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sabato 11 marzo 2023

Dello sculettare con il cervello

 


Divertissement scritto e pubblicato qualche tempo fa, che ripropongo a non troppi giorni di distanza dalla festa della donna...giusto il tempo per dimenticare la bruttezza delle mimose e della retorica!

Alcune sculettano con il cervello, forse è meglio dire con la mente, ma ci siamo capiti. La frase è tratta dal simpatico intervento di un'amica di FB, che talora sculetta così bene che mette in soggezione: per questo non ho commentato, tacendo che il suo era un post essenzialmente autobiografico.

Che cosa vuol dire sculettare col cervello? Questa sì che è una sfida teoretica. Se nessuno me lo domanda, lo so, se qualcuno me lo chiede… Che cosa faceva il cervello di certe donne prima di sculettare? Diciamo che non è  sicuro che appartenesse a donne. Diciamo che era una sorta di intelletto agente averroista, unico, asessuato, onnicomprensivo: il serbatoio della Scienza cui dall'inizio del mondo tutti i nostri possibili pensierini attingono allorché si apprestano a enunciare una qualche Verità.

Altra cosa è il cervello sculettante di certe donne. Nato dopo il peccato originale, è la storia rispetto alla fissità, il tempo rispetto all'eternità, la nostalgia ammiccante dell'Uno rispetto alla sua definitiva sussistenza, l'originario ancheggiare delle cose (altro che “coseggiare”, come diceva l’oracolo heideggeriano, le cose ancheggiano!) colto esattamente con il gesto con cui il simile conosce il simile. Nada mejor que el vaivén de nuestros cuerpos, cantano i messicani in amore; nada mejor que el compás de tu cadera, dice l'inno nazionale dei fianchi femminili.

Il loro contenuto gnoseologico è esattamente questo: un'intuizione intellettuale espressa in forma estetica, mediante la parola, l'immagine, la musica in cui il Vero prende le sembianze di una giocosa tattica di seduzione e di una malizia sublimemente inutile. Solo le femmine - pur capaci di ascesi nella gravità e grevità del pensiero asessuato e della sua severa prosa apofantica - sanno sculettare col cervello. E devono essere belle e affascinanti, nella molteplice e libera varietà della bellezza e del fascino: da Naomi Klein a Melanie Klein, tanto per intenderci. E possono essere di volta in volta ironiche, acute, taglienti, provocanti, viziate, arrabbiate, insolenti, orgogliose … ma sempre devono essere intelligenti e leggere. Lo sculettio intellettuale è infatti acerrimo nemico di ogni pesantezza puritana e della piatta uniformità degli esseri a una dimensione.

Così un'osservazione non innocente; un certo movimento degli occhi con cui prendono nuova vita Dante, Newton o Hegel; un'armonia inconsueta  tra un concetto e il corpo che lo esprime; l'immagine narcisistica che racconta di sé e involontariamente di tutto il creato; il trionfo di una volontà capricciosa che investe e colora di sé il mondo; l'egoismo radicale di un moto dell'anima che per misteriosa eterogenesi diventa imperativo universale; così tutto ciò, e molto altro ancora,  può diventare una declinazione della ricca complessità della sculettare del cervello.

Insomma - torno inutilmente a tentare di definire - quando un atto del pensiero si trova ad essere per sua natura al vertice di un approccio estetico, senza in nulla mancare quanto ad appropriatezza teoretica e quando il primo richiama la seconda perché si diano nella loro assoluta solidarietà, lì abbiamo il Femminile e lì c'è, sempre, inevitabile, ineludibile, ritmico, irrefrenabile, lo sculettare del cervello.

Di più non saprei dire...lo sculettare a un certo punto esaurisce le possibilità del linguaggio, lasciando spazio a un certo stordimento, tipico di colui che dopo affannosa battaglia è stato definitivamente fatto prigioniero, perdendo libertà di parola e movimento.

Ciò che rimane è il senso del potere infinito di cui è rimasto preda. Perché la seduzione dello sculettio cerebrale è la stessa dell'infinito. È dovuta a una messe di rappresentazioni concomitanti all'oggetto dato alla conoscenza. È la loro ordinata e continua riproduzione che rimanda sempre oltre, che apre sempre un'ulteriorità che chiama e invita. È la chiamata e l'invito a esplorare e ad amare una verità che all'infinito va spogliata e spogliandosi si rivela e attrae. Perciò lo sculettare del cervello è sempre ermeneutico, anzi erotico-ermeneutico, infinitamente erotico perché infinitamente ermeneutico.

Sotto questo segno sta il rapporto del Femminile con l'Intellettuale. Esso chiede ora, imbarazzato dalle figure uniformi della morale senza anche e del femminismo rigido-dal-tronco-unico, di essere restituito a se stesso e alle sue curve. Solo così potrà tornare a fecondare le astrattezze maschili, un tempo felicemente aggrappate ai nembi metafisici, adesso lasciate tristemente a inaridire nelle asciugatrici del politicamente corretto. Solo allora il mestiere della conoscenza si rivelerà come l'arte di ammirare culetti cerebrali che danzano e si muovono, e che lasciano al loro dileguarsi il delizioso dono del sapere.

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

mercoledì 21 settembre 2022

Il voto critico

 


Può essere il voto al partito di Giorgia Meloni un voto critico? Che cosa è un voto critico?

Tra i diversi approcci a questa un po’ consunta liturgia repubblicana si possono individuare i seguenti:

1) il voto come esaurimento dei doveri civici, segreto, borghese, timido, inconfessabile, che prelude ad un immediato ritorno o riflusso nel privato, considerato come la dimensione della vita autentica e originaria;

2) il voto come corsa alla partecipazione democratica, suo “punto più alto”, sua espressione massimamente egualitaria, esercizio di un diritto fondamentale che consente al sistema sociale di reggere nel complesso delle sue ideologie e delle sue illusioni;

3) il voto come attesa di legittimazione popolare da parte di una classe di professionisti della politica, alcuni dei quali forniti di sufficiente cinismo per supplire alla carenza di visione generale (e sono i migliori), altri patenti rappresentanti delle classi inferiori della cultura, ma discreti giocatori al tavolo della clientela e della crassa furbizia arrivistica. Naturalmente quest’ultimo gruppo spera nelle opzioni 1 o 2 da parte del corpo elettorale;

4) il voto che canalizza opinioni negative, sentimenti di rifiuto, frustrazioni più o meno legittime da parte dei cittadini, e che gli psicologi classificherebbero come evacuazione di elementi beta (W. Bion): pezzi di esperienza non digeriti dalla ragione o dal complesso della personalità, che vengono restituiti sottoforma di gesto impulsivo, non ragionato, confuso benché emotivamente energizzato. Potremmo chiamarlo voto borghese di protesta? Espressione di una rabbia che la paura e l’incompetenza confinano nella solitudine della cabina elettorale.

5) il voto di sistema: potremmo dire il voto di coloro che esibiscono orgogliosamente un’appartenenza che è fonte di integrazione e prestigio sociale, apprezzato dai media, caldeggiato dai settori più reazionari della politica, tutto volto a consacrare l’esistente, pur ammantandosi di una certa aura di originalità e issando la bandiera di un’apparente moralità alternativa. È tipicamente il voto a sinistra.

Questa classificazione non vuole essere esaustiva ma semplicemente esibire delle possibilità, che si intrecciano, si confondono, si scambiano, si oppongono. Come raggi che puntano al centro, tuttavia, ognuna delle forme accennate concorre a manifestare la crisi della democrazia e della convivenza civile, cioè di quella articolazione della convivenza che si è data storicamente nella disciplina della democrazia.

La sua involuzione oligarchico-plutocratica sembra un processo irreversibile: al suo interno le élites del denaro, dell’ideologia e della corruzione politica prosperano.

Oggettivamente i programmi dei partiti ne rimangono contaminati producendo ricette al tempo stesso poco ambiziose e assai demagogiche: poco ambiziose perché costitutivamente incapaci di osare il nuovo, demagogiche perché solleticano costantemente i bassi istinti di quel bestione acefalo che sarebbe il popolo quando fatto oggetto della prassi opportunistica dei sofisti di questo tempo, prezzolati prestigiatori e illusionisti del teatro sociale. Costoro finiscono per chiamare l’intera società a un gioco, ad un rituale vuoto, ad una commedia senza autori e senza trama in cui, nel rimando all’infinito dei poteri e delle responsabilità e nella negoziazione segreta degli utili e delle plusvalenze, tutti perdono.

Soggettivamente la questione rimane aperta, deve rimanere aperta, perché la libera consapevolezza razionale deve sempre essere in grado di emanciparsi dai meccanismi consolidati della routine sociale. Noi infatti rimaniamo capaci di pensare, di immaginare, di costruire modelli, di cercare verità e di mettere in moto nuove, imprevedibili, divergenti e sediziose catene causali.

Soggettivamente la democrazia può sostanziare le prassi elettiva -  che, osservava Platone, non è tipicamente democratica - con il sale della virtù. Democrazia e virtù vanno di pari passo, ma non nel senso datole da Robespierre: il fanatismo di un’intransigenza occhiuta e criminale che è disposta ai sacrifici umani per onorare il Dio assetato di sangue del Migliore dei Mondi Possibili (la virtù che ama lubricamente e si accoppia in indecenti congressi carnali con il Terrore). No, la virtù democratica andrebbe intesa nel senso di una capacità di porsi seriamente il problema del destino comune, di una prassi ragionevole, di un “vicendevole agire secondo concetti” il cui compito costante è l’elevazione reciproca ad una qualità di vita più alta e più perfetta, cioè, direbbe Gentile sulla scorta dell’utopia idealistica fichtiana, alla vita dello spirito e della cultura. Tale virtù renderebbe ciascun componente della comunità capace di autogoverno e di governo. Il difetto di tale virtù è di essere tale. Ossia seria, impegnativa, difficile, bella e per certi versi inarrivabile. Cioè per sua natura cosa di pochi. La democrazia è un asintoto che all’infinito tocca la perfetta aristocrazia, ma l’asintoto è la precisa e perfetta utopia. Il cuoco di Lenin non sarà mai capace di governare.

L’inarrivabilità oggettiva però non implica l’indifferenza soggettiva. La virtù rimane un compito e un obbligo di ciascuno: essere pronti come se in ogni momento si potesse essere chiamati e determinare quel destino comune di una vita razionale che è la meta di ogni prassi sociale. Essere pronti non è uno slogan, è il precetto evangelico nel quale si sostanzia la virtù democratica la cui formula potrebbe suonare nel modo seguente: agisci in modo tale che i tuoi fini possano essere in ogni momento assunti come i fini del tuo popolo.

Lo slogan di Fratelli d’Italia può quindi essere letto come un’allusione e una via d’accesso alla virtù. Questo può avvenire dentro una dimensione personale, paradossalmente anche a prescindere dai programmi, cioè dalla fragile accortezza comunicativa di questo mondo. A prescindere dagli apparati ideologici costruiti a posteriori su diverse e a volte inestricabili reti di interessi. A prescindere dalle superficialità e dagli errori di prospettiva che giocoforza allignano in un gruppo che media le sue diverse anime non sempre verso l’alto.

Se ciò, malgrado tutto avvenisse, ci collocheremmo alla soglia del voto critico: occasione e apertura che non definisce un’identità in modo grossolano e rapsodico, ma rinvia ad un lavoro e ad un impegno; che è un inizio non un compimento; che è un segno semplice in cerca di una sostanza complessa; che deve fare appello alla persona e alla sua integralità. Il suo carattere critico non allude necessariamente né a un insieme di teorie preconfezionate (i “nostri valori”), né ad un atteggiamento di protesta, né ad un atto di affidamento consapevole ai meccanismi della rappresentanza, né all’assunzione critica, cioè dimidiata e parziale degli scopi del partito (ti voto turandomi il naso, perché mi piaci a metà), ma al senso originario della parola. Il voto critico è un passaggio, la tappa di un cammino pratico, l’episodio di una serie articolata che conduce alla fedeltà a sé stessi e al proprio compito. Una fedeltà che è dunque al tempo stesso conservatrice in quanto fedeltà e rivoluzionaria in quanto rivolta al futuro di ciò che si deve realizzare e della vita che si deve costruire.

Il voto a Fratelli d’Italia, del cui simbolo mi approprio personalmente, mettendovi, con un pizzico di ironia socratica, alla base un libro, cioè il Mezzo della sapienza d’Occidente, può essere critico? E questo che noi vorremmo? Sì, è questo.


N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

sabato 23 luglio 2022

Le Supplici di Euripide: teatro all'alba e al tramonto

 


La Grecia in un anfiteatro romano: in questo caso la bellezza vince sulla filologia. Un monumento costruito nell’81 d.C. a Urbs Salvia, nella terra dei Piceni (oggi Urbisaglia, MC), destinato ad usi diversi, ha ospitato nella sua ampia arena in una splendida serata d’estate del 2022, le Supplici di Euripide del 423-21 a. C..La cornice spesso ha un ruolo importante nella riuscita del quadro e diciamo che in questo caso ha svolto degnamente il suo compito. In scena si sono presentate sette donne, l’intero cast, davanti all’ara allestita in onore di Demetra, dove tutto nella tragedia ha luogo in unità di tempo e di azione. Sono le madri dei sette eroi morti davanti a Tebe nel tentativo di conquistarla, durante sfortunata impresa del re di Argo, Adrasto. Questi era intervenuto militarmente a sostegno del genero Polinice, originario di Tebe e da lì esiliato. I tebani vittoriosi rifiutano di consegnare i corpi dei nemici vinti in battaglia. Per questo le donne affrante, guidate dal re sconfitto si recano ad Atene per chiedere la mediazione della potente città attica al fine di riavere i cadaveri e poter celebrare i riti funebri come impone la legge pietosa degli dei e degli uomini. Teseo, guida della democrazia ateniese, prima riluttante a farsi coinvolgere in questioni che non interessano direttamente la sua città, convinto dalla madre a farsi paladino della giustizia, non senza un ragionamento più squisitamente politico, decide di intervenire. L’ambasciatore tebano, orgoglioso della forza della sua patria, nemmeno accenna a un minimo ammorbidimento della sua posizione e ciò porta necessariamente al conflitto. La vittoria ateniese consentirà finalmente alle madri argive non di avere sollievo ma di poter esprimere in modo pieno e assoluto il dolore per i figli persi. Atena, nella sua epifania finale, consiglierà di trasformare tutto questo avvenimento in un’opportunità politica, garantendosi l’eterna fedeltà politico-militare di Argo, le cui generazioni future vengono peraltro invitate a preparare la vendetta contro Tebe.

La tragedia è sicuramente un canto al dolore muliebre e materno che attraversa l’intera trama, pur ricca di motivi diversi. Si tratta di un dolore inconsolabile che, con paradosso umanissimo, è aggravato dalla mancanza del corpo dei figli e dei correlativi riti funebri, ma non è per niente alleviato dalla loro presenza. Questo è esattamente il tragico: le donne soffrono perché non hanno qualcosa, ma quando la ottengono soffrono ancora di più. Al dolore non c’è rimedio. Accanto a tale a motivo si colloca quello di un certo ottimismo politico. Atene e il suo capo sono chiamati ad essere vindici della grave ingiustizia patita dagli argivi e perpetrata dai tebani - gli uni deboli, gli altri tracotanti -  e vi riescono non senza che la trama mostri un certo orgoglio per la capacità ateniese di confermarsi “impero del Bene” con un peculiare “interventismo della Giustizia” che rende appunto giusti e forti al tempo stesso. Netto risulta pertanto il contrasto tra il disegno politico di un potere dei più buoni (“nelle umane cose stimo che il ben soverchi il male”, dice Teseo – tr. it di E. Romagnoli) e l’antiutopia di una concezione quasi disperata della condizione umana. Alla retorica politica, fa da contraltare una persuasione etica più profonda e definitiva: non il trionfo di Atene conta, ma la duplice sconfitta delle madri -  sconfitta senza i figli e sconfitta con loro - e nel caso di uno dei sette soldati uccisi, anche di una moglie che, alla ricerca dell’unica redenzione possibile, si getta nel rogo dove sta bruciando il cadavere del marito, per consegnarsi all’unico destino accettabile, quello di essere morta come lui e con lui.  Questi temi emergono prepotenti dal testo, ma dobbiamo dirlo, non già grazie alla rappresentazione, bensì quasi nonostante essa.

Anzitutto piace alla regia di Serena Sinigaglia la questione della democrazia, come lei stessa spiega nella presentazione del suo spettacolo al pubblico: “La democrazia ateniese fa acqua da ogni parte, contraddice i suoi stessi valori, è populismo che finge di affermare i sacri valori della libertà. È manipolazione a tratti grossolana, si chiama democrazia ma assomiglia troppo ad un’oligarchia. Sembra lo strumento migliore per scansare la responsabilità e restare a ogni costo, sempre e comunque, impuniti. È la legge del più forte, anche se apparentemente garantisce spazio e parola a tutti”. Ad occhi moderni la perorazione democratica di Teseo nell’episodio della disputa contro l’ambasciatore tebano, difensore della monarchia, può certamente apparire così. Me il legame democrazia-tirannide era qualcosa di assodato nella Grecia classica, tanto che diviene oggetto della refutatio platonica della Repubblica, dove però tale legame, prima di essere condannato, è addirittura considerato necessario. Che una persona, forte, decisa e capace (anche se non sempre onesta) “rappresenti” il popolo e la sua “libertà” fa scandalo solo per un liberale del XIX-XXI sec., non per un uomo del V sec. a.C.. In ogni caso anche l’argomentazione monarchica è difesa con una certa forza ed efficacia:

“La città dalla quale son giunto, è governata

da un uomo sol, non da la folla. E alcuno

quivi non è che a ciance esalti il popolo

pel proprio lucro, e qua e là lo volga.

Tutti miele, costor, tutti lusinghe

son pria, che in danno poscia si convertono.

E con calunnie nuove allor nascondono

gli antichi falli, e alla giustizia sfuggono.

D'altronde, come mai potrebbe il popolo,

che guidare non sa neppure il proprio

razïocinio, reggere uno stato?”

 … Sono argomentazioni già classiche all’epoca di Euripide. Teseo ne riconosce il valore (“è sottil questo araldo, e di parole artefice sagace”). Direi che anche oggi mantengono inalterata la loro capacità di provocare. Ma nel dipanarsi degli eventi, accade che il capo ateniese, dopo aver accettato la sfida dialettica, affinché la disputa non si protragga oltre in un batti e ribatti senza vincitori e vinti, la tronca d’autorità (“tu chiacchieri piú del bisogno; e un messaggero esporre dovrebbe quanto gli fu imposto, e andarsene alla piú spiccia”), segno da un lato del suo interesse, dall’altro del fatto che, contrariamente a quanto la regista sembra voler sostenere, non è quello il focus del dramma (altrimenti saremmo di fronte a un dialogo sofistico-socratico-platonico e non a una tragedia!). E se di politica si parla non è certo nei termini di un’argomentazione in purezza, da storico tucidideo, sebbene l’Atene di Teseo assomigli molto per vanità imperialista a quella che impone ai Meli la sua egemonia, fatto salvo il diversissimo apparato logico-etico-discorsivo.

Si tratta piuttosto, qui la regista ha ragione, di una certa sfera condivisa del sacro e di ciò che è bene e male nella concreta esperienza umana, soprattutto in quella del dolore e della perdita. Si tratta di un certo umanesimo che deve per forza emergere quando la politica e la guerra vengono guardate da dentro, soprattutto attraverso lo sguardo dello sconfitto. È l’interrogazione drammatica che sorge in interiore homine quando il dolore prende piede, invade l’anima dell’uomo e fatalmente si manifesta come la rivendicazione delle ragioni dell’interno contro la logica del mondo. Le donne, le madri ne sono naturali portatrici, ma non le sole. Ben sa l’araldo tebano che

“Quando

nell'assemblea del popolo si mette

la guerra ai voti, nessun v'è che in conto

ponga la propria morte; e la sciagura

storna su gli altri ognor. Se invece, quando

vota la guerra, ognuno innanzi agli occhi

la guerra avesse, l'Ellade in rovina

mai non andrebbe per manía di guerre.

Eppure, ogni uomo il bene e il mal distingue,

e bene giudicar fra guerra e pace

sa, quanto questa sia miglior di quella”.

Le madri aggiungono “il pianto dei cigli”, e le “impronte che incidono le mani sulle [loro] membra pallide” e  lo spasimo che [le] invade”, le loro vesti squallide e le loro urla che assomigliano a ululati, le “bianche unghie” che lacerano le loro guance e la brama insaziabile di continuare a piangere. Il femminile qui oscilla tra l’intelligenza astuta della madre di Teseo che convince il figlio a intervenire a loro favore, anche per calcolo politico, e la violenza del patetico. Nulla a che vedere con l’ispirazione vagamente femminista di “un viaggio di ricostruzione e conoscenza”, come afferma la regia… Nulla a che vedere con la pretesa delle sette bravissime attrici di occupare dentro la rappresentazione anche ruoli maschili, costringendo lo spettatore a seguire con troppa acribia i repentini passaggi di sesso e di carattere, solo accompagnati da qualche scarna simbologia, per esempio una corazza per Teseo.

Questa tragedia di donne, insomma, è di per sé lontana dagli stereotipi dell’emancipazione e della fluidità, in cui la correttezza politica la vorrebbe rinserrare, ma anche da altri luoghi più o meno comuni con cui una sceneggiatura a dir poco allegra ha voluto interpolare e/o mutilare il testo, ferendo con una lancia nel costato la costruzione drammatica euripidea. Che dire, infatti, della sepoltura dei corpi che passa da “giusta richiesta” di Adrasto a “diritto inalienabile”? Che pensare di una lamentazione sul potere “a-morale” che “vuole solo durare” compiuta mediante uno xenotrapianto dal Principe di Machiavelli? Come valutare la censura dell’etica tradizionale – dulce e decorum est pro patria mori – quando dalla bocca dello stesso Adrasto si cancella l’elogio finale degli eroi argivi morti, accennato solo per Capaneo e omesso per gli altri?

Troppa attualità stroppia. C’è poca fiducia nel lasciare allo spettatore la libertà ermeneutica nel fondere i suoi orizzonti con lo spettacolo antico, mentre abbonda la voglia di “pappa pronta” ideologica. Lo spettatore, così depredato, viene nondimeno chiamato a fare un salto nell’antico a prescindere dalla scena, dai costumi e financo dall’identità sessuale dei personaggi: onere pesantissimo e lavoro che potrebbe essere risparmiato!

Qualcuno risponderebbe: “È il teatro moderno, bello mio!” (appunto!), in cui i personaggi salgono sul palco in cerca d’autore e la rappresentazione finisce per rappresentare se stessa, con somma frustrazione del fanciullino che nello spettatore ambirebbe a vedere uno spettacolo e non la didascalica riflessione di una sociologia/filosofia politica for dummies.

Ma Euripide si vendica alla fine con un elogio della vendetta, auspicata da Atena e comandata ai figli degli argivi:

“E dico ai figli

degli Argivi: poiché giunti sarete

a pubertà, per vendicar la morte

dei padri spenti, a sacco la città

dell'Ismeno porrete. E tu sarai

invece di tuo padre, Egïalèo,

giovin duce alle schiere; e dall'Etolia

il figlio di Tidèo verrà, che il padre

chiamar soleva Dïomede. E attendere

non dovete che il mento a voi s'imbruni,

ma pria muover le schiere dei Danàidi

gravi di bronzo contro la turrita

città di Tebe dalle sette porte.

Feroci come di leoni cuccioli

già fatti adulti, contro lor sarete,

espugnerete Tebe: è tale il fato.

Detti sarete tra gli Ellèni epígoni,

vi canteranno i vati: una tal gesta

compiuta avrete col favor dei Numi”.

Prima era stato detto che “vendetta chiama vendetta e sterminio chiama sterminio”, ora si dice che la vendetta è una necessità cosmico storica. Ciò significa ribadire che, se questa è la condizione umana, dal dolore non si esce  e mentre i figli vendicheranno i padri e il dolore della madri, altre madri piangeranno. Ma questa è la verità dell’uomo che non si lascia manipolare da qualche wishful thinking. Euripide suggerisce che  in fondo gli dei preferiscono la vitaccia che facciamo al mondo degli ultracorpi servito dall’ideologia. E questo è luce.

Ah com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire! direbbe il maestro siciliano… A volte i maestri greci, anche quando maltrattati, fanno baluginare raggi di sole.

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

 

 

 

sabato 16 novembre 2019

Idee per una filosofia del gusto (manifesto semiserio, teorico-pratico)




I fondamenti
La gastronomia soffre oggi di due malattie:
1) la porneia televisiva che espropria il gusto e l’odorato in favore della vista e dell’udito; che riduce l’arte della cucina, e la sua esigenza di tempi, attenzione  e dedizione sereni, in competizione sguaiata dove prevale l’ansia da prestazione e la necessità della sua misurazione quantitativa … dove c’è classifica e non classe;
2) l’edonismo crasso, ignorante e materiale che insegue il piacere dei sensi come godimento aleggiante sull’abisso di un nulla di valori, di cultura, di distinzione spirituale. Il cibo rilucente, iper elaborato, raffinatamente scarso, stucchevolmente decorato e impiattato dipende dall’appeal sociale e lo mescola con l’illusione della funzione emancipatrice e terapeutica dell’abbondanza, oppio dell’angoscia, morfina del pungolo psichico, anestesia del senso interno.
Di fronte alla deriva dello chef stellato e stellare che pretende di guarnire la propria pochezza con misere salsine colorate, bisogna ricorrere all’arma della critica. Intanto si potrebbe notare che la grandezza dell’uomo in cucina si avverte non appena esce dalla cucina. L’uomo fa grande il cuoco e non viceversa. E nella grandezza dell’uomo sta quella dose di umile consapevolezza che gli fa esercitare il potere derivantegli dalle sue abilità con misura, temperanza e saggezza. Ovunque nella vita - insomma -  egli cerca lo stile, sapendo che mai nessuno può dire di possederlo veramente … poiché ciò è indice della sua mancanza.
Di fronte alla corsa al lusso e alla moltiplicazione delle ricercatezze, si dica che l’esclusività che ciò implica è il contrario del principio del nutrimento e della varietà. Un modo di prelibatezze è meno prelibato di un mondo dove le prelibatezze convivono con la quotidiana semplicità del cibo e della bevanda che si limitano a calmare la fame.
Di fronte all’esclusivismo alimentare che travalica i confini delle incapacità e dei disturbi fisiologici, bisogna affermare che l’unica nutrizione etica è quella che accetta tutto quello che viene messo nel piatto, come san Francesco comandava ai suoi seguaci: dai biscottini di donna Jacopa fino alla minestrina sciapa dell’ospedale, tutto accolto con gratitudine, tutto buono per chi ha fame. Rispettare chi ha fame è l’unica etica che si addice all’uomo che ha smesso di patirne i morsi.
Eppure bisogna godere. Una vita dedita all’intelligenza senza un po’ di piacere nessuno la sceglierebbe, dice Platone. Ma i piaceri senza intelligenza caratterizzano “la vita di un mollusco, non di un uomo” (Platone, Filebo 21c). E il piacere è piacere, benché possano a buon diritto essere distinti piaceri naturali, necessari, non naturali, non necessari (Epicuro), o piaceri veri e piaceri falsi (Platone), o piaceri catastematici, calmi sereni regolari, e cinematici, intensi, violenti, imprevedibili (Epicuro), benché la vita estetica sia pur’essa ricca di seducenti sfumature, contrappunti, variazioni. A tavola non vale l’ascesi, come a calcio non valgono le mani: è una regola del gioco.
Eppure bisogna godere disattivando la rincorsa della sensazione, l’abbaglio della ripetizione, la promessa della liberazione. La sobrietà del godimento non sta però nella diminuzione della sua intensità e durata ma nella disattivazione della sua pretesa di centralità. Non ci sono “ricette”, ma forse è possibile marginalizzare la cucina nella forma del capriccio, del divertissement, dell’occasionale, della leggerezza svolazzante allegra nelle periferie della nostra vita.
Come l’arte si è emancipata dal dovere della bellezza, snaturandosi nella capricciosa insensatezza dell’happening o nella povertà estetica del mezzo pubblicitario, così la gastronomia si deve liberare dal dovere di rappresentanza di un certo (dis)valore: la competizione, la distinzione sociale, la fama, il consumo, la democrazia, l’ecologia, la modernità e chi più ne ha più ne metta … rinunciando a essere portatrice di significati che la sovrastano … per fare kenoticamente spazio a ciò che sta più in là e più in alto. L’arte tornerà grande smettendo di  rinunciare a sé, la gastronomia sarà arte solo rinunciando a sé, alle sue illusioni, decostruendosi come disciplina e reinventandosi come gioco (perciò questo è un manifesto semiserio). Un gioco che esce dalla sensatezza verso il non-senso del piacere senza interessi e ideologie, che proprio essendo uscita dalla sensatezza la presuppone e la implica.
La cucina come pretesto per altro. La cucina come metafora che si costruisce sulla sostanza più vera del reale. La cucina come linguaggio della diversione. La cucina come differanza. La cucina ermeneutica del marginale. La cucina come vocazione perimetrale.
La tavola come occasione: è risaputo quello che conta è la relazione umana. Magari anche la sapienza … che è sempre dialettica, cioè nasce nel dialogo. Il dialogo a tavola è deipnosofia … e non è sapienza leggera e frivola, ma si nutre della leggera frivolezza del gusto per liberare l’intelligenza dai pesi della vita e consentirle l’accesso ai grandi spazi e all’aria pura.

Alcune note tecniche
Del condimento e della grassezza. Il grasso in cucina è fondamentale. Necessario non è vivere ma ingrassare. Il grasso è nei cibi la relazione, la proteina la sostanza, il carboidrato la materia e,   purificato e digerito come zucchero, la forma. Ora, data la necessità di un equilibrio tra tutti, cosa che però è di competenza dei nutrizionisti, il grasso è la civiltà della cucina perché condisce - cioè mette in relazione pietanze diverse, attenuando le asperità, sciogliendo, sfumando talora ed esaltando talaltra i sapori – e cuoce, cioè comunica il calore, ricevendo a sua volta con il calore i principi saporiti e redistribuendoli nella pietanza con equilibrio e giustizia. Cuocere senza grassi è come far correre un magnifico cavallo con l’handicap … il più delle volte si perde la gara, ma se vinci sei davvero bravo, perché significa che hai raggiunto con l’arte ciò che normalmente è ottenuto dalla natura.
Della quantità e della qualità. In cucina sono entrambi indispensabili. Bisogna opporsi in tutti modi ai piattini striminziti che fanno solo venire la voglia senza soddisfarla. Sono donne seducenti che lasciano il vuoto. Sono spiriti senza carne. Sono evanescenze ingannevoli. Sono kallopìsmata òrfnes: ornamenti dell’oscurità. Lasciamoli ai pretenziosi, ai ristoranti di classe ma senza classe, agli  "addio caro", agli "r gorgés" e alle puzze sotto il naso. Per favore fateci mangiare – benissimo – ma fateci mangiare! Il popolo ha fame, e bisogna riempire la sua pancia, se anche lo facciamo con le brioches nessuno si scandalizzerà, purché lo facciamo. Sulla quantità in solitudine possiamo sorvolare… l’umanità è infatti naturale nemica della pasta in bianco!
Della modalità. Est modus in rebus. La mamma insegna a stare a tavola, ascoltarla. Quindi su le mani. Impugnare bene le posate. Bocca chiusa. Niente gomiti sul tavolo. Vino alle signore. La scarpetta solo in rarissimi casi, quando cioè il sugo lo chiede imperiosamente ed è peccato mortale lasciarlo nel piatto (in questo caso è meglio ubbidire a Dio che agli uomini). Finire quello che c’è nel piatto: si ricordi che l’avanzo è sempre della mala creanza. Non fare gli schizzinosi. Conversare. Non essere né troppo lenti né troppo veloci. E se si è a conoscenza di qualche debolezza in questo campo, ascoltare le mogli!
Nazionalismo e internazionalismo. In cucina, come dappertutto, è cosa buona l’orgoglio nazionale. Ma nemmeno stonano la consapevolezza regionale e financo il campanilismo locale. Noi siamo sempre in quanto apparteniamo. Tuttavia la gastronomia è il regno del gusto e su tutto il gusto domina. Esso è come la musica per la poesia: se la musica qui ha sempre ragione, là il sapore trascende ogni altra considerazione. Quindi … dall’hamburger al kebab, dal sushi alla tempura, dall’adobo alla cheesecake, dal bratwurst alle moules: tutto va bene quando sia fatto bene. Ogni piatto, per quanto umile, se sia ben eseguito tende alla bontà e adorna la nostra vita.

Disposizione transitoria e finale
Vogliamo dire basta alla volgarità della recensione: “Cibo fresco, ben cotto, ottimo servizio, prezzo onesto, da provare!”. Credi di dire tutto e non dici niente. E magari dimentichi anche qualche apostrofo, litighi con i congiuntivi e fai sterminio di accenti. Basta! Per descrivere l’esperienza di una buona mangiata, bisogna in qualche modo elevare le cose dello stomaco e dell’intestino alle altezze del palato e del cervello. Se no rimane una mangiata. Il buono del gusto è in sé già un tropo. Dunque per descriverlo è necessario l’uso di immagini, di metafore. Ci deve essere la qualità estetica di un piccolo racconto. Non si può dimezzare la lingua. Se la usi per gustare, devi imparare a usarla per parlare. Non si può assaporare qualcosa senza un linguaggio per descriverla, perché ciò finirebbe per scindere piacere e intelligenza. Quindi recensire un ristorante o raccontare un’esperienza gastronomica deve essere oggetto di cura ed esigere sapienza. La recensione veloce e funzionale è semplicemente sottomessa alle esigenze di velocità e funzionalità del mercato, che tutto trasforma e rovina nella logica del consumo e del profitto. Questa è un’autentica, ributtante e nauseante schifezza. La recensione volgare è l’unico caso che in gastronomia legittima la parola schifo!

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

venerdì 16 agosto 2019

Il panettone a luglio



Il 28 luglio…panettone!!! Qui ad Arequipa, nel sud del Perù è il dolce della festa dell’indipendenza. Non mi si chieda com’è giunto in Sudamerica … forse è merito di un eroe dei de mondi, forse di un immigrato milanese nostalgico di ben più brumosi Natali … forse è come la teoria di Kant-Laplace o il calcolo infinitesimale di Leibniz-Newton: ognuno ci è arrivato per conto proprio (il panettone come destino dell’Occidente?)[1].
In ogni caso, a parte i dolci comandati, qui ad Arequipa l’indipendenza nazionale è una cosa seria. Il Perù è una cosa seria. Vi si realizza talora una totale sintonia tra Stato e popolo. E non parlo dei governi più o meno corrotti e del giustificato disincanto per la politica, ma più in profondità di istituzioni come esercito, tutori dell’ordine, scuola, raggruppamenti della società civile, Chiesa; tutti assieme a formare un grande coro che si eleva ovunque per celebrare la Patria comune. Ricchi e poveri, giovani e vecchi ho visto marciare, fieri della loro appartenenza, in una delle tantissime parate che in città e in ogni paesino dell’hinterland si celebrano con palchi, bande, discorsi, gente che esibisce il vestito della festa, donne in abiti tradizionali, bambini che in fila ordinate, orgogliosamente con i loro fucili di legno, seguono passo passo i reparti militari dei loro fratelli più grandi. E poi a Quequeña, pochi chilometri fuori da Arequipa, la piazza è piena di colori, la musica e gli inni sposano gli odori di chicha morada (la bevanda nazionale, a base di mais bollito) e delle parrillas, le griglie già calde per accogliere tutti i tipi di carne (in special modo i porcellini d’India, chiamati onomatopeicamente “cuy”).

Sembrerebbe questo Paese, denso di contraddizioni, attraversato da radicate disuguaglianze sociali e afflitto da numerosissime carenze infrastrutturali: dalle strade, alla sanità, al sistema produttivo, sembrerebbe, dicevo, non avere motivo per far festa né per generare orgoglio. Tanto più che le élites dominanti sono responsabili di non aver valorizzato le enormi ricchezze che offre il territorio peruviano, soprattutto il suo sottosuolo ricco di petrolio, gas e metalli preziosi.
Invece no! Un popolo povero ma dignitosissimo celebra la sua esistenza e ribadisce la sua voglia di andare avanti ispirandosi a quei valori di comunità, dedizione, sacrificio ed eroismo che sempre offrono la cornice di senso alla vita dell’individuo. E la Chiesa partecipa con entusiasmo. I suoi sacerdoti promuovono in ogni più piccola parrocchia, dove spesso campeggia a lato degli altari la bandiera nazionale accanto a quella del Vaticano, una preghiera speciale per il Perù, consapevoli che il cammino verso la Patria celeste comincia qui ed ora nella Patria terrena, quella stessa che il loro Signore Gesù mai ha rinnegato o sminuito.
                       Manifesto appeso nella chiesa della Asunción di Chucuito, sulle  rive del lago Titicaca 

Il 28 luglio 1821 José de San Martin entrò a Lima, battendo gli spagnoli. L’indipendenza di tutto il Perù era ancora lontana, ma questa prima decisiva vittoria era già il Perù. Da quel momento bisognerà camminare da soli lungo una strada difficile perché i nemici della libertà della nazione sono tanti, e molto più pericolosi di una Spagna ormai lontana dai suoi fasti imperiali. Solo due anni prima della proclamazione della dottrina Monroe, nuovi imperi si affacciano sul continente e ne minacciano vita e prosperità.
La battaglia non è dunque finita. Anche per i nuovi, subdoli e striscianti avversari, che alle armi più spesso preferiscono il soldo, la setta e la Coca Cola, bisogna preparare un 28 luglio. Credo sia questo uno dei compiti più difficili e affascinanti del Perù del futuro.




[1] La tradizione orale afferma che all’origine di tutto fu la panificadora “Las Americas” fondata da un certo italiano di nome Galletti in Calle san Juan de Dios ad Arequipa negli anni Cinquanta del secolo scorso.


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giovedì 30 maggio 2019

Un regalo di fine anno


Carissimi Marco e Mario,
Che regalo fare al prof. di storia? La risposta a questa domanda, che non vi siete posti, me l’avete data lunedì scorso. Non so com’è iniziata, ma alla fine dell’ora sono bastate due parole, un riferimento, un link, direste voi … ed eccolo lì, il regalo: un piccolo mazzo di fiori dialettici, un omaggio a me e alla vostra intelligenza, un discorso, un logos. Non voi ho ascoltato, ma il logos, e poi mi sono accorto che proveniva da voi … e ne sono rimasto colpito … colpito e felicemente … affondato!.
La cosa è però estremamente seria. Si alludeva tra noi alla tremenda serietà del politico, quello che prende le vite, genera entusiasmi, dà la morte, produce eroi e assieme aguzzini, bellezza sublime e miserabile vigliaccheria. E quando si parla del politico si parla di Stato e di potere, di potere e lotta, di lotta e rivoluzione. Noi siamo stati dentro questi estremi: le grandi coordinate del politico. La vicenda, dicevo, era seria. La morte di Sergio Ramelli per mano dei maledetti che l’hanno massacrato sotto casa. La morte dopo quarantesette giorni di agonia e il diritto sacrosanto di ricordarla e di onorarla. Un diritto calpestato quest’anno da un’ordinanza prefettizia che a Milano, mentre vietava il corteo che intendeva ricordare il ragazzo, autorizzava quello degli eredi degli assassini … asinesco, bavoso ragliare pieno d’odio e risentimento. Questi, coccolati dai media, dalle “autorità”, quelli attaccati senza motivo da qualche celerino spaventato dalla propria ombra e incarognito dalla routine lavorativa. Ho avuto modo di ribadire di fronte a voi le semplici esigenze della giustizia. Trasgredire un ordine del prefetto che vieta il corteo per Sergio Ramelli non solo è giusto, ma è sacrosanto dovere. Voi, giustamente consapevoli della delicatezza dell’argomento, mi avete quasi timidamente fatto notare che la mia posizione non reggeva a quello che potremmo chiamare un “test di universalizzazione”: “Se tutti facessero così, sarebbe possibile la razionale convivenza che si articola attorno al rispetto delle autorità civili”… E a Kant avete subito aggiunto Schmitt e Hobbes. Qualora il popolo si arrogasse il diritto di decidere se un atto dell’autorità è degno o no di rispetto e obbedienza, con ciò sarebbe distrutta alla base la nozione stessa di rispetto e obbedienza. Auctoritas non veritas facit legem. Se l’auctoritas non è l’ultima istanza decisionale, non è più auctoritas. Se è opponibile, pur in nome di una verità evidente (sì, ma chi decide che cosa è verità evidente?) non è più sovrana. Se infine sovrano diventa, in conseguenza di ciò, l’individuo, se cioè l’individuo diviene suprema istanza, con ciò si apre la strada alla guerra di tutti contro tutti, la guerra civile, la peggiore di tutte le guerre, la più violenta, la più disumana.
Quindi … la conclusione dovrebbe essere obbligata: prefetto, celerino e financo, solo per logica deduzione, l’immondizia vociante figlia degli assassini rossi Avanguardia Operaia, avrebbero ragione. Il prefetto e la polizia, nelle loro rispettive collocazioni istituzionali, sono coloro cui è stato affidato il comando e hanno dalla loro la forza della legge e il fine dell’ordine … e l’ordine è sempre meglio di tutto ciò che, subito o alla lunga, condurrebbe a una guerra civile. E le metastasi spirituali di AO, con la loro sfilata “antifascista”, starebbero, pur’esse, fatalmente, dalla parte della legge, giacché formalmente autorizzate.
Bisogna accettare supinamente un simile fatto brutale? Esiste un’alternativa? E, se esiste, qual è?  Contro il re, l’appello al re! Contro l’interpretazione incostituzionale della legge operata dal prefetto di Milano, che vieta un corteo pacifico col pretesto risibile dell’ordine pubblico, mentre autorizza una parata che difende l’assassinio politico come prassi moralmente e politicamente legittima, contro tutto ciò non vi sarebbe altro che il ricorso a un’istanza giudiziale, di per sé tutt’altro che terza, di per sé tutt’altro che sensibile alla giustizia. Contro il prefetto che conculca il diritto a esprimere pubblicamente non tanto un’opinione politica, ma il ricordo della vittima di un atroce reato politico, ci sarebbe solo l’inutile ricorso a quelle istituzioni che hanno a suo tempo permesso l’assassinio, magari vi hanno applaudito, magari si sono resi moralmente complici, magari ritengono ancora che sia stato una “dolorosa necessità”. Queste le mie riflessioni … Ma la vostra obiezione era più che legittima. Non posso lamentarmi se i miei ragazzi hanno letto Schmitt, lo Schmitt realista e hobbesiano, e lo hanno capito … Mea culpa, mea maxima culpa!!! Dunque sembra tutto giusto: il celerino mena, pauroso, pur trovandosi di fronte a gente inerme, a gente con un certo senso dell’onore, gente che non odia le divise per partito preso, ma esige da loro quella virile compostezza che è invece tristemente mancata. Il dirigente di polizia ordina, perché ordina il prefetto. Costui, dal canto suo, si sente autorizzato a fare della legge, del suo spirito, ma ancor più della giustizia, carta straccia … e nessuno dice niente …
Ebbene, voglio replicarvi, questa violazione sistematica dell’equità non è mai politicamente senza effetti. Il rispetto della legge, quando - senza ombra di epikeia e senza un briciolo di prudenza - diviene meccanica sussunzione della fattispecie entro una qualsiasi generalità data, è mostruoso giuspositivismo. Quando la legalità è svuotata sistematicamente dei suoi contenuti di giustizia, genera non un ordine ma la sua scimmia, cioè l’apparato. Ci può essere un’autorità senza il minimo interesse per ciò che è giusto?… Anche Hobbes diceva che mai si possono contestare lo Stato e il sovrano, ma il suo modello si chiudeva con il necessario riferimento al più impegnativo degli assiomi: Jesus is the Christ. È risaputo: le verità teologiche sono sempre interpretabili dal sovrano che deve rimanere l’ultima istanza decisionale (non ci deve essere alcuna potestas indirecta di nessuna Chiesa alternativa o separata dallo Stato), ma esse rimangono. Esse permangono a suggello e a ricordo che la convivenza civile non è mai pura tecnica del potere. Jesus is the Christ in alto, la protezione e l’obbedienza in basso. Non ci può essere qui ed ora alcuna relazione di comando, senza rimandare ad un criterio di lassù, cioè sublimemente morale. Il che è confermato dal valore che Hobbes, pur in chiave materialistica e corporeistica, assegna alla vita e quindi allo sforzo di evitare il macello umano della guerra civile. Tutto ciò è una verità, è una giustizia che non può essere allegramente scavalcata dall’auctoritas, altrimenti verrebbe meno il suoi augere, il suo aumentare, il suo andare verso l’alto, il suo stare in alto per comandare. Si comanda dall’alto. Ogni volta che, comandando, si cade in basso, si mette a rischio l’efficacia e il senso stesso del comandare. L’autorità che viola sistematicamente la giustizia, quindi, corre lo stesso rischio di promuovere la guerra civile dell’assenza di autorità o del diritto alla sistematica contestazione dell’autorità. E anche quando l’autorità avoca a sé la decisione su che cosa sia “giusto”, non può con ciò sollevare e neutralizzare il senso di giustizia degli uomini. L’autorità non entra nel foro interno. Ciò la indebolisce enormemente, dice Schmitt. Ma al tempo stesso la rafforza enormemente quando la giustizia è rispettata, non perché lo chiede o lo impone qualcuno ma perché è così: virtus propter se servanda. Cari ragazzi, il senso del mio discorso era questo: verissima la vostra obiezione; verissima tuttavia la irrinunciabilità della giustizia. E pertanto è atto doverosissimo quello di ribellarsi al prefetto, i cui atti ingiusti sono perciò stesso nulli. Chi lo decide? Diciamo che se lo decidiamo noi non è perché esigiamo la distruzione del potere, ma la sua adeguazione ad un modello più grande, impegnativo e bello; se lo facciamo per questo, il nostro anarchismo non ne lede i diritti … non disprezza né la voce che ordina né la mano che esegue, la cui divisa né ci affascina a priori né ci indigna, sapendo che ogni divisa è onorata solo dall’uomo che la indossa. Saremmo monarcomachi? Sì, ma per amore della regalità. Saremmo  anarchici? Sì, perché non sopportiamo alcun ordine sbagliato, perché per noi l’Arché è una cosa seria …
Vi ho fatto i complimenti per come avete ragionato, Marco e Mario: lucidi e convinti, ma al tempo stesso capaci di ascolto e meditazione. Volevo dirvi che questo è un grandissimo regalo. Con voi l’insegnante è più che mai un “servo inutile”: voi avreste appreso e sareste cresciuti anche se a spiegare, al mio posto, ci fosse stato un computer … Però che bello parlare con voi! … e assistere al miracolo, al quale mai mi saprò abituare, di vedere ragazzi diventare uomini!

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sabato 15 dicembre 2018

Regali


Chissà perché a Natale, proprio a Natale, insorgono i nemici del consumismo. E' vero: oggi lo fanno meno che ieri. Un po' perché si va mestamente nella direzione di una laicizzazione completa della ricorrenza...che a breve diventerà quello che già è nelle scuole progressiste più à la page: la festa d'inverno. Un po' perché in omaggio a tale laicizzazione, le luci, i colori e i negozi pieni scandalizzano sempre meno i benpensanti. Tuttavia, siccome la tentazione del predicozzo è universale e alligna specialmente nelle illuminate menti laiche, queste ultime non resistono alla seduzione del Natale e approfittano per somministrarci la loro omelia: che cosa rimane di spirituale in una festa che è divenuta una grande orgia commerciale? Che cosa rimane oltre alla patina di buoni sentimenti che copre ben più prosaici interessi economici? Ecco allora - pressante, urgente e altamente significativo - il loro invito alla sobrietà, al raccoglimento, ad allargare lo sguardo al mondo, ai problemi insoluti, alle urgenze che richiedono il "nostro impegno". Sobrietà, problemi, impegno? Proprio a Natale? Proprio nella festa dell'Incarnazione di Nostro Signore? Provate a pensarvi mentre porgete un regalo che vi è costato molto, moltissimo. Pensate alla reazione di colui che lo riceve: la vorreste sobria, "problematica", compassata, calma e "impegnata" fino al disprezzo, o preferireste un'esplosione folle di gioia e di gratitudine? E preferireste regalare qualcosa a una persona che sapete a sua volta generosa, oppure a un tirchietto rinsecchito e pusillanime, benché estremamente "consapevole"? Bene, allora, cari signori della natalizia lotta al consumismo, il sospetto è che voi lo facciate in nome della vostra avarizia e della vostra aridità. In fondo se credi poco, scommetti poco, spendi poco e morirai nel poco in cui hai vissuto. Salvo godere di nascosto, quando nessuno vede, dei tuoi vizi privati, raffinati e decadenti, estremamente dispendiosi ma per niente consumisti, perché strettamente censitari e d'élite. Bene, carissimi puritani della laicité natalizia, caro ugonotto che nel tuo attico a Brera canti l'Internazionale, caro giornalista dal sublime sentimento morale, prima di visitare la cappella spoglia dei Poveri di Lione, vieni da noi!. Noi ti invitiamo a godere come un matto. Noi, che abbiamo ricevuto da Gesù il più grande dei regali, smaniamo dalla voglia di regalare, perché celebriamo la luce che ha vinto le tenebre. E se tu non la vuoi accogliere, fa niente. Noi ti vogliamo inondare di luci e di colori, e vogliamo spendere tutti i soldi che abbiamo, e brindare e ridere e scherzare e trovarci tutti assieme. Nulla si lesina, nulla si risparmia, nulla si trattiene quando sei in overdose di grazia. E chi la vuole spiritualizzare commette un grave peccato contro l'Incarnazione. Voi parrucconi della morigeratezza, voi robespierre della parsimonia accomodatevi nelle vostre camarille catare e gnostiche! Noi ce la godiamo perché lo spirito ha vivificato la carne e ci annuncia che tutto è buono agli occhi del Bambino che nasce. Così portiamo acqua mulino del materialismo consumista? Ben venga il materialismo: noi non lo temiamo, perché Dio ha redento la materia. Liberi, vagliamo tutto e teniamo ciò che è buono...liberi di godere, liberi di gioire per un dono ricevuto, liberi di dare, liberi di regalare!

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mercoledì 28 novembre 2018

Sicilia Felix (da "L'intellettuale dissidente")


Lasciando Piazza Armerina tra le giustissime rabbie, le imprecazioni e le maledizioni di una guida turistica contro i vigliacchi incendiari che, nuovi iconoclasti di nuovi Daesh, distruggono la colorata vita di queste terre, io e mia moglie decidiamo di entrare ancor più nel cuore della Sicilia. È proprio il paese “cui la colomba prestò il suo collare e il pavone rivestì del manto screziato delle sue penne”, come ebbe a dire uno dei suoi ultimi nobili abitanti musulmani, Ibn Hamdis nell’undicesimo secolo. Al suo cuore si arriva fisicamente, percorrendo le assolate strade che portano verso Enna, dentro ai suoi colori, nel mezzo dei suoi orizzonti esplosivamente mediterranei. Ma il suo è anche un cuore spirituale che si è nutrito delle nostre letture comuni: i classici, Verga, Pirandello, Sciascia, cui si aggiunge un moderno, anzi un modernissimo, Pietrangelo Buttafuoco. Eccoci allora, attraverso campi d’un giallo accecante e strade che mettono a dura prova gomme e schiene, a Leonforte, cittadina d’origine del Nostro. Ci arrampichiamo sul pendio del monte che la ospita fino a corso Umberto, che sappiamo essere l’ “arteria” principale del paese. Di lì alla chiesa dei Cappuccini ci vuol niente, ma non ci saremmo mai arrivati senza un signore di settantaquattro anni, terziario francescano, cui chiediamo un’informazione e da cui riceviamo un invito a seguirlo: è il sacrestano che si offre di aprirci la chiesa. Sandali, corpo minuto, pelle scura, dialetto siciliano con italiano a sprazzi, modi squisiti, ci mostra non senza un pizzico d’orgoglio la statua della Madonna che il giorno dell’Assunta sarà portata in processione e, non senza qualche rimpianto, la riproduzione d’un Beato Angelico un tempo proprietà della chiesa e ora di un collezionista privato.
Ma quel luogo sacro custodisce anche le memorie della fondazione di Leonforte nella tomba ricchissima di porfido nero della contessa Branciforti. Essa impone la sua maestà al visitatore quanto il sacello del conte, Nicolò Placido Branciforti, nascosto da un ampio e pesante tappeto davanti all’altare, significa la discrezione del vero potere, il potere cui si deve la nascita dell’insediamento nel 1610 e la costruzione di un robusto e severo palazzo che adorna altrove la piazza del paese. Il riposo eterno di questi nobili è sovrastato e quasi confortato da un capolavoro del seicentesco Pietro Novelli, L’elezione di san Mattia, forse allusione alla rapida ascesa sociale della famiglia committente nel contesto della politica del suo tempo, ma ancor più, vogliamo pensare, traduzione pittorica di quell’ideale di nobiltà che legge il proprio destino attraverso l’idea di elezione. Essere eletti significa che la propria condizione è un dono, è da Dio, e in certo modo va compensata attraverso un ruolo pubblico fatto anzitutto di largizioni, di bene comune, di signorile generosità. Ciò segna l’autocomprensione di tutta la nobiltà seicentesca, ma in Sicilia sembra che lasci un segno di aristocratica elevatezza in ogni ceto sociale … magnitudo animi diffusiva sui, la magnanimità tende per sua natura a diffondersi. Quale ricchezza, dunque, sullo sfondo di quella dignitosa povertà siciliana, fatta di case basse e scrostate, calure assolate e abbandoni d’ogni cosa! Quali cadenze di dignità e squisitezza nell’eloquio del nostro sacrestano che, erede di una Sicilia atavica, ci racconta dell’oggi di cui siamo sulle tracce, dei Buttafuoco e di Pietrangelo - “largo di cuore” - che noi speravamo, ingenuamente, di incontrare per strada e che invece non vedremo, ma di cui, come per contrappasso del grande narratore, sentiamo raccontare!
 E lungo la scia benefica di questo incontro, proseguendo verso il basso, dove ci è indicata una splendida fontana seicentesca, la Granfonte, con i suoi “cannoli” stillanti freschissime acque, eccone un altro. È la sorpresa di una cortesia inaspettata, di una gratuità imprevista e imprevedibile, assolutamente inutile e, quanto più inutile, tanto più bella. Di fronte al palazzo dei Branciforti, entriamo nuovamente assetati in una panetteria chiedendo una bottiglietta d’acqua. Un volta consegnati i centesimi dovuti alla bellissima ragazza con occhi e capelli neri dietro al bancone, i biscottini alla mandorla che nella vetrina davanti a noi ci hanno attirato e stregato non riusciamo a pagarli. Non so capire: forse il gusto della bella figura con due dei pochissimi – immagino – turisti della zona; forse pietas nei confronti della nostra golosità; forse pigrizia nel ricevere a fronte del dinamismo del dare … non so. Fatto sta che la dolcezza del gesto e la grazia naturale con cui è stato compiuto hanno completato moralmente il già rilevante godimento dei sensi dovuto alle mandorle, ai pistacchi, alle loro morbidezze, in cui vivono profumi, sapori e  chiarori di questi luoghi. Quasi a lasciarcene un ulteriore ricordo, il navigatore sbaglia percorso al ritorno, inducendoci, pur dubbiosi, a inerpicarci su stradine scoscese in mezzo ai frutteti, dove le pesche di Leonforte, un altro tesoro di questa terra, crescono da giugno coccolate e impacchettate ancora verdi sui loro rami perché, protette dai parassiti e dal vento, ne sia favorita la maturazione.
Che dire di questa escursione nella Sicilia profonda in cerca di verità e di letteratura? Innanzitutto dobbiamo tornare alle parole di Pietrangelo: “Alla verità bisogna credere, alla realtà no. La verità è una cosa, la realtà è un'altra. Ciò che è reale può essere una menzogna, anzi il micragnoso mondo delle cose è quanto più distante dal vero, perché l’accadere dei fatti, nel tempo, negli orologi del divenire lineare, è materia propria dell’illusione e non del disvelamento. Vince nelle guerre, dissemina la falsità e istituisce il predominio dell’uomo sull’uomo. Il reale (è) demone del male…”. Leonforte, i suoi territori e i suoi abitanti ci sono apparsi più veri che reali, più racconto che fatto, più poesia che prosa e in questa fede antipositivista che ci accomuna a lui e alla sua gente, forse abbiamo capito qualcosa di più di Pietrangelo, del suo stile barocco, delle immagini della sua pagina vivace e seducente, della sua innata signorilità. Ma ciò abbiamo fatto grazie agl’incontri imprevedibili, imprevisti, con i leonfortesi. Quanto di uno scrittore è spiegato dalla sua appartenenza? Direi che l’appartenenza è qualcosa che ritorna, in generale, come un fine non cercato. Ella “ama quei che non l’invoca, ella ama quei che non lo sa e dona la sua luce fioca a chi per altra luce va”, parafrasando Carlo Michelstaedter. A noi che cercavano lo scrittore è giunto un altro testo, quello del suo popolo, che ci ha lasciato l’impronta di lui che non saremmo riusciti a immaginare. Adesso possiamo capire che cosa vuol dire la luce della Sicilia che abbiamo visto nei paesaggi e negli occhi delle persone, quasi che veramente un “Signore dell’alba” preservi quest’isola dai “mali del creato” e dalla “notte buia quando si addensa” (cfr. Corano, sura CXIII). Adesso, sazi di sole e di bellezza, dobbiamo ritornare, per le inesorabili leggi dell’ermeneutica, con sguardi diversi sulle parole del nostro Autore, che saranno ricche di una felicità in più.