venerdì 16 agosto 2019

Il panettone a luglio



Il 28 luglio…panettone!!! Qui ad Arequipa, nel sud del Perù è il dolce della festa dell’indipendenza. Non mi si chieda com’è giunto in Sudamerica … forse è merito di un eroe dei de mondi, forse di un immigrato milanese nostalgico di ben più brumosi Natali … forse è come la teoria di Kant-Laplace o il calcolo infinitesimale di Leibniz-Newton: ognuno ci è arrivato per conto proprio (il panettone come destino dell’Occidente?)[1].
In ogni caso, a parte i dolci comandati, qui ad Arequipa l’indipendenza nazionale è una cosa seria. Il Perù è una cosa seria. Vi si realizza talora una totale sintonia tra Stato e popolo. E non parlo dei governi più o meno corrotti e del giustificato disincanto per la politica, ma più in profondità di istituzioni come esercito, tutori dell’ordine, scuola, raggruppamenti della società civile, Chiesa; tutti assieme a formare un grande coro che si eleva ovunque per celebrare la Patria comune. Ricchi e poveri, giovani e vecchi ho visto marciare, fieri della loro appartenenza, in una delle tantissime parate che in città e in ogni paesino dell’hinterland si celebrano con palchi, bande, discorsi, gente che esibisce il vestito della festa, donne in abiti tradizionali, bambini che in fila ordinate, orgogliosamente con i loro fucili di legno, seguono passo passo i reparti militari dei loro fratelli più grandi. E poi a Quequeña, pochi chilometri fuori da Arequipa, la piazza è piena di colori, la musica e gli inni sposano gli odori di chicha morada (la bevanda nazionale, a base di mais bollito) e delle parrillas, le griglie già calde per accogliere tutti i tipi di carne (in special modo i porcellini d’India, chiamati onomatopeicamente “cuy”).

Sembrerebbe questo Paese, denso di contraddizioni, attraversato da radicate disuguaglianze sociali e afflitto da numerosissime carenze infrastrutturali: dalle strade, alla sanità, al sistema produttivo, sembrerebbe, dicevo, non avere motivo per far festa né per generare orgoglio. Tanto più che le élites dominanti sono responsabili di non aver valorizzato le enormi ricchezze che offre il territorio peruviano, soprattutto il suo sottosuolo ricco di petrolio, gas e metalli preziosi.
Invece no! Un popolo povero ma dignitosissimo celebra la sua esistenza e ribadisce la sua voglia di andare avanti ispirandosi a quei valori di comunità, dedizione, sacrificio ed eroismo che sempre offrono la cornice di senso alla vita dell’individuo. E la Chiesa partecipa con entusiasmo. I suoi sacerdoti promuovono in ogni più piccola parrocchia, dove spesso campeggia a lato degli altari la bandiera nazionale accanto a quella del Vaticano, una preghiera speciale per il Perù, consapevoli che il cammino verso la Patria celeste comincia qui ed ora nella Patria terrena, quella stessa che il loro Signore Gesù mai ha rinnegato o sminuito.
                       Manifesto appeso nella chiesa della Asunción di Chucuito, sulle  rive del lago Titicaca 

Il 28 luglio 1821 José de San Martin entrò a Lima, battendo gli spagnoli. L’indipendenza di tutto il Perù era ancora lontana, ma questa prima decisiva vittoria era già il Perù. Da quel momento bisognerà camminare da soli lungo una strada difficile perché i nemici della libertà della nazione sono tanti, e molto più pericolosi di una Spagna ormai lontana dai suoi fasti imperiali. Solo due anni prima della proclamazione della dottrina Monroe, nuovi imperi si affacciano sul continente e ne minacciano vita e prosperità.
La battaglia non è dunque finita. Anche per i nuovi, subdoli e striscianti avversari, che alle armi più spesso preferiscono il soldo, la setta e la Coca Cola, bisogna preparare un 28 luglio. Credo sia questo uno dei compiti più difficili e affascinanti del Perù del futuro.




[1] La tradizione orale afferma che all’origine di tutto fu la panificadora “Las Americas” fondata da un certo italiano di nome Galletti in Calle san Juan de Dios ad Arequipa negli anni Cinquanta del secolo scorso.


N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

venerdì 19 luglio 2019

La preghiera e la vita dello spirito

Che cosa significa avere una vita spirituale? Che cosa è lo spirito? Difficilissimo rispondere. E' come la famigerata questione del tempo in Agostino: "Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so". E' forse l'interiorità? Ma quale, di che tipo? Tutti dialoghiamo con noi stessi, ma molto spesso a livelli tutt'altro che spirituali. E' la cultura? Probabilmente sì,  qualcosa che si avvicina, ma non tutti gli uomini colti sono altrettanto spirituali...a volte c'è solo vana curiositas. E' il sentimento? Può darsi, ma quanti sentimenti sono indegni e sarebbe meglio non avere? No, in realtà la vita dello spirito non coincide con tutto questo...Non si può dire se non con una metafora vaga: è l'altezza alla quale noi possiamo giungere. Non c'è spirito senza una mistica dell'elevatezza...Ma con ciò diciamo tutto e niente: senza esempi la metafora è vuota...Eccone allora uno. Trovato sulla parete di una sala dell'ospedale di Vigevano, dove una cara zia sta vivendo la sua sofferenza. La vita della spirito in una preghiera, in una bellezza, in un frammento che contiene l'infinito.


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sabato 13 luglio 2019

Due articoli di "Famiglia Cristiana" a confronto

MONSIGNOR VINCENZO PAGLIA: «VINCENT LAMBERT, NEL DRAMMA IL CONFLITTO NON AIUTA»
10/07/2019
 Il caso Lambert e gli altri, vicende complesse dai molti e delicati risvolti

Venerdì 28 giugno la Corte di Cassazione francese si è pronunciata contro il divieto di sospendere alimentazione e idratazione artificiali a Vincent Lambert. Un divieto deliberato dalla Corte d’Appello in seguito alla richiesta del Comitato internazionale dei diritti delle persone portatrici di handicap (Cidph) dell’Onu, interpellato dagli avvocati dei genitori del paziente. L’affannoso rincorrersi di ripetuti ordini e contrordini da parte autorevoli assise giuridiche indica con chiarezza la difficoltà della situazione. Il dramma di Vincent Lambert ha assunto una risonanza mediatica e una portata simbolica che supera la singolarità della sua situazione. Si intrecciano molteplici piani: familiare, medico, giuridico, politico, comunicativo. Tutto ciò rende molto delicata l’elaborazione di un giudizio etico, anche perché le informazioni cliniche sono assai complesse e non direttamente accessibili in tutti i loro dettagli.

I VESCOVI FRANCESI
Dal canto suo, la Conferenza episcopale francese ha sottolineato di non avere la competenza per esprimersi sul caso specifico, evitando di sostituirsi alla coscienza di coloro cui spetta la decisione, ma fornendo piuttosto il proprio contributo per istruire il cammino che conduce al giudizio. Si è pertanto limitata ad alcune considerazioni generali, senza la pretesa di entrare nella valutazione del caso concreto, anche per l’impossibilità di disporre di tutta l’informazione necessaria. Il doloroso conflitto familiare circa l’ipotesi di sospendere alimentazione e idratazione artificiali, essendo precluso l’accesso alla volontà del paziente – elemento indispensabile per la valutazione della proporzionalità delle cure –, ha condotto a una situazione di stallo che dura ormai da anni. La questione etica si intreccia poi con la sfera giuridica. Il ricorso alle vie legali ha irrigidito ed esasperato il conflitto. Senza entrare nei tecnicismi della sentenza, possiamo dire che la Cassazione ha ritenuto la scelta della sospensione, a cui in medici erano giunti dopo una accurata valutazione collegiale, compatibile con la legge vigente in Francia. Ma in questa lunga e logorante polemica, la contrapposizione ha invaso la sfera pubblica, con ampie risonanze mediatiche, prendendo la fisionomia di una battaglia tra chi è favorevole e chi è contrario all’eutanasia. I vescovi hanno anzitutto riaffermato con chiarezza la negatività di questa pratica. Inoltre hanno richiamato l’importanza dell’attenzione al più debole per la costruzione della convivenza sociale. E hanno messo in luce la ricaduta che la scelta di interrompere il trattamento può avere su coloro che si trovano in analoghe situazioni (circa 1.700 persone in Francia), per le loro famiglie e per il personale sanitario. Una osservazione particolarmente pertinente.

TRA MEDICINA, DIRITTO E CULTURA
 
Del resto, anche altre recenti vicende, come quella di Alfie Evans in Inghilterra e di Noa Pathoven in Olanda, hanno profondamente turbato e diviso l’opinione pubblica oltre i confini dei rispettivi Paesi. Va sottolineato che si tratta di situazioni molto diverse e non comparabili, per motivi sia clinici sia esistenziali. Ma esse condividono alcuni tratti comuni. Da una parte, il fatto che sono in gioco decisioni che riguardano la vita e la morte, rendendo conflittuale la definizione di chi ha titolo per operare tali scelte: la persona malata, i familiari, i medici, i giudici. Dall’altra, i mezzi sempre più potenti di cui dispone la medicina, che sollevano con frequenza crescente l’interrogativo sulla limitazione dei trattamenti. Queste vicende ci richiedono quindi di precisare e di approfondire il ruolo e il senso delle cure mediche e dei criteri che presiedono al loro impiego. Papa Francesco ci ha peraltro ricordato che occorre evitare un indiscriminato prolungamento delle funzioni biologiche, perdendo di vista il bene integrale della persona (Discorso al Convegno sul suicidio assistito della Associazione medica mondiale, 16 novembre 2017Ž). Davanti a queste drammatiche lacerazioni, si tratta di assumere anzitutto un atteggiamento di raccoglimento e di preghiera vicendevole, perché si possano trovare vie di comunicazione che favoriscano la riconciliazione più che la controversia, sul piano familiare e sociale. Dovremmo inoltre evitare di affidare la soluzione solo a un gesto tecnico o giuridico per cercare insieme un accordo più ampio possibile. È un cammino che richiede impegno non solo personale, ma anche collettivo, per elaborare quel senso della vita che la sofferenza mette in questione e per far fronte al limite radicale che la morte rappresenta. Si tratta di risvegliare le forze che la cultura ha sempre mobilitato nella storia dell’umanità, in tutte le sue espressioni simboliche, da quelle artistiche a quelle religiose, offrendo ragioni per vivere. Solo una più diffusa e profonda formazione delle coscienze potrà prepararci a decisioni così drammatiche e complesse. Nella consapevolezza che mai nessuno deve essere abbandonato. Sempre, invece, deve essere accompagnato dall’amore. Che sconfigge anche la morte.
MONSIGNOR VINCENZO PAGLIA: «GESU’ DI NAZARETH, NEL DRAMMA IL CONFLITTO NON AIUTA»
15 nisan, 33
 Il caso del Nazareno e gli altri, vicende complesse dai molti e delicati risvolti

Venerdì 14 nisan la Corte di Cassazione romana si è pronunciata contro il divieto al Sinedrio di comminare pene di morte per crocifissione a coloro che il sommo sacerdote considera eretici e bestemmiatori. Un divieto deliberato dal Senato stesso in seguito alla richiesta di diversi prefetti delle colonie relativi al trattamento delle questioni religiose interne, interpellato dagli avvocati della famiglia e dei discepoli dell’accusato. L’affannoso rincorrersi di ripetuti ordini e contrordini da parte autorevoli assise giuridiche (Caifa, Erode,  Pilato) indica con chiarezza la difficoltà della situazione. Il dramma di Gesù Nazareno ha assunto una risonanza mediatica e una portata simbolica che supera la singolarità della sua situazione. Si intrecciano molteplici piani: familiare, religioso, giuridico, politico, comunicativo. Tutto ciò rende molto delicata l’elaborazione di un giudizio etico, anche perché le informazioni sull’accaduto sono assai complesse e non direttamente accessibili in tutti i loro dettagli.

I VESCOVI PALESTINESI
Dal canto suo, la Conferenza episcopale palestinese ha sottolineato di non avere la competenza per esprimersi sul caso specifico, evitando di sostituirsi alla coscienza di coloro cui spetta la decisione, ma fornendo piuttosto il proprio contributo per istruire il cammino che conduce al giudizio. Si è pertanto limitata ad alcune considerazioni generali, senza la pretesa di entrare nella valutazione del caso concreto, anche per l’impossibilità di disporre di tutta l’informazione necessaria. Il doloroso conflitto nella comunità giudaica circa l’ipotesi di torturare e crocifiggere Gesù, essendo precluso l’accesso alla volontà del Padre (alla quale comunque il reo si è consegnato) – elemento indispensabile per la valutazione della proporzionalità della pena –, ha condotto a una situazione di stallo che dura ormai da anni. La questione etica si intreccia poi con la sfera giuridica. Il ricorso alle vie legali ha irrigidito ed esasperato il conflitto. Senza entrare nei tecnicismi della sentenza, possiamo dire che Roma ha ritenuto la scelta della crocifissione, a cui i giudei erano giunti dopo una accurata valutazione collegiale, compatibile con la legge vigente in Israele. Ma in questa lunga e logorante polemica, la contrapposizione ha invaso la sfera pubblica, con ampie risonanze mediatiche, prendendo la fisionomia di una battaglia tra chi è favorevole e chi è contrario alla croce. I vescovi hanno anzitutto riaffermato con chiarezza la negatività di questa pratica. Inoltre hanno richiamato l’importanza dell’attenzione al più debole per la costruzione della convivenza sociale. E hanno messo in luce la ricaduta che la scelta di elevare l’eretico può avere su coloro che si trovano in analoghe situazioni (circa 1.700 zeloti solo in Giudea), per le loro famiglie e per il personale di guardia romano. Una osservazione particolarmente pertinente.

TRA TEOLOGIA, DIRITTO E CULTURA
 
Del resto, anche altre recenti vicende, come quella di Giuda il Galileo sempre in Palestina, e, sebbene un po’ più datata, di Spartaco a Roma, hanno profondamente turbato e diviso l’opinione pubblica oltre i confini dei rispettivi Paesi. Va sottolineato che si tratta di situazioni molto diverse e non comparabili, per motivi sia religiosi, sia esistenziali. Ma esse condividono alcuni tratti comuni. Da una parte, il fatto che sono in gioco decisioni che riguardano la vita e la morte, rendendo conflittuale la definizione di chi ha, lo jus gladii, cioè il titolo per operare tali scelte: il prefetto, i consoli, i giudici, i sacerdoti, le autorità locali della comunità di appartenenza. Dall’altra, i mezzi sempre più potenti di cui dispone la burocrazia imperiale, che sollevano con frequenza crescente l’interrogativo sulla limitazione delle sue prerogative. Queste vicende ci richiedono quindi di precisare e di approfondire il ruolo e il senso delle valutazioni teologiche e giuridiche e dei criteri che presiedono alla loro esecutività. Papa Francesco ci ha peraltro ricordato che occorre evitare un indiscriminato prolungamento delle predicazioni itineranti, perdendo di vista il bene integrale della comunità giudaica (Discorso al Convegno sulla crocifissione assistita dell’Associazione mondiale “Il Cireneo”, Pesah 32). Davanti a queste drammatiche lacerazioni, si tratta di assumere anzitutto un atteggiamento di raccoglimento e di preghiera vicendevole, perché si possano trovare vie di comunicazione che favoriscano la riconciliazione più che la controversia, sul piano religioso e comunitario. Dovremmo inoltre evitare di affidare la soluzione solo a un gesto tecnico o giuridico per cercare insieme un accordo più ampio possibile. È un cammino che richiede impegno non solo personale, ma anche collettivo, per elaborare quel senso della vita che la sofferenza mette in questione e per far fronte al limite radicale che la morte in croce rappresenta. Si tratta di risvegliare le forze che la cultura ha sempre mobilitato nella storia dell’umanità, in tutte le sue espressioni simboliche, da quelle artistiche a quelle religiose, offrendo ragioni per vivere. Solo una più diffusa e profonda formazione delle coscienze potrà prepararci a decisioni così drammatiche e complesse. Nella consapevolezza che mai nessuno deve essere abbandonato. Sempre, invece, deve essere accompagnato dall’amore. Che sconfigge anche la morte.

venerdì 12 luglio 2019

Assassini di tutto il mondo unitevi!



Quando ho sentito della morte di Vincent Lambert, dopo una terribile agonia che si  è “meritato” per il suo essere disabile, avevo intenzione di scrivere un pezzo intitolandolo “Francia assassina”… Sarebbe stato significativo, e in certa misura giusto, sottolineare che Lambert è stato condannato dalle istituzioni mediche e politico-giudiziarie francesi, quelle stesse che avrebbero dovuto difendere strenuamente il suo diritto a vivere, nonostante il grave handicap e le condizioni minime di coscienza. Quelle stesse istituzioni avrebbero dovuto impedire in ogni modo che un qualsiasi aguzzino avesse potuto sfogare il suo sadismo, infliggendogli l’orribile tortura di una morte per sete e per fame. Ma non è stato così. Il ruolo del “qualsiasi aguzzino” è stato ricoperto proprio dalle leggi e dagli uomini che avevano il dovere di proteggerlo. Quindi mai come in questo caso si sarebbe potuto parlare di un “Francia assassina”. Poi mi è venuto in mente che, purtroppo, casi come quelli di Lambert non sono nuovi in occidente e forse nel mondo, si pensi solo alla povera Eluana Englaro. Vale a dire che, a pensarci bene, esiste un peculiare internazionalismo della morte, che in modo ideologico e ipocrita si ammanta di motivi umanitari – “evitare che si viva una vita non degna di essere vissuta” (ma chi decide quando una vita è degna?) – e che si sta via via capillarmente realizzando. La forza degli internazionalismi è  nella loro astrattezza. Il loro odio per il particolare, il concreto, lo specifico, la loro lotta contro le appartenenze che sono la condizione reale dell’umanità, che non si dà mai come genere puro, ma come qualcosa di incarnato qui ed ora: tutto ciò ha un fascino. Si tratta della possibilità di semplificare, di costruire discorsi economici con poche proposizioni che valgono per tutti; si tratta di annegare le differenze nel mare dell’indistinto,  di confondere i propri difetti nella melassa dolciastra dove tutti siamo uguali; si tratta di quello sguardo superficiale e facile che nella notte acquisisce la certezza granitica che tutte le vacche sono nere. Questo fascino dell’indistinto è anche ciò che permette di classificare le esistenze, misurandole sulla base di parametri generali: la coscienza, le reazioni agli stimoli, i livelli di autosufficienza biologica, i criteri di interazioni sociale, Non c’è il minimo tentativo di entrare in empatia profonda con il fatto abissale che “quello lì” è una storia irripetibile di valore infinito, una storia che nessuno ha il diritto di interrompere. Non c’è alcun pudore di fronte al mistero di un’esistenza che, nella felicità come nel dolore, non può mai essere qualcosa di disponibile e manipolabile. Fermarsi alle soglie di quest’alterità particolare, insondabile, irriproducibile, e perciò infinitamente preziosa, è operazione che comporta una grandissima perdita di tempo e di energie, direi quasi uno spreco. Non è cosa che la società accelerata dell’efficienza produttiva e del godimento istantaneo può permettersi. Smettiamo di dire la verità consolatoria e confessionale che la vita appartiene a Dio. Tale verità certissima in questi casi va taciuta. Perché dà l’impressione che solo una minoranza nella società può difendere la vita, che la lotta per la vita è cosa di una fazione, che peraltro fa appello a una presa di posizione apodittica sulla realtà, come quella della fede. L’approccio che fu di Cristo alla verità interna della persona umana deve invece essere di tutti ed è la sola cosa razionale,  la sola cosa universalmente esigibile. All’universalismo astratto della morte, al suo internazionalismo che globalizza la crudeltà indifferente e superficiale, e che perciò è veramente apodittico, bisogna opporre  l’universalismo della differenza personale, dell’appartenenza di ciascuno al proprio insondabile mistero, alla propria insondabile storia che si intreccia con la storia del prossimo, il quale a sua volta è chiamato a sentirla sua e ad averne il rispetto che deve a se stesso e al suo proprio mistero. I crimini della Francia sono dunque i nostri, ogniqualvolta lasciamo spazio ai suoi mortali princìpi e non sappiamo rivolgerci alla ragione … l’omicidio di Stato che si è consumato contro Vincent Lambert è un omicidio-mondo …


N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

martedì 25 giugno 2019

Ricardo Moreno Castillo contro la scuola "inclusiva"


Presento qui la traduzione dell'interessantissima conferenza del professor Ricardo Moreno Castillo (già docente di Matematica nei licei e di Storia della matematica all'Università Complutense di Madrid) intitolata: En contra de una escuela inclusiva (Contro una scuola inclusiva),  tenutasi il 25 novembre 2017 a Barcellona in occasione della VI giornata della Secondaria, organizzata dal sindacato della scuola ASPEC-SPS (l'intervento è reperibile in lingua originale sul web, chiedo scusa preventivamente per eventuali imprecisioni nella resa in lingua italiana). Credo che le idee di Ricardo Moreno Castillo vadano nella giusta direzione critica rispetto alle mode pedagogiche dominanti e ne sottolineino le enormi debolezze. Per questo rappresentano una provocazione da accogliere anche per noi italiani: anzi il fatto che un discorso che prende a oggetto la situazione spagnola si attagli così bene alla realtà del nostro Paese dimostra come la globalizzazione delle follie del pedagogicamente corretto sia un processo in fase di preoccupante avanzamento. Ciò rende ancor più urgente lo sforzo del pensiero per contrapporre la sincera ricerca della verità dell' insegnamento ai costruttivismi e alle ingegnerie didattiche che distruggono la scuola dalle fondamenta. La prossima pubblicazione di una serie di saggi (che andrà a far parte della collana Controcorrente, saggi contro la deriva antropologica), in collaborazione con il collega filosofo Alessandro Benigni e con una piccola squadra di valenti studiosi, apporterà nuovi contributi a nuovo materiali per riflettere e approfondire la questione dell'educazione. Dunque si tratta qui di un'anticipazione, diremmo di un antipasto - e, direi, particolarmente appetitoso -  in attesa del confezionamento di un sostanzioso pranzo. Buona lettura!

Il titolo della conferenza può sembrare reazionario e politicamente scorretto. E in effetti sarebbe reazionario se fosse l'espressione di un desiderio, ma non è così. È la verifica di ciò che a mio avviso è un’impossibilità. Non vi è dubbio che l'istruzione obbligatoria sarebbe auspicabile fino all'età di diciotto anni, dalla quale sarebbe bello che tutti si congedassero con una solida formazione scientifica e umanistica, dominando il latino e un paio di lingue moderne. Sarebbe bello, ma sappiamo che non è possibile. Non tutti hanno l'intelligenza e la capacità di lavorare per questo. E se ci sforziamo di raggiungere l'impossibile, spendiamo  tempo, risorse ed energie che sarebbero meglio spesi nel realizzare ciò che è possibile. Sarebbe come dirottare parte delle risorse dedicate alla ricerca medica per creare una pozione che garantisca l'immortalità. Non solo non si otterrebbe l'immortalità, ma il comparto della sanità regredirebbe se lasciato con meno risorse. Quindi vorrei che, prima di squalificare questo discorso come reazionario e retrogrado, riflettessimo attentamente sugli argomenti che seguiranno. Posso sbagliarmi, naturalmente, e l'immortalità potrebbe essere possibile, ma finché non mi si convince di tale possibilità, è assurdo chiamare reazionario me e chi pensa che la morte sia inevitabile.
 Inoltre, l'argomento di cui ci occuperemo è più ampio di quello che indica il titolo, poiché l'alternativa tra scuola inclusiva ed esclusiva non è più che una manifestazione di altri dilemmi che a loro volta non sono  che la naturale conseguenza della stessa finitudine del mondo e della condizione umana. E questa finitezza genera tre limitazioni estremamente dolorose la cui negazione in nome del politicamente corretto porta solo a utopie e a deliri irrealizzabili. Le tre limitazioni sono le seguenti:
1. Tutte le possibilità sono un limite.
2. L'uguaglianza di opportunità genera disuguaglianze.
3. La libertà e l'uguaglianza sono quasi sempre ciascuna il limite dell'altra.
La prima limitazione è molto antica, e si spiega assai bene alla luce della parabola usata da Kant per illustrare in che modo il linguaggio, che ci permette di pensare, costituisca per noi anche un limite. Al di là di esso non possiamo pensare. Un piccione volò con difficoltà perché era controvento e pensò: "Se non ci fosse aria, potrei volare più liberamente". No, se non ci fosse aria non potrebbe volare in nessun modo. La stessa aria che rende possibile il volo, lo rende anche difficile. Chesterton spiega la stessa cosa con un'altra similitudine molto geniale: "Mi piacciono tanto le finestre che riempiono il muro di finestre. Ma se apro molte finestre, ho finito i muri, e poi ho finito le finestre". Lo stesso muro in cui è possibile aprire le finestre ci impedisce di aprirne troppe. Pensa a una locomotiva o a una macchina. L'attrito ostacola il movimento delle ruote e degli ingranaggi, e per questo motivo lo attenuiamo lubrificando i secondi e facendo circolare i primi su rotaie. Ora, se otteniamo un attrito pari a zero, la locomotiva non si muoverà: le sue ruote slitterebbero e anche l'avanzamento sarebbe nullo. L'attrito rende possibile il movimento ma lo limita. Ricordiamo quei problemi che abbiamo risolto da bambini: "Se dieci operai fanno una casa in un anno, quanto tempo ci metteranno trenta operai?" La casa sarebbe finita in circa quattro mesi. Più lavoratori, meno tempo. Ora, seguendo lo stesso modello matematico, arriveremmo a mille operai che farebbero la casa in meno di quattro giorni. E sappiamo che non è così, un migliaio di operai non finirebbero la casa né tra quattro giorni né tra cento anni, perché si ostacolerebbero l'uno con l'altro.  Per faciltare e  abbreviare il lavoro si può aumentare il numero dei lavoratori, ma solo in una certa misura, oltre la quale lo si rende impossibile.
 Un mio conoscente, fervente sostenitore dell'uguaglianza, ha incontrato questo problema. Volevo costruire una casa e tra i disoccupati c’erano migliaia di lavoratori disponibili. Calcolò che se avesse assunto i trenta più competenti, la casa sarebbe stata pronta in quattro mesi. Ma, a pensarci bene, si accorse  che avrebbe discriminato gli altri novecentosettantatrè e che, inoltre, assumere i migliori avrebbe significato perseguire l'eccellenza,  cadere in una forma di elitarismo e promuovere la competitività tra i lavoratori edili. Quindi decise di assumere tutti e mille i lavoratori. Dopo alcune settimane i soldi finirono, la casa non era stata avviata e i mille lavoratori tornarono alla disoccupazione. Né il tempo comunque impiegato al lavoro li aveva aiutati a migliorare la loro esperienza professionale, poiché aver collaborato alla costruzione di una casa che non è mai stata costruita non sembra migliorare il curriculum di nessuno. Ho fatto notare al mio amico che era stato lasciato senza casa e senza un soldo, e se aveva fatto ciò per mantenere la propria immagine di persona progredita, nemica di ogni elitarismo e discriminazione, il prezzo era stato molto alto. "Ma  costruire la casa", mi ha detto "non era l'obiettivo principale, l'importante era che nessuno si sentisse discriminato". "Sì, certo," ho risposto, "ma ti è costato un sacco di soldi". "Beh, in realtà la casa non era per me, sarebbe stata la sede di un’associazione, quindi il denaro non era il mio, era venuto da una sovvenzione". "Ora capisco molto meglio: hai speso un sacco di soldi per mantenere il grande concetto di te stesso come di un individuo meraviglioso e progressista". "Non è quello", ha risposto, "è che i soldi di tutti non possono essere usati per discriminare". Il mio amico era un nemico acerrimo dell’esclusione e un deciso avversario dell’elitarismo e dell’ eccellenza, non v’è dubbio, ma essere coerente con le sue idee lo ha portato a  trasformare una sovvenzione per costruire una casa  in qualcosa che è giunta al risultato che la casa non è stata mai costruita. E, naturalmente, non gli è venuto in mente che aveva discriminato quelli che avrebbero dovuto essere i beneficiari della sede associativa, che ne erano stati privati. Il risultato nemmeno gli ha fatto mettere in discussione le sue idee, piuttosto al contrario, lo ha indotto a gonfiarsi e a vantarsi della sua coerenza e radicalità e, naturalmente, a dare la colpa agli altri: il problema era che la sovvenzione era scarsa e si sarebbe dovuto investire di più in questo tipo di locali di uso comune. Che il fallimento avrebbe potuto essere dovuto alla sua stupidità e alla sua cattiva gestione del denaro ricevuto non gli è nemmeno passato per l’anticamera del cervello.
 Uno dei guru della pedagogia di oggi, il professor Santos Guerra, ha confermato la stupidità che sto denunciando in un articolo pubblicato nella rivista “Trabajadores de la enseñanza” , nel quale, tra le altre assurdità, si può leggere la seguente: "Gli studenti e le studentesse hanno diritto all'istruzione. E hanno anche il diritto al successo nell'istruzione ". Circa il primo punto sono d'accordo, ma per quanto riguarda il secondo? Se non ottengo successo perché non frequento le lezioni, non faccio i compiti, non studio, darò la colpa a qualcuno? Un buon insegnamento, logicamente, esclude coloro che non vogliono approfittarne, così come una buona salute pubblica esclude coloro che non obbediscono ai medici. Se ho una malattia e sto peggiorando perché rifiuto di obbedire ai medici, criticherò l'assistenza sanitaria dicendo che mi “esclude”? Un po 'di buonsenso, per favore. Nessuno è guarito senza metterci del suo, perché a nessuno piace essere privato del piacere del tabacco o delle bevande alcoliche, né piace che un chirurgo  apra la pancia, o che un infermiere faccia iniezioni dolorose. Subire tutto ciò richiede uno sforzo da parte del paziente che nessuno può fare al suo posto. Ovviamente parlare dello sforzo del paziente per raggiungere il successo nella salute potrebbe condurre, secondo l'opinione di alcune anime candide, ad una sanità punitiva e repressiva, sarebbe come tornare a Franco. Non è uno scherzo: in qualche altro blog si può leggere che la pedagogia dello sforzo significa  tornare a Franco. E questo accade in tutte i campi della vita, e con questo vado a introdurre il senso del secondo limite: l'uguaglianza di opportunità. Essa, malgrado sia una gran cosa, inciampa a sua volta in un limite: la libertà di tutti noi di approfittare o meno delle opportunità, una libertà che inevitabilmente genera disuguaglianze. Se sopprimiamo i conservatòri e proibiamo l'educazione musicale otterremo l'uguaglianza: saremo tutti ugualmente ignoranti di musica, e nessuno avrà motivi per invidiare qualcuno perché suona molto bene uno strumento. Naturalmente, ciò avrebbe il costo di limitare la libertà di coloro che vorrebbero dedicarsi alla musica, che non potrebbero farlo. Se concedessimo tale libertà e aprissimo conservatòri in cui chiunque potesse iscriversi, otterremmo già una disuguaglianza di risultati: alcuni avrebbero più competenze di altri, e tra quelli che le possiedono, non tutti avrebbero la determinazione e la forza di volontà di fare pratica ogni giorno . A meno che, naturalmente, per recuperare l'uguaglianza sia richiesto dalla legge a tutti di iscriversi in un conservatorio, ma poi coloro che ne hanno la gestione, utilizzando la forza, non lasceranno che chi ha possibilità e voglia impari nella misura di tali qualità. Inoltre, a coloro che lo richiedono, bisognerà insegnare molto poco, perché non capiti di cadere nell'elitarismo di privilegiare i figli dei musicisti, che già arrivano con qualche vantaggio. E torniamo all'uguaglianza iniziale: nessuno impara la musica, come se non ci fossero conservatori. Solo che quell'ignoranza musicale che avrebbe potuto essere raggiunta senza spendere nulla nei conservatòri, è costata un sacco di soldi, come la casa che non è mai stata costruita. Non sembra un modo molto sano per gestire le risorse pubbliche. E questo rimanda al terzo limite prima citato: libertà e uguaglianza sono ciascuna la frontiera dell’altra. Quasi tutti i progressi di una di loro sono a scapito dell'altra. E questo accade anche con la libertà di espressione. Quando una dittatura comprime la libertà di espressione, tutti i cittadini sono uguali. L'intelligente e il pazzo non si distinguono l'uno dall'altro. Le idee circolano clandestinamente, sensate e assurde, a misura del fascino del proibito. Al contrario una volta conseguita la libertà di espressione, la differenza tra idee ragionevoli e deliranti si fa evidente ed è chiaro che lottare per il diritto di esprimere liberamente le proprie idee, ancorché sia qualcosa di eroico e lodevole, è intellettualmente più facile e meno impegnativo che avere idee.  E si fa anche evidente la differenza tra coloro che sono rimasti in silenzio a causa della censura e quelli che sono rimasti in silenzio perché non avevano nulla da dire. È l’ineguaglianza, in breve, tra l'intelligente e lo sciocco. Quest’ultimo può mascherare la propria condizione molto più facilmente in assenza di libertà di espressione. Tale alternativa, terribile ed esclusiva ma inevitabile, è ben spiegata dal filosofo Karl Popper nella sua Ricerca senza fine (una sorta di autobiografia intellettuale):
 "Se potesse esistere qualcosa come il socialismo combinato con la libertà individuale, sarebbe comunque socialista. Perché non può esserci niente di meglio che vivere una vita libera, modesta e semplice in una società egualitaria. Mi c'è voluto del tempo per riconoscere che questo non è altro che un bel sogno: che la libertà è più importante l'uguaglianza; che il tentativo di realizzare l'uguaglianza mette in pericolo la libertà; e che se la libertà è perduta, nemmeno vi potrà essere uguaglianza tra coloro che non sono liberi".
E cosa c'entra questo con l'educazione? Ha a che fare con il fatto che l'educazione inclusiva ed egualitaria di cui soffriamo vive a spese di una legittima libertà: la libertà di coloro che vorrebbero e potrebbero accedere a un lungo e rigoroso percorso di scuola superiore, la libertà di coloro che vorrebbero andare a scuola per imparare le cose e non per “essere felici” o “controllare le emozioni”, la libertà di coloro che vogliono davvero imparare e non “imparare ad imparare”. Il nostro sistema educativo limita, schiaccia e rimuove questa libertà, e le vittime più vulnerabili di questa soppressione sono gli studenti delle famiglie più svantaggiate che se non imparano a scuola, non imparano da nessuna parte.Ora andrò ad analizzare un'obiezione che mi è stata rivolta molte volte: il concetto di pari opportunità è in realtà fuorviante. Infatti una formazione solida esclude coloro che hanno meno risorse perché la mancanza di un ambiente favorevole e di aiuto a casa rende difficile per loro seguire le lezioni con lo stesso beneficio di coloro che hanno tali aiuti, il cui punto di partenza è già più avanzato. Questo è vero solo in parte e dirò il perché: abbassare il livello di conoscenza non diminuisce le differenze, al contrario, le amplia. Pensiamo a un corso professionale in cui vengono formati futuri elettricisti. Si presume che gli studenti debbano essere condotti a lavorare affinché diventino buoni artigiani dell'elettricità. Questo sembra un assunto di buon senso. Ma c'è un'obiezione: ciò sarebbe vantaggioso per colui che è il figlio di un elettricista, che ha visto lavorare suo padre, che già conosce qualcosa del mestiere e parte con vantaggio sui suoi compagni. Dunque se qualcuno approfitta delle possibilità date dalla famiglia per imparare un mestiere, sarà meglio per lui. Tuttavia se nell'interesse dell’uguaglianza si abbassano  il livello del lavoro e le richieste del corso, si ottiene solo che tutti perderanno tempo e che il titolo ottenuto alla fine non sia altro che carta straccia. Perché uno non possa godere di un vantaggio, ognuno viene danneggiato senza beneficiare nessuno. E quel che è peggio, le disuguaglianze che si volevano eliminare vengono accentuate. Perché al figlio dell'elettricista sarà mostrato da suo padre ciò che non è stato insegnato nel corso, mentre gli altri avranno definitivamente perso la possibilità di diventare buoni professionisti dell'elettricità. Sì, non hanno dovuto lottare per imparare nel corso quello non potevano imparare fuori, perché il fatto di sforzarsi è qualcosa di molto traumatico. Così la piccola differenza iniziale è diventata un abisso incolmabile. Voler equiparare, abbassando le richieste, coloro che provengono da genitori con studi a coloro che tali genitori non hanno, danneggia più questi ultimi che non i primi. Se coloro che non dispongono di sostegno a casa non lo trovano nemmeno al liceo, perché non li si fa studiare né si inculca loro l’abitudine allo sforzo, questi si perdono per sempre, e per quanto sia intelligente un figlio di genitori analfabeti, e per quanto sia sciocco e ozioso il figlio di una famiglia più acculturata,  il primo starà sempre sotto il secondo. Quello che il povero non impara alle superiori non può essere imparato da nessuna parte, e solo in un sistema di insegnamento in cui il lavoro e l'intelligenza sono valorizzati entrambi possono competere in condizioni di parità. Chi parte con uno svantaggio è possibile che debba sforzarsi di più, ma non si tratta di uno sforzo sovrumano: chiunque lo può fare e se, con il fine di dissimulare le diseguaglianze, lo si solleva da tale sforzo, lo svantaggio iniziale diventa cronico. Questo è stato spiegato molto bene dal presidente Barack Obama in un discorso tenuto alla Wakefield High School di Arlington, in cui ha insistito sulla fallacia di richiamare il pretesto delle circostanze sociali avverse per giustificare il fatto di essere un cattivo studente:
 “Ho tenuto molti discorsi sull'educazione. E ho parlato molto della responsabilità. Ho parlato della responsabilità dei vostri insegnanti di ispirarvi e di farvi studiare, sulla responsabilità dei vostri genitori affinché voi rimaniate in pista, facciate i compiti, e non passiate tutto il tempo davanti alla televisione. Ho parlato molto della responsabilità del governo di aumentare i livelli, sostenendo gli insegnanti e migliorando quelle scuole in cui gli studenti non hanno le opportunità che meritano.
Ma possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori che maggiormente vi sostengono e le migliori scuole del mondo, e tutto questo sarà inutile se non adempirete alle vostre responsabilità, frequenterete quelle scuole, presterete attenzione a quegli insegnanti, ascolterete i vostri genitori e lavorerete tanto quanto basta per avere successo […]. Forse non vi sono adulti nella vostra vita che vi danno il supporto di cui avete bisogno. Forse qualcuno nella vostra famiglia ha perso il lavoro, e non ci sono abbastanza soldi. Forse vivete in ​​un quartiere in cui non vi sentite al sicuro o avete amici che vi spingono a deviare dalla buona strada. Ma, alla fine, le circostanze della vostra vita non sono una scusa per trascurare i vostri compiti o avere un atteggiamento negativo. Non esiste una scusa per essere scortesi con i vostri insegnanti, per marinare o abbandonare la scuola. Non esiste una scusa per non provarci”.
 Questo argomento,  di abbassare il livello per compensare chi proviene da ambienti più svantaggiati, se valido, deve essere esteso all'università. In primo luogo, perché se hai impedito agli studenti di raggiungere una solida conoscenza, non puoi richiedere tale conoscenza per entrare nell'università, quindi quest’ultima deve sviluppare il proprio percorso partendo da un livello più basso. In secondo luogo, perché dare un insegnamento di livello alto in una facoltà di giurisprudenza, medicina o ingegneria significa dare vantaggi a coloro che provengono da una famiglia di avvocati, medici e ingegneri, quindi bisogna insegnare ed esigere poco perché non si noti la differenza. In questo modo, l'intero sistema educativo diventa un macchinario ingombrante la cui funzione fondamentale non è insegnare, ma impedire a chiunque di emergere, per non cadere nell'elitarismo.
 Ma succede che abbiamo bisogno di buoni avvocati, buoni medici e bravi ingegneri, e questi possono venire solo da buone università. E un'università, per quanto buona possa essere, può fare poco con uno studente che arriva immaturo, chiedendo di essere motivato, con poca abitudine a studiare e senza essere capace di scrivere. Non c'è altra via d'uscita: o hai un diploma di maturità conseguito in una scuola esigente, dove agli studenti viene insegnata l'abitudine al lavoro e allo sforzo, oppure avvocati, medici e ingegneri verranno da qualche istituto privato. E per non finire nell'elitarismo dell'intelligenza e della forza di volontà, si cade in quello economico.
È vero, abbiamo detto un attimo fa, che gli studenti con genitori che hanno studiato iniziano con un vantaggio, ma ho anche sottolineato che è solo parzialmente vero. Una ragione l'ho anche detta: lo sforzo che deve essere compiuto da qualcuno che inizia con un certo svantaggio non è sovrumano o insormontabile. Quando ho iniziato la mia carriera professionale, ero nel liceo di una città costiera in Galizia. È vero che allora quella che potremmo chiamare la borghesia illuminata era solita portare i loro figli alla scuola pubblica, a differenza di adesso. Ma i figli di insegnanti, dottori o farmacisti erano una minoranza e la maggior parte dei miei alunni proveniva da famiglie intellettualmente modeste. E tra loro ho avuto molti studenti molto brillanti che sono andati avanti con uno sforzo ragionevole che, ben gestito, ha anche lasciato loro il tempo di stare con gli amici o dedicarsi ai loro hobby. E le condizioni materiali erano piuttosto difficili. Il liceo non disponeva di riscaldamento e alcuni studenti erano a un'ora d’autobus che doveva viaggiare attraverso alcuni famigerati "corredoiras" (sentieri sterrati delimitati da muretti, n.d.t.). Tuttavia, hanno goduto di un vantaggio che gli studenti di oggi non hanno: era per loro chiaro che al liceo si andava per imparare, così, direttamente (non per imparare a imparare, per coltivare l'autostima o per controllare le emozioni), e che nessuno può imparare senza sforzarsi. In breve, non sono stati ingannati.
Succede inoltre che il livello di studi dei genitori non sia l'unica variabile o la più decisiva. Non chiedo ai genitori di aiutare i bambini nei loro compiti, basta preoccuparsi che li facciano e a tal fine tengano la televisione spenta e la casa in silenzio. E per convincersi che bisogna fare così, non è necessario aver letto un gran numero di libri, solamente essere intelligente e generoso, virtù che non hanno nulla a che fare con l'essere o non essere istruito. I genitori che non hanno studiato ma sono calmi e sereni possono offrire più vantaggi a un bambino che non  quelli istruiti ma rumorosi e polemici.
 Può darsi che un ragazzo non abbia silenzio in casa, ma va avanti perché è svelto come uno scoiattolo. Un altro non è così abile, ma compensa con una forte volontà, un altro ancora non ha capacità di concentrazione, ma sa come fare amicizia, cosa che pure è molto positiva per migliorare il rendimento scolastico, perché i buoni amici sempre si aiutano a vicenda. Se vi è necessità di abbassare il livello pensando a coloro i cui genitori non hanno studiato, si dovrà abbassarlo pure a misura di coloro che vivono in un ambiente familiare critico o la cui casa è situata in una strada rumorosa, e per coloro che soffrono entrambe le circostanze si dovrà predisporre un doppio abbassamento di livello. E se inoltre quelle persone avranno tendenza alla distrazione o un QI non molto alto, si dovrà procedere a una tripla riduzione. E questo sarebbe già, o meglio, è già cosa da pazzi. Nessuno può godere di tutti i venti a favore e nessuno li ha tutti a sfavore, e la cosa più educativa che si può fare è far vedere i ragazzi che l'unico modo sensato di comportarsi, non solo negli studi ma anche nella vita, è sfruttare i primi per vincere i secondi senza cercare sconti, abbuoni o adattamenti curriculari che nella vita professionale nessuno farà, e che portano solo a generare individui irresponsabili. E quello che dico non è una caricatura: oggi nelle valutazioni, si passa più tempo a parlare delle vite private degli studenti e dei loro limiti, piuttosto che della qualità delle loro conoscenze e se esse siano sufficienti a passare l’esame. Inoltre, lo studente brutto e privo di fascino riceverà più “due di picche” dalle  sue compagne rispetto a chi è attraente e aggraziato, e ogni volta che si prenderà un due di picche, entrerà in una fase depressiva che si rifletterà molto negativamente sugli studi. Si dovrà  valutare i brutti con speciale indulgenza per consentire loro di superare la loro depressione? O meglio educare le ragazze a mettere in atto discriminazioni positive nei riguardi dei loro partner brutti, noiosi e antipatici? Non si rida, per favore, poiché preferire far coppia con persone attraenti e allegre, e respingere quelle che non lo sono, non smette di essere un elitismo imperdonabile che attenta contro l'uguaglianza. Inoltre, ricevere “due di picche” è qualcosa che peggiora notevolmente l'autostima. Il risultato della presunta inclusione totale è in vista: cercando di ridurre l'attrito a zero, il treno non avanza più. Volendo assumere in condizioni di uguaglianza mille lavoratori, la casa non si costruisce. E dopo dieci anni di scuola dell'obbligo, nessuno degli studenti diplomati avrebbe superato l'esame di ammissione che superava a dieci anni la gente della mia generazione. E chi può si salva attraverso la scuola privata. La borghesia colta che un tempo portava i propri figli alla scuola pubblica, oggigiorno fugge verso il privato. E tra coloro che fuggono a più alta velocità sono, come potrebbe essere altrimenti?, molti dei sostenitori del nostro sistema educativo: essi ritengono che l'uguaglianza e l'insegnamento inclusivo siano per i bambini degli altri, non per i propri. Per i loro figli è da ricercarsi un insegnamento esigente che promuove la qualità e celebra l'eccellenza, per quanto elitario possa essere. Come l'appaltatore della sede associativa: assume mille lavoratori per fare la figura del progressista, spendendo però il denaro degli altri. Questa è, semplicemente, malafede. Come esempio di una simile malafede vi leggo un testo della giornalista Susana Pérez de Pablos, estratto da un'intervista ad Alvaro Marchesi, uno dei padri del disastro dell’istruzione spagnola, pubblicata su El País il 15 maggio 2008:
“Marchesi è attento a tutto. Ha un figlio, che vive in Brasile con sua madre. Va a vederlo ogni due mesi, ma lo chiama al telefono per provargli la lezione tre volte a settimana. Nella sua casa a Boadilla del Monte ha una copia in portoghese di ciascuno dei libri di testo che studia il bambino. "Papà, sei un uomo pesante", dice spesso, come spesso ripete il padre senza nascondere il suo orgoglio”.
Quando si tratta del proprio figlio, tutti ridiventano più pragmatici e meno fantasiosi. E se, per costringerlo a studiare, bisogna interrogarlo (procedura tradizionale e vecchia ove ci sia), bene, lo si interroghi. E se il bambino trova che è una pesantezza da parte di suo padre (vale a dire, in gergo pedagogico, "se non è motivato"), che si rassegni, e gli si prova ugualmente la lezione. Alvaro Marchesi è un padre esemplare e tutti i genitori dovrebbero fare come lui: il bambino va interrogato per costringerlo a studiare, che egli sia motivato o meno. E ora pongo una domanda per lasciarla nell’aria: Álvaro Marchesi agisce in buona o cattiva fede quando difende la sua riforma?
Voglio insistere un po’ di più sulla questione dell’ incoerenza tra l'azione pubblica e la vita privata perché sono stato tacciato così spesso di esclusivismo e di atteggiamento elitario che è bene ricordare che tutti noi siamo esclisivisti o elitari, quando si tratta dei nostri interessi. Supponiamo che debba operarmi e possa scegliere tra due chirurghi. Del primo so che la maggior parte dei suoi interventi ha successo, con pochi effetti collaterali e una breve convalescenza post-operatoria. Del secondo so che incontra più fallimenti, con maggiori complicanze e convalescenze postoperatorie lunghe. Senza dubbio, mi metto nelle mani del primo. Si chiama forse questo elitarismo: cercare l'eccellenza ed escludere professionalmente il chirurgo più incapace? Beh sì, lo è, ma non è affatto criticabile. Tuttavia succede che il secondo chirurgo, vedendo che perde i pazienti a favore del primo, vedrà abbassarsi considerevolmente la sua autostima. Beh, mi dispiace molto, ma la peggiorerà ancor più se esco dalla camera operatoria in condizioni peggiori di come ci sono entrato. Forse non è un buon chirurgo non perché si impegni meno dell'altro, ma perché ha minori opportunità di migliorare e di andare all'estero. Ciò mi dà ancor più dolore, e io sono disposto a lottare perché tutti gli aspiranti chirurghi abbiano le stesse opportunità, ma non penso di riparare l’ingiustizia facendomi operare da lui. Che cosa succede, poi, se il chirurgo fallito è una donna, qualcuno potrebbe fare una discriminazione positiva? Anche la femminista più radicale non lo farebbe.
 L'esempio del chirurgo è un po 'estremo perché è in gioco la vita, ma succede che ogni volta che ho bisogno di un professionista, idraulico o avvocato, cerco il più competente tra quelli alla mia portata. Se un avvocato non si prende cura del mio caso perché ha un cattivo ambiente familiare, gravi difficoltà nella sua vita privata e gravi problemi psicologici, né io né nessun altro gli affideremo la difesa dei nostri interessi, anche se non è responsabile per nessuno dei suoi limiti. Inoltre, mettersi nelle mani di un buon avvocato e rifiutare il cattivo significa promuovere la competitività, cosa che costituisce un grave peccato, come tutti sanno. Allora cerchiamo di non essere ipocriti. Se nella nostra vita privata siamo tutti elitisti, puntiamo all’eccellenza e non ci rivolgiamo a professionisti incapaci, benché ciò incoraggi la competitività e l'esclusione, perché andare in giro facendo di tutto per sembrare egualitari e nemici dell’elitarismo? È vero che se un chirurgo inetto commette un crimine, deve essere processato con le stesse garanzie procedurali che si applicherebbero a un chirurgo esperto, perché di fronte alla legge, sì, siamo tutti uguali. Ma come come la mettiamo con i professionisti? Semplicemente non lo siamo. Ci sono scrittori buoni e cattivi, leggiamo i primi e gli altri affondano in un triste e frustrante oblio. Ci sono giocatori buoni e cattivi, i primi ricevono applausi e guadagnano denaro, i secondi è meglio che lascino il gioco e si dedichino a qualcos'altro. Ci sono buoni dottori che diagnosticano bene e curano e cattivi dottori che non sanno come fare né l'uno né l'altro. E, sfortunatamente, ci sono anche studenti buoni e cattivi. Negare questa triste realtà o dire, come molti pedagoghi dicono, che "non ci sono studenti cattivi, ci sono studenti con difficoltà di apprendimento", è come negare che ci siano medici cattivi che affermano di avere "solo difficoltà a raggiungere diagnosi corrette". Penso che valga la pena di ricordare l'articolo 6 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, proclamato dall'Assemblea nazionale francese nell'anno 1789:
 "Dal momento che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ognuno può aspirare a tutte le dignità, posizioni e uffici pubblici, secondo le proprie capacità, e senza alcuna distinzione diversa da quella delle loro virtù e del loro talento."
Ho prima solo accennato alla competitività. I nemici della scuola di qualità sostengono che una scuola che infonde l'abitudine al lavoro e allo sforzo è una scuola "competitiva". E con ciò il lavoro e lo sforzo sono già squalificati. Come se far vedere ai pazienti che devono sforzarsi di seguire le istruzioni dei medici implicasse la promozione di una sanità competitiva. Ma la competitività non è male di per sé, bensì è tipica delle società libere ed egualitarie. In una società di classe, per quanto capace e laboriosa sia una persona comune e sciocco e pigro un nobile, il secondo starà sempre davanti  alla prima. Perché? Perché non possono mai competere (sì: competere) a parità di condizioni. La competitività è l'essenza della democrazia: Franco ha posto fine alla competitività fucilando i suoi concorrenti e non ha dovuto competere con nessuno per rimanere al potere per quarant'anni. Puoi competere con mezzi buoni o cattivi, ma la competizione è inevitabile. I partiti che aspirano al potere possono competere attraverso elezioni libere o guerre civili. Coloro che competono per conseguire una posizione dirigente possono farlo attraverso un'opposizione libera, aperta a tutti, con regole chiare ed esplicite, o attraverso spintarelle e raccomandazioni. Quelli che aspirano all'amore della stessa ragazza possono competere moltiplicando le loro attenzioni a lei, o parlando male dell'altro pretendente. Ma in ogni caso si deve competere. Succede nondimeno che studiare e apprendere sono le attività meno competitive che esistano, perché ciò che uno impara può anche essere imparato da un altro. I contenuti della conoscenza non sono come il cibo in tempi di scarsità: ciò che uno mangia non può essere mangiato dall'altro. Se così fosse, sarebbe necessario mettere le persone molto istruite in prigione come accaparratori. No, la conoscenza è una materia prima inesauribile perché chiunque può apprendere e studiare senza danneggiare le possibilità di apprendimento e di studio degli altri. Se un ragazzo studia e fa i compiti, impedisce agli altri di fare lo stesso? Se frequenta le lezioni e sta in classe come si deve, rende difficile l'apprendimento dei suoi compagni di classe? Piuttosto lo facilita, contribuendo a una buona atmosfera in classe.
 È vero che chi studia e impara sarà più preparato ad affrontare la vita rispetto a chi non lo fa, ma dire per questa ragione che l'insegnamento è competitivo è come dire che la sanità è competitiva perché chi obbedisce ai dottori sta meglio in salute rispetto a quelli che non obbediscono.
Ora voglio toccare un argomento più delicato, ma deve essere affrontato senza timore di essere politicamente scorretti e, soprattutto, senza cercare di diluire le differenze cambiando le parole. È l'argomento di coloro che hanno una disabilità diagnosticata. Non parlo di paralisi o limitazioni che non alterano la nostra capacità di conoscenza. Per questi è sufficiente facilitare gli accessi. Sto parlando di persone, ad esempio, con la sindrome di Down o di persone cieche. E voglio chiarire prima di continuare a usare deliberatamente la parola "cieco", anche se a volte ho ricevuto dei rimproveri per tale uso, apparentemente politicamente scorretto. Meglio dire "non-vedente". Tuttavia la parola non-vedente è brutta, inizia con una particella negativa. "Cieco" è una parola molto più bella e anche belle risonanze letterarie: si parla di "storie d'amore cieco" e sarete d'accordo che sarebbe banale dire "storie d'amore non vedente". E un'altra cosa, pure molto delicata, che però non si può ignorare se vogliamo affrontare in modo efficace l'educazione delle persone con disabilità: essere ciechi o portatori della sindrome di Down è una limitazione, non è una caratteristica qualsiasi come essere rosso o scuro. Dico questo perché ci sono quelli che credono che l'uguaglianza tra i disabili e coloro che non lo sono viene raggiunta, non aiutando i primi ad andare il più lontano possibile nonostante la loro disabilità, ma semplicemente negando la disabilità. Sono le persone che ho menzionato prima, che credono che cambiando il nome a una barriera, la barriera venga rimossa. Ma non è così: è meglio non avere la sindrome di Down che averla ed è meglio non essere ciechi che ciechi. Così come è meglio essere belli che brutti, intelligenti che sciocchi e ricchi che poveri. Mi sarebbe piaciuto avere l'intelligenza di Aristotele, il fisico George Clooney e il patrimonio dei duchi di Alba, ma succede che sono nato brutto, povero e stupido, e con queste limitazioni devo imparare a convivere. Certamente potrei mascherare questa realtà dicendo che sono più ricco degli Alba perché ho un cuore d'oro, che non sono più brutto di George Clooney, ma ho una bellezza esotica, e che anche Aristotele non era più intelligente di me perché in realtà le nostre intelligenze sono diverse. Ma quella sarebbe la consolazione degli sciocchi e allora diventerei ancora più stupido.
Quindi si tratta di aiutare le persone con disabilità affinché le loro disabilità le limitino il meno possibile ed esse possano integrarsi nella società quasi altrettanto bene di coloro che non le hanno. E per questo, mi dispiace sembrare un uomo delle caverne, penso che si debba dare loro un'educazione speciale. E questo non è segregare, al contrario, è dare loro gli strumenti in modo che alla fine della loro educazione non siano segregati.
Ho avuto occasione in un corso di avere una ragazza con sindrome di Down. Dal momento che era impensabile che avrebbe seguito la spiegazione come gli altri, la assistevo negli intervalli di tempo in cui i suoi colleghi erano impegnati a risolvere i problemi che avevo appositamente dato loro. Ho ottenuto qualcosa, ma quella ragazza non era ben assistita. E non è che mi disturbava lavorare con lei, al contrario, lei mi era molto grata e mostrava grande entusiasmo nell’apprendimento, ma succede che né un insegnante né nessun altro può fare due cose in una volta, almeno se desidera fare tutto bene. Durante il corso ho pensato ai buoni risultati che potrei conseguire in una classe con una dozzina di bambini con sindrome di Down, perché lavorando con questa studentessa ho trovato alcune idee che potrebbero funzionare. Una di queste è il calcolo con le mani che si adoperava nel Medioevo, quando molti analfabeti dovevano far di conto. È vero che essere analfabeti non è lo stesso che avere la sindrome di Down, ma entrambe le cose richiedono di fare molta pratica di memoria. Il primo perché non sa come appuntarsi le cose, il secondo perché è molto fragile, e imparare certe regole mnemoniche usando le sue mani è molto utile. Inoltre, avere insieme i bambini Down, separati dagli altri, facilita il compito perché l'insegnante può dedicare tutte le sue energie a insegnare senza sprecare forze nel mantenere l'ordine, perché questi ragazzi non sono per nulla indisciplinati, anzi  sono molto "guiadiños" (cioè si lasciano guidare facilmente e senza protestare, n.d.t.), come diciamo in Galizia.
Un'esperienza simile ho avuto con i ciechi. In più di un'occasione ho avuto ciechi, e anche la stessa frustrazione di vedere quanto meglio avrebbero potuto imparare e quanto meglio avrei potuto loro insegnare loro se avessi avuto una classe solo con loro. Ad esempio, noi impariamo la matematica in gran parte a vista, per questo iniziamo con la geometria piana, che sembra migliore, e poi continuiamo con la geometria dello spazio. Ma per i ciechi, uno strumento fondamentale è il tatto. Non si potrebbe elaborare un programma speciale, a partire dalla geometria dello spazio?
 Al tatto puoi avere un'idea molto chiara del cilindro, e da esso arrivare a farti un’idea della circonferenza, perché le circonferenze sono le basi del cilindro. E con un sistema di gettoni si potrebbe andare molto lontano nella teoria dei numeri, senza
contare la quantità di trucchi che esistono, molti dei quali anche di origine medievale, per il calcolo mentale. Insisto su questa origine medievale perché, contro l'ossessione dei pedagoghi all’avanguardia e innovatori nel rigettare il passato come obsoleto e superato, dobbiamo sapere come guardare indietro. Il mondo è molto antico, la razza umana abita il nostro pianeta da molto prima che nascessimo, e su molte cose si è pensato e si è discusso molto. Non sono sicuro che tutte queste strategie siano originali, forse gli insegnanti che si specializzano nell'insegnare ai ciechi già le usano. Non sono nemmeno sicuro che siano efficaci, perché non potrei metterli in pratica con i miei studenti ciechi, per il semplice motivo che non posso spiegare due programmi diversi allo stesso tempo. Ma sono sicuro che se mi avessero permesso di lavorare in una classe solo per ciechi, dodici o quindici al massimo, avrebbero imparato molto di più. Tuttavia insisto ancora una volta: nell’apprendere di più sarebbero andati molto lontano, nonostante la loro cecità, ma sarebbero rimasti ciechi e quindi alcune professioni sarebbero loro rimaste inevitabilmente precluse. Ad esempio, nessuno si farebbe operare da un chirurgo cieco. Questo è molto frustrante, non c'è dubbio, ed è una frustrazione che non solo capisco molto bene, ma che mi coinvolge. Io tanto meno posso essere un chirurgo, perché sono lento nei riflessi e, quel che è peggio, il sangue mi impressiona. Ora ho due possibilità davanti a me: negare che io abbia questi limiti, ritenere di essere vittima di un'ingiusta discriminazione e  vivere da amareggiato, oppure provare a vivere felicemente nei miei limiti che sicuramente sono molti. Di alcuni di questi parlerò di seguito.
Ho iniziato la mia carriera in matematica, come tanti altri giovani, con l'illusione di essere un Einstein. Sono rimasto al livello di un modesto insegnante di scuola superiore. E ho cercato di essere il più felice possibile nel mio lavoro, ma non sono Einstein. E Einstein, che mi piaccia o no, è un essere chiaramente superiore a me. Egli figura giustamente nella storia della scienza, e io, con la stessa giustizia, non vi compaio. Siamo uguali io e  Einstein? Beh, no, che ci possiamo fare?, e negare l’evidenza non getta alcuna luce sulla realtà. Non c’è nemmeno bisogno di esempi così estremi: alcuni miei colleghi di lavoro, più intelligenti di me, fanno ricerche all'avanguardia e pubblicano su prestigiose riviste internazionali. Per contro le poche idee che mi vengono in mente sono modeste e appaiono in modeste riviste create da un gruppo di amici che sono quasi gli unici lettori. È un'ingiustizia che le riviste internazionali discriminino i matematici mediocri? No, perbacco, non lo è, non importa quanto possa essere frustrante per noi, persone mediocri e volgari che, purtroppo ma ovviamente, siamo in stragrande maggioranza. L'élite è una minoranza, ma se l'élite viene eliminata a causa dell'uguaglianza, noi mediocri non avremmo qualcuno da cui imparare e saremmo ancora più mediocri. Nessuno vincerebbe, tranne gli invidiosi. Mi sono anche iscritto al conservatorio e, nel secondo solfeggio, mi hanno mostrato la porta: "Guarda ragazzo", mi hanno detto, "il Signore, nei suoi imperscrutabili disegni, non ti ha chiamato su questa strada". Peccato, mi sarebbe piaciuto essere Arthur Rubinstein e sono rimasto a Ricardo Moreno, che è qualcosa di molto più ordinario e molto più prosaico. Sono un essere comune, insignificante, ordinario e superfluo. Posso considerarlo un'ingiustizia che è stata commessa nei miei confronti? Sarà tutto ciò “segregazione”?  Magari lo sarà, ma qualsiasi amante della musica, disposto a pagare per ascoltare Rubinstein, sarebbe anche più che disposto a pagare per non ascoltarmi. Cosa ci possiamo fare?... il pianoforte non sarà mai per me più di un semplice hobby privato. Naturalmente, questo hobby ha avuto l'indubbio vantaggio di emancipare subito i miei figli. No, non posso essere Einstein perché mi manca la sua intelligenza, non posso essere un musicista perché mi manca l'udito e non posso essere un vescovo perché mi manca la fede. E mi sarebbe piaciuto moltissimo diventare vescovo, ma accade che i seminari siano così elitari ed esclusivi da discriminare gli atei. E come potrebbe essere altrimenti? Per quanto scarse siano le vocazioni, non credo che dovrebbero abbassare il livello al punto di ordinare gli atei. Sarebbe una cosa molto poco seria che nemmeno il teologo più all'avanguardia approverebbe.
 Anche a scapito di apparire noioso, insisto sul fatto che non siamo uguali, ci sono buoni e cattivi professionisti, buoni e cattivi artisti, buoni e cattivi studenti,  buone e cattive persone. E negare la realtà, per quanto sordida la realtà possa essere, è inutile e financo esiziale, soprattutto se si tratta di migliorare la realtà. La realtà non viene migliorata ignorando i suoi limiti, ma facendovi fronte traendo da loro il maggior vantaggio possibile. Non so se avete visto in vetrina il libro di un certo Fernando Alberca intitolato Tutti i bambini possono essere Einstein. Ce n'è un altro con un titolo non meno suggestivo, Liberate l'Einstein che avete dentro di voi, di Ken Gibson, Kim Hanson e Tanya Mitchell. Non li ho letti, ma già il titolo è un errore. È vero che lavorando sodo puoi scoprire possibilità insospettate in te stesso. È anche vero che, anche essendo Einstein, dobbiamo comunque sforzarci di far emergere il genio. Ma per favore, non dobbiamo nemmeno dire sciocchezze o creare illusioni che poi portano a frustrazioni. Ed è molto importante sottolineare questi errori, perché è una teoria pedagogica in voga considerare che chi non può fare qualcosa, non può perché è vittima di un’ingiustizia: tutti possiamo imparare qualsiasi cosa, essere grandi, creativi, geniali ... e chi sostiene il contrario è elitario ed esclusivo. Inoltre, è un errore che è molto lontano dall'essere originale, sebbene i suoi mentori non l'abbiano notato. Questo accade spesso alle persone che sono molto ansiose di sembrare speciali e innovative. Siccome sono così impegnate a dire cose originali, non hanno il tempo di studiare la storia, e quindi non scoprono che le loro originalità sono molto poco originali. Gli autori di questi libri sarebbe stato molto utile leggere Voltaire, che in una lettera datata 22-XII-1760 e indirizzata a D'Aquin de Château-Lyon dice:
“Mi citate M. de Chamberlain, a cui (come dici tu) ho scritto sostenendo che tutti gli uomini nascono con una identica porzione di intelligenza. Dio mi guardi dallo scrivere una simile falsità. Dall'età di dodici anni ho pensato l’esatto contrario. Già allora avevo intuito l'enorme quantità di cose per le quali non avevo talento. Mi sono reso conto che le mie capacità non mi avrebbero portato troppo lontano in matematica. Ho verificato che non aveva alcuna disposizione per la musica. Dio ha detto a ogni uomo: puoi andare lì, ma non oltre. Se avevo una certa predisposizione per le lingue europee, non ne avevo nessuna per quelle orientali: non omnia possumus omnes. Dio ha dato il canto agli usignoli e l'olfatto al cane. E con tutto ciò, ci sono cani che non ne l'hanno. Che stravaganza pensare che ogni uomo avrebbe potuto essere Newton! Oh, Signore! Dato che eri una volta tra i miei amici, non attribuirmi simili assurdità”.
E con questo testo bello e lucido concludo il mio intervento. Grazie mille!

Ricardo Moreno Castillo
(tr. it. di Massimo Maraviglia)



N.B. I testi di questo blog sono liberamente riproducibili, ma non a fini di lucro e a patto di citare in modo chiaro e visibile la fonte (vendemmietardive@blogspot.com) e l'autore,  mantenendo inalterato contenuto e titolo.

venerdì 21 giugno 2019

Platone politico: obbedienza e ribellione



“…Infatti il vero uomo non si deve preoccupare della durata più o meno lunga della sua vita e non deve essere troppo attaccato ad essa: egli deve lasciare che sia la divinità a preoccuparsi di queste cose, credere che, come dicono le donne, nessuno può sfuggire alla propria sorte, e poi preoccuparsi di come riuscire a vivere nel modo migliore il tempo che ha da vivere, domandandosi se gli è necessario per questo adattarsi alla forma di costituzione vigente nella città in cui abita, nel qual caso, infatti, bisogna che tu diventi il più possibile simile al Demo di Atene, se vuoi essergli amico e avere grande potere nella città. Guarda se questo tipo di comportamento convenga a te e a me in modo che, mio caro, non abbiamo a subire la stessa infelice sorte che dicono capiti alle maghe tessale, quando “fanno cadere giù la luna” con i loro incantesimi: infatti anche noi in questa nostra scelta a favore della potenza politica ci giochiamo quanto abbiamo di più caro.” (Platone, Gorgia, 513 a, tr. it. di P. Scaglietti). Fai attenzione, dice Platone, a non uniformati a tutti i costi alla città, diremmo alla voce dei più e alla sua organizzazione politica. Di fronte a ogni organizzazione politica è attiva una “riserva etica” che riguarda “ciò che abbiamo di più caro”. Qui Platone fonda razionalmente una specie di diritto di resistenza al potere. Esso va tuttavia posto accanto alla sua ineludibile necessità, tanto ineludibile quanto lo è per l’uomo il compito di “diventare migliori”, un compito che non si conduce a termine se non in società, se non attraverso la pratica comunitaria della dialettica e la relazione didattica maestro-allievo. Queste sono e rimangono pratiche sbilanciate e non egualitarie, in grado di fondare una precisa gerarchia e uno specifico dovere di obbedienza. Dunque si viene a generare la seguente relazione tra individuo e Stato:  l’individuo ha il massimo potere di resistere di fronte ad uno Stato illegittimo che gli chiede di sacrificare “quanto ha di più caro”;  lo Stato, dal canto suo, ha il massimo potere di obbligare l’individuo alla giustizia, essendo esso stesso giusto (una sintesi, questa, dovuta ad una felice e profonda intuizione di Laura Brambilla, che ringrazio!). Dentro questi due "massimi" si gioca la relazione tra l'uomo e la città... ogni loro sistematica moderazione, ne pregiudica l'autenticità e la verità umana.


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giovedì 13 giugno 2019

L'A-B-C di una vita nuova: Evola artista d'avanguardia


“La grande Milano tradizionale e dadaista”, bisognerebbe intitolare così quell’assaggio di avanguardia che oggi si è potuto gustare nella libreria Mondadori, affacciati a piazza del Duomo, all’ombra rassicurante e straniante della Madonnina e delle nostre altezze gotiche. Si presentava un libro di quelli importanti: il pensiero e la pratica artistica di Julius Evola. Una bella raccolta di tutto l’Evola artistico, l’affascinante silloge di un pensiero statu nascenti, in cui ancora si agitano dinamicamente le forze che la disciplina della maturità vorrà ordinate in precise scale gerarchiche. Ancora senza una filosofia della storia, ancora senza padri in Francia, ma forte del suo voracissimo sovrumanismo, Evola si butta nell’esperienza artistica del futurismo e poi del dadaismo rivivendo nell’avanguardia il senso profondo della modernità, la sua istanza più radicale: la libertà. La sua “filosofia si dilata freneticamente” sulle tele, nei colori, nelle atmosfere rarefatte, nei “paesaggi interiori”, in una metafisica ora metallica e sobria, ora proteiforme, curvilinea e caotica: “l’io scende al fondo in grandi spirali”, incontrando la poesia, il teatro le arti figurative, altrettanti modi di dire il suo anelito all’oltreumano dinamico, irrequieto, perennemente insoddisfatto. Che gran bagno di suggestioni, ispirazioni, curiosità, agitazioni per giungere alla suprema indifferenza, quale senso ultimo della liberazione estetica! Solo così per Evola si poteva riprendere il senso della libertà assoluta dell’Io come potenza, che è fare e non fare, che è agire senza agire, che agendo mantiene l’idea che ogni agire è capricciosamente indifferente a se stesso. Questa è l’istanza più feconda dell’Evola artista e filosofo, che scoprirà la tradizione quale semplice rovesciamento dialettico del suo radicalismo ultramoderno, quando l’arte astratta si trasformerà in rivolta contro il mondo moderno…Così lui che aveva usato sublimemente la mano sinistra in ioco atque vino, si troverà sulla riva destra, a criticare il fascismo e a rimanere in piedi in un mondo di rovine. Sacerdote dell’ordine, delle società castali, dell’aristocrazia, della tradizione perenne e della normalità come rispetto di un’ancestrale Legge originaria, contrapporrà in modo manicheo ciò che dentro di lui era profondamente compenetrato: “Vi è un ordine fisico e uno metafisico. Vi è la natura mortale e la natura degli immortali. Vi è la regione superiore dell’ ‘essere’ e quella infera del  ‘divenire’. Più in generale vi è un visibile e un tangibile e, prima e di là da esso, vi è un invisibile e un non tangibile, quale sovramondo, principio e vita vera”. Ma tutto ciò non è che un simpatico divertissement: dietro sta lo spirito dello kshatriya, del guerriero, dell’anarca e del ribelle, cioè di quell’individuo assoluto che è, ancora e malgrado ogni travestimento esoterico-tradizionale, il parossismo della soggettività moderna, ben oltre la volontà di potenza nietzschiana. Ecco allora che l’istanza di ordine della Destra viene innervata profondamente dalla spinta libertaria e modernissima che supera ogni possibilità di chiudere gli orizzonti dell’umanità nella sterile apologia dell’istituzione. Che arte ci può essere nelle ammuffite stanze del potere che vuole durare? Che libertà nel conformismo delle masse irreggimentate? Quali possibilità senza la fantasia rivoluzionaria dell’individuo assoluto e delle sue affermazioni assolutamente e sublimemente irresponsabili? No, Evola non è il tradizionalista invecchiato e oramai approdato alla rassicurante professione del pompiere dopo lunga e onorata militanza tra gli incendiari…Evola è indubbiamente fascista, è uno di cui qualche gerarca avrebbe potuto lamentare un pericoloso anarchismo…ricevendo da un suo superiore la medesima risposta che ricevette Pavolini quando lamentò le origini anarchiche di Berto Ricci: caro camerata, anarchici lo siamo stati tutti! Perché il fascismo si trova alla confluenza dell’ordine e dell’anarchia, dentro un crogiuolo estetico che non sopporta la staticità oppressiva del regime senza la dinamicità vivificante del movimento, e non concepisce nessuna libertà che veda castrata la propria potenza creativa nell’impedimento a diventare cosmo di un modo nuovo. In questo reciproco fecondarsi delle opposizioni polari di rivoluzione e Stato, di dinamismo e assolutezza, di metodo e sistema, sta la Stimmung fascista di cui Evola è, volente o nolente, il volto incarnato. Qui la teoria dell’avanguardia ha potuto diventare pratica, l’arte vita, la vita modello e seme di altre esistenze. Bisogna dunque ringraziare Carlo Fabrizio Carli e gli altri curatori del prezioso volume (Andrea Scarabelli, Guido Pautasso  e Francesco Tedeschi), per averci restituito questo Evola affascinante, la cui giovanile irruenza ci mantiene giovani anche quando il rischio della laudatio temporis acti e del più sterile passatismo si affaccia ai nostri cinquant’anni…ricordandoci quello scantinato di via Mancini dove imparammo a leggere Evola dando un senso diverso alla nostra gioventù in nome di un futuro che ancora incessantemente non smettiamo di agognare.

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