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venerdì 5 maggio 2023

Sul corpo di José Antonio

 


La cronaca è questa. Recentemente il governo spagnolo ha compiuto l’ennesimo scempio di morti. Dopo aver agguantato il cadavere di Francisco Franco per strapparlo al suo riposo nella Valle de los Caídos e averlo buttato, per legge, in un altro cimitero, è l’ora di José Antonio. Le mani sporche degli yuppie capitalsocialsti di Pedro Sánchez e degl’impuri chandala di Pablo Iglesias si sono gettate sul corpo del nobile capo della Falange, fucilato a suo tempo da vigliacchi senza umanità e senz’anima, per aggredirlo con nuove e più striscianti vigliaccherie. Anche lui via dalla Valle! … via, dentro il piccolo recinto di San Isidoro alla periferia di Madrid, scelto per dare a tutto il crisma feroce dell’insignificanza. Sono le opere della legge, direbbero le Scritture, opere, fuori di metafora, di una legge vomitevole e totalitaria, la Ley de memoria democrática, quella che promuove la cancellazione della storia vera della Spagna con lo scopo di sostituirla con la sua risignificazione appunto “democratica”. Vale a dire: prendo i monumenti del passato, ne distruggo la parti scomode e li risignifico, cioè costringo il loro simbolismo dentro i canoni della correttezza politica neopuritana della sinistra. Come Stalin condannava i dissidenti al pentimento pubblico, l’omuncolo del potere madrileno vi costringe i monumenti. Ma affinché la strategia abbia successo, bisogna lavorare ... anche e soprattutto sui corpi, perché le pietre parlano per mezzo dei corpi, sono simboli di più potenti simboli corporei di un passato che nel corpo della nazione spagnola è incarnato… malgrado l’indifferenza dei più che pensano a far soldi o a godersela. Separati i corpi dalle loro pietre, si crede di farla finita… e poter riscrivere la storia con il basso ventre. Non è più allora il tempo della Spagna invertebrata di Ortega, ma è la Spagna vomitevole di Irene Montero (che distrugge croci e acquista ville). Beh, vedere la danza pornografica dei potenti di un giorno sui cadaveri di un’epoca mette grande tristezza, e forse anche rabbia. Sulle vesti dei più grandi, i peggiori e i malriusciti gettano le sorti. La Valle de los Caídos, dove riposavano insieme i repubblicani e i nazionali, accostamento voluto in segno di leale riconciliazione alla fine di una sanguinosa guerra civile, è ora pronta al funerale della bellezza che Madrid le prepara da tempo. Ma nessuno creda che l’infamia che si pretende immortale, usurpando le sedi dell’onore, possa mai durare poco più del tempo della sua putrefazione. Poi le puzze democratiche dilegueranno e un po’ di luce tornerà. “A un tratto, in un giorno chiuso appare il margine estremo della massa continua delle nubi, giù basso all’orizzonte, e rivela il sereno, le montagne luminose nella gloria del sole”. Ma non è solo un evento climatico, bensì la storia di volontà che si risvegliano, di cultura che si rimette in moto e di sensibilità che riprendono vigore. Temano i topi che ora occupano la fogna della Moncloa il ritorno degli uomini.

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.


venerdì 28 ottobre 2022

Zeev Sternhell e la nascita dell’ideologia fascista. Una sintesi.

 


Siamo al tempo degli Scurati e degli Ovadia. È l’età del ferro (ferro borghese e molle) in cui la storia si ritira di fronte al dilettantismo pseudo letterario o attorale. E quando i liquami post-moderni incontrano l’altro, diverso e incompatibile non possono che fare una sola cosa: sporcare. Perché non c’è una questione storica, un problema, qualcosa da capire e da comprendere: già tutto è dato nelle sicurezze oclocratiche di guitti e buffoni, i veri padroni del nostro tempo. Dunque, bisogna diffondere odori di fogna. Lo scopo di bassa cucina politica? Proteggere e occultare le puzze del presente.  C’è chi viceversa vuole respirare e cerca aria migliore. Fuor di metafora c’è chi ha sempre creduto nella necessità di una storicizzazione autentica del fascismo, non in quella dei “mai più” che lo fanno sopravvivere in eterno come fantoccio dei voodoo costituzionali. C’è qualcuno per il quale vale ancora il precetto weberiano dell’avalutatività e la chiamata della razionalità e del metodo storico. L’unico mezzo per superare le contrapposizioni violente di una guerra civile interminabile, e interminabilmente rinfocolata da istituzioni politiche e culturali moralmente e civilmente vuote, risiede proprio lì, nella sfida della ricerca e di una verità che non è mai un possesso definitivo e che difficilmente, nella sua complessa articolazione, si fa strumentalizzare. Oggi a cento anni dal fattaccio, andando un po’ controcorrente, mi piacerebbe dissotterrare l’ascia della scienza, andando a riprendere il capitolo iniziale di un testo fondamentale, Nascita dell’ideologia fascista di Zeev Sternhell (tr. it. Baldini &Castoldi, Milano 1989, pp. 9-52).  Lo faccio in modo divulgativo e didattico, rispolverando gli appunti di una mia lezione, che al testo aggiunge liberamente notazioni personali e spiegazioni,  mentre cerca una sintesi da offrire allo sforzo dei miei ragazzi, e di tutti gli interessati, di conoscere e di crescere. Buona lettura!

Il concetto di fascismo

“Di tutte le grandi ideologia del Novecento, l’ideologia fascista è la sola che nasca con il secolo. Terza via tra liberalismo e socialismo marxista, il fascismo propone una soluzione alternativa ai problemi posti, nell’Europa a cavallo tra i due secoli, dalla rivoluzione tecnologica e da quella intellettuale”. Tale movimento non può essere ridotto a parentesi o anomalia, ma è parte integrante della storia del Novecento. Pur provenendo in certa misura da un dibattito all’interno del marxismo, non può esserne considerato un sottoprodotto, né può essere letto, al contrario, come una semplice reazione antiproletaria di fronte all’avanzare del movimento operaio, come vuole la storiografia terzinternazionalista. Esso piuttosto appare un’autonoma “forza di rottura capace di partire all’assalto dell’ordine costituito e di porsi in diretta concorrenza con il marxismo nel tentativo di procacciarsi il favore tanto degli intellettuali quanto delle masse”. Qui si prende in considerazione il suo pensiero, nella genesi e nello sviluppo che si determina tra Francia e Italia e che ne rappresenta una radice differente e autonoma rispetto a quella del nazismo. Quest’ultimo infatti trae la sua originale ispirazione da una tradizione deterministica e biologistica che sorregge le sue più radicali propensioni razziste. Al contrario i motivi ideologici fondamentali del fascismo vanno rintracciati in una forma di revisionismo rivoluzionario, antirazionalista e antimaterialista, del marxismo che incontra il nazionalismo e il futurismo e promuove una sintesi. La pars destruens si rivolge alla filosofia dell’illuminismo, alla teoria dei diritti naturali, all’internazionalismo e al pacifismo e, con esso, all’egoismo di classe borghese, nonché a quello proletario. Quella construens ad una presa di coscienza dell’identità  nazionale che va a sostituirsi alla coscienza di classe come fattore rivoluzionario; al permanere della questione sociale, risolta non con un’internazionalizzazione delle masse, ma con una loro nazionalizzane interclassista e organicista (secondo la quale la società si sviluppa un’interazione gerarchica di parti che collaborano al tutto, non essendo da quest’ultimo separabili né senza quest’ultimo concepibili), come processo che offre una diversa via alla partecipazione delle stesse masse alla vita sociale, inaugurata dalla modernità rivoluzionaria. Attorno a questi nuclei si sviluppano i temi che via via si aggregano quali conseguenze deduttive dell’ideologia fascista e/o integrazioni dovute a motivi storici o strategico-politici. Tutto nasce in ogni caso con un processo di revisione del marxismo.

Il dibattito di fine Ottocento nel contesto del marxismo: Bernstein, Kautsky, Lenin

La revisione del marxismo operata dagli intellettuali che avrebbero contribuito alla nascita del fascismo si produce sulla scia di un grande dibattito a fine Ottocento, dal quale sarebbero sorti da un lato il revisionismo socialdemocratico e riformista di Bernstein, dall’altro la prospettiva democratico-rivoluzionaria di Kautsky. Eduard Bernstein (1850-1932) è teorico del revisionismo che, constatando la vitalità del capitalismo, giunge alla conclusione che la previsione della sua inevitabile crisi, sviluppata da Marx, sia erronea e che dunque sia necessario cambiare strategia, promuovendo gli interessi dei lavoratori con una politica riformista nel quadro del sistema capitalistico borghese. Karl Kautsky (1854-1938) è un importante teorico del marxismo, collaboratore di Engels e curatore dell'edizione del quarto volume (postumo) del Capitale di Marx.  Entra in polemica con Bernstein, accusandolo di riformismo piccolo borghese e di favorire un'accettazione del sistema di oppressione capitalista, fondamentalmente contrario agli interessi del proletariato. Inoltre, egli contrasta Bernstein quando costui sostiene l’idea di una neutralità del sindacato rispetto al partito dei lavoratori. L'opera del sindacato deve, al contrario, essere rivoluzionaria e non può limitarsi a rivendicazioni economiche, poiché è chiamata a determinare il processo eversivo con cui il proletariato è destinato a soppiantare la borghesia e a prendere il potere. Dopo la Rivoluzione d'ottobre, entra in conflitto ideologico con Lenin, affermando che la dittatura del proletariato non poteva essere sganciata dall'effettivo consenso popolare che i bolscevichi, nel momento in cui avevano sciolto l'assemblea costituente del 1917-18, avevano deciso di considerare ininfluente. Per Lenin tali posizioni risultano essere di fatto un sostegno alla controrivoluzione: Kautsky, nell’opinione del capo bolscevico, diventa un esecrabile “rinnegato”.

Se dunque Bernstein accetta una prospettiva di riforme a favore del mondo operaio, anche dentro il quadro della monarchia costituzionale, Kautsky ritiene che non si possa dissociare il socialismo da una forma di governo democratico-radicale e repubblicana. Entrambi, tuttavia, si trovano d'accordo sulla situazione tedesca: bisogna lottare per una progressiva democratizzazione dello Stato (per Bernstein nel quadro monarchico, per Kautsky fuori di esso).

Kautsky a Erfurt

Secondo Kautsky le tappe di tale sviluppo dovevano essere le seguenti: a) il movimento socialista prende il potere in modo rivoluzionario; b) Dopo aver instaurato un regime democratico, tutti gli ulteriori progressi dovrebbero essere lasciati al libero corso della democrazia verso modalità di gestione dell'economia e convivenza civile sempre più giuste. Non bisogna dimenticare che Kautsky era stato il protagonista del congresso di Erfurt (1891) del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD, che riuniva tutti i socialisti tedeschi). In tale congresso era stata stabilita la necessaria convivenza, entro il progetto politico del partito, di un programma massimo, rivoluzione sociale e ribaltamento repentino dei rapporti di classe, come aveva indicato Marx, e di un programma minimo, le lotte economiche per il miglioramento delle concrete condizioni operaie nel presente.

Ciò aveva generato una peculiare contraddizione tra un partito che in campo dottrinale/teorico si dimostrava fedelissimo a Marx (programma massimo), e che di fatto, nella pratica, con la fine delle leggi antisocialiste di Bismarck, veniva accolto nella legalità e si disponeva a diversi compromessi col regime esistente, pur nell'intento di democratizzarlo (programma minimo). Si trattava di una evidente dissociazione tra teoria e pratica (una teoria rivoluzionaria e una pratica riformista).

Riformisti e rivoluzionari tra teoria e prassi

A tale dissociazione reagiscono i revisionisti di Bernstein che vogliono renderla coerente dal lato della pratica, modificando la teoria in senso riformista ("Se la pratica è riformista bisogna rendere riformista anche la teoria"); dal canto loro, i marxisti ortodossi vogliono risolverla dal lato della teoria, rendendo pratica coerente con la teoria e puntando a che l'azione diventi rivoluzionaria (“Se la teoria è rivoluzionaria, bisogna rendere rivoluzionaria anche la pratica").

Kautsky e Rosa Luxemburg

Ma c'è dibattito anche nel gruppo dei marxisti ortodossi in cui si oppongono

1) la prospettiva di Kautsky secondo cui la lotta di classe non deve introdurre una dittatura del proletariato, ma un regime completamente democratico (tutto va demandato alle assemblee elette che rappresentano le esigenze e gli interessi popolari, e non alla dittatura di un partito rivoluzionario e del suo gruppo dirigente). Dalla progressiva democratizzazione della vita sociale ed economica, in modo automatico e quasi fatale, sorgerà il socialismo;

2) la prospettiva di Rosa Luxemburg e degli altri rivoluzionari dell'est europeo, come Lenin, che, pur con diverse sfumature, ritengono che la rivoluzione debba distruggere completamente e dalle fondamenta il capitalismo anche nella sua versione democratica (che rimane pur sempre gestita e guidata dalla borghesia). Kautsky, aspettando il socialismo dagli sviluppi della democratizzazione del regime capitalistico, pecca di fatalismo. Al contrario i marxisti come la Luxemburg e altri non perdono mai di vista il fine del movimento operaio, la rivoluzione anticapitalista, il suo protagonista, il proletariato industriale, e la sua strategia rivoluzionaria.

Tutti, malgrado queste differenze, in ogni caso rimarranno fedeli, sotto il profilo filosofico, al contenuto materialistico, razionalistico ed hegeliano del marxismo.

I latini e Sorel: un terzo incomodo

 Nel medesimo ambito marxista, si svilupperà tuttavia un nuovo disomogeneo gruppo, che potremmo chiamare “i rivoluzionari latini”, cioè di nazionalità francese e italiana, il cui rappresentante più famoso diventerà Georges Sorel. Dopo aver intrapreso la carriera di ingegnere civile, ritiratosi dalla professione nel 1892, egli comincia a occuparsi di filosofia, storia, scienze sociali e politica. Tra il 1893 e il 1897 il suo orientamento marxista lo induce a partecipare al dibattito sulla revisione della dottrina di Marx ed Engels, offrendo un’interpretazione volontaristica e antipositivistica del socialismo, secondo la quale alla rivoluzione proletaria avrebbero condotto la volontà e la capacità di azione del proletariato, e non una più o meno rigida necessità storica. Sempre più critico verso i partiti socialisti e le loro tendenze parlamentari e riformistiche, Sorel compie tra il 1905-08 il tentativo di recuperare la sostanza rivoluzionaria del socialismo, fuori della cultura positivistica della socialdemocrazia europea, quella che mischiava speranze di palingenesi sociale e fiducia nel progresso tecnologico secondo un andamento lineare della storia dal peggio al meglio, quasi affidando ai processi immanenti della storia la possibilità di emancipazione delle masse operaie. Fedele al suo attivismo rivoluzionario e all’idea marxiana della violenza come levatrice della storia, egli finisce per individuare nella guerra di classe il nucleo vitale del socialismo e diviene sostenitore di una prospettiva sindacalista rivoluzionaria. Il sindacato è considerato il principale soggetto rivoluzionario perché organizza le energie proletarie che si manifestano nella concreta prassi di ribellione allo sfruttamento delle fabbriche e del lavoro. A muovere e a incanalare la rabbia proletaria devono esserci dei miti, cioè delle narrazioni che strappano l’uomo a se stesso e lo inducono ad agire. Al vertice dei miti rivoluzionari vi è quello dello «sciopero generale», inteso come strumento di educazione e di lotta (Réflexions sur la violence, 1908). L’idea di un dinamismo energetico ed aggressivo, al quale sottomettere la ragione e la prudenza, comporta una nuova concezione della politica in cui l’agire è considerato primario e indispensabile: una mistica dell’azione che non dispiacerà ai futuristi. Ormai estraniatosi dal socialismo ufficiale, Sorel si impegna a percorrere nuove vie di azione rivoluzionaria, accostandosi all’Action Française e collaborando alla rivista nazionalista L’indépendance (1911-13), cui lo avvicinavano le comuni convinzioni antiliberali, avverse alla democrazia parlamentare, ai suoi fondamenti filosofici ed etici. Allo scoppio della Prima guerra mondiale si ritira dalla vita politica per dedicarsi agli studi filosofici, rivolgendo nuovamente le sue speranze verso la rivoluzione bolscevica e mostrando un curioso interesse verso il fascismo nascente.

Un’altra revisione di Marx

Complessivamente si può dire che con Sorel e gli altri socialisti “latini” si determinerà una revisione del marxismo in grado di andare oltre le posizioni in campo fino all’inizio del Novecento. Infatti, mentre i marxisti tedeschi e orientali fanno il possibile per non rinunciare alle dottrine economiche di Marx sullo sviluppo del capitalismo e sulle sue contraddizioni, così come al suo impianto deterministico, legato cioè allo sviluppo necessario della storia secondo ferree leggi dialettiche verso la rivoluzione e la società senza classi, i “latini” vogliono rivedere il marxismo, anzitutto riconoscendo gli errori economici di Marx e i difetti del suo materialismo.

In questo campo risulta importante la critica della teoria del plusvalore portata dall'economista austriaco Eugen Ritter von Böhm-Bawerk (1851-1914) nel suo volume Capitale e interesse sul capitale (1884). Tale critica prosegue in Zum Abschluss des Marxschen Systems (La fine del sistema marxiano, 1896) mediante la sottolineatura di alcune contraddizioni all’interno della maggiore opera marxiana, Il Capitale, su temi economici rilevanti come valore, profitto, prezzo. Quanto a tale ultimo argomento, esiziale è agli occhi di Böhm-Bawerk la sottovalutazione del processo di domanda e offerta nella determinazione del prezzo, tema fondamentale per comprendere i processi economici propri del capitalismo. A questa critica si associa nel socialismo “latino” il peso del grande studioso italiano Vilfredo Pareto che, pur non avendo aderito al marxismo, è ricercatore ascoltato anche in ambienti socialisti. Costui si dedica a ricerche di economia matematica (Corso di economia politica - 1897-98) e in sociologia è noto per la teoria della circolazione delle élites, secondo cui in ogni società le minoranze al potere si rinnovano continuamente a causa della degenerazione di coloro che vi appartengono e dell'ascesa di elementi superiori ed eccellenti formatisi all'interno delle classi sociali subordinate (Trattato di sociologia generale - 1920). Ebbene, Pareto difende la libera concorrenza come fattore di sviluppo, ritiene che si debba limitare l'intervento dello Stato nel campo economico e considera erronea la visione marxista della storia.Sono suggestioni critiche importanti che si associano a quelle di un altro attento studioso del marxismo, di scuola liberale, come Benedetto Croce, filosofo idealista e protagonista di primissimo piano della prima metà del Novecento filosofico e culturale italiano, che parimenti insiste sull'inconsistenza della teoria del plusvalore, pur riconoscendo la pregnanza dell’interpretazione economica della storia proposta dal filosofo di Treviri.

Un liberalismo di classe

Tali piste di approfondimento ricche di spunti critici originali e provocatorii costituiscono un milieu importante per il socialismo soreliano che rifiuta Marx come economista e ne fa un sociologo della violenza cioè un teorico della rivolta violenta e della conquista violenta dello Stato da parte della classe lavoratrice oppressa. Di qui viene il sindacalismo rivoluzionario che ambisce a restituire ai lavoratori la guida della società, espropriandone la borghesia e dando vita a una sorta di liberalismo di classe: la classe operaia conquista il potere, mantenendo, tuttavia, il sistema del libero mercato. Tutto ciò affonda le sue radici nella constatazione, già formatasi, come si è visto, negli ambienti revisionisti e riformisti di Bernstein, che le previsioni economiche di Marx non si sono avverate e il capitalismo non produce da sé i germi della sua distruzione. Segue una siffatta consapevolezza, però, non l’adeguamento quietista alle condizioni del capitalismo “vittorioso” nella speranza di renderlo meno pesante per la classe operaia, bensì l’idea secondo la quale è necessario promuovere artificialmente la rivoluzione, portando alla massima esasperazione il conflitto di classe e rifiutando ogni compromesso in nome dei bisogni immediati del proletariato (come avevano fatto i riformisti che ai bisogni immediati del proletariato avevano sacrificato la stessa rivoluzione proletaria).

 

Il mito, non la struttura

Così nasce il peculiare revisionismo rivoluzionario di Sorel. Esso si connota per l’accento posto sulla radicalità del conflitto di classe: la cui esasperazione non è il prodotto di condizioni strutturali, che di per sé sono cieche e mute, ma su miti sociali e cesure psicologiche e morali. Bisogna lavorare sulle convinzioni delle masse fornendo miti, immagini e parole d'ordine che, mostrando la malvagità del sistema di oppressione capitalista, spronino alla lotta e alla battaglia. La lotta di classe diventa allora un’etichetta che esprime diversi contenuti: vitalismo (esaltazione delle energie vitali e della forza espansiva dell’esistenza che si afferma e domina il suo ambiente); intuizionismo (rifiuto dei processi razionali ed esaltazione delle intuizioni immediate che colgono la verità in modo non discorsivo e predispongono verso l'azione); pessimismo (la storia non va verso il meglio, ma  tende a produrre decadenza se l'uomo non si oppone con le sue forze); volontarismo (non l'intelligenza governa i destini dell'uomo e cambia la storia, ma la sua volontà); culto dell'energia e del gesto eroico.  Qui parte importante hanno i filosofi francesi Henry Bergson - teorico dello slancio vitale e del valore conoscitivo ed esistenziale dell’intuizione – e Gustave Le Bon studioso di psicologia delle masse – secondo cui le folle sono mosse dalle emozioni e non dalla ragione e le emozioni sono evocate da miti e sistemi di immagini piuttosto che da discorsi coerenti e razionali.

Ma per Sorel e il sindacalismo francese, che presto fa capolino anche in Italia, essere rivoluzionari significa anche non rifiutare le leggi del mercato che ovunque sono cogenti se si vuole emanciparsi dal bisogno, bensì liberarsi dalla sovrastruttura democratico-liberale vera e propria radice di ogni oppressione e di ogni decadenza morale e civile.

Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo

I principi testé delineati portano alla costruzione dell’edificio dottrinale fascista in due tappe: 1) la nascita di una nuova teoria rivoluzionaria che considera la rivoluzione l’effetto di una mobilitazione di massa fondata su miti trainanti e non su leggi economiche; 2) la sostituzione del primato del proletariato con quello della nazione: non una classe, ma la nazione intera, mobilitata dai miti della sua grandezza e della sua potenza, potrà distruggere gli involucri istituzionali del passato e dare vita a nuove forme di Stato e convivenza civile. Tale visione possiede un singolare rapporto con il revisionismo riformista. Da un lato vi si accorda nel ritenere che il capitalismo (=libero mercato e libera impresa) sia un fattore di progresso sociale, dall’altro vi si allontana perché ritiene che la socializzazione della proprietà con la progressiva cancellazione o limitazione di quella privata non sia l'obiettivo dell'azione politica e che il liberalismo politico, anche se democratico, vada rifiutato nettamente. Infine, per quanto attiene alla prassi, un'élite organizzata proveniente dal proletariato urbano sarà l'unico agente del cambiamento, organizzato mediante il sindacato e non mediante un partito di politici professionisti, in attesa del successivo passaggio nazionalista.

Dalla classe alla nazione

 Infatti, all’inizio, il sorelismo investe su strutture sindacali pre-esistenti, poi dà luogo a un suo specifico modello di organizzazione sindacale. Tuttavia, se in Italia e in Francia alla fine degli anni Dieci c'è un quadro teorico e un’organizzazione sindacale (i sindacalisti rivoluzionari), la rivoluzione nondimeno non arriva. Ciò conduce a rilevare i limiti della fiducia nel proletariato come classe rivoluzionaria. Infatti, sulla scorta di Le Bon ci si rende conto che il proletariato è una folla e la folla è per sua natura conservatrice, tanto che non è lecito aspettarsi dal proletariato l'auspicata rivoluzione antiborghese. Pertanto, in mancanza di ipotesi ad hoc per difendere la teoria di Marx di fronte alla sua falsificazione storica, risulta necessario individuare un nuovo agente rivoluzionario. Tale agente è da identificarsi nella grande forza in ascesa del mondo moderno: la nazione. Ciò viene compreso già prima della Grande Guerra e porta i soreliani a cavallo del conflitto verso il fascismo. Ma ciò avverrà grazie all'incontro col nazionalismo che sarà aiutato ad acquisire la consapevolezza secondo la quale nazione avrebbe ritrovato la sua integrità solo inglobando il proletariato, e quindi mettendo al centro del proprio progetto non solo gli ideali patriottici e di appartenenza comunitaria ma anche la questione sociale. Così da una parte si avrà un socialismo non classista e aperto a tutta la collettività, dall'altra avremo un nazionalismo che, rescissi i legami con gli ambienti conservatori, si presenta come sostenitore e fautore dell'unità e dell'unanimità. Tutto ciò alla fine rende più efficace la lotta contro la democrazia borghese in vista dell’avvento di una nuova aristocrazia di produttori, alleata di una gioventù ansiosa di agire, avente come criteri la virilità, l'eroismo, il sacrificio. Questa nuova élite farà propria la forza mobilitatrice di immagini e simboli e riterrà la violenza fonte di una sublime distruzione delle forme decrepite del passato ed energia di edificazione di nuove istituzioni.

Il ruolo della guerra

La Grande Guerra svolge un ruolo determinante nella cristallizzazione dell'ideologia fascista. Essa darà prova della capacità di mobilitazione del nazionalismo e aprirà nuovi orizzonti sulle potenzialità dell'economia di mercato posta al servizio della nazione stessa mediante una contemporanea pianificazione generale, diretta con mano ferma e finalizzata alla mobilitazione totale di tutte le energie produttive. Dalle dinamiche del conflitto emergerà la potenza dello Stato, fondata sull'unanimità spirituale delle masse che chiederanno un capo all'altezza, la loro permanente mobilitazione e la loro completa nazionalizzazione. Al tempo stesso la guerra fa risaltare la debolezza intrinseca di ogni internazionalismo, spazzato via non appena le patrie faranno appella alla sacralità della loro vita e della loro identità.

Insomma, la guerra offre la conferma empirica delle teorie che già prima del suo scoppio circolavano in pubblicazioni soreliano-nazionaliste (in Italia La lupa, o in Francia i Cahiers du Circle Proudhon). Sin dall’inizio del secolo in Italia si era formato un primo nucleo concettuale del fascismo in costante riferimento a Georges Sorel di cui Agostino Lanzillo pubblica una prima biografia intellettuale. Nel 1905 idee soreliane sono propagandate da Enrico Leone e Paolo Mantica nella rivista "Il divenire sociale". Dal 1906 la rivista Pagine libere di Angelo Oliviero Olivetti difende posizioni sindacaliste rivoluzionarie con accenti già nazionalistici. Nel 1908 dopo l'espulsione dei sindacalisti rivoluzionari dal PSI, l'incontro con i nazionalisti diviene quasi obbligato e avverrà proprio grazie alla rivista "La lupa" che riunisce per la prima volta i nazionalisti legati a Enrico Corradini e i teorici del sindacalismo rivoluzionario ivi compreso Roberto Michels, sociologo esperto studioso dei partiti politici che con Pareto e Mosca porterà al fascismo l'avallo delle scienze sociali. Durante la guerra di Libia (1911) già si elabora la visione interventista della guerra come occasione rivoluzionaria di rinnovamento morale e spirituale (cui non è estraneo lo straordinario intervento del socialista Pascoli con il discorso “La grande proletaria s’è mossa”). Dalla fine del 1912 su L'Avanguardia socialista Arturo Labriola accoglie la dottrina della violenza proletaria di Sorel e diventa faro ideologico del sindacalismo rivoluzionario.

Dopo la guerra mondiale il sindacalismo rivoluzionario si evolve in sindacalismo nazionale e interclassista (Sergio Panunzio, 1921), ma già del 1904-5 Mussolini è in contatto con Olivetti, Panunzio, Alceste De Ambris, Filippo Corridoni. Con questi teorici e militanti il direttore de "L'Avanti" (quotidiano del PSI) polemizza, però su questioni di tattica rivoluzionaria, non su tematiche ideologiche, riconciliandosi nel 1912 e ospitandoli sulla sua rivista "Utopia". In quello stesso periodo matura la crisi spirituale del capo romagnolo che, in occasione del conflitto mondiale, verrà riportato dalla stessa parte della barricata dei sindacalisti rivoluzionari. In tale occasione egli potrà apprezzare la potenza di mobilitazione del nazionalismo, una novità nell'asfittico ambiente del socialismo italiano, addomesticato e addormentato dall'opera di istituzionalizzazione messa in atto da Giolitti. I sindacalisti rivoluzionari e i teorici transalpini, tra cui Sorel e anche il socialista cattolico Peguy, lanciano invettive contro il socialismo riformista di Jaurés e il suo decadente parlamentarismo e costituiscono per Mussolini provocazioni estremamente significative e formative.

Sin qui la riflessione di Sternhell nel testo che abbiamo preso in considerazione.

Poi, mi viene da aggiungere, ci saranno Nietzsche, D’Annunzio e Fiume a completare il quadro, e poi Gentile e Volpe, nottole di Minerva che ricollocheranno questa storia particolare in quella generale dell’Italia e del Risorgimento. Qui si intreccia la storia dell’antifascismo serio e in taluni casi anche eroico.  La Resistenza, da scrivere con la maiuscola, è la contestazione radicale della legittimità risorgimentale del Fascismo, e la rivendicazione di un altro Risorgimento. Il conflitto che ne nasce, dunque, va visto sullo sfondo dell’unità di un solo problema, il problema dell’unità d’Italia e del destino che, unendosi, la nostra patria si è voluto dare. Ciò che ha diviso la nostra nazione è la stessa cosa che la unisce. Forse qui c’è una speranza per il futuro.


N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

mercoledì 3 novembre 2021

Destra, liberalismo e fascismo

 

Una risposta a Carlo Gambescia:

http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2021/11/massimo-maraviglia-un-non-conformista.html

 Ringrazio l’amico Carlo Gambescia che dedica una così attenta critica a un mio scritto e con essa lo valorizza, peraltro sintetizzando molto bene, da vero studioso delle idee, i tratti salienti delle mie opzioni politiche e onorandomi con una locuzione che mi piacerebbe veramente fosse corrispondente alla realtà: “Non conformista degli anni Venti del XXI secolo”. La discussione con Carlo è sempre feconda, anzitutto per la natura sociologica del suo approccio al dibattito pubblico e poi per il suo realismo politico, che si trova ad essere al tempo stesso una componente essenziale del pensiero reazionario e un pilastro di quello liberale. Entrambi poi hanno i loro cieli utopici da guadagnare: uno la sua età dell’oro, eroica, tradizionale, sacrale; l’altro la sua società matura, libera dove l’individuo si autogoverna sin dove può e dove per il resto ci si affida alla santità del nomos basileus e alla razionalità non costruttivista delle élites. Dove finisce la realtà, dove inizia l’utopia? Questo è il nostro terreno di incontro e di scontro.

È un territorio molto vasto, dove si incontrano numerosissimi problemi sociologici, filosofici e storici. Giocoforza bisogna scegliere. Ed io voglio giocare questa partita in casa dell’avversario, quindi mi voglio concentrare sulla questione della libertà. Un teorico del conservatorismo sionista, Yoram Hazony ha argomentato molto bene dicendo che è falso dire che la libertà sia un problema individuale. Esiste un’empatia della libertà, tale per cui non si gode della propria se tutti gli altri individui con cui abbiamo legami portatori di senso parimenti non ne godono. D’altronde la qualità del legame non può fiorire nella sua pienezza senza la libertà complessiva del gruppo. Non posso sentirmi libero se non sono liberi i membri della mia famiglia, del mio clan, della mia tribù, della mia nazione e infine se famiglia, clan, tribù, nazione non sono liberi; la schiavitù singola, infatti, è diversa dalla schiavitù del gruppo, perché nella schiavitù del gruppo ciascuno soffre per la propria schiavitù e insieme per quella degli altri. Parimenti la schiavitù collettiva impedisce quelle forme dell’agire comune che appartengono alla natura umana come le individuali, che pure in talune occasioni di oppressione comunitaria ne risentono pesantemente. Oggi viviamo nella condizione per la quale la difesa dei diritti individuali è ritenuta sufficiente per esaurire la sfera della libertà, solo perché la negazione della libertà individuale colpisce in modo più diretto ed evidente, anche se non più profondo di quella collettiva.

La grande disputa tra Gentile e Croce come noto riguardava anche simili tematiche. Ma come mai, anche Gentile si poteva ritenere un liberale? Il liberalismo di Gentile è quello della libertà dello spirito, che genera lo Stato dentro di sé, in interiore homine: “Ogni individuo agisce politicamente, è uomo di Stato, e reca in cuore lo Stato, è lo Stato. Ciascuno a modo suo, ma ciascuno tuttavia concorrendo in uno Stato comune, in virtù dell’universalità che è propria della sua stessa personalità…Lo Stato, perciò non è inter homines, ma in interiore homine”. La chiave per capire il senso dello Stato è l’universalità inerente alla personalità, un’universalità che nasce da dentro e si realizza fuori, nell’agire politico concreto che non può prescindere dalla propria comunità, pena lo scadere in una nichilistica autoreferenzialità. Si deve costruire così l’equilibrio tra il singolo e il tutto, un singolo che nel tutto si realizza e che nondimeno il tutto mantiene nella sua ragion d’essere più autentica. Lo Stato liberale ottocentesco assolveva a tale compito? No, perché, almeno nel caso italiano, il Risorgimento incompiuto lascia fuori dallo sviluppo etico la nazione e lo riserva a una élite di privilegiati economici. Il fascismo vorrebbe dare compimento al Risorgimento con una dose massiccia di antidoto, cioè di libertà nazionale, cioè di potenza e grandezza. Fatalmente l’individuo ne rimane schiacciato. Realizzato nell’Italia imperiale, l’uomo nuovo non può più affermarsi contro lo Stato. Ma se non può farlo, la sua integrazione nello Stato smetterà di essere autentica, ossia libera, e finirà nel 1943, al primo rovescio.

Alla fine del “liberalismo fascista” di Gentile sorge in Italia il liberalismo anglosassone, cioè individuale e procedurale. L’individuo si riprende il palcoscenico e, seguendo la lezione inglese, per prima cosa attacca lo Stato. Come? Secondo la strategia anarchica di sempre: depotenziandone la potestas mediante la trasformazione degli atti di comando personali in complesse procedure burocratiche, dove si esercita l’inesausta fantasia del peso e del contrappeso e l’antica vocazione alla dilazione dibattimentale. Rinasce insomma con vigore l’ingegneria costituzionale e la clasa discutidora. Con essa si ambisce alla neutralizzazione totale del politico e del conflitto: è pronto il regime degli ultracorpi che alla fine vince anche sul più agguerrito avversario bolscevico. Quest’ultimo aveva già immaginato e promosso l’utopia delle cose che si governano da sé, ma aveva pensato in modo insufficiente l’estinzione dello Stato. Il liberalismo invece offre la società in sacrificio allo Stato per placare definitivamente la sua ira. Lo Stato assorbirà la società fino ad assumere come unica ragione di esistenza la sua vocazione economica. Lo Stato-azienda fagociterà allora la società, diventando esso stesso società, cioè attività economica. Torna dunque l’imperativo di Guizot: arricchitevi! A scuola e nell’università si ragiona per crediti. Gli ospedali diventano aziende sanitarie. Banchieri e industriali prima diventano autonomi dai governi poi vanno al governo. Infine, la libertà politica viene totalmente assorbita nell’unica libertà pensabile in questa logica, la libertà d’impresa.

Ma siccome con la sola prosa non si vive e questo grande apparato manca sostanzialmente  di legittimazione, cioè di un perché, di uno scopo … siccome per tale motivo esso è soggetto alla grande malattia nichilista che finirebbe per eroderne le fondamenta e disgregarne il tessuto … siccome tutto ciò urge e impone la ricerca di un rimedio … allora arriva il soccorso rosso dei diritti …  si rispolverano antichi dogmi, si ripropongono antiche e mai sopite utopie, che del resto fanno parte dell’album di famiglia liberale.. si mescolano Thomas More, Oliver Cromwell, con Fourier e Marx e si propone una nuova formula accattivante per la società, il godimento universale nella proteiforme veste della pace, della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza. Ma è chiaro che qui la vittima è proprio la libertà. Lo ha detto il nostro Ford, recita il funzionario del Brave New World: bisognava scegliere e si è scelto di essere felici, non si può al tempo stesso essere liberi. O meglio l’unica libertà può essere quella di godere e contribuire al sistema del godimento … il resto è … vietato … in forza di legge … direbbe Agamben. Ma Agamben non dice che la sua sinistra famiglia politica, convolata a nozze con quella liberale, è la vessillifera e la grande co-protagonista di tale “democrazia governamentale”.

Ecco, come si vede la libertà è una questione serissima. Direi anzi che è il tema fondamentale del futuro. E l’equilibrio tra la sua dimensione individuale, sociale e politica non si risolve con antiche formule. Direi nemmeno con un anticostruttivismo radicale che a mio parere sottostà un’interna contraddizione. Chi lascia fare e lascia passare? Chi lascia fare e lascia passare è il sovrano. E può decidere che cosa lasciar fare e passare. Ma se vogliamo che nessuno decida, tutto si fa e passa. Ma ciò che si fa e passa, si fa e passa proprio perché qualcuno lo concede. Qualcuno, fosse anche l’impossibile agorà di tutti gli uomini di tutti i tempi e i luoghi, qualcuno l’ha concesso. Dialettica della libertà: lasciare che si esprima una libertà significa sottomettersi alla potenza che quella libertà esprime e ritirarsi dal limite che era in nostro potere opporle, oppure cadere di fronte alla sua irresistibile violenza. Chi concede la libertà è colui che è veramente libero. Chi vince di fronte al limite, è colui che afferma la sua forza, ossia è ancora il soggetto autenticamente libero. Entrambi sono l’evoliano “individuo assoluto”.

Ma torniamo al concreto. Ci può essere una sfera che l’individuo concreto, il membro della società politica, il cittadino insomma, può non veder toccata? Ci può essere una soglia che il potere non può scavalcare? Questo è infatti il liberalismo concreto, quello che porta con sé un’evidenza difficilmente scavalcabile. La risposta è sì e no, dipende dal punto in cui uno si colloca. È relativamente facile capire quali sono gli elementi nevralgici di un sistema politico e sociale, quali sono i crinali del conflitto e le crepe infilandosi nelle quali l’edificio può cominciare a traballare. Ebbene, la prudenza vuole che ci si tenga lontano da quei luoghi e in tempi normali si potrà stare relativamente tranquilli. Non fare l’estremista, intimava mio padre con la saggezza di chi sa come cavarsela nella vita. Con estremista egli intendeva l’ostinato rompicoglioni che continuamente insiste nel mettere alla prova con argomentazioni e prassi radicali le concessioni di libertà offerte dentro i confini del senso comune. La compagnia telefonica ti dà i minuti illimitati, ma ti intima di non approfittarne. C’è chi invece prende la logica come una clava e pretende dall’istituzione compassionevomente dominante una coerenza che arrivi fino al disprezzo di sé. Così, adeguatamente stimolato il suo sistema immunitario, cioè l’autodifesa liberale che blinda la democrazia, reagisce e si comporta come tutti gli altri, mettendo in moto i suoi anticorpi killer.

Allora contro tale possibilità si può ancora far valere la logica liberale. Contro le degenerazioni del liberalismo vale solo l’appello al liberalismo? L’amico Carlo, se con pazienza mi seguisse sin qui, amichevolmente e cavallerescamente ammettendo e non concedendo tutto il ragionamento fatto sin qui, direbbe di sì. Io dico di no. Io dico con Feyerabend: “Tutto va bene”, per metodo, per definizione… e qui il diligente inquisitore tornerebbe a vedere l’inizio del fascismo.

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

domenica 31 ottobre 2021

Perché la destra non può e non deve essere antifascista

 

L’abiura è tecnicamente “la rinuncia solenne alla propria confessione religiosa”. Potrebbe essere l’esito di un travagliato percorso di revisione della propria vita. Ma in questo caso l’elemento della solennità non appare necessario. La solennità per lo più si situa all’incrocio dell’interesse di chi la proclama e di chi la auspica, desidera, o addirittura la impone dall’alto con la forza del potere, del ricatto, della minaccia o della tortura. Quindi se io minaccio Tizio per farlo abiurare, dalla sua abiura ottengo un vantaggio e genero in lui un interesse ad abiurare per evitare danni maggiori. Un incrocio di interessi, appunto: le guerre di religione vedono il proliferare di questi atti, come pure le guerre ideologiche, che ne sono il riflesso secolarizzato.

 La nostra epoca post religiosa non è diventata post ideologica, anzi! La recrudescenza del conformismo sociale attorno a tre-quattro dogmi politico-sanitari oggi più che mai lo conferma. La carenza di legittimazione delle democrazie liberali  - che, nel nome dell’individuo e dei suoi “diritti” hanno segato le gambe a ogni etica condivisa e al concetto stesso di bene comune - necessita improvvisamente di dosi massicce di credenze artificiali con cui sostituire l’appartenenza di un popolo alla sua storia etico-culturale e per mezzo delle quali impedire l’inevitabile disgregazione del tessuto sociale. Ecco allora la mitopoiesi neo-liberale e neo-democratica, le cui centrali di elaborazione sono le università statunitensi e il cui megafono è Hollywood, che genera una sua dottrina, un suo catechismo e infine, poiché si tratta pur sempre di ideologie e miti politici, un suo nemico.

Naturalmente il nemico non può che essere il fascismo, ossia il collettore di tutte le fantasie apocalittiche e di tutti gli incubi gotici del mondo anglosassone e della sua connaturata allergia per la storia e la complessità.

Il fascismo è oggi lo strumento di caccia prediletto del sofista politico, l’esca da gettare in mezzo alle tonnare dei fridays for future, dei sindacati, del variegato mondo LGBT, degli elettorati democratici, dei salotti che contano … per fare sempre gran bottino a beneficio della conservazione dell’esistente. Perché il pastone "violenza, oscurantismo, machismo, bellicismo, dittatura" ha un’incredibile attrattiva per i palati poco esigenti: il fascismo è l’all you can eat della ristorazione politica, per chi ha fame di carriera, certezze e soldi… e per chi teme con tutte le possibili tremarelle i menu nuovi e la fine dei cibi spazzatura.

Questo si sa.

Meno scontato è che, qui da noi, qualcuno, a destra, sia disposto a entrare in quest’ottovolante del pensiero e della politica, in questo festival del girare e rigirare, del negare e rinnegare, del giurare e spergiurare concetti, posizioni, identità per smania di accreditarsi, per smania assoluta di entrare, di partecipare al banchetto nella veste di cane cui il padrone ogni tanto getta l’avanzo da spolpare.

Questo non va.

Anzitutto diciamo che c’è un martirologio da rispettare. L’antifascismo ha mietuto vittime. Tutte regolarmente rivendicate, tutte regolarmente e periodicamente insultate da qualche caporale, sergente o colonnello di qualche brigata, in qualche occasione, in qualche modo ignobile e repellente. Antifascisti no, mai, per rispetto ai morti, ma anche, certo secondariamente, ma obbligatoriamente, allo stile, a quel minimo di educazione dell’anima e dei sentimenti che chiede silenzio per il proprio dolore e lo offre al dolore altrui. E invece no. Qualcuno vuole ricordare con pubbliche cerimonie i morti altrui e accetta il vituperio sui propri. Non ci siamo!

A ciò aggiungiamo che non si violenta la storia. Che siamo stufi delle trite e ritrite versioni terzinternazionaliste del fascismo. Che i libri che ci vogliono svelare, a settant’anni di distanza, dopo sette e più volumi di De Felice, la nascosta verità sul fatto che il fascismo ha fatto tutto il male, solo il male, nient’altro che il male, sono delle sonore stronzate. E le stronzate le rimandiamo al mittente soprattutto quando le proclamano da qualche cattedra presidenziale, specializzata in luoghi comuni a sollievo e protezione delle proprie trippe.

Infine, ci soffermiamo sulla cosa stessa. Dobbiamo parlare di idee. Stando alle idee non v’è dubbio che in Italia il fascismo ha liberato la destra dalle sue cupezze, dal suo vecchiume, dal reazionarismo delle conventicole nobiliari, dal vizio sempiterno di coprire con l’alto ideale della Patria e dello Stato il privilegio, l’arroganza del ricco, l’insipienza del parvenu. Il fascismo è stata la destra costretta nel fango delle trincee della Grande Guerra a riscoprirsi popolo e nazione. Certo ci si è portati dietro un pizzico di Ottantanove (a Fiume, diceva Comisso, si respirava una permanente atmosfera da Quattordici luglio) … ma quanto si è guadagnato in verità sociale! Da quel momento, durante e dopo il fascismo, in Italia non c’è stato più spazio per quella destra. Il fascismo ha fatto fuori per sempre il Bacchettone. Non dovremmo forse essergli grati?

Allora che cosa vogliamo fare? Vogliamo rimanere sudditi, per pagare gli errori dei nostri antenati? Vogliamo continuare a chiedere scusa in eterno perché anche loro hanno sbagliato? Vogliamo cospargerci in eterno il capo di cenere perché l’hanno fatta grossa? O dovremmo chiedere agli inquisitori da quattro soldi – spesso pubblici – di mostrarci la fedina penale dei loro padri per constatare che proprio pulita non è? O dovremmo far presente che qualcuno con le altrui passate miserie sta cercando di coprire le proprie presenti? Perché in fondo è questo il problema: che da Robespierre in poi, il vestito dell’Umanità ha nascosto più di una crosta e il profumo dei Diritti ha coperto più di una puzza…e quindi c’è poco da accusare, pochissimi petti da gonfiare, nessun orgoglio da esibire.

La storia diceva Croce è sempre storia del presente. Ma vale anche l’inverso, per quanto qualcuno tenda negarlo: il presente è sempre un presente storico. Nella lotta politica è inutile esorcizzare il fatto che la storia è componente essenziale. Ciò non significa ammettere alcuna nostalgia. Nessuno sguardo indietro, nessun torcicollo, ma consapevolezza, studio, e una ricca cassetta degli attrezzi storica per vivere il presente in modo pieno e con piena coscienza. Nelle sedi del MSI degli anni Ottanta e Novanta qualcuno  promuoveva questo tipo di superamento della nostalgia e del gagliardetto. Non buttava il passato in discarica, non ci si esercitava alla sottomissione né al masochismo, né si pativa alcuna sindrome di stoccolma antifascista. Si osavano strade nuove, ma nessuno si è mai vergognato del proprio album di famiglia. Critici feroci di antichi errori, lo si è stati fino in fondo, ma per rivendicare nuove possibilità e rinnovate bellezze: tutto ciò che fosse storia e che potesse ancora avere una storia, come la nostra nazione, la nostra giustizia, le idee mediterranee e universali, la sfera sublime dello spirito cui la politica non può mai rinunciare ad attingere…

Un’ultima notazione. Nell’idea di politica che faticosamente ci si è sforzati di promuovere nei momenti migliori della destra vi è la necessaria connessione con la cultura e la riflessione. Non vogliamo dire, con Lenin, che un partito dev’essere l’avanguardia intellettuale di una classe sociale in lotta? Non lo diremmo mai, perché non conserviamo nessun feticcio classista. Dobbiamo però sottolineare che senza un progetto culturale non si va da nessuna parte. Un partito dev’essere avanguardia intellettuale di un movimento sociale, questo sì. Questo, però, ha due corollari: gli intellettuali devono smetterla con la loro puzza sotto il naso e cominciare a elaborare una teoria e una prassi dell’impegno (sperabilmente diversa dall’engagement salottiero e mediatico dei chierichetti di sinistra). I politici, dal canto loro, dovrebbero smettere di vedere nell’intellettuale il cacadubbi che non piglia voti. Metapolitica e politica dovrebbero cominciare a incontrarsi in un partito di militanti consapevoli e non alieni dal lavoro dello spirito. E se qualcuno continua a candidare nani e ballerine, pescando nel sottobosco dell’arrivismo piccolo/medio borghese glielo si dica e si abbia il coraggio di presentare alternative, di farsi avanti, di buttare sul piatto della bilancia, una volta tanto, il peso delle idee.

N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

domenica 4 luglio 2021

Omaggio e rimprovero a don José Ortega y Gasset: José Antonio Primo de Rivera, gli intellettuali e la politica

 



 

La politica è un compito per intellettuali? A questa domanda, fatta in pubblico, si candiderebbero a rispondere due gruppi di persone.

Il primo gruppo è quelli di coloro che si considerano chiamati in causa direttamente; vale a dire quelli che qualificano se stessi come intellettuali. Di molti di essi sappiamo che parlano di qualsiasi tema con voce pomposa, le sopracciglia aggrottate e l’irresistibile inclinazione a condurre tutte le conversazioni negli angusti limiti di termini tecnici, più o meno adatti alle stesse nozioni tecniche della materia di cui si discute. Degli altri sappiamo che sono molto raffinati: tanto raffinati, tanto raffinati che non si può uscire di casa senza timore che un alito di vento li uccida. Questi si radunano in chiesette semi esoteriche, da cui in punta di piedi offrono ai giochi di parola alcune gocce di bellezza accessibili ai soli iniziati. Se qualcuno domanda del contributo di quelli con la voce pomposa e di questi super raffinati, all'impresa del pensiero umano, arriverà a sapere con stupore che ciò che gli uni e gli altri hanno partorito è solo qualche riga; che molti di essi hanno prodotto cento pagine di scarsa originalità a proposito delle quali nessuno capisce come gli interessati possono essersi formati la convinzione confortante della loro superiorità sopra il resto dei mortali; e che alcuni hanno scritto  diversi inintelligibili volumi con i quali al momento angosciano il volgo dei lettori, umilmente convinto della sua incapacità di penetrare il meraviglioso segreto della sfinge collocata di fronte a loro; fino a che qualche persona dotata di normale salute e libera dal rispetto umano, rivelerà al volgo dei lettori come quel povero simulacro di sfinge non contenga alcun segreto.

Il secondo gruppo è quello che chiamerei degli "aristofobi" (quale posto migliore dove collocare questa parola che qualche riga dedicata a don José): coloro ai quali "dà fastidio" la gente che si impegna a cercare spiegazioni difficili alle cose: "Smettila con gli intellettuali; gli intellettuali non ne imbroccano una; ciò di cui c'è bisogno è gente con onore e buon senso. Con una dozzina di politici decenti, la Spagna sarebbe ricostruita in un paio d'anni...". Così queste persone sono solite formulare in un minuto diagnosi e terapia per i mali della Spagna.

Poiché tra di noi le posizioni estreme si elaborano solo nella dimensione dialettica (perché dopo, negli affari direttamente sociali, tutti finiscono per capirsi e brindare a tarallucci e vino) quelli che non militano nel primo dei gruppi immaginati si arruolano animosamente nel secondo. O sedicenti "intellettuali" o gente che sa a memoria chi sono gli intellettuali e a che cosa servono. È chiaro che né sugli uni né sugli altri bisogna fare affidamento se si vuole dedicare qualche minuto a meditare la seguente questione: la politica è un compito per intellettuali?

Nello specifico la politica non è un compito per intellettuali. Però nient’affatto per le ragioni che adducono gli "aristofobi". Se una politica non è esigente nei suoi fondamenti, cioè rigorosa sotto il profilo intellettuale, probabilmente si riduce ad un batter d'ali sopra la superficie di tutto ciò che è mediocre. Si deve allora ricercare una spiegazione più profonda al reiterato fallimento degli intellettuali in politica. Forse vale la seguente.

I valori nella cui ricerca si impegnano gli intellettuali sono di natura sovratemporale: la verità e la bellezza, in assoluto, non dipendono dalle circostanze. La scoperta di una verità è sempre tempestiva; l'indagine di una verità non ammette vincoli dovuti a considerazioni esterne. Uno dei ritratti più belli della vocazione scientifica risiede in questa abnegazione con la quale gli operai dell'intelligenza si danno da fare a volte per seguire tracce alla cui meta i limiti della vita impediranno di giungere. Legioni di saggi oscuri camminano attraverso deserti verso terre promesse che i loro occhi mai vedranno. Al contrario, la politica è anzitutto temporale. La politica è una partita con il tempo nella quale nessuna mossa si può rimandare. In politica vi sono compiti da portare a termine e bisogna farlo nei tempi giusti. Il binomio di Newton rappresenterebbe per la matematica lo stesso se si fosse elaborato dieci secoli prima o dieci secoli dopo. Al contrario, le acque del Rubicone dovettero bagnare gli zoccoli del cavallo di Cesare in un momento preciso della storia.

Un uomo educato nella ricerca dei valori eterni, vale a dire un intellettuale, può in qualsiasi momento sentirsi chiamato alla politica. Talvolta non è nemmeno morale resistere alla chiamata. Vi sono frangenti di grave turbamento del mondo e della patria, nei quali può risultare mostruoso rimanere sotto la lampada della propria cella. Però se si risponde alla chiamata della politica non lo si può fare a metà. Se non si può flirtare con la scienza - don José lo ha detto - con la politica tanto meno. E non basta prendere una decisione più radicale di quella di un semplice flirt, bisogna rendersi conto che il passo dalla scienza alla politica implica una tragedia, ossia l'assunzione di un nuovo destino e la rottura con quello precedente. Quando si fa carico di una missione politica, l'intellettuale rinuncia alla più cara delle sue libertà: quella di rivedere continuamente le sue proprie conclusioni; quella di conferire alle sue conclusioni un carattere provvisorio. Il metodo filosofico parte dal dubbio: mentre si opera nel campo della speculazione si ha non solo il diritto ma anche il dovere il dubitare e di insegnare agli altri a farlo metodicamente. In politica no: tutta la grande politica trova il suo fondamento al lume di una grande fede. Faccia a faccia con il mondo esterno – rivolta verso il popolo e verso la storia - la funzione del politico è religiosa e poetica. I fili della comunicazione del capo con il suo popolo non sono semplicemente mentali, ma poetici e religiosi. Precisamente affinché popolo non perda se stesso nel magma dell’amorfo e dell’indifferenziato - affinché non perda la sua colonna vertebrale - la massa deve seguire i suoi capi come se fossero profeti. Questa relazione di reciproca compenetrazione della massa e dei suoi capi si consegue con un processo simile a quello dell'amore.

Da qui l'impressionante gravità dell'istante nel quale si accetta una missione di governo. Solo con l'atto di assumerla si contrae l'importante e ineludibile impegno di rivelare a un popolo - incapace di trovarlo da sé in quanto massa - il suo autentico destino. Colui che azzecca la prima nota nella musica misteriosa di ogni tempo non può esimersi dal terminare la melodia. E porta sulle sue spalle l'illusione di un popolo e tiene aperto il conto tremendo di come la amministra. Che cosa non deve essere la responsabilità se, come il poema di Browning, trascina una turba infantile dietro una bugia per seppellirla sotto la montagna dalla quale non si torna.

 

Don José Ortega y Gasset - di cui si festeggia in questi giorni il venticinquesimo anno di docenza - ha udito la chiamata della politica. In quest'ora decisiva chi con ragione potrà negargli la chiaroveggenza critica e chi  la limpidezza morale dei suoi comportamenti?. Egli non dovette esprimere a voce alta il dolore della Spagna - "sono abituato a gridare raramente", ha detto - ma noi, gli uomini della generazione del ‘98, capiamo molto bene il bruciore profondo che la sobrietà castigliana dei suoi gesti nasconde. Forse perché abbiamo imparato a ritrovarla nei suoi libri. Poiché ci sale alla gola la mediocrità di una Spagna senza un'anima comune, che, togliendosi il coturno dell'impero, non trovò modo di camminare se non in pantofole! No, don José non volle fare avere con la politica un flirt, ma si diede per vinto. Quando scoprì che "quello", ciò che era, non era "quello", ciò che egli voleva che fosse, girò le spalle con disincanto. E i capi non hanno diritto al disincanto. Non possono consegnare alla capitolazione l’illusione malconcia dei tanti che li seguirono. Don José fu severo con se stesso e si impose una lunga pena di silenzio; però non era il suo silenzio, bensì la sua voce quella di cui necessitava la generazione che egli lasciò alle intemperie. La sua voce profetica e la sua voce di comando.

 

Qualcun altro forse dichiarerà nulli questi anni di impegno politico. Reintegrarsi nei vecchi ruoli con un "qui non è successo nulla". Don José sa che nulla di ciò che è successo veramente si può dichiarare nullo. I comportamenti tragici - come la militanza politica - sono senza ritorno: o giungono all'altra riva o si stabilizzano nella quotidiana tragedia, meravigliosamente depuratrice, di constatare la frustrazione della più ardente speranza della propria vita.

Però nulla di autentico si perde. Quando un "spirito superiore" si consegna interamente, sino ad esaurirsi in una frustrazione generosa, mai il sacrificio si dilapida. Quelli che vengono dopo hanno già acquisito anche l'apprendistato dagli errori. La critica precorritrice ha sfrondato molto. Altre braccia, con gesti semplici e colpi più forti, porteranno a termine il compito. Infine - forse in un finale non previsto nei momenti della critica precorritrice - quelli che arriveranno avranno un ricordo di gratitudine per quelli che, se non videro del tutto la verità o non ebbero la forza per difenderla, disfecero a coltellate molti spaventapasseri armati di menzogne.

Una generazione che quasi si svegliò all'inquietudine spagnola sotto il segno di Ortega y Gasset ha imposto a se stessa, anche tragicamente, la missione di restituire la colonna vertebrale alla Spagna. Molti di quelli che si arruolarono avrebbero preferito seguire, senza fretta né impeto, la vocazione intellettuale...

Il nostro tempo non dà tregua. A noi è stato dato un destino di guerra nel quale senza mercanteggiamenti bisogna rimetterci la pelle e le budella. Per fedeltà al nostro destino andiamo di luogo in luogo sopportando il rossore delle manifestazioni pubbliche; dovendo urlare quello che abbiamo perseguito nella più silenziosa austerità; soffrendo le deformazioni di coloro che non ci capiscono e di quelli che non ci vogliono capire; detestando noi stessi in questo assurdo simulacro consuetudinario di conquistare "l'opinione pubblica", come se il popolo, che è capace di amore e di collera, potesse essere collettivamente soggetto di opinione ... Tutto questo è amaro e difficile, ma non sarà inutile. In queste nozze d'argento di don José Ortega y Gasset gli si può offrire il regalo di un vaticinio: prima che giunga a termine la sua vita, che tutti desideriamo lunga e che, per essere sua e lunga, deve essere anche feconda, arriverà un giorno in cui al passo trionfale di questa generazione, della quale fu lontano maestro, egli debba esclamare compiaciuto: "Sì, è questo"(1)

                                                                               José Antonio Primo de Rivera

 

 [Haz 12 (1935), in: José Antonio, Textos revolucionarios, Ediciones 29, Barcelona, 1984, pp. 163-168]


                                                                              (tr. it di Massimo Maraviglia)


(1) Il 9 settembre del 1931, in pieno dibattito costituzionale, Ortega Y Gasset pubblicò nel giornale "Crisol" un importante articolo intitolato "El aldabonazo" (Il colpo), in cui manifestava tutti i suoi dubbi sulle derive politiche e culturali della neonata seconda repubblica spagnola, subito avvelenata dai radicalismi delle sinistre socialcomuniste e anarchiche: "Una quantità immensa di spagnoli che collaborarono con l'avvenimento della Repubblica mediante la loro azione, il loro voto o con quanto è di tutto ciò più efficace, la loro speranza, si dicono ora tra l'ansia e lo scontento: 'Non è questo, non è questo! La Repubblica è una cosa. Il radicalismo un'altra!'"


N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

martedì 21 gennaio 2020

Il fascino del fascismo.



Una conferenza di Tarmo Kunnas,  venerdì 13 ottobre 2017, Spazio Ritter, Milano
(appunti non rivisti dall’Autore e note di Massimo Maraviglia)

Perché la scelta di questo tema? Da ventiquattro anni, cioè da quando ho iniziato gli studi sul fascismo, ricerco un tema interessante e non studiato. L’idea generale e la vulgata giornalistica di ventiquattro anni fa era che nessun uomo intelligente avesse sostenuto il fascismo, esclusi Knut Hamsun(1859-1952)[1], Ezra Pound (1885-1972)[2] e Louis-Ferdinand Céline (1864-1961)[3]. Il primo era, secondo la medesima vulgata, un vecchio demente, il secondo era completamente pazzo, il terzo era antipatico e corrotto. La scelta del mio tema per la tesi da cui era venuto il testo La tentazione fascista era nata da un’opposizione discreta tale mentalità. Allora nella mia famiglia si era tutti patrioti e anticomunisti, ma nella scelta del tema e nel suo sviluppo la curiosità intellettuale ha prevalso sulle opinioni, sui pregiudizi e le storie personali.
Il fascino del fascismo (tr. it. di Delfina Sessa, Settimo Sigillo, Roma 2017) continua tale filone di studi e costituisce una sintesi che cerca di affrontare le affinità e le complicità tra ottanta intellettuali che avevano aderito al fascismo, volendo rispettare, tuttavia, le specificità individuali. In esso voglio prendere in considerazione il contesto culturale, intellettuale, politico che, per esempio, è molto diverso in Italia, rispetto alla Germania e agli altri paesi dove il fascismo si è presentato o ha vinto. Quindi tra questi intellettuali, da una parte, c’è affinità, dall’altra, diversità. Per esempio sul piano religioso vi sono cristiani luterani, cattolici, ortodossi, pagani eccetera. D’altro canto, di là da tali differenze, nessuno è tuttavia radicalmente ateo e ciò costituisce un’affinità profonda. C’è questa affinità spiritualista di fondo nella diversità di ciascuno. Negli intellettuali, insomma, c’è diversità di orientamento, c’è una certa ambiguità, ma anche un retroterra comune. L’impegno politico era, però, per tutti paragonabile a un’infatuazione o a un innamoramento. In alcuni si trattava di un amore a distanza per i capi (Hitler, Mussolini e gli altri), che viveva un’estasi quasi religiosa senza tuttavia ambire ad alcuna ufficialità. Per altri è stato un trasporto calcolato come una sorta di matrimonio di convenienza. A volte le convenzioni e la paura impedirono agli intellettuali di troncare il rapporto, altre volte essi rimasero fedeli all’amico, al camerata, a colui che era stato compagno di strada, oppure a loro stessi. Vi furono fascisti e nazisti veri e propri che speravano nell’espansione armata e nella vittoria definitiva del fascismo, altri più tiepidi e critici nei confronti delle sue manifestazioni estreme. Alcuni all’inizio non pensavano che il fascismo e il nazismo fossero merce di esportazione. Così furono alcuni intellettuali finlandesi.  Molti intellettuali avevano delle simpatie ma non osavano aderire (si pensi all’italiano Prezzolini[4]). Altri ancora ammiravano il fascismo e nazismo come se fosse stato un’opera d’arte (Brasillach[5], D’Annunzio[6], Marinetti[7] e altri), molti ritenevano che sia il fascismo sia il nazismo fossero indispensabili per la sopravvivenza della civiltà europea (Eliade[8], Pound, Campbell[9], Lewis[10], Benn[11] e altri intellettuali nordici). Il sostegno attivo degli intellettuali europei rivela un aspetto dell’esistenza storica e concreta del fascismo. Gli intellettuali, infatti, cristallizzarono nella loro opera il sentimento della maggioranza delle persone. Le teorie degli intellettuali non erano dunque calate dall’alto, ma si innestavano su un milieu culturale preciso. Complessivamente un carattere fondamentale di tale milieu era costituito dalla percezione della decadenza europea cui si associava la paura per la fine di quello che potremmo chiamare un incanto del mondo, una magia della vita. Tutto ciò convergeva nel tipico orientamento della “lotta contro l’oro” e il materialismo del denaro. Era altresì una reazione contro l’individualismo e la ricerca di un nuovo sentimento della vita, fondato sul tragico contro la happiness liberale: “L’uomo non cerca la felicità, l’inglese cerca la felicità” (Friedrich Nietzsche[12]). La forza attrattiva del fascismo non sempre resse: a volte l’intellettuale si ritrasse con clamore, altre volte si ritirò nel silenzio, ciò avvenne particolarmente con il nazismo. In ogni caso, se si getta uno sguardo ai suoi rappresentanti culturali, il fascismo non fu qualcosa di rozzo, ma si alimentò di una forza morale e di uomini di alto livello. Per questo motivo porre l’attenzione sugli intellettuali significa andare oltre le ideologie ufficiali e programmi dei partiti. Hamsun e Céline, per esempio, erano del tutto avversi allo statalismo fascista, ma cercavano un’etica, un sentimento della vita, un’estetica più profondi. Per la cultura fascista, rilevante è prendere posizione nei riguardi dell’eredità dell’illuminismo del XVIII secolo, anche se tale eredità è ambigua: vi si ritengono collegati sia i comunisti sovietici, sia i radicali francesi, sia i liberali inglesi. Gli intellettuali di destra per questo hanno preso le distanze dall’illuminismo, pur non mancando in essi elementi di tale eredità, si veda per esempio Montherlant[13] e Drieu La Rochelle[14]. Ma vi era una battaglia filosofica in corso: in essa si era o pro o contro l’illuminismo, e i fascisti si schierarono contro.
Il fascismo aveva un’idea ampia della cultura politica. Era una visione completa della vita. La sua definizione della politica non è univoca. La politica si estende nei campi dell’arte, della scienza, della medicina, di tutte le discipline. Insomma la visione della politica si estende e si restringe come una fisarmonica. Se alla massima estensione è una visione totale del mondo delle cose, alla minima diventa un programma politico concreto con determinate istanze di carattere anche amministrativo. In ogni caso la sua affermazione e vittoria è dovuta al fatto che esso ha trovato un vuoto di fronte a sé: il vuoto di un orientamento ideologico in fase di decadenza come era il liberalismo, che nei primi del Novecento aveva perduto la sua attrattiva. Ogni cultura politica, infatti, ha una fase di iniziale entusiasmo e una fase di senescenza critica. Generalmente quest’ultima fase è caratterizzata dal fatto che la cultura politica muore nell’economia. Il fascismo e il comunismo propongono una grande idea, alternativa al liberalismo, che si trovava in una impasse in cui le idee avevano perso il loro fuoco sacro. Anche gli antifascisti intendevano infatti la politica in senso ampio ed entusiasta, arrivando a trattare e approfondire ciò che le altre tradizioni avevano tralasciato.
Esempio di tale onnicomprensività del fascismo è il futurismo che, contro la democrazia parlamentare, voleva rinnovare la politica ponendola in alternativa alle vecchie idee e ai miti defunti del liberalismo. Così il futurismo rivendica l’artista entusiasta e affida all’uomo di cultura il compito di rinnovare la politica dall’interno attraverso la sua estetizzazione, cosa che aveva esempi di tradizione antichissima: potere e bellezza sono sempre andati assieme. Si trattava, come si vede, di una concezione del politico come di una esperienza totalizzante: arte, bellezza, eroismo, atmosfera sacrale, devozione, mistica, ardore: tutto ciò doveva rinnovare profondamente la vita umana prima ancora che la politica.
Già il primo fascismo si diceva contrario alle politiche di partito, al suo piccolo cabotaggio fatto di interessi, negoziazioni quotidiane e sottopotere, volendo per sé l’arte e i grandi ideali. Se il marxismo punta alla scienza; il fascismo punta all’arte: il lirismo nel marxismo è sempre coltivato a fini utilitaristici. Scopo finale del fascismo era la rinascita della patria e il rinvigorimento delle sue energie vitali. Per Ungaretti il fascismo era un movimento che voleva introdurre in Italia i valori e ripristinare le gerarchie: “L’Italia cerca l’elevazione dell’anima” diceva il poeta considerando il fascismo la risposta più adeguata a questo tipo di ricerca. Allo stesso modo Gentile[15] vedeva nel fascismo una politica che avrebbe portato ad una rigenerazione morale dell’Italia.
 L’omologo tedesco di Giovanni Gentile, Martin Heidegger[16], riteneva che la politica fosse uno strumento di rinascita della coscienza umana che doveva riaversi dall’oblio dell’essere quale forza mistica che determina l’esistenza dell’uomo. Heidegger riteneva che l’uomo dovesse vivere in una sorta di armonia panteistica con l’essere. Riprendersi dall’oblio dell’essere significava interagire a fondo con le forze primigenie del mondo, trovando in questa armonia il senso della vita, ed entrando in relazione con il suo mistero e il suo enigma. Questa capacità di sentire il mistero era, secondo Heidegger, stata persa dall’uomo moderno. Il tedesco, per mezzo della politica, doveva riappropriarsene facendo un passo in avanti verso una nuova esperienza di autenticità dell’esistenza. Il rifiuto heideggeriano della politica moderna implicava la riflessione sul modello della pòlis greca la quale costituiva, con la sua cultura, un esempio fondamentale per rifondare il senso dell’esistenza umana nel mondo. Nella pòlis e nel mondo greco l’uomo aveva la percezione di abitare nella dimora dell’essere. La città è il luogo della storia, cioè il luogo in cui e per cui l’Esserci, cioè l’uomo, storicamente sussiste. A tale luogo appartengono i templi, i preti, le feste, i giochi, gli eserciti, le navi, le case. Tutto questo è politica ed è situato nella storia dove ciascuno veramente è.
Josè Antonio[17], dal canto suo,  ritiene che il capo e l’eroe siano al centro della politica. La politica non è un modo di pensare ma un modo di essere. Il fascismo ripristina la verità che è al centro del sistema politico. Una verità che ruota attorno al concetto cattolico di amore. Per José Antonio l’amore si oppone a qualsiasi calcolo, è poesia oltre il calcolo e l’utilità. Così amore e lirismo sono parte imprescindibile di ogni cultura politica: “Non c’è trascinatore che non sia al tempo stesso poeta, così è Mussolini che parla al suo popolo; così Hitler e suo romanticismo tedesco così è il poeta dei romeni, Codreanu[18]”.
Il filosofo Carl Schmitt[19] giustappone ne Il concetto di politico, amico e nemico. La politica è una lotta contro il nemico. In questo senso non si definiscono i confini della politica e della società. Significato politico dell’ente è legato alla società che le ha prodotte. L’estensione dei concetti della politica e il loro significato sono l’esito di una tradizione di interpretazione. Se ne può dedurre che il nazionalismo, per esempio, può essere ammesso da ideologie conservatrici o liberali, oppure rivoluzionarie. Chi identifica il nazionalismo con un’unica ideologia è vittima di un condizionamento pavloviano. Anche l’eugenetica e la sterilizzazione forzata non erano monopolio nazista, ma elementi presenti in stati governati democraticamente come gli Stati Uniti, la Norvegia, Svezia e Finlandia, prima del nazismo. Così i termini politici come fascista, comunista, reazionario e altri sono ambigui dobbiamo evitare ogni determinismo ideologico (il marxismo e il liberalismo sono campioni di questo modo di pensare deterministico).
Il dibattito sul fascismo e le cosiddette “ideologie pericolose” è stato troppo segnato dal determinismo ideologico. I concetti sono invece di molteplici significati, i tempi sono molto diversi, malgrado i numerosi tentativi di sintesi. Il cuore del fascismo è pagano, ma molti fascisti sono buoni cattolici, oppure luterani, oppure ortodossi. Tale ambiguità è dovuta al fatto che gli ideali trasmessi dalle parole sono suscettibili di numerose interpretazioni. Essi si possono intendere in maniera costruttiva e umana, oppure in modo rigido. Quello che conta sono, infatti, coloro che li interpretano. Ciò che conta sono anche le circostanze storiche. In politica le idee vengono continuamente riciclate perché le parole possono suscitare interpretazioni diverse. Decine di intellettuali si avvicinarono alle idee fasciste mossi da motivazioni personali anche se più a fondo c’è una unità di carattere ideale: la reazione alla decadenza europea, pensata nondimeno in modo diverso a seconda dei contesti (decadenti sono gli ebrei per Hitler, i bolscevichi per i finlandesi, per gli italiani decadente era il germanismo austriacante). I rappresentanti delle élites intellettuali,  che avevano identificato la loro visione del mondo col fascismo, avevano eliminato dal fascismo stesso ciò che non era loro gradito. Per loro era la rivolta contro la malattia del secolo che aveva contaminato col suo materialismo la civiltà e in tale malattia era compreso il marxismo e il liberalismo. Ad impedire i processi di decadenza sarebbero state le virtù superumane indicate da Nietzsche, l’eroismo, l’anti- individualismo, il misticismo, l’adesione ad un’etica aristocratica che non escludeva, tuttavia, l’amore per il popolo. La modernità, che considera l’uomo come un essere egoista, è spregevole perché lo allontana dalla generosità morale e dal sentimento tragico della vita. Questo era il loro pensiero, queste erano le loro aspirazioni, anche se, al posto dell’idolo della modernità, hanno finito per installare un altro vitello d’oro. Ma essi ritennero di dover correre questo rischio perché i pregi del fascismo ai loro occhi rimanevano migliori e rendevano sopportabili i suoi errori e i suoi difetti come il razzismo, il militarismo, le persecuzioni.



[1] Scrittore norvegese, premio Nobel per la letteratura nel 1920, dopo la seconda guerra mondiale fu internato in un manicomio a causa delle sue simpatie fasciste. I suoi romanzi -  pervasi da un sentimento di comunione spirituale con le forze del cosmo e della natura (Pan), e non senza sensibilità per le questioni sociali e la sperequazione che dilania le metropoli capitaliste (Fame) - contribuiscono a generare un’immagine del mondo che va al di là del materialismo novecentesco, contribuendo in modo decisivo alla formazione di quel clima culturale avverso alla “decadenza moderna” che è tipico dei movimenti fascisti.
[2] Forse il più grande poeta americano del Novecento, di cultura sterminata, amante dell’Italia e impressionato dai successi di Mussolini, si stabilì nel Bel Paese, sostenendo fino all’ultimo le sue ragioni del suo “Duce”. Esperto di economia, vide nel fascismo un sistema di pensiero capace di restituire dignità al lavoro umano contro le tendenze usuraie e materialiste del liberalismo.
[3] Medico e scrittore francese, precursore della letteratura esistenzialista, nelle sue opere egli compie una ricerca stilistica e formale di grandissima efficacia estetica e comunicativa. In esse domina un pessimismo radicale sulla condizione umana, che gli fa disprezzare i miti ottimistici del progresso, della pace e della prosperità borghese, orientandolo decisamente verso il fascismo, inteso come protesta estrema e violenta contro le idee e gli stili di vita del suo tempo.
[4] Giuseppe Prezzolini (1882-1982), giornalista e scrittore di orientamento nazionalista e poi conservatore, fonda nel 1908 il settimanale “La Voce” per mezzo del quale, assieme al suo amico Giovanni Papini e ad altri prestigiosi collaboratori imprime una svolta alla cultura italiana. Pur essendo ammiratore di Mussolini, non accetterà il fascismo come partito e ideologia.
[5] Robert Brasillach (1909-1945), poeta, drammaturgo e romanziere francese. Genio precoce della letteratura, collabora sin da giovane con alcune prestigiose riviste letterarie, divenendo responsabile delle pagine culturali della rivista dell’ Action française. Senza aver commesso alcun reato, e solo per la usa collaborazione con il maggior periodico politico-culturale della Francia di Vichy, viene arrestato e condannato a morte da De Gaulle nel 1945.
[6] Gabriele d’Annunzio (1863-1938), noto poeta e uomo politico italiano. Nella città di Fiume dà origine all’esperimento politico della Reggenza italiana del Carnaro, nel quale, ribellandosi contro la pochezza del governo italiano, incapace di difendere i diritti dei connazionali fiumani, fonda una repubblica dei combattenti e dei poeti, patriottica, libertaria, innovativamente socialista e profondamente permeata dai suoi ideali estetici. Pur sempre nel contesto di una rivalità personale con la Benito Mussolini, mai farà mancare il suo sostegno al regime, dal quale otterrà a sua volta riconoscimenti e onori.
[7] Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), poeta, letterato e uomo politico, fondatore del movimento futurista, sin dall’inizio gli sono congeniali gli ideali di grandezza nazionale, di modernizzazione, di potenza, e quel peculiare socialismo di cui si fa portatore il movimento fascista, dando voce a quella democrazia delle trincee che il poeta aveva vissuto nell’esperienza della prima guerra mondiale. Convintamente fascista, celebra nell’ultima sua opera il corpo militare della X MAS, ricostituitosi nella Repubblica Sociale Italiana, canto del cigno del fascismo mussoliniano.
[8] Mircea Eliade, forse il più grande storico delle religioni del Novecento, noto per il suo Trattato di storia delle religioni, simpatizza per la Guardia di Ferro di Corneliu Zelea Codreanu negli anni Trenta – movimento filo-fascista e cristiano/ortodosso rumeno con forti tinte antisemite che lo avvicinano sotto questo aspetto al nazionalsocialismo -  e per i regimi autoritari di Antonescu (Romania) e poi di Salazar (Portogallo).
[9] Roy Campbell (1901-1957) scrittore sudafricano “sognava una società arcaica e feudale che credeva di trovare in Spagna (la Spagna di Franco, n.d.r.) dove si trasferì con la moglie. Il suo estremismo di destra era più vicino alla Falange o al fascismo di Mussolini che al nazionalsocialismo (cui si oppone tenacemente durante la seconda guerra mondiale, n.d.r.). In Spagna si convertì, insieme alla moglie, alla religione cattolica” (T. Kunnas, Il fascino del fascismo, p. 87).
[10] Windham Lewis (1882-1957), “amico di Ezra Pound, saggista e illustre artista che fondeva nel vorticismo cubismo e futurismo, si ribellava al ‘liberalismo’ vittoriano. F.T: Marinetti soggiornò a Londra nel periodo in cui vi abitavano Pound e Lewis; nelle idee e nell’arte di entrambi è riscontrabile l’influsso futurista, benché nella patria dell’industrializzazione l’idolatria delle macchine marinettiana non avesse carica  innovativa. Nel 1930 Windham Lewis visitò la Germania e, tornato in patria, si adoperò per far conoscere Hitler e il nazionalsocialismo. Difese la spedizione italiana alla conquista dell’Abissinia e si scagliava con veemenza contro il parlamentarismo britannico, pur proclamandosi estimatore del discernimento e della leadership di sir Oswald Mosley (fondatore della “British Union of Fascists”, n.d.r.). Nel 1939 si dissociò dal sostegno di Hitler” (ivi, p. 85).
[11] Gottfried Benn, poeta tedesco (1886-1956). “Dai tetri affreschi di Morgue ai preziosi mosaici di poesia statica della produzione tarda, dalla prosa assoluta distillata nelle psichedeliche vicissitudini del più celebre dei suoi alter-ego, il sifilopatologo Werff  Rönne, fino alle iridescenti stilizzazioni delle prose mature (Romanzo del fenotipo, Il tolemaico), colui che elesse Pallade a nume tutelare (e spettrale) in un mondo disertato tanto dalla ragione quanto dagli dèi, per tutta la vita seguì il fil rouge di una sola, inaggirabile, primaria intuizione: «in pace o in guerra, al fronte o nelle retrovie, da ufficiale come da medico, fra trafficanti ed eccellenze, davanti alle celle dei manicomi e a quelle delle prigioni, accanto ai letti e alle bare, nell’ora del trionfo e in quella della caduta, non mi ha mai abbandonato la trance che questa realtà non esista.» Di sé avrebbe forse detto – chiosando con un celebre passaggio di Gehirne – «vivevano tutti con il centro di gravità fisso su meridiani, tra rifrattori e barometri, lui solo gettava sguardi oltre le cose, paralizzato dalla nostalgia di un azimut, gridava invocando una chiara pulizia logica e una parola che finalmente lo afferrasse” (http://poesia.blog.rainews.it/2019/09/portrait-di-gottfried-benn-1886-1956/). Critico feroce del progresso, dell’evoluzione, di ogni determinismo storico, del macchinismo moderno, il poeta aderisce per breve tempo al nazionalsocialismo vittorioso, per poi ritirare il suo consenso pubblico e arruolarsi come ufficiale medico nell’esercito, in quell’emigrazione interna che vide protagonisti molti intellettuali i quali, pur non sostenendo il nazionalsocialismo, non intesero abbandonare la Germania.
[12] Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900), filologo e filosofo tedesco, fu grande innovatore del pensiero occidentale che aspirò ad emancipare dalla tradizione cristiana in nome dei valori terreni della vita. Quest’ultima era da lui concepita come volontà di potenza, creatrice di arte, di morale e di stili originali  in coloro che sanno farsene portatori e celebrarla consapevolmente. Di qui il suo sovrumanismo aristocratico, alla ricerca di una grandezza sganciata dalle leggi morali e da quelle religioni che, nate secondo lui da uomini mal riusciti e incapaci di vivere fino in fondo, ambivano a ricondurre tutti  ad un’uguaglianza verso il basso, nemica della libertà, della magnanimità e di ogni bellezza. Il superuomo, fedele alla terra e forte di una volontà incrollabile, diveniva così il nemico principale dei socialismi egualitari e delle democrazie livellatrici. Anche la statolatria e il nazionalismo erano però da lui ritenuti volgari, come tutto quanto tendeva a far scomparire il valore individuale nell’anonimato del gregge. Dalle sue idee  presero spunti numerosi intellettuali che nel Novecento inventarono o aderirono al fascismo, benché in senso stretto sia impossibile qualificare Nietzsche come fascista, non solo per motivi storico-anagrafici, ma anche perché la ricchezza del suo pensiero che è divenuta oggetto di riflessione e ammirazione da parte di uomini di tutti gli orientamenti politici. Avendo la sua filosofia una dimensione epocale – poiché coglie i problemi e le aspirazioni fondamentali dell’uomo moderno – la sua è una presenza costante nel XX secolo, ad ogni latitudine culturale e politica e ovunque si sia preso sul serio il compito di interpretare i problemi e il senso della civiltà contemporanea.
[13] “Il 21 settembre 1972 muore suicida lo scrittore e drammaturgo Henry de Montherlant. Nato a Parigi il 21 aprile 1896, volontario e ferito nella 1a guerra mondiale, fu proscritto come collaborazionista nel dopoguerra, si definiva ‘anarchico di destra’. Come scrittore fu particolarmente precoce: scrisse infatti il suo primo libro La vie de Scipion (mai pubblicato) quando aveva appena dieci anni e a venti anni pubblicò a sue spese La Releve du Matin, dopo il rifiuto di undici editori, un omaggio ai soldati della Grande Guerra. Nel 1923 scrisse Les Olympiques, opera nella quale celebrava i cultori dell’atletica leggera. La tauromachia, di cui fu particolarmente appassionato (a quindici anni uccise il suo primo toro), gli ispirò uno dei suoi migliori libri: Les Bestiaires (1926). I suoi primi successi furono la tetralogia Les jeunes filles (1936-1939) e Les célibataires (1934). In Les jeunes filles Monteherlant si scaglia contro l’esaltazione dei “valori femminili”, a cui addita la decadenza del mondo contemporaneo, a detrimento di quelli “virili”. Montherlant, in quest’opera, alza la sua protesta contro un’epoca in cui i grandi valori individuali vanno spegnendosi e la democrazia diffonde conformismo” (https://www.ugomariatassinari.it/suicido-henry-de-montherlant/)
[14] Pierre Eugène Drieu La Rochelle (1893-1945) scrittore, romanziere e saggista francese, influenzato dall’esperienza della Prima guerra mondiale (raccontata nella Commedia di Charleroi), per tutta la vita cercherà nella politica la risposta alle domande sul destino individuale che mai vedrà separato dall’appartenenza alla Francia. Valori estetici, etici, un senso di estraneità verso la mediocrità borghese, faranno capolino nei personaggi più riusciti di opere come Gilles, L’uomo a cavallo, Fuoco Fatuo, Diario di un delicato. A ciò si associa una peculiare visionarietà politica che gli fa immaginare un “socialismo fascista”, capace di elevare le masse europee al piano di una grandezza superomistica che poteva e doveva essere socializzata e nazionalizzata. L’Europa, che doveva unirsi  per affermare la propria civiltà e tradizione contro l’arrembaggio delle potenze asiatiche e americane, avrebbe trovato nel fascismo quel collante in grado di raccogliere il senso di appartenenza di ogni uomo del Vecchio continente, oltre le decadenti ideologie materialiste della democrazia liberale e del marxismo, Coerentemente vicino alla repubblica di Vichy, si uccide prima di essere catturato dagli antifascisti alla fine del secondo conflitto mondiale.
[15] Giovanni Gentile (1875-1944) insieme a B. Croce, il maggior filosofo italiano del Novecento. Si inserisce nella tradizione idealistica rinnovando genialmente la logica, la metafisica e l’etica hegeliane. Valorizza Marx non tanto come filosofo del comunismo e dell’insurrezione proletaria, ma come filosofo della prassi. Politicamente è convinto che il fascismo sia l’erede genuino della grande stagione del Risorgimento, che nel movimento mussoliniano trova il suo compimento con l’integrazione delle masse nella sostanza etica dello Stato nazionale. Così egli pensa che il fascismo realizzi il meglio del carattere e della storia nazionale, consentendo all’uomo contemporaneo la più profonda partecipazione alla vita dello Spirito. Sempre fedele a Mussolini, che lo ricambia affidandogli importanti incarichi di governo, tra cui l’elaborazione della riforma della scuola, e di politica culturale, come la realizzazione del progetto dell’Enciclopedia italiana, dopo aver aderito alla Repubblica Sociale, muore assassinato in un agguato terroristico messo in atto da partigiani comunisti.
[16] Martin Heidegger (1889-1976) è un grande pilastro della cultura del Novecento, le cui riflessioni hanno avuto influenza determinante, oltre i confini della filosofia  in senso stretto, in diverse discipline come la storia, la linguistica, la critica letteraria, la psichiatria, l’antropologia e la teologia. La sua maggiore opera, Essere e Tempo, viene pubblicata nel 1927. Nel 1933, all’ascesa di Hitler, collabora con le autorità del III Reich e viene nominato rettore dell’università di Friburgo, incarico che lascerà l’anno successivo, rinunciando a ulteriori ruoli di visibilità pubblica, senza mai tuttavia opporsi al regime. “Filosoficamente  il punto nodale del nazionalsocialismo heideggeriano risulta essere la nozione di “orizzonte ontologico”, inteso come trascendenza e superamento del singolo soggetto nella sua individualità. In questo senso, numerose pagine di Sein und Zeit (Essere e tempo) descrivono chiaramente un’idea di storia, di umanità e di essere che, sebbene non giustapponibile da nessun punto di vista al razzismo del Mein Kampf, mostra la fondazione di una ben precisa concezione di Nazionalsocialismo. Questo punto cruciale è accuratamente chiarificato dall’analisi di George Steiner, il quale scrive che vi sono ‘delle connessioni reali tra il linguaggio e la visione di Essere e tempo, specie nelle ultime sezioni, e quelli del Nazismo. Coloro che negano ciò sono ciechi o bugiardi […]. Sia il Nazismo sia l’antropologia ontologica di Essere e tempo sottolineano la concretezza della funzione dell’uomo nel mondo, la primordiale santità della mano e del corpo. Entrambi esaltano la mistica affinità tra il lavoratore e i suoi strumenti in una innocenza esistenziale che deve essere purificata dalle pretese dell’intelletto astratto. A questa accentuazione si accompagna una tensione sul radicamento, sul rapporto intimo fra sangue e ricordo, che un autentico sentire umano ha rispetto alle sue radici natali. La retorica heideggeriana del sentirsi-a-casa, dell’organico continuum che avvicina il vivente al morto ancestrale sepolto accanto, si adatta senza sforzo alcuno al culto nazista del sangue e della terra. Parallelamente, le accuse hitleriane ai cosmopoliti senza radici, alla plebaglia urbana e alla intelligencija senza patria che vive parassitariamente sull’elegante suolo della società, riecheggiano da vicino la critica heideggeriana del “si”, della modernità tecnologica, dell’ indaffarata irrequietezza dell’inautentico’” .
(http://www.kasparhauser.net/culture%20desk/heideggernazismo/cata-esserethule.html).
[17] José Antonio Primo de Rivera (1903-1936) è il fondatore della Falange española, un movimento fascista che dal 1933-34 insieme alle JONS (Juntas de ofensiva nacional sindacalista) contrasta l’egemonia repubblicana e comunista, collaborando con la ribellione franchista nella guerra civile. Imprigionato senza  per motivi esclusivamente politici dal governo repubblicano, viene fucilato nel 1936.
[18] Corneliu Zelea Codreanu (1899-1938) è il fondatore nel 1927 della Guardia di Ferro, movimento fascista e cristiano ortodosso dalla radicale vocazione alla giustizia sociale. Così lo descrive Julius Evola: “Ci viene incontro un giovane alto e slanciato, in vestito sportivo, con un volto aperto, il quale dà immediatamente una impressione di nobiltà, di forza e di lealtà. È  appunto Cornelio Codreanu, capo della Guardia di Ferro. Mentre i suoi occhi grigio-azzurri esprimono la durezza e la fredda volontà propria ai Capi, nell’insieme dell’espressione vi è simultaneamente una singolare nota di idealità, di interiorità, di forza, di umana comprensione. Anche il suo modo di conversare è caratteristico: prima di rispondere, egli sembra assorbirsi, allontanarsi, poi, ad un tratto, comincia a parlare, esprimendosi con precisione quasi geometrica, in frasi bene articolate ed organiche […]Vi sono da un lato coloro che conoscono solo la ‘vita’ e che quindi non cercano che la prosperità, la ricchezza, il benessere, l’opulenza; dall’altro lato vi sono coloro che aspirano a qualcosa più che la vita, alla gloria e alla vittoria in una lotta interiore quanto esteriore. Le Guardie di Ferro appartengono a questa seconda schiera. E il loro ascetismo guerriero si completa con una ultima norma: col voto di povertà a cui è tenuta l’élite dei capi del movimento, con i precetti di rinuncia al lusso, ai vuoti divertimenti, agli svaghi cosiddetti mondani, insomma con l’invito ad un vero cambiamento di vita che noi facciamo ad ogni legionario” Codreanu muore assassinato in carcere su ordine di re Carol per mano alcuni poliziotti corrotti dal suo ministro Calinescu.
[19] Carl Schmitt (1888-1985) tra i principali giuristi e filosofi del diritto del Novecento, indaga con grande acume anche la sfera della politica cercandone le regolarità e i fondamenti nella civiltà occidentale. Diventa per breve tempo presidente dei giuristi nazionalsocialisti tedeschi, per poi ritirarsi nel 1936 dalla vita pubblica a causa dell’attacco della rivista delle SS  “Das schwarze Korps”. Dopo la seconda guerra mondiale, bandito dall’insegnamento universitario, scrive il testo Il nomos della terra che rappresenta una pietra miliare degli studi di geopolitica.

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