruenza delle sette protestanti che arrivano con i soldi del ricco Nord, la colonizzazione è veramente completa, raggiungendo le profondità dello spirito. A tali fattore si aggiunga infine l’opera delle istituzioni universitarie che promuovono stereotipi politicamente corretti, sostenuti da prospettive spirituali new age, in quella mistura esiziale di capitalismo compassionevole, marxismo socialdemocratico, democratismo dei diritti civili ed edonismo materialista che compie sul piano della cultura alta ciò che le sette hanno iniziato sul piano della cultura popolare.
Allora quale identità può preservare i latino-americani da questa grande palla al piede statunitense, avversa ad ogni autonomo sviluppo, ad ogni salute spirituale e ad ogni prosperità economica? Oggi i peruviani e tutti i latino-americani devono paradossalmente essere più europeisti degli europei. Vergas Llosa, non senza vis polemica, dice che l’indigenismo “è pura finzione”. Io, nel mio piccolo,  potrei dire che nella sua purezza è finzione. Non si può chiedere a nessuno di cancellare il legame con la propria gente e la propria stirpe. Ma la memoria deve essere dinamica, assumere come rilevante non solo ciò che si è stati ma anche ciò che si è diventati, evitando di scadere nel memorialismo reazionario che si espone troppo facilmente alle manipolazioni e alle mitologie. Nella loro storia i popoli del Sudamerica  sono diventati eredi, come dice l’autore della “Guerra della fine del mondo”, non solo della Spagna, ma della Grecia e di Roma, civiltà, modi di pensare e vivere, vorrei aggiungere,  che hanno preso forma in modo esistenzialmente rilevante anche e soprattutto grazie alla tradizione vivente della Chiesa cattolica. Da qui bisogna ripartire. In cambio, con lo spirito giovane, solare, naturalmente espansivo, naturalmente vivace e intelligente dei popoli latinoamericani l’Europa stessa ha da riscoprire se stessa, le sue radici, le sue vocazioni.

 E quel patriottismo sano, bello, sincero, autentico, allegro che ho visto qui in Perù; quel patriottismo grazie al quale, come Giuseppe Mazzini aveva intravisto, anche coloro che appartengono ad altre patrie possono cogliere l’universale bellezza dell’essere nazione; quel patriottismo che vive la patria terrena con il senso carnale e la fedeltà inconcussa alla patria celeste; quel patriottismo potrà fecondare i nostri popoli che nella loro storia, fatta anche di sangue e lotte, vivono già da sempre una più profonda fraternità.



[1] La differenza è che la Chiesa, pur assumendo il contenuto degli Atti degli Apostoli come ideale regolativo per le sue ricorrenti riforme, rimane ben lontana dal trasformare i contenuti del testo in utopia politica in vista dell’emancipazione storica dell’umanità: ciò è peculiarità di quel rovesciamento materialistico e storicistico della escatologia cristiana promosso dall’Illuminismo.
[2] “L’indigenismo è un’ideologia politica in diversi Stati laitno-americani che pone particolare enfasi sulla relazione tra lo Stato nazionale, le nazioni e le minoranze indigene”: K. Engle, The Elusive Promise of Indigenous Development. Rights, Culture, Strategy, Duke University Press, Durgham and London 2010.
[3] Come ogni impero anche quello inca realizzò le sue conquiste “molte volte in forma pacifica, ricorrendo alla diplomazia (la minaccia e la negoziazione con le élites locali), prima che alla guerra. In tutte queste  strategie la chiave del successo fu l’esistenza di un esercito ben approvvigionato mediante una catena di depositi statali, con grande mobilità, grazie ad un ampia rete di vie e sentieri e ad un serie di avamposti ben comunicanti fra loro e ben difesi in tutto il territorio”, C. Contreras- M. Zuloaga, Historia minima del Perù, El Colegio de Mexico, Ciudad de Mexico 2014, pos 761-765. Tale considerazione ridimensiona la mitologia degli Inca “pacifici”, un visione molto diffusa anche presso alcune istituzioni museali, che per giustificarla hanno finito per riproporre in chiave andina quella che era stata la dinamica spagnola dl requerimiento, spacciandola come testimonianza della volontà inca di non procedere in modo indiscriminato all’uso delle armi.
[4] Dal discorso di M. Vargas Llos al VII congresso internazionale della lingua spagnola,  in https://eltorotv.com/noticias/mundo/leccion-de-vargas-llosa-a-lopez-obrador-sobre-la-conquista-espanola-20190327


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