sabato 2 marzo 2019

Non uccidere



Tu ammazzeresti un amico? Non un amico che ti ha fatto del male, non colui che ti ha tradito, non un amico diventato il più crudele dei tuoi aguzzini (a volte capita, purtroppo), ma un amico amico, benché del tuo amico conosca i difetti e a volte ti appaia pesante e anche difficilmente sopportabile? Lo ammazzeresti tu? Non credo: pur conoscendo i suoi punti deboli e negativi, se è amico, tu  non accetteresti mai di ucciderlo. Bene, se quell’amico avesse una grave malattia e ti costringesse a rimanere attaccato a lui per consentirgli di approfittare della funzionalità di un tuo organo  – per esempio un rene o un polmone (non è un ipotesi medica, ma etica, sia ben chiaro) -  che cosa faresti? Se da ciò dipendesse la sua vita, che faresti? Un rifiuto non ti apparirebbe come una forma di omicidio? Non potrebbe dire il tuo amico che il tuo rifiuto di sacrificarti a fronte del valore della sua vita corrisponderebbe a un omicidio? E dentro di te non sentiresti, in fondo in fondo, questo stesso lacerante dubbio: non aiutandolo, non sacrificandomi, io l’ho ammazzato. Nessuno ti costringerebbe, ma se non lo facessi, nulla ti toglierebbe di dosso quest’amara sensazione: sono l’assassino del mio amico. Non c’è alternativa:  con le persone con cui abbiamo una relazione speciale ciò che è libero, ciò che nei riguardi di altri non è obbligatorio,  diventa un dovere assoluto...perché i doveri  verso altri non sono indifferenziati. Essi  mutano con il  tipo di relazione – lavoro,  contratto, amicizia, parentela, amore – che intratteniamo con le persone. Ciò che nei confronti di altri è facoltativo, nei riguardi di un amico può diventare obbligatorio. Inoltre vi sono alcune relazioni in cui  ciò che morale diventa sociale e legale: la legge dell’intenzione si tramuta talvolta in legge dello Stato. Per esempio ciascuno di noi ha obblighi sociali e legali , oltre che morali, nei confronti dei propri figli e dei propri genitori, o delle persone che gli sono state affidate (si pensi al caso di medici, insegnanti , assistenti etc.).  Questi a loro volta  variano a seconda dell’intensità del rapporto. Tra tutti i rapporti possibili, ciò che avviene tra  madre e figlio è qualcosa di infinitamente profondo: è un abisso di compartecipazione, un abisso di identità e diversità, l’insondabile abisso della vita data e ricevuta. Se è vero che io mi sentirei un omicida se rifiutassi di sacrificare un certo periodo della mia vita per restare collegato fisicamente a un amico la cui vita dipende da me; a maggior ragione lo avvertirebbe una madre rifiutando di legarsi a suo figlio per un certo periodo di tempo quando la vita della sua creatura dipendesse esclusivamente da lei. Per ogni altra persona tale sacrificio sarebbe un super-erogatorio difficilmente esigibile. Per un amico potrebbe esigersi: sarebbe una sorta di surplus obbligatorio. Per un figlio no: sarebbe dovere puro e semplice. Quel doveroso super-erogatorio, il super-erogatorio di sacrificare e farsi “invadere” il proprio corpo per consentire a un altro-te-stesso di vivere, è proprio il caso della gravidanza. Cara Judit Jarvis Thomson (A defense of abortion, in M.Maraviglia,  Bambini e violinisti. Riflessioni sull'aborto in margine a un famoso articolo di Judith Jarvis Thomson, in AaVv, Controcorrente. Saggi contro la deriva antropologica, vol III: Bioetica, Edizioni Croce Via, 2017, pp. 59-81), i bambini, ossia i figli, non sono violinisti, non sono concittadini, non sono  conoscenti, non sono amici, sono appunto figli: una madre che rifiuta di sacrificarsi per nove mesi, posto che vi sia realmente da compiere un sacrificio, una madre che non vuole dare a suo  figlio l’opportunità  di vivere, è certamente, suo malgrado, malgrado i paludamenti sofistici del “materiale biologico”, del “grumo di cellule”, delle “cellule che si dividono”, malgrado  tutti le odiose e irragionevoli forme di autoassoluzione preventiva, un’assassina sotto il profilo morale… e giuridicamente nessuno potrebbe mai scandalizzarsi se le fosse impedito di diventarlo da una società che si preoccupasse del bene di tutti, delle madri, e dei figli, dei forti e dei deboli, di chi vuole essere libero a tutti i costi e di chi sarebbe giusto che vivesse per diventarlo.

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

martedì 26 febbraio 2019

Nolite iudicare


Alcuni magistrati si sono lamentati del fatto che il ministro degli interni è andato a visitare in carcere un imprenditore condannato per eccesso colposo di legittima difesa, La vittima ha colpito l'aggressore ferendolo a un polmone. I mentitori seriali dei giornali liberal hanno immaginato una scena da rituale satanico, per il quale sarebbe ben strano che il sadico imprenditore abbia solo ferito il ladro e non lo abbia invece tranquillamente torturato e ucciso,  per poi variamente profanare il cadavere... Invece il malvivente è vivo e vegeto: semplicemente fortunato perché un colpo accidentale gli ha trafitto un polmone e non invece la testa. Vivo e vegeto e libero di delinquere ancora... vivo e vegeto e libero di far pesare la propria presenza minacciosa sulla figlia del derubato. Vivo e libero come i ladri che per novanta volte hanno liberamente saccheggiato la ditta di Angelo Peveri, senza che nessun magistrato abbia alzato un dito. Ora invece i magistrati si lamentano di Salvini, perché ha esercitato un suo diritto e ha compiuto un'opera di misericordia; perché ha visitato il carcerato. Visitando i carcerati, infatti, il ministro degli interni "delegittima la magistratura", che oggi si autoconsacra come immacolata depositaria  della verità e come potere intoccabile e incriticabile.  Beh allora, di fronte all'arroganza togata, bisognerebbe reagire con la forza di una semplice verità: il loro lavoro, il lavoro dei magistrati, è un lavoro necessario ma ignobile. I magistrati dovrebbero esercitare le loro funzioni con un cappuccio che ne nasconda il viso, per preservarli dal disonore e dalla vergogna. Un po' come i boia. Certo, essi sono necessari... ma lo erano anche i boia: lo erano, nelle civiltà più antiche e con meno strumenti per combattere la delinquenza, tanto da essere considerati "la pietra angolare della società". Dove sta l'ignobiltà del lavoro del giudice? Propriamente nell'essere giudice. Nessuno può giudicare nessuno. Nessuno ha la statura morale per giudicare il suo prossimo. Nessuno ha il diritto di privare altri della loro libertà. Chi giudica, chi condanna, chi lo fa per conto terzi e in nome di un'entità astratta come lo Stato, chi lo fa con la forza concreta e coattiva delle polizie di quell'entità astratta dello Stato, chi compie la sua opera giudicante con le parrucche e le maschere fornite dallo Stato secondo il rituale carnevalesco e tragico che si compie nelle aule dei tribunali, chi fa tutto questo è semplicemente un artista della vigliaccheria e della sopraffazione. La giustizia si dovrebbe compiere solo nella maniera diretta per cui un ladro è messo in fuga a calci nel sedere, o a colpi di fucile, dalla vittima che lo scopre, lo insegue e gli ricorda la fondamentale legge che l'onestà di chi lavora va a pari passo con forza, coraggio...e che la demenza morale del ladro non merita alcun rispetto né pietà. Purtroppo la società è complessa e la sua complessità a volte occulta il valore delle azioni, rendendo indispensabili istituzioni mostruosamente immorali come la magistratura. La giurisprudenza è, possiamo dire, una forma di decadimento rispetto alla sua origine che è la morale; così come decaduto è colui che giudica senza avere egli stesso il valore e la statura personale per farlo (d'altronde se l'avesse non giudicherebbe)... decaduto è il diritto rispetto alla morale; decaduta è la sua burocrazia rispetto all'uomo che agisce per difendere la sua casa. In questa decadenza il pudore del giudicante dovrebbe ricordare la sua condizione, e una grandezza, una vera grandezza, sarebbe per lui possibile solo interpretando la propria opera come sacrificio. Senza pudore, senza coscienza, senza un'interpretazione disincantata e umile di sé, il magistrato è un folle delirante, pieno di tracotanza e al tempo stesso un debole vigliacco che si nasconde tra le sottane di mamma Stato cui vuole trasferire tutte la responsabilità di ogni suo giudizio... perché ogni suo giudizio, quand'anche legalmente esatto, quand'anche "giusto", in quanto giudizio, è una malefatta e lui, nel suo intimo, lo sa.

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mercoledì 13 febbraio 2019

Il popolo in una concezione genuinamente populista


Il popolo è il pouvoir constistuant. La teoria del pouvoir constituant fa capo a Emmanuel Joseph Sieyès e "non si capisce se non come una ricerca del principio organizzatore non organizzabile" di tutta la vita associata. "Il rapporto tra pouvoir constituant e pouvoir constitué ha la sua perfetta analogia sistematica e metodologica nel rapporto tra natura naturans e natura naturata" e, aggiungerei, nel rapporto tra l'Uno e le sue ipostasi, tra la potentia absoluta Dei e il mondo, tra la Volontà e la sua oggettivazione, tra il Pensiero e il pensato, tra l'Essere e l'ente. In tale rapporto "il popolo, la nazione, forza originaria di ogni entità statuale, costituisce organi sempre nuovi. Dall'abisso infinito e insondabile del suo potere sorgono forme sempre nuove, che essa può infrangere quando vuole e nelle quali essa non cristallizza mai definitivamente il proprio potere. Essa può esprimere quando e come vuole la propria volontà il cui contenuto ha sempre il medesimo valore giuridico del contenuto di un dettame costituzionale; può quindi intervenire quando e come vuole con la legislazione, la giurisdizione o atti puramente fattuali. Essa diventa il soggetto illimitato e illimitabile degli iura dominationis, non necessariamente da circoscrivere al caso di emergenza. Non è mai autocostituentesi, ma sempre costituente altro da sé (in ciò la sua potenza ha un tratto razionale e non appare completamente informe: Dio può tutto, ma non può moltiplicarsi, n.d.r.); perciò il suo rapporto giuridico con l'organo costituito non si pone mai in termini di reciprocità. La nazione è sempre nello stato di natura, come dice il celebre motto di Sieyés...e tale affermazione ci parla ... del rapporto della nazione con le proprie forme costituzionali e con tutti i funzionari che agiscono a suo nome. La nazione è unilateralmente nello stato di natura, ha solo diritti e niente doveri; il pouvoir constituant non è vincolato a nulla, mentre i pouvoirs constitués hanno solo doveri e niente diritti. Donde la sorprendente conclusione che una parte rimane sempre nello stato di natura, mentre l'altra nello stato di diritto (o meglio di dovere). Cfr. Carl Schmitt, La dittatura. Dalle origini dell'idea moderna di sovranità alla lotta di classe proletaria tr, it, di A, Caracciolo, Settimo Sigillo, Roma 2006, pp. 179-180.

sabato 15 dicembre 2018

Regali


Chissà perché a Natale, proprio a Natale, insorgono i nemici del consumismo. E' vero: oggi lo fanno meno che ieri. Un po' perché si va mestamente nella direzione di una laicizzazione completa della ricorrenza...che a breve diventerà quello che già è nelle scuole progressiste più à la page: la festa d'inverno. Un po' perché in omaggio a tale laicizzazione, le luci, i colori e i negozi pieni scandalizzano sempre meno i benpensanti. Tuttavia, siccome la tentazione del predicozzo è universale e alligna specialmente nelle illuminate menti laiche, queste ultime non resistono alla seduzione del Natale e approfittano per somministrarci la loro omelia: che cosa rimane di spirituale in una festa che è divenuta una grande orgia commerciale? Che cosa rimane oltre alla patina di buoni sentimenti che copre ben più prosaici interessi economici? Ecco allora - pressante, urgente e altamente significativo - il loro invito alla sobrietà, al raccoglimento, ad allargare lo sguardo al mondo, ai problemi insoluti, alle urgenze che richiedono il "nostro impegno". Sobrietà, problemi, impegno? Proprio a Natale? Proprio nella festa dell'Incarnazione di Nostro Signore? Provate a pensarvi mentre porgete un regalo che vi è costato molto, moltissimo. Pensate alla reazione di colui che lo riceve: la vorreste sobria, "problematica", compassata, calma e "impegnata" fino al disprezzo, o preferireste un'esplosione folle di gioia e di gratitudine? E preferireste regalare qualcosa a una persona che sapete a sua volta generosa, oppure a un tirchietto rinsecchito e pusillanime, benché estremamente "consapevole"? Bene, allora, cari signori della natalizia lotta al consumismo, il sospetto è che voi lo facciate in nome della vostra avarizia e della vostra aridità. In fondo se credi poco, scommetti poco, spendi poco e morirai nel poco in cui hai vissuto. Salvo godere di nascosto, quando nessuno vede, dei tuoi vizi privati, raffinati e decadenti, estremamente dispendiosi ma per niente consumisti, perché strettamente censitari e d'élite. Bene, carissimi puritani della laicité natalizia, caro ugonotto che nel tuo attico a Brera canti l'Internazionale, caro giornalista dal sublime sentimento morale, prima di visitare la cappella spoglia dei Poveri di Lione, vieni da noi!. Noi ti invitiamo a godere come un matto. Noi, che abbiamo ricevuto da Gesù il più grande dei regali, smaniamo dalla voglia di regalare, perché celebriamo la luce che ha vinto le tenebre. E se tu non la vuoi accogliere, fa niente. Noi ti vogliamo inondare di luci e di colori, e vogliamo spendere tutti i soldi che abbiamo, e brindare e ridere e scherzare e trovarci tutti assieme. Nulla si lesina, nulla si risparmia, nulla si trattiene quando sei in overdose di grazia. E chi la vuole spiritualizzare commette un grave peccato contro l'Incarnazione. Voi parrucconi della morigeratezza, voi robespierre della parsimonia accomodatevi nelle vostre camarille catare e gnostiche! Noi ce la godiamo perché lo spirito ha vivificato la carne e ci annuncia che tutto è buono agli occhi del Bambino che nasce. Così portiamo acqua mulino del materialismo consumista? Ben venga il materialismo: noi non lo temiamo, perché Dio ha redento la materia. Liberi, vagliamo tutto e teniamo ciò che è buono...liberi di godere, liberi di gioire per un dono ricevuto, liberi di dare, liberi di regalare!

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martedì 4 dicembre 2018

La testa degli altri



Che assurda banalità: "Imparare a pensare con la propria testa"!...L'esperienza dice che chi pensa con la propria testa, generalmente pensa male. L'autonomia del giudizio - questa grande chimera del nostro tempo - è nella maggior parte dei casi un'illusione narcisistica. L'originalità è un pessimo indizio, quando si va in cerca della verità delle cose. Ciò che viene spacciato per pensiero critico è spesso la replicazione coattiva di modelli non già "critici" ma "tossici", capaci come le droghe di produrre sensazioni piacevoli, di prestigio, di onniscienza, di onnipotenza. Essi piacciono perché solleticano l'Io a trovarvi quelle conferme di cui ha bisogno. Perciò vengono subito abbracciati con istantaneo innamoramento. Quell'amore smodato che il nostro orgoglio riserva a...noi stessi. Quindi? Quindi un primo passo per pensare bene è fare un piccolo sforzo ascetico, quella fatica autoeducativa di pensare con la testa degli altri. Finché non si prova a pensare con la testa degli altri non ci si accorge che, oltre alle nostre giulive e sicure associazioni, esiste un pensiero che ha regole, dinamiche e caratteristiche indipendenti dalle inclinazioni soggettive. Finché uno è preda del proprio pensiero non conosce e capisce altro che se stesso... Invece il pensiero deve circolare e viaggiare attraverso le grandi menti della storia: solo lì si alimenta, solo dalle altezze dei giganti, noi nani possiamo vedere qualcosa. L'unica modo per essere autonomi e critici è riconoscere e dichiarare serenamente che abbiamo delle fonti di ispirazione e che ne scorgiamo la grandezza, a volte malgrado noi! Smettiamola allora di dire: "Io penso"; "Secondo me";  "A mio parere". Consentiamone l'uso al solo scopo di circoscrivere e limitare le nostre affermazioni. Se invece vogliamo ancora sottolineare che noi siamo il Soggetto originale di ciò che diciamo, finiremo preda di tutti gli onanismi di questo tempo...l'unica epoca che mentre decade glorifica se stessa,

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sabato 1 dicembre 2018

Le intoccabili parole del Figlio

Avete mai pregato con la disperata fede di chi ha veramente bisogno di Dio? Avete mai pregato con fedele speranza il vostro Signore e Dio? Avete mai pregato con tutta l’anima, con la mente e con il corpo, con l’intensità di chi chiede una parola e una luce nella coscienza? Avete sperimentato la luce della preghiera?
Io non sono assiduo e costante nel dialogo con Dio. Sono un laico impenitente, pigro, accidioso, abbastanza godereccio: sono l’immagine più nitida dell’anti-mistica. Eppure…Eppure tutti i cristiani, per quanto tiepidi e scalcagnati come me, sanno di che cosa parlo. Lo sanno perché in qualche momento della loro vita hanno pregato…proprio così, proprio in quella maniera.
Ora, provate a pensare a questa scena: mentre pregate, arriva un tizio che vi dice che state sbagliando, che non state chiedendo  la cosa giusta, che non avete il giusto concetto di Dio, che avete bisogno non di Dio ma di un corso accelerato di teologia per laici…Ecco voi pregate, ma in realtà avete bisogno solo di un po’ di scienze religiose. Infatti avete il torto di rivolgervi al Padre come vi hanno insegnato da bambini. Vi segnate ancora come vi hanno insegnato. Vi inginocchiate quando vi hanno insegnato….e infine pronunciate quella frase scandalosa: “Non indurci in tentazione”. Ma non sapete, cari miei, che Dio non tenta nessuno? Non vi è mai venuta in mente, mentre dicevate il Padre nostro questa dotta citazione di san Giacomo? Non vi sovviene qualche dubbio sulla base delle vostre assidue letture bibliche?
Beh, al teologo col ditino alzato, bisognerebbe rispondere che il genere letterario “preghiera” è diverso dal genere “trattato di esegesi e teologia biblica”. È strano ma i nostri espertissimi interpreti che discettano per una vita di forme letterarie non hanno colto questa semplice e lapalissiana verità che anticipa e rende vane tutte le loro raffinate concettualizzazioni. Quando si prega, tanto per andare alle fonti del “genere letterario”, cioè agli atti linguistici che si compiono in quel frangente e al cuore dell’uomo che li compie, ci si rivolge a Dio per tutto. Non si fanno differenze. Tutto è ricondotto a Dio. Tu, o Padre che puoi tutto e che sei l’origine e il fine di tutto, non m’indurre in tentazione,  perché tu hai potere anche sulle mie tentazioni, perché a te nulla sfugge, e anche se io decido di allontanarmi da te, anche su questa mia decisione si stende la potenza della tua grazia…quindi, Padre, ti prego, non indurmi in tentazione!.
Gesù prega con il cuore e insegna agli uomini a pregare con il cuore. Le sue parole sono definitive. La sua profondissima intelligenza del cuore umano ne raccoglie le trame nascoste e le riconduce al Padre. Per questo ci insegna a pregare così, con quel verbo greco “eisfero” che, ripetendo la preposizione “eis” vuole dire inequivocabilmente “portare in”…. come ha giustamente inteso san Gerolamo….con un calco perfetto del latino sul greco egli traduce “non inducas in tentationem”, dove ducere=fero=portare, e in=eis=in.
E la Chiesa, che per due millenni ha pregato con il suo popolo di santi e martiri, con i suoi capi, vescovi e pontefici, quel Padre nostro, osando dire ciò che il suo Signore aveva invitato a dire (che bello quell’osare della liturgia: “Vedi come ardisco parlare al Signore mio”)? La Chiesa infinitamente saggia mai ha pensato che si potesse modificare la parola del Figlio. Sacra è quella parola. Intoccabile, immutabile, stabile ed eterna come tutti i decreti di Dio. La Chiesa custodisce gelosamente. La Chiesa non è padrona. Il papa è il servo non è il capo. I vescovi collaborano non comandano. Nelle cose di Dio, tutto va lasciato com’è.
Come sarebbe bello se in ogni documento ecclesiale ci fosse questo preambolo: “Non cerchiamo novità”! Perché la novità umana è vecchia come l’orgoglio. È arrogante come la sete di potere. L’unica vera novità è di chi fa nuove tutte le cose. Quanto a noi bisogna lasciare tutto com’è, bisogna lasciar essere. Il sacro è separato dal profano perché il profano si manipola, il sacro va lasciato stare. Non stupisce che nell’epoca della manipolazione universale qualcuno voglia reimpastare la Parola, scandalizzando il popolo di Dio…oppure solleticando i bassi istinti delle masse, ansiose di progresso e di aggiornamento. Non stupisce ma indigna. I tuoi pastori sono nomadi e non sanno dove andare. Nessun stabilità è ammessa nel nomadismo universale di questo mondo di trasformazioni uniformi. Trasformare tutto per lasciare intoccato il nucleo dell’unica volontà di potenza che anima la voglia troppo umana di essere come Dio. Ecco il segno dell’ufficialità della chiesa, la cui gerarchia  non è più quella visibile con gli occhi della fede, ma quella che è, quella che brutalmente si impone, credendo di essere la vera Chiesa in opposizione alla Chiesa di sempre. Chiesa ufficiale che si aggiorna, che agisce di compromesso, che si modernizza, che fa politica come un partito fra i tanti.
La forza del Logos di Dio è tuttavia quella che è. Nessuno può mutarne forma e contenuto. La forma è quella più adatta al contenuto. I Vangeli sono scritti in greco. Qui non agisce il caso ma la Provvidenza. È bene cercare gli originali semiti per capire maglio il testo. Ma non bisogna mai sostituire le induzioni al testo. Né le interpretazioni. Sappiamo che di fronte a un testo non è possibile evitare di interpretare. Ma il Vangelo va seguito sine glossa, come diceva san Francesco, l’alter Christus. Non confondiamo l’umano e il divino, prima che Dio li confonda felicemente alla fine dei tempi. Non indurci in tentazione è testo; non abbandonarci alla tentazione è glossa.

Non ci montiamo la testa…restiamo la Chiesa di sempre, sulla quale non prevarranno le porte degli inferi… lasciamo tutto come è… non proviamoci… non facciamola grossa… non usciamo dal seminato…non tocchiamo le intoccabili parole del Figlio!

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mercoledì 28 novembre 2018

Agli occhi di Dio



Che cosa ti ha reso giusto agli occhi di Dio, Walter?
Forse il temperamento e l’innocenza dello sguardo?
Forse l’equazione della tua persona e del pensiero?
La forza di un’utopia sovranamente abbracciata?
O l’indipendenza severa del tuo giudizio?
O ancora la fiera battaglia contro il mondo e le sue miserie?
Non so se queste siano solo parole, stese sulla realtà refrattaria delle persone che non ci è possibile vedere in verità.
So che un cuore inquieto rompe ogni velo.
Sono sicuro che non cercavi sicurezza; sono contento perché non eri contento. E ciò è lucido splendore della tua persona, senza possibilità di menzogna, senza coprire, senza mistificare.
Mai fermo è stato il soffio del tuo spirito, mai risolto l’enigma della vita, mai tranquillo il cammino.
Il nero dubbio risplende in te, non patina di bontà, non ipocrisie e rimpianti per te, ma il nostro fango dal quale levarsi e gridare: questa è la tua giustizia.
Dio ti ha voluto inquieto e tu hai risposto spezzando la voce, le parole e il tuo corpo…
Per questa trama infinita di opposti, per questo bruciare infinito che hai amato, Dio si è specchiato in te e ti ha saputo suo.



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